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CONFESSIONI DI UN EX SOSTENITORE DEL “PICCO PETROLIFERO”

DI F. WILLIAM ENGDAHL
engdahl.oilgeopolitics.net

La buona notizia è che gli scenari apocalittici relativi all’esaurimento del petrolio mondiale da un momento all’altro sono falsi. La cattiva notizia è che il prezzo del petrolio continuerà a salire. Il nostro problema non è il picco petrolifero. E’ la politica. Le grandi compagnie vogliono tenere alto il prezzo del petrolio. Dick Cheney e i suoi amici gli daranno volentieri una mano.

Come nota personale, dirò che mi interesso di questioni petrolifere fin dalla crisi dei primi anni ’70. Nel 2003 rimasi molto impressionato dalla cosiddetta teoria del “picco petrolifero”. Essa sembrava spiegare l’altrimenti incomprensibile decisione di Washington di rischiare il tutto per tutto in una mossa militare contro l’Iraq.

I sostenitori del “picco petrolifero”, capeggiati dall’ex geologo della BP Colin Campbell e dal banchiere texano Matt Simmons, sostenevano che il mondo sarebbe andato incontro a una nuova crisi, l’esaurimento del petrolio a basso prezzo o addirittura un picco petrolifero assoluto, entro il 2012, forse già dal 2007. Si diceva che il petrolio fosse agli sgoccioli. Costoro collegavano la crescita dei prezzi del petrolio e del gasolio col declino della produzione in Alaska, nel Mare del Nord e in altri giacimenti per dimostrare le proprie ragioni.

Secondo Campbell, il fatto che fin dalla fine degli anni ’60 non fossero più stati scoperti giacimenti delle dimensioni di quello del Mare del Nord era una dimostrazione delle sue ragioni. Riuscì a convincere anche l’Agenzia Internazionale per l’Energia e il governo svedese. Questo, comunque, non dimostra che avesse ragione.

Fossili intellettuali ?

La dottrina del picco petrolifero fonda la propria argomentazione sui tradizionali testi di geologia occidentali, molti dei quali scritti da geologi inglesi o americani, secondo i quali il petrolio sarebbe un “combustibile fossile”, un detrito o residuo biologico di resti di dinosauri o di alghe fossilizzati, quindi un prodotto in scorte limitate. L’origine biologica è al centro della teoria del picco petrolifero e viene anche addotta per spiegare come mai il petrolio si trovi soltanto in certe parti del mondo, dove esso sarebbe rimasto biologicamente intrappolato milioni di anni fa. Ciò vorrebbe dire, ad esempio, che resti di dinosauri morti sarebbero rimasti compressi, fossilizzati per decine di milioni di anni e intrappolati in giacimenti sotterranei a 4-6.000 piedi di profondità sotto la superficie terrestre. In alcuni rari casi, secondo questa teoria, grandi quantità di materiale biologico sarebbero rimaste intrappolate in formazioni rocciose a poca profondità sotto gli oceani, come nel Golfo del Messico, nel Mare del Nord o nel Golfo della Guinea. La geologia avrebbe quindi il solo compito di stabilire in quale punto degli strati terrestri si trovino queste cavità, chiamate riserve, all’interno di dati bacini sedimentari.

Una teoria completamente alternativa sull’origine del petrolio esiste in Russia fin dagli anni ’50, quasi del tutto sconosciuta in Occidente. Essa afferma che la tradizionale teoria americana sulle origini biologiche del petrolio è un’indimostrabile assurdità scientifica. I suoi sostenitori evidenziano che i geologi occidentali hanno predetto più volte l’esaurimento del petrolio nel corso dell’ultimo secolo, solo per poi trovarne dell’altro, molto altro.

Questa spiegazione alternativa dell’origine del petrolio e del gas naturale non è solo una teoria. L’emergere della Russia, e prima ancora dell’URSS, come maggior produttore di petrolio e di gas naturale del mondo, si deve alla concreta applicazione di questa teoria. Ciò presenta conseguenze geopolitiche di impressionante magnitudine.

