Home / ComeDonChisciotte / CONTRO LO STATO

CONTRO LO STATO

DI GIUSEPPE GENNA
Carmilla on line

Il primo commento alla indegna sentenza che riduce la tragedia della scuola Diaz a una rissa in cui qualcuno ha alzato un po’ troppo il gomito (col gomito fracassando calotte craniche e lacerando tessuti) sarebbe che ha ragione Berlusconi. La Magistratura è da riformare. Ogni sentenza risulta disomogenea rispetto alle altre emanate per vicende consimili. Sui fatti nodali della storia italiana, i giudici non hanno giudicato niente. Sul passato devastato di questa nazione, i magistrati sono forcaioli in attesa di incrementare l’intensità con cui il passato non è devastato ma devastante. Avrebbe ragione Berlusconi e, di conseguenza, avrebbe ragione quello che non so più come definire (centro, pallida socialdemocrazia cristiana, incrocio genetico dell’a-politica…), insomma, quella roba rosa pallido lì: si dovrebbe riformare la Giustizia, ma finché c’è Berlusconi non lo si può fare.

E sarebbero giudizi sbagliati. Perché la sentenza sui fatti di Bolzaneto evidenzia che è lo Stato tutto, in qualunque sua funzione, a risultare compromesso, purulento, contaminante. Il giudizio va tracciato oltre ogni tentazione ideologica. Si ha da essere contro lo Stato.Poiché, dopo giorni di scontro istituzionale sull’indipendenza del potere legislativo da quello esecutivo, garantito dalla Costituzione, tra i cui Padri non c’è quel figlio di puttana di Benjamin Franklin bensì quell’anima santa di Giulio Andreotti – dopo una battaglia all’ultimo finto sangue, poiché quello vero scorse alla Diaz, ecco come questa mascherata si risolve: con i poteri che si tutelano a vicenda e non smentiscono le lucide previsioni di chi, vivendo in stato statale, sapeva già da tempo che, al momento decisivo, lo Stato si sarebbe rinsaldato tutto di un colpo, escludendo il diritto alla verità di chi lo Stato rappresenta e di chi ne è a fondamento: cioè noi tutti.
Potrei dissertare filosoficamente all’infinito sulle teorie politiche che giustificano quanto sto affermando, e cioè che lo Stato è contro la natura della civiltà, dell’umanità, dei valori, della convivenza, dell’empatia e dell’amore. Altrettante teorie potrebbero essere scagliate contro questo personalissimo giudizio. Poiché, tuttavia, l’immediatezza del momento, con questa evidenza dell’indegnità del potere giudiziario a fronte di una patente violazione dei diritti personali e collettivi, solleva emozioni, risponderò con una citazione che mi sta a cuore, di cui non sto a enunciare né l’autore né l’opera – tanto, chi ha occhi per vedere vedrà e chi ha orecchi per ascoltare ascolterà:

