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COSA CI DICONO GLI INDICATORI ECONOMICI

FONTE: SOLLEVAZIONE.BLOGSPOT.COM

Fino a che punto potrà peggiorare la crisi senza che questo faccia saltare la “invidiabile pace sociale” di cui tanto si vanta il ministro Tremonti ?

Stagnazione

Il collasso del settembre 2008 ha colto l’economia italiana mentre era in stagnazione già a partire dal 2002. Nel quadriennio 2002-2005 la crescita del Pil è stata di appena lo 0,6% medio annuo e per trovare un valore più basso occorre tornare a dieci anni prima (1993). “Una performance così mediocre ha relegato il nostro paese nelle posizioni di coda nell’area dell’euro, cresciuta in media dell’1,3% nello stesso periodo; solo la Germania (+0,5%) non ha fatto meglio di poco dell’Italia”. Il divario di crescita con il resto di Eurolandia è rimasto ampio anche nel 2006-2007, superiore al punto percentuale.
Dopo non è andata meglio e l’Italia si conferma il paese alle prese con una discesa del Pil più alta della già bassa media europea. (Vedi il grafico n.1.) Si tenga conto che secondo altre autorevoli fonti il l’Italia ha perso in Pil ben il 6,5%.

Grafico 1

Il crollo della produzione industriale

La produzione industriale italiana è cresciuta a gennaio del +2,6% rispetto a dicembre). L’ISTAT non aveva fatto in tempo a diffondere questo dato che Berlusconi in persona non ha esitato a cantare vittoria e a proclamare che il paese si sta ormai lasciando alle spalle la “crisi”.

Quanto scarsa sia l’attendibilità di questa previsione lo si capisce facilmente se si tiene conto che viene compiuta da uno che la “crisi” l’ha negata fino all’ultimo, che ha sostenuto che il problema era soltanto “psicologico” (sic!), e che l’economia dei titoli e della carta non aveva nulla a che fare con quella reale.
La situazione reale è che, fatto pari a 100 il valore del 2005 la produzione industriale italiana raggiunse il suo massimo pre-crisi nell’aprile 2008 con il valore di 108,9. Il collasso del settembre 2008 l’ha fatta precipitare, al punto che nel marzo 2009 si toccò il valore del 81,1, con una contrazione del 26% (grafico n.2).
La “ripresa” tanto decantata consiste nel fatto che l’indice  di gennaio sta al 87,9, ovvero il 19% in meno rispetto ai valori precisi. Gli analisti affermano che di questo passo la produzione industriale tornerà ai livelli pre.2008 solo nel 2013.

Grafico 2

L’aumento della disoccupazione

Abbiamo così che il tasso di disoccupazione continua a salire e a gennaio si posiziona all’8,6%, dall’8,5% di dicembre 2009. Lo comunica l’Istat, sottolineando che è il dato peggiore da gennaio 2004. (vedi grafico n.3)
A questo dato occorre aggiungere quello sulle ore di cassa Integrazione autorizzate: nel periodo gennaio-maggio 2008 le ore concesse dall’Inps, per la CIGO erano 37.391.912 al 30 maggio del 2009 sono state 211.666.310, con un aumento percentuale circa del 466,08 %. Se si sommano il tasso di disoccupazione (e quello reale è sempre più alto di quello formale) e quello della Cig (che spesso è solo l’anticamera del licenziamento) abbiamo un tasso effettivo di inoccupati che è probabilmente il più alto d’Europa, secondo solo a quello della Spagna, notoriamente il paese più colpito dalla crisi.
Se consideriamo il tasso di disoccupazione giovanile, l’Istat di dice che è pari al 26,8%, con una crescita di 0,3 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 2,6 punti percentuali rispetto a gennaio 2009.
L’occupazione a gennaio è rimasta sostanzialmente invariata rispetto a dicembre, mentre ha perso l’1,3% rispetto a gennaio 2009, pari a 307mila unità in meno.
Per finire, il numero delle persone in cerca di occupazione a gennaio risulta pari a 2.144.000, in crescita dello 0,2% (+5mila) rispetto al mese precedente e del 18,5% (+334mila) rispetto a gennaio 2009. si tratta dell’ottavo incremento su base mensile consecutivo.

Grafico 3

I salari

Salta all’occhio che l’aumento della produzione industriale non solo non ha fatto scendere il numero dei disoccupati, anzi, lo ha accompagnato.
Ciò mette in risalto una tendenza che molti analisti hanno segnalato: ovvero che anche in caso di ripresa non si tornerà ai livelli di occupazione ante crisi o, il che fa lo stesso, che il Capitale vorrà accrescere la produzione senza assumere nuova forza lavoro. Una prima conseguenza è che l’eventuale “ripresa” del ciclo non porterà ad una distribuzione della ricchezza verso il lavoro salariato, che andrà invece a vantaggio del Capitale, desideroso di ottenere più alti tassi di produttività per reggere l’aspra competizione globale. Si tenga conto che l’Italia, a parità di salario, conosce già uno dei più alti tassi di produttività del lavoro, cosa questa, da non confondere con il tasso di produttività globale, che tiene conto di altri fattori sistemici.
Per capire la condizione dei lavoratori italiani si guardi il grafico n.4, che ci da conto delle retribuzioni nette dei dipendenti, privati e pubblici. Come si può vedere siamo ai più bassi livelli d’Europa, dietro ai “maiali” come l’Irlanda e la Spagna. Dal punto di vista della “Povertà dei lavoratori” dipendenti, anche tenendo conto dei trasferimenti sociali, i lavoratori italiani sono in testa, con davanti solo la Grecia, la Polonia e il Portogallo.