Necessità: la madre della ricerca

Negli anni ’50 l’Unione Sovietica si trovò isolata dal resto del mondo dalla “Cortina di Ferro”. La Guerra Fredda era già in moto. La Russia aveva poco petrolio per sostenere la propria economia. Trovare petrolio sufficiente all’interno dei propri confini era la massima priorità di sicurezza nazionale.

Gli scienziati dell’Istituto di Fisica della Terra dell’Accademia Russa delle Scienze e l’Istituto di Scienze Geologiche dell’Accademia Ucraina delle Scienze avevano iniziato fin dalla fine degli anni ’40 una fondamentale ricerca: da dove viene il petrolio?

Nel 1956 il Prof. Vladimir Porfiryev rese note le proprie conclusioni: “il petrolio grezzo e il gas naturale non hanno alcuna relazione con materiale biologico presente nel sottosuolo. Si tratta invece di materiali primordiali, eruttati da grandi profondità”. I geologi sovietici capovolsero l’ortodossia geologica occidentale. Chiamarono la propria ipotesi sulle origini del petrolio “teoria abiotica” – cioè non biologica – per distinguerla dalle teorie biologiche occidentali.

Se avessero avuto ragione, la disponibilità di petrolio sulla Terra sarebbe stata limitata solo dalla quantità di elementi costitutivi degli idrocarburi presenti nel sottosuolo al momento della formazione della Terra. La reperibilità del petrolio sarebbe dipesa solo dall’esistenza della tecnologia necessaria a trivellare pozzi a grande profondità e a esplorare le zone più interne della crosta terrestre. Avevano anche compreso che i vecchi pozzi potevano essere “rivitalizzati” perché continuassero a produrre (i cosiddetti “giacimenti auto-rigeneranti”). Essi sostenevano che il petrolio si forma nelle profondità della Terra, in condizioni di temperatura e pressione altissime, simili a quelle necessarie per la formazione dei diamanti. “Il petrolio è un materiale primordiale generato in profondità che viene trasportato ad alta pressione attraverso processi eruttivi ‘freddi’ all’interno della crosta terrestre”, sosteneva Porfiryev. Il suo team respinse l’idea che il petrolio fosse un residuo biologico di resti di piante e animali fossili, considerandola una bufala inventata per perpetuare il mito della disponibilità limitata.

Sfida alla geologia tradizionale

Quest’approccio scientifico radicalmente diverso di russi e ucraini alla ricerca petrolifera, consentì all’URSS di scoprire immensi giacimenti di gas e petrolio in zone considerate, dalle teorie dell’esplorazione geologica occidentale, del tutto inadatte alla presenza di petrolio. La nuova teoria petrolifera fu utilizzata nei primi anni ’90, molto dopo la dissoluzione dell’URSS, per trivellare gas e petrolio in una regione ritenuta per più di 45 anni geologicamente infruttifera: il bacino del Dnieper-Donets tra la Russia e l’Ucraina.

Seguendo la loro teoria abiotica o non-fossile sulle origini del petrolio, geochimici e fisici petroliferi russi e ucraini iniziarono un’analisi dettagliata della storia tettonica e della struttura geologica del basamento cristallino del bacino del Dnieper-Donets. Dopo un’analisi tettonica e strutturale della zona, compirono altre ricerche geofisiche e geochimiche.

Vennero trivellati un totale di 61 pozzi, di cui 37 si rivelarono commercialmente produttivi; un enorme successo esplorativo, con una percentuale di riuscita di quasi il 60%. Le dimensioni del giacimento scoperto erano paragonabili a quelle del North Slope in Alaska. Per fare un paragone, negli Stati Uniti la trivellazione “wildcat” [trivellazione casuale per cercare nuovi giacimenti a poca distanza da quelli già esistenti, NdT] viene considerata riuscita quando ha un tasso di successo del dieci per cento. Nove pozzi trivellati su dieci sono normalmente “asciutti”.

L’esperienza dei geofisici russi nella ricerca di petrolio e gas rimase avvolta nel consueto velo di segretezza sovietico durante gli anni della Guerra Fredda e rimase largamente sconosciuta ai geofisici occidentali; i quali continuarono a insegnare la teoria delle origini fossili e, di conseguenza, l’esistenza di precisi limiti fisici all’estrazione. Lentamente, alcuni strateghi all’interno del Pentagono o ad esso vicini, cominciarono – molto dopo l’inizio della guerra all’Iraq del 2003 – a rendersi conto che i geofisici russi dovevano aver scoperto qualcosa di enorme importanza strategica.

Se la Russia possedeva questo know-how e la geologia occidentale no, allora i russi avevano un asso nella manica di valore geostrategico smisurato. Non sorprende che Washington abbia deciso di erigere un “muro d’acciaio”: una rete di basi militari e scudi antimissile intorno alla Russia per tagliare i collegamenti dei suoi porti e dei suoi oleodotti con l’Europa occidentale, la Cina e il resto dell’Eurasia. Il peggiore incubo di Halford Mackinder – una convergenza cooperativa tra i maggiori stati eurasiatici fondata sul reciproco interesse, nata dalla necessità e dal bisogno di petrolio per la crescita economica – stava per avverarsi. Ironicamente, è stata proprio l’arrogante rapina delle ricchezze petrolifere irakene (e potenzialmente iraniane) da parte degli USA che ha fatto da catalizzatore ad una più stretta cooperazione tra i tradizionali nemici eurasiatici, Cina e Russia; e ha fatto sì che anche l’Europa occidentale iniziasse a prendere coscienza del fatto che le sue opzioni iniziano a restringersi.

Il Re del Picco

La teoria del picco petrolifero è basata su uno studio condotto nel 1956 da Marion King Hubbert, un geologo texano che lavorava per la Shell. Egli sosteneva che la produzione dei pozzi petroliferi avveniva secondo una curva a forma di “campana”, cioè una volta raggiunto un certo “picco” seguiva l’inevitabile declino. Aveva predetto che la produzione petrolifera americana avrebbe avuto il suo picco negli anni ’70. Uomo di grande modestia, aveva chiamato la curva di produzione che aveva scoperto “Curva di Hubbert” e il relativo picco “Picco di Hubbert”. Quando la produzione petrolifera americana iniziò a calare intorno al 1970, Hubbert guadagnò una certa fama.

L’unico problema era che il “picco” non era dovuto all’esaurimento di risorse nei giacimenti americani. Era dovuto al fatto che la Shell, la Mobil, la Texaco e gli altri partner della saudita Aramco avevano inondato il mercato americano di importazioni saudite “grezze”, esenti da dazi, a prezzi così bassi che molti produttori locali del Texas e della California non avevano potuto competere ed erano stati costretti a chiudere i loro pozzi.

Successo in Vietnam

Mentre le multinazionali americane del petrolio erano intente a garantirsi il controllo degli ampi e facilmente accessibili giacimenti di Arabia Saudita, Kuwait, Iran e altre zone in cui il petrolio era abbondante ed economico negli anni ’60, i russi erano impegnati a sperimentare la loro teoria alternativa. Iniziarono a compiere trivellazioni in una zona della Siberia che si presumeva infruttifera. Qui scoprirono undici grandi giacimenti e un giacimento enorme, sfruttando le stime geologiche eseguite secondo la loro “teoria abiotica”. Trivellarono un basamento di roccia cristallina e scoprirono oro nero in quantità comparabili a quelle esistenti nel North Slope in Alaska.

Dopodiché, negli anni ’80, andarono in Vietnam e si offrirono di finanziare al governo locale i costi di trivellazione per dimostrare l’efficacia della propria teoria geologica. La compagnia russa Petrosov eseguì trivellazioni nel giacimento offshore vietnamita noto come “Tigre Bianca”; penetrò per 17.000 piedi la roccia basaltica e riuscì ad estrarne 6.000 barili al giorno, abbastanza per rimpinguare l’economia vietnamita ridotta alla fame. Nell’URSS i geologi russi, che avevano studiato la teoria abiotica, la perfezionarono e l’URSS diventò, a metà degli anni ’80, il primo produttore mondiale di petrolio. Pochi, in Occidente, capirono perché o si disturbarono a chiederselo.

Il Dr. J. F. Kenney è uno dei pochi geofisici occidentali che abbiano insegnato e lavorato in Russia, sotto l’insegnamento di Vladilen Krayushkin, che aveva scoperto l’enorme giacimento del Dnieper-Donets. Kenney mi disse una volta in un’intervista che “solo per produrre la quantità di petrolio estratta fino a oggi dal giacimento di Ghawar (Arabia Saudita) occorrerebbe – ammettendo un’efficienza di conversione del 100% – un cubo di resti fossili di dinosauro di 19 miglia per lato”. In parole povere, un’assurdità.

I geologi occidentali non si curano di fornire prove scientifiche della loro teoria delle origini fossili. Si limitano ad affermarla, come una sacra verità. I russi, invece, hanno prodotto interi volumi di testi scientifici, quasi sempre in lingua russa. Alle maggiori riviste occidentali non interessa pubblicare un punto di vista così rivoluzionario. Dopo tutto sono in gioco carriere e intere professioni accademiche.

Chiudere la porta

Nel 2003 l’arresto di Mikhail Khodorkovsky, capo della Yukos Oil, avvenne poco prima che egli vendesse la quota di maggioranza della Yukos alla ExxonMobil dopo un incontro in privato con Dick Cheney. Se la Exxon avesse acquistato quella quota, oggi controllerebbe il più grande consesso mondiale di geologi e ingegneri addestrati nelle tecniche di estrazione abiotica.

Dal 2003 in poi la disponibilità degli scienziati russi a condividere le proprie conoscenze si è drasticamente ridotta. Le offerte di collaborazione con gli USA e con altri geofisici petroliferi fatte nei primi anni ’90 vennero accolte – secondo quanto affermano alcuni geofisici americani – con un freddo rifiuto.

Perché allora iniziare una guerra altamente rischiosa per il controllo dell’Iraq? Per un secolo gli USA e le grandi aziende occidentali hanno controllato il petrolio del mondo attraverso il controllo dell’Arabia Saudita, del Kuwait o della Nigeria. Oggi, con molti grandi giacimenti in via d’esaurimento, le compagnie vedono il petrolio di stato dell’Iraq e dell’Iran come il maggior magazzino mondiale di petrolio a basso costo e di facile estrazione. Con l’enorme domanda di petrolio proveniente dalla Cina, e ora anche dall’India, diviene per gli Stati uniti un imperativo geostrategico acquisire il controllo diretto e militare di queste riserve mediorientali al più presto possibile. Il vicepresidente Dick Cheney viene dalla Halliburton, il più grande fornitore del mondo di servizi geofisici per l’estrazione petrolifera. L’unica potenziale minaccia al controllo del petrolio da parte degli USA viene dalla Russia e dai giganti dell’energia russi, passati ora sotto il controllo dello Stato. Hmmmmm.

Secondo Kenney, i geofisici russi utilizzavano le teorie del brillante studioso tedesco Alfred Wegener almeno 30 anni prima che i geologi occidentali “scoprissero” Wegener negli anni ’60. Nel 1915 Wegener pubblicò il suo studio L’origine dei continenti e degli oceani, che ipotizzava l’originaria unità delle terre emerse, più di 200 milioni di anni fa, in un blocco chiamato “pangea”, poi separatosi negli attuali continenti attraverso un processo che egli chiamava “deriva dei continenti”.

Fino agli anni ’60 alcuni presunti scienziati americani, come il dr. Frank Press, consigliere scientifico della Casa Bianca, definivano Wegener un “lunatico”. Alla