Noi, rivoluzionari-anarchici, fautori dell’istruzione generale del popolo, dell’emancipazione e del piú vasto sviluppo della vita sociale e di conseguenza nemici dello Stato e di ogni statalizzazione, affermiamo, in opposizione a tutti i metafisici, ai positivisti e a tutti gli adoratori scienziati o non della scienza deificata, che la vita naturale precede sempre il pensiero, il quale è solo una delle sue funzioni, ma non sarà mai il risultato del pensiero; che essa si sviluppa a partire dalla sua propria insondabile profondità attraverso una successione di fatti diversi e mai con una serie di riflessi astratti e che a questi ultimi, prodotti sempre dalla vita, che a sua volta non ne è mai prodotta, indicano soltanto come pietre miliari la sua direzione e le varie fasi della sua evoluzione propria e indipendente.
In conformità con questa convinzioni noi non solo non abbiamo l’intenzione né la minima velleità d’imporre al nostro popolo, o a qualunque altro popolo, un qualsiasi ideale di organizzazione sociale tratto dai libri o inventato da noi stessi ma, persuasi che le masse popolari portano in se stesse, negli istinti piú o meno sviluppati dalla loro storia, nelle loro necessità quotidiane e nelle loro aspirazioni coscienti o inconsce, tutti gli elementi della loro futura organizzazione naturale, noi cerchiamo questo ideale nel popolo stesso; e siccome ogni potere di Stato, ogni governo deve, per la sua medesima essenza e per la sua posizione fuori del popolo o sopra di esso, deve necessariamente mirare a subordinarlo a un’organizzazione e a fini che gli sono estranei noi ci dichiariamo nemici di ogni governo, di ogni potere di Stato, nemici di un’organizzazione di Stato in generale e siamo convinti che il popolo potrà essere felice e libero solo quando, organizzandosi dal basso in alto per mezzo di associazioni indipendenti e assolutamente libere e al di fuori di ogni tutela ufficiale, ma non fuori delle influenze diverse e ugualmente libere di uomini e di partiti, creerà esso stesso la propria vita.
Queste sono le convinzioni dei socialisti rivoluzionari e per questo ci chiamano anarchici. Noi non protestiamo contro questa definizione perché siamo realmente nemici di ogni autorità, perché sappiamo che il potere corrompe sia coloro che ne sono investiti che coloro i quali devono soggiacervi. Sotto la sua nefasta influenza gli uni si trasformano in despoti ambiziosi e avidi, in sfruttatori della società in favore della propria persona o casta, gli altri in schiavi.
È chiaro allora perché i rivoluzionari dottrinari che si sono assunta la missione di distruggere i poteri e gli ordini esistenti per creare sulle loro rovine la propria dittatura, non sono mai stati e non saranno mai i nemici ma, al contrario sono stati e saranno sempre i difensori piú ardenti dello Stato. Sono nemici dei poteri attuali solo perché vogliono impadronirsene; nemici delle istituzioni politiche attuali solo perché escludono la possibilità della loro dittatura; ma sono tuttavia i piú ardenti amici del potere di Stato che dev’essere mantenuto, senza di che la rivoluzione, dopo aver liberato sul serio le masse popolari, toglierebbe a questa minoranza pseudorivoluzionaria ogni speranza di riuscire a riaggiogarle a un nuovo carro e di gratificarle dei suoi provvedimenti governativi.
Ciò è tanto vero che oggi, quando in tutta l’Europa trionfa la reazione, quando tutti gli Stati ossessionati dallo spirito piú frenetico di conservazione e di oppressione popolare, armati da capo a piedi di una triplice corazza, militare, politica e finanziaria e si apprestano sotto la direzione del principe Bismarck a una lotta implacabile contro la Rivoluzione Sociale; oggi, quando si sarebbe dovuto pensare che tutti i sinceri rivoluzionari s’unissero per respingere l’attacco disperato della reazione internazionale, noi vediamo al contrario che i rivoluzionari dottrinari sotto la guida del signor Marx prendono dappertutto il partito dello statalismo e degli statalisti contro la rivoluzione del popolo.