Grafico 4

Una domanda

La situazione per i lavoratori salariati italiani, quelli privati anzitutto, è una delle più gravi d’Europa. Se la tanto agognata “ripresa” non sarà molto forte (e per forte non si può intendere qualche decimale di Pil il che equivale in realtà a dire stagnazione) essa è destinata a peggiorare. Fino a che punto potrà peggiorare senza che questo faccia saltare la “invidiabile pace sociale” di cui si vanta tanto il ministro Tremonti ?

Fonte: http://sollevazione.blogspot.com
Link: http://sollevazione.blogspot.com/2010/03/osservatorio-sulla-crisi-economica.html#more
15.03.2010

Pubblicato da Davide

  • ludovico

    Nel pezzo c’è uno sbaglio: il grafico n.4 è stato messo anche al posto del n.1. Quello giusto si riferisce all’andamento del Pil, non delle retribuzioni salariali.
    Vedi l’originale sul nostro blog:

    Cordiali saluti
    Ludovico di RD

  • Tonguessy

    “Fino a che punto potrà peggiorare senza che questo faccia saltare la “invidiabile pace sociale” di cui si vanta tanto il ministro Tremonti ?”
    Ma se lo stesso Tremonti è in crisi, essendo passato da 4,5 milioni di € nel 2008 a 176.000 € nel 2009? E ce lo teniamo pure come ministro delle finanze, sto barbone? L’anno prossimo se il suo trend è questo mangerà alla mensa della Caritas. L’italica “invidiabile fame sociale” di cui si vanta….

  • Truman

    Adesso dovrebbe essere a posto. Grazie della segnalazione.

  • nautilus55

    Questo è un articolo che, in poche righe, manda in fumo centinaia d’articoli complottisti.

  • Ricky

    Come avrebbe detto qualcuno poi diventato famoso: CHE FARE?

  • duca

    Ci insegna(va)no all’università che il sistema capitalistico tende allo stato stazionario, ma ogni volta il progresso tecnologico, l’aumentata efficienza, il mutamento dei gusti dei consumatori, urano nel leone e le cavallette spostavano la “frontiera della produzione” sempre più in là, sempre più lontano, consentendo di mantenere il sistema in crescita continua, in equilibrio instabile tendente all’accumulazione.
    Io ingenuamente mi chiedevo, ma non ha mai fine questo tendere? Immagino che ci stiamo avvicinando alla risposta.
    D’altra parte le risorse per stare “bene” tutti ci sono, solo che bisognerebbe ripensare profondamente il modo di distribuire i beni in modo che ciascuno abbia il necessario. Il paradigma del lavoro pagato come base per il sostentamento potrebbe non essere più vero, non perchè siamo fannulloni, ma semplicemente perchè il lavoro di tutti non è più necessario e funzionale. Ma quante panda devo comprare per consentire all’operaio della FIAT di mantenere il suo precario lavoro? Forse dovremmo iniziare a pensare ad una società dove il lavoro non è più alla base del sostentamento dei singoli, o meglio dove esso è equamente distribuito tra i membri della comunità in modo che essa possa procedere (servono sempre dei prodotti in sostituzione di quelli deteriorati, serve sempre manutenere i beni capitali e sostituirli a fine vita, ma questo impiega meno risorse di quanto non abbia fatto il capitalismo di rapina fino ad oggi) e molti beni andrebbero demercificati.

  • airperri

    Mi permetto di aggiungere anche un ‘altra cosa: che rispetto alla Spagna abbiamo pure i prezzi che sono alle stelle!!
    dunque, ricapitoliamo: disoccupazione ‘a nastro’ + stipendi del Niger + prezzi di Tokyo + tasse della Norvegia + servizi del Ciad .
    Shakerare bene, aggiungere un po’ di eternit e servire = Italia.

    Mi vengono solo in mente quelle frasi che nei film catastrofici recitano, a turno, i vari presidenti degli Stati Uniti poco prima dell’arrivo di alieni o meteoriti gianteschi:
    ‘Possa avere Iddio pieta’ delle loro anime!’

  • Kerkyreo

    Sono d’accordo!

  • kiara

    Potremmo immaginare una società in cui, vista l’evoluzione tecnologica e la moderazione nel consumo, ci sia sempre meno bisogno di produzione e quindi di lavoro. Potremmo immaginare di lavorare tutti, ma in maniera notevolmente ridotta (lo ipotizzava già Bertrand Russell anni e anni or sono!), e attraverso una seria redistribuzione del reddito poter vivere dignitosamente (spingendoci più in là potremmo anche pensare che i beni primari possano essere garantiti a tutti). Potremmo immaginare di impiegare quel tempo libero sottratto alla fatica per studiare, socializzare, dedicarci alle nostre passioni e, più in generale, migliorare il nostro stato fisico, mentale ed emotivo. Non saremmo forse una società più serena e giusta? Non sono un’ingenua, so che è un’utopia, so che il potere e l’avidità di pochi schiaccia la vita di molti…ma almeno sognare non costa nulla! In verità è molto frustrante questo senso di impotenza, ma io non so proprio da dove iniziare per cambiare il sistema perverso in cui viviamo. Mi limito a vivere onestamente e coerentemente con le mie idee. Se qualcuno ha in mente un appiglio batta un colpo!