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CONTRO L'IDEOLOGIA DELLE LIBERALIZZAZIONI

DI UGO MATTEI
ilmanifesto.it

Incurante dei referendum, il governo dei professori avanza nella battaglia contro le «lobby» che frenerebbero il libero mercato. Bisogna rompere l’egemonia di una cultura che fa presa anche a sinistra. E dire che non tutto può essere piegato alle esigenze della crescita e della produzione.

Con una mancanza di fantasia e di senso della realtà davvero sconcertante, il governo tecnico dichiara di voler incardinare la fase 2 della sua azione sulle liberalizzazioni. Fra i massimi responsabili della crisi globale e del degrado italiano, ai soliti notai e taxisti romani, si aggiungono così, con Repubblica in prima fila, anche i farmacisti, gli avvocati, gli edicolanti. Incurante del senso politico del voto referendario che chiedeva di “invertire la rotta” proprio rispetto al trend neoliberale di privatizzazioni e liberalizzazioni, il governo dei professori promette di dare battaglia alle lobby che minano la nostra capacità di “crescere e di competere” sui mercati globali.

Con toni diversi sono intervenuti in questi giorni Massimo Mucchetti sul Corriere e Luigi Zingales sull’Espresso. Il primo avanza dubbi quantitativi (condivisibili) sull’urgenza e l’importanza delle liberalizzazioni nei detti settori, che riguarderebbero poche centinaia di milioni di euro, rispetto alla vera “ciccia” che sta altrove, in particolare nel mercato dell’energia e in quello dei trasporti pubblici dove “ballano” le decine di miliardi (qui per la verità balla pure l’esito formale del referendum contro il decreto Ronchi che non riguardava affatto solo l’acqua: ma di questo dopo Napolitano anche Monti pare volersene fare un baffo). Il secondo, con il solito tono di gratitudine sconfinata per quel sistema universitario americano che lo ha salvato dal precariato accademico, racconta di un’Italia profonda in cui “i notabili” (farmacisti, avvocati, notai e banchieri provinciali) perdono il loro tempo a prendere l’aperitivo al bar (dove non si rilascia lo scontrino) per piazzare i propri figli, invece di “produrre” facendo crescere il Pil e partecipare davvero alla competizione globale.

Purtroppo anche sul nostro giornale Pitagora non era stato troppo distonico (per fortuna ci siamo riscattati con un Robecchi insolitamente amaro): di liberalizzazioni si parla tanto ma poi non si fanno, proprio come se si stesse parlando di roba per sua natura giusta e desiderabile ma che le contingenze del mondo reale (soprattutto del mondo italico) snaturano e corrompono. Mala tempora currunt se questi discorsi si sentono anche a sinistra (e non intendo il Pd che ne è brodo di coltura).

È dunque una vera e propria cultura egemonica, un’ideologia ci dice Mucchetti, quella che va superata. Un’ideologia ben più pervasiva di quella un po’ estremista e tutto sommato innocua dei Chicago Boys de’ noantri (gli stessi bocconiani al governo sanno che la politica non è una tabula rasa e in qualche modo trattano) che pervade anche chi ben sa (come lo stesso Mucchetti o come Pitagora) che l’economia politica non è un esercizio di astrazione matematica. Per essere intellettualmentre liberi e critici occorre oggi sforzarsi di superare la visione competitiva dell’esistenza, che misura la vita con parametri quantitativi, inducendo senso di colpa in chi non produce o produce meno di quanto potrebbe. Bisognerebbe finalmente rendersi conto che un mondo bello non è una miniera in cui viene premiato il compagno Stakanov ed in cui le menti migliori, come ci dice Zingales, piuttosto che fare i notai fanno gli investment bankers come i più bravi fra i suoi studenti di Chicago. Bisogna che ci si renda finalmente conto che in questo nostro mondo si produce già fin troppo e che il nostro problema non è quello di produrre di più per offrire merci e servizi a costi sempre più bassi, ma di distribuire meglio quanto prodotto, creando tutti insieme un mondo in cui l’esistenza sia per tutti libera, solidale e dignitosa.