Ora, mi sia permesso aggiungere qualche breve nota personale. E cioè che io mi vergogno non soltanto di vivere in uno Stato la mia esistenza che forzosamente è resa miseranda dalla struttura statuale stessa, ma mi vergogno maggiormente a vivere in questo Stato; mi repelle qualunque istituzione, che si forma per necessità tutt’altro che naturali e popolari, ma per imposizione non contestabile da chiunque, che si ritrova immerso in questo habitat da quando è demilienizzato a un giorno dalla nascita e, anche se poi si mette a contestare questo condizionamento totalizzante (che è tale poiché lo Stato è un ente totalitario), comunque finirà a morire in un ospedale senza avere sortito nulla, e chi rimane dovrà pure essere grato perché lo Stato garantisce un posto di merda dove morire; sono orripilato quotidianamente dalla visione delle cosiddette Forze dell’Ordine, che con l’Arma dei Carabinieri sortiscono il massimo gradimento e fiducia dei miei concittadini, e si stanno visibilmente moltiplicando sotto i miei occhi, godendo di leggi fatte all’impromptu per permettere loro un controllo ancora più serrato sulle persone, non bastando il fatto che, trascorsa la stagione di Piombo, non sono state ancora abrogate le leggi restrittive emanate ai tempi da Francesco Cossiga, cosicché senza accorgersi i miei concittadini vivono in uno stato di guerra legislativo, senza che ci sia più quella guerra; mi viene da vomitare al pensiero che si sorveglino militarmente inesistenze e astrazioni dette “confini”, purissimi atti di volontà di potenza che nessun geomorfismo giustifica; sono angosciato dal fatto che lo Stato permetta a difensori e pm e giudici di trattare donne violate come le tratta in quelle enclave che sono le aule giudiziarie; sono sconvolto dall’aberrazione dell’ideologia trionfante (quintessenziale all’idea di Stato stesso) della pena, questo protocollo per cui, anziché arrivare a una civiltà, si invera in forma legislativa l’occhio per occhio e il dente per dente, appalesando con somma serenità e assenza di opposizione qualunque la reale natura vendicativa dell’istituzione stessa, che condiziona chiunque; sono sconcertato dall’assoluta assenza di reazione coscienziale di chi abita con me in questo che, prima che uno Stato, è un luogo, puramente e semplicemente un luogo, dove si è sviluppata una lingua comune e peraltro la lingua più poetica del mondo moderno.
Il mio pensiero va agli ultimi tra i calpestati dallo Stato, che sono i massacrati della Diaz. Si aggiungono a una teoria infinita di persone, non di cittadini, per cui non c’è stata la tanto vantata tutela dello Stato, perché non può esserci, e dunque sarebbe anche inutile aspettarsela o berciare, come sto facendo, perché non c’è. E dico le vittime e i colpevoli tutti, tutti gli abitanti di questo luogo, che ha una storia cangiante e multiforme, che non si trova nei manuali di storia statale che vengono comminati nelle scuole, per l’attuale disinteresse delle giovani generazioni, le più condizionate che abbiano calcato questa penisola e vissuto in questa civiltà, erettasi su fondamenti etruschi e cioè asiatici, greci, mediorientali, ebrei, arabi, normanni, tedeschi, francesi, spagnoli, africani, cinesi e, purtroppo, sì, anche vaticani.
Concludo citando quello di prima, perché si comprenda che non a caso ho citato il connubio vomitevole di cui l’Italia è attuale avanguardia residuale (un paradosso che da solo qualifica questo posto in cui stiamo) – quello tra Stato e Chiesa, cioè tra Idea dello Stato e Dio. Buon futuro a tutti, concittadini, ovverosia voi che vi sentite cittadini

Dio appare, l’uomo si annienta; e più la Divinità si fa grande, più l’umanità diventa miserabile. Ecco la storia di tutte le religioni: ecco l’effetto di tutte le ispirazioni e di tutte le legislazioni divine. Nella storia, il nome di Dio è la terribile vera clava con la quale tutti gli uomini divinamente ispirati, i “grandi geni virtuosi”, hanno abbattuto la libertà, la dignità, la ragione e la prosperità degli uomini.
Abbiamo avuto prima la caduta di Dio. Abbiamo ora una caduta che c’interessa assai più: quella dell’uomo, causata dalla sola apparizione di Dio o manifestazione sulla terra. Vedete dunque in quale orrore profondo si trovano i nostri cari ed illustri idealisti. Parlandoci di Dio, essi credono e vogliono elevarci, emanciparci, nobilitarci, ed al contrario ci schiacciano e ci avviliscono. Col nome di Dio, essi immaginano di poter edificare la fratellanza fra gli uomini, ed invece creano l’orgoglio e il disprezzo, seminano la discordia, l’odio, la guerra, fondano la schiavitù.
Perché con Dio vengono necessariamente i diversi gradi d’ispirazione divina; l’umanità si divide in uomini ispiratissimi, meno ispirati, non ispirati.
Tutti sono egualmente nulla davanti a Dio, è vero, ma confrontati, gli uni agli altri, alcuni sono più grandi degli altri; non solamente di fatto, ciò che non avrebbe importanza perché una ineguaglianza di fatto si perde da se stessa nella collettività quando non può afferrarsi ad alcuna finzione o istituzione legale; ma alcuni sono più grandi degli altri per volere del diritto divino dell’ispirazione: il che costituisce subito una in eguaglianza fissa, costante, pietrificata.
I più ispirati devono essere ascoltati ed obbediti dai meno ispirati e questi dai non ispirati.
Ecco il principio di autorità ben stabilito e con esso le due istituzioni fondamentali della schiavitù: la Chiesa e lo Stato.

Giuseppe Genna

Fonte: www.carmillaonline.com/
Link: http://www.carmillaonline.com/archives/2008/07/002710.html
15.07.08

Pubblicato da Davide

  • Tao

    In Italia la giustizia non è (più) uguale per tutti. Dopo la sentenza su Bolzaneto 2001 prendiamo atto che la Classe politica, la Casta, il Governo, ha finalmente sottomesso il potere giudiziario. Che resiste, quando può, in casamatte isolate, ma viene minato da leggi e attacchi che rendono impossibile un normale esercizio della giustizia. Sette anni dopo Bolzaneto nessuno dei picchiatori in divisa entrerà in carcere. Più a sud, in Abruzzo, hanno arrestato Del Turco e molti altri. Ma sappiamo che la precedente decapitazione della giunta regionale abruzzese, quella del 1992, si concluse, sei anni dopo, con l’assoluzione di tutti. Quando non possono liberarli subito, i corrotti, li liberano senza clamore dopo. Il potere, dopo aver dominato la giustizia, la ammazza. Questo è l’unico teorema di un’Italia che va verso il baratro.

    Giulietto Chiesa
    Fonte: http://www.megachip.info/
    15.07.08

  • marzian

    Una precisazione, senza nulla togliere al resto dell’articolo: la sentenza riguardava i fatti di Bolzaneto. Il processo per la Diaz è ancora in corso.

  • illupodeicieli

    Dici bene perchè questo è uno stato di soprusi e angherie, dove una verifica fiscale a un bottegaio deve fruttare ,per forza, qualcosa.Dove se ti fermano per un controllo, devono farti perdere tempo ma ,sopratutto, devono farti sapere che sei in ogni caso controllato e controllabile. Siccome ne ho passato anch’io, essendo stato 4 anni fa dichiarato fallito, ho avuto la posta sotto controllo e ,per errore,ma dimmi tu per errore, hanno intercettato e aperto e controllato e con comodo restituito la corrispondenza dei miei familiari.Mi dirai che queste,sono cazzate,cosa vuoi che sia?Ma se anche così fosse, è il segno che se uno ci fa l’abitudine è una cosa tragica,se lascia correre idem come sopra. Qui abbiamo avuto casi di controlli stradali,effettuati dai carabinieri , dove un vecchio è stato strattonato,gli è stata puntata la pistola o il mitragliatore al viso;idem per altri sempre nella stessa strada e con gli stessi carabinieri.Uno di questi sfigati è il figlio del mio vicino di casa:persona rispettabile che vive a Tortolì, sposato e con figli adulti, non certo un teppista o un guidatore spericolato.Ora distinguerei la figura del gendarme,del caporione,del giovane o meno giovane violento e che entra nelle forze dell’ordine e lì può continuare a menare,fare il duro e sbattere la gente sul cofano di un’auto, ma può anche controllare i documenti di ragazze piacenti, da chi invece , legifera e promuove ulteriori leggi sul controllo del territorio:non scordiamoci il grande fratello che è presente nelle strade e nei palazzi. Insieme a questo c’è la categoria di coloro che lavorano,come giudici e magistrati, nei palazzi di giustizia:a costoro il buon senso spesso e volentieri manca del tutto, e posso purtroppo dimostrarlo per esperienza personale. Il fatto è anche che si parte dal presupposto che le persone siano potenzialmente pericolose e quindi vanno tenute a freno:questo è quello che insegnano nelle scuole militari,ma anche ai corsi di verifica fiscale;non ti insegnano ad aiutare il prossimo,in contribuente, nè come poliziotto ti invitano ad aiutare la persona in difficoltà,nè il giudice vuole capire ma semmai deve giudicare e la sentenza servire da esempio. Questo modo di vedere la vita,cioè dove il crimine va fermato e addirittura prevenuto, è ampiamente divulgato nelle tv tipo sky:un ragazzo che in questi film vede evidenziato solo un punto di vista,e che questo viene mostrato come vero , che cosa può pensare?

  • Zret

    La violenza dello stato viene definita Legge.

    Illupodeicieli ha perfettamente ragione.

  • Zret

    Tra la fine del Medioevo ed il principio dell’età moderna cominciò a consolidarsi lo stato come lo intendiamo noi, ossia come istituzione che detiene il monopolio della fiscalità, della giurisdizione e della violenza. Alcuni re europei, pur tra difficoltà, riuscirono un po’ alla volta a sottrarre all’aristocrazia le immunità di origine feudale: il potere di coniare moneta, di arruolare un esercito, di amministrare la giustizia.

    Quando si pronuncia la parola violenza, il pensiero corre subito alle varie forme di violenza individuale: omicidi sanguinari, furti, stupri, danni alla proprietà, violazioni di domicilio, sevizie su minori, percosse a donne indifese, torture di animali… Sono tutti reati che suscitano abominazione, eppure sembriamo dimenticare un’altra tipologia di violenza, istituzionalizzata, ufficiale, legale, legittimata da decreti: è la violenza dello stato che si traduce nelle guerre “umanitarie” con tanto di encomio per opera di giornalisti e papi, nelle botte a chi manifesta, purché non appartenga ai Blocchi neri, nelle torture perpetrate da uomini del sistema, nella persecuzione e nelle intimidazioni di persone che osano denunciare scandali ed innominabili delitti… Non è forse anche questa violenza, sebbene abbia il crisma della legalità, il placet delle istituzioni? D’altronde anche la giustizia è, in fondo, una vendetta sublimata, quando non è un’iniqua congerie di sentenze miti con i veri criminali e draconiana con gli innocenti e con i pensionati che rubano per fame un filoncino al supermercato.

    Si pongono a questo punto due problemi: qual è l’origine della violenza che caratterizza le “società” umane sin da tempo immemorabile? E’ lecito ed auspicabile rispondere alla violenza con la violenza? Rispondere non è per nulla semplice: potrebbe essere il risultato di un “peccato” originale, di una tara genetica volutamente introdotta, di un maligno influsso esterno. Certo, se consideriamo la principale differenza tra l’uomo e gli animali, constatiamo che quasi mai negli animali alligna un’inclinazione gratuita, soverchia, odiosa al Male, mentre l’homo sapiens potrebbe essere meglio definito homo malus. Si potrebbe obiettare che il Male è il risultato di un’educazione errata, di modelli distorti, di istituzioni corrotte, di una distruzione dell’etica, ma gli educatori, gli uomini delle istituzioni etc. non sono uomini? Chi o che cosa insinuò in loro il Male? No, è un’obiezione che non regge: l’uomo non nasce del tutto innocente per poi deviare, in una misura maggiore o minore, verso la cattiveria. Ammesso e non concesso che tutti gli uomini siano uguali, essi sono tutti orientati verso il male: la società, insieme con molti altri fattori, può poi perderli definitivamente oppure contribuire a sublimare i loro impulsi distruttivi ed egoistici in pensieri, parole ed opere accettabili sul piano civile o, a volte, lodevoli.

    Entrano in gioco qui questioni etiche e bisogna chiedersi quali siano i fondamenti della morale: un legame con l’Essere perfettissimo che ci ha creati? Un’istanza innata che equilibra la tensione verso il male? Oppure l’etica è l’insieme di quei valori e principi che sono insegnati affinché la società non si autodistrugga, quindi alla fine un’etica utilitaristica ed avulsa da norme trascendenti? Accanto al giusnaturalismo, ossia la dottrina (o il corpus di dottrine) secondo la quale le leggi sono naturali, consustanziali all’uomo in quanto zoon politikon, esiste una morale congenita o essa è frutto solo della cultura?

    Comunque si valuti il problema, anche la violenza sarà rifiutata perché immorale, empia, in contrasto con il testo sacro, oppure, in ambito laico, poiché ritenuta disgregatrice della società. E’ di solito poi accolta, quando è delegata allo stato, tutore della legge, della giustizia e unico artefice della protezione (sic) dei cittadini. Questo è lo Stato-Leviatano di Hobbes, è lo stesso stato che, con un po’ di belletto, simile ad un viso rugoso e flaccido su cui è steso un velo di cipria, ci governa. E’ lo stato democratico, anzi demoncratico.

  • Zret

    Tra la fine del Medioevo ed il principio dell’età moderna cominciò a consolidarsi lo stato come lo intendiamo noi, ossia come istituzione che detiene il monopolio della fiscalità, della giurisdizione e della violenza. Alcuni re europei, pur tra difficoltà, riuscirono un po’ alla volta a sottrarre all’aristocrazia le immunità di origine feudale: il potere di coniare moneta, di arruolare un esercito, di amministrare la giustizia.

    Quando si pronuncia la parola violenza, il pensiero corre subito alle varie forme di violenza individuale: omicidi sanguinari, furti, stupri, danni alla proprietà, violazioni di domicilio, sevizie su minori, percosse a donne indifese, torture di animali… Sono tutti reati che suscitano abominazione, eppure sembriamo dimenticare un’altra tipologia di violenza, istituzionalizzata, ufficiale, legale, legittimata da decreti: è la violenza dello stato che si traduce nelle guerre “umanitarie” con tanto di encomio per opera di giornalisti e papi, nelle botte a chi manifesta, purché non appartenga ai Blocchi neri, nelle torture perpetrate da uomini del sistema, nella persecuzione e nelle intimidazioni di persone che osano denunciare scandali ed innominabili delitti… Non è forse anche questa violenza, sebbene abbia il crisma della legalità, il placet delle istituzioni? D’altronde anche la giustizia è, in fondo, una vendetta sublimata, quando non è un’iniqua congerie di sentenze miti con i veri criminali e draconiana con gli innocenti e con i pensionati che rubano per fame un filoncino al supermercato.

    Questo è lo Stato-Leviatano di Hobbes, è lo stesso stato che, con un po’ di belletto, simile ad un viso rugoso e flaccido su cui è steso un velo di cipria, ci governa. E’ lo stato democratico, anzi demoncratico.

  • bstrnt

    è drammatico vedere come è caduta in basso la nostra nazione.
    Con i fatti di Genova del 2001 l’Italia, qualora non bastasse, è divenuta oltre che una nazione di corrotti e di mafiosi irrisa da tutti, anche una nazione dove bande di tortutatori che vestono i panni delle forze dell’ordine si dilettano a scaricare le loro turbe psichiche e mentali contro chiunque si pari loro innanzi, una nazione che può ben figurare col Cile di Pinochet o l’Argentina di Videla, una nazione Sudamericana nel senso deleterio del termine.
    Dopo sette anni lo stesso governo corrotto, mafioso e criminale, con le stesse facce da galera che si sono viste a fomentare a Genova le già precarie condizioni di salute mentale dei criminali che si sono macchiati di quei fatti incivili, sta distruggendo quel poco che resta di questa malandata nazione.
    Quanti di quei psicolabili sono stati allontanati dai corpi di polizia, dei carabinieri, delle guardie di custodia per le inciviltà del G8?
    Certa feccia non ha alcun titolo per bivaccare ancora tra le forze dell’ordine!
    Certi governi non hanno alcun titolo per appestare una nazione civile con leggi indecenti e furti perpetrati nei confronti dei cittadini.
    Abbiamo politicanti che sembrano iene latranti intente a depredare quel poco che resta ancora attorno alla carogna di questa nostra povera Italia.

  • Hassan

    Oltre alla Casta dei politici, esiste anche la Casta delle “forze dell’ordine”. Strano che carabinieri, poliziotti e militari, al pari di Mastella e soci, non paghino quasi mai per i propri errori.

  • Bazu

    “…lo Stato ha interdetto al singolo cittadino l’uso dell’ingiustizia, non perché intende sopprimerla, ma solo perché vuole monopolizzarla, come il sale e i tabacchi”.
    Sigmund Freud

  • fefo

    Lo stato è un entita inumana , astratta . gelosa della sua autorita sedicente al servizio degli individui, esso diventa sempre fine a se stesso . Creazione politica rappresenta comunque il potere di una classe sulle altre e produce a scapito del potenziale produttivo della collettivita un parassitismo divorante: casta politica , burocrazia esercito, polizia , fisco,diplomazia ecc.
    La scomparsa dello stato è possibile con una rivoluzione il cui fine sia non la ma rxista ” presa del potere della classe operaia” che vuol dire prolungare la sua esistenza ma l autodeterminazione sociale e produttiva .
    SALUTI ANARCHICI