Certo che il taxi può costare meno, se i taxisti invece di essere parte di un ceto medio-basso che, lavorando duramente, porta a casa uno stipendio decoroso (certo non altissimo) fossero dei lavoratori a cottimo sfruttati che dormono per strada! Ma io credo sarebbe meglio farlo crescere questo ceto medio, piuttosto che umiliarlo laddove esiste. Certo che un pallone di cuoio, cucito a mano da un bambino a Giacarta, può costare anche molto meno al supermercato… ma che criterio di valutazione sociale è mai quello della soddisfazione del consumatore? E poi, al di là della questione etica, oggi sappiamo bene che i beneficiari storici delle liberalizzazioni sono da sempre i grandi oligopoli. Un oligopolio di grandi compagnie con centinaia di taxisti dipendenti, di grandi studi professionali, di banche e assicurazioni o di grande distribuzione colma gli spazi di mercato che le liberalizzazioni aprono. Sappiamo anche bene che i prezzi diminuiscono (forse) in un primo momento ma poi aumentano a dismisura, così come a dismisura aumentano sfruttamento dei lavoratori, stress e dipendenza degli utenti, proprio come avvenuto con il mercato della telefonia mobile. E allora, investire su una riconversione sociale che mette al centro la qualità e la giusta distribuzione significa apprezzare la pace di spirito che deriva dall’acquistare un immobile sapendo che non verrai truffato dalla banca che ti presta i soldi (a questo serve da noi il controllo notarile ed è una fortuna che giovani e bravi giuristi si avvicinino a quella professione), pagare tasse sufficienti a che un trasporto pubblico a buon prezzo (non liberalizzato) possa raggiungere tutti gli angoli delle città, garantendo mobilità diffusa ecologica e accessibile a tutti; apprezzare il variopinto colore delle edicole nel cuore delle città e la dignità degli edicolanti che vogliamo parte del ceto medio (possibilmente che vendano anche giornali che non resisterebbero alle pressioni del mercato ma che fanno informazione di qualità); godere di dieci minuti di conversazione col farmacista, sapendo che costui ha sufficiente tempo per studiare ed aggiornarsi e non è un povero commesso sfruttato.

Insomma respingere le liberalizzazioni come ideologia significa apprezzare un mondo slow in cui si è contenti che le banche italiane, per incapacità dei loro managers, non si fossero avventurate di più nella competizione globale (anche se non mi piace vedere al governo manager incapaci nel loro campo), o in cui non si è contenti che un governo, fintamente tecnico, sia un migliore esecutore degli ordini odiosi della Bce. Preferisco prendere il taxi sapendo che chi guida ha la pancia piena e non è alla diciottesima ora di lavoro, ma ancora di più preferirei poter prendere un autobus elettrico, guidato da un dipendente pagato il giusto, che mi porta dove devo andare. Quest’ultimo servizio il privato, con la sua logica del profitto, non potrà mai darmelo. Per costruire un mondo migliore non è necessario distruggere quanto funziona di quello che abitiamo. L’ideologia della liberalizzazione non riconosce questa massima di buon senso.

Credo che vada detto una volta per tutte. Non possiamo oggi parlare di liberalizzazioni senza tener conto dell’esito del referendum del giugno scorso in cui gli italiani hanno detto di preferire la logica dei beni comuni rispetto a quella della concorrenza. Inoltre, dobbiamo smettere di ritenere che si possa essere di sinistra auspicando un mondo in cui ogni spazio di vita si piega alle esigenze del mercato, della crescita e della produzione.

Ugo Mattei
Fonte: www.ilmanifesto.it
30.12.2011

Pubblicato da Davide

  • Tao

    Ogni sfiga porta attaccata a sé una parola. La parola diventa slogan, e si ripete incessantemente finché perde ogni significato reale. Nel giro di pochi mesi diventa un mantra ipnotico. Nel giro di qualche anno diventa un segno dei tempi. Negli anni Novanta si cominciò a pronunciare incessantemente la parola “flessibilità” e a ripetere che il lavoro era troppo rigido.

    Ora, vent’anni dopo, le condizioni dei lavoratori flessibili ricordano vagamente quelle dei raccoglitori di cotone dell’Alabama di un paio di secoli fa, con la beffa che i precari dei call center, dovendo correre a fare un altro lavoro, non hanno tempo per cantare il blues. Altra parola che ci accompagna (ci segue con un randello, si direbbe) è “liberalizzazioni”.

    Ciascuno, preso da furore liberalizzatore, indica indignato questa o quella casta colpevole di bloccare il paese. Così come la flessibilità avrebbe dovuto farci spiccare un grande salto (e s’è visto), allo stesso modo le liberalizzazioni dovrebbero aprire davanti ai nostri occhi un futuro luminoso. E s’è già visto pure questo.

    Felicemente liberalizzate, le assicurazioni auto hanno quasi triplicato il prezzo delle polizze. I servizi bancari sono schizzati alle stelle, i trasporti ferroviari pure, i pedaggi autostradali peggio mi sento, i viaggi aerei sono più cari, i trasporti urbani hanno aumentato le tariffe (molto più della qualità dei servizi) e il gas costa di più. Tutto molto oltre l’inflazione. Si saluta come un miracolo di modernizzazione che treni di nuovi operatori solchino i nostri binari e sfreccino sulle nostre tratte, ma si tratta di treni per ceti alti e altissimi, mentre i pendolari viaggiano nelle condizioni degli hobos della Grande Depressione, senza nemmeno un Woody Ghutrie che gli suoni la chitarra.

    Probabilmente, peraltro, lo lincerebbero per esasperazione in sala d’aspetto, mentre sul binario uno sfreccia uno scintillante convoglio griffato, rivestito in pelle e popolato da managers dinamici ed eleganti. Tutti presi a discettare di quanto siano importanti, per il paese, le famose liberalizzazioni.

    Alessandro Robecchi
    Fonte: http://www.ilmanifesto.it
    18.12.2011

  • vsntnnicola

    da bravo borghese non ti mancano i soldi per pagare taxi, avvocato, notaio e farmacisti……
    fra quanto chiude il vostro inutile giornale?

  • Cornelia

    Tu, invece, vtsnnicola, non vedi l’ora che abbassino i prezzi perché il taxi ti costa troppo?
    Beato te che sei un riccone e circoli in taxi pagandolo di tasca tua. Io invece non prendo un taxi da 10 anni, sai com’è, i taxi li prende la casta e non i comuni mortali.
    Sarà per questo che vogliono liberalizzarli, così risparmiano loro.

  • Maxim

    A proposito di lobby da eliminare , vi è quella dei giornali che campano grazie ai contributi statali
    .
    In pratica chi non compra il giornale è tenuto a finanziare , con le sue tasse , quotidiani come e via dicendo .
    Trovo la cosa molto ingiusta , se un quotidiano non riesce a tirare avanti con i suoi lettori dovrebbe chiudere e basta .
    Che succede invece da noi ?
    Questo articolo lo spiega , illustrando anche a chi finiscono i soldi

    contributi statali alla stampa [www.linkiesta.it]

  • albsorio

    Vorrei intervenire solo sui taxi e ncc, io ho il kb e l’iscrizione al ruolo dei conducenti, in un Comune della mia Provincia dove insiste un aereoporto internazionale ci sono ferme 2 licenze taxi da 12 anni, i motivi sono cambiati negli anni, con il risultato che lo Stato ha perso gl’introiti di due partite iva per 12anni e due persone non hanno lavoato. Personalmente penso che una licenza taxi non possa valere i soodi che chiedono, poi non trovo giusto che la licenza venga passata di padre in figlio creando delle dinastie ereditarie, Certo la mia è la posizione di chi vuole accedere ad una licenza, capisco ci sia chi vuole difendere il proprio status quo.

  • vsntnnicola

    comprare le medicine e’ da ricconi?

  • Cornelia

    Purtroppo le parafarmacie non vendono “medicine”, vendono stronzate. Creme, cremine, sturanaso, mentine per la gola, scaldapiedi, tutta roba “di libera vendita”… prodotta dalle stesse industrie che vendono le medicine serie.
    Industrie che, guardacaso, premono per le liberalizzazioni onde aumentare i punti vendita e i loro guadagni. Credi che pensino a te che compri le medicine??? Hahahaaaaaaa

  • Cornelia

    E comunque io parlavo dei taxi, perché mi rispondi con le medicine?
    Non hai capito quello che ho scritto? Devo rispiegartelo?

  • vsntnnicola

    quelle che difendi si chiamano corporazioni, pilastro della politica economico-socilale fascista….

  • MartinV

    se le licenze non ci sono più, vedrai che sarai tu a non voler più essere tassista… come nelle grandi città europeee dove i tassisti sono in gran parte immigrati…

  • MartinV

    Certo che devi avere ottimi occhiali per vedere il risorgere della politica economico-socilale fascista grazie alle potenti corporazioni dei tassisti e degli edicolanti…

    una volta proletarizzati anche questo tipo di lavoratori, le sorti magnifiche del progressismo non avranno più ostacoli…

  • bstrnt

    Credo che le liberazioni siano il falso obbiettivo che viene sventolato davanti al popolo bue per distoglierlo dai veri obiettivi.
    L’Europa è proprio al centro di uno di quei trattamenti shock che quelle sette satatiche di psicopatici (Chicago Boy, Mafia di Berkeley, …) hanno imposto prima all’America Latina e all’Indonesia, poi a Russia, Cina, gli stessi USA, Iraq, con ogni probabilità Libia e ora, che questi figli di puttana si sono insinuati all’interno di tutti i governi europei, stanno muovendo le cose per farci regredire di qualche centinaio di anni.
    Sono quisling e traditori della peggior specie e dovrebbero essere trattati con leggi marziali, sì perché il genere umano praticamente è in guerra aperta con queste sanguisughe purulente apportatrici di disastri e di sventure.
    Ricordiamoci tutte le facce dei burattini e sacerdoti della supermafia modiale (politicos y banqueros mismos buitres caroneros come individuati dagli indignados), credo che tra non molto questa economia psicopatica e criminale verrà spazzata via se non prima dall’umanità, senz’altro da fattori naturali … il pianeta ha già comiciato a difendersi!

  • vsntnnicola

    il problema e’ che non e’ mai tramontata….

  • modernateoriamonetaria

    Alcuni credono che liberalizzando le licenze taxi, chiunque vuole fare il taxista va in comune e prende una licenza.Le liberalizzazioni non puntano a questo.Dietro i taxi ci sono interessi delle lobby industriali(per intenderci quelle che vogliono privatizzare il trasporto pubblico di linea e ferroviario).In Svezia, dopo dieci anni di far west, gli imprenditori facevano leasing di 100 macchine, mettevano 200 schiavi alla guida ,taglieggiavano un pò l’utenza e dopo 18 mesi dichiaravano fallimento e portavano i soldi in Svizzera(questa è cronaca svedese). In Svezia oggi le grandi compagnie prendono i finanziamenti di Stato e sono riusciti ad abbassare le tariffe.
    Alla fine il cosidetto libero mercato, ha creato grossi monopoli e per di più finanziati dallo Stato. In Irlanda i taxi sono diventati 20.000, 40 taxisti suicidati in soli 3 anni. Incassi ridotti a 30 euro lorde x per 10-12 ore di lavoro. Queste sono le nuove opportunità di lavoro?

  • Luposolitario

    Riterrei che le “liberalizzazioni” di cui i media correi e corrotti ci elargiscono estrapolata informazione, leggi taxi,parafarmaceutici,sigarette e altre amenità del genere vista la situazione generale in cui il paese versa, non siano certo le vere “liberalizzazioni” che interessano i Carontiani ora situati dai “Poteri veri” alla guida della nazione con lo scopo di traghettarci verso l’abisso spogliati di tutto ciò che rimane ancora creando profitto.

  • yakoviev

    Il problema delle presunte lobby o caste (alcune vere, altre bisognerebbe vedere bene…), di fronte ai provvedimenti presi dal governo Monti su pensioni, IVA, tariffe etc. è si importante ma assolutamente secondario. Anzi, può perfino fungere da alibi per il “popolo babbione” (per dirla alla Preve) del Csx: qualcuno sostiene che per controbilanciare gli effetti nefasti dal punto di vista sociale della “manovra” basterebbe liberalizzare i taxi perchè tutto torni “equo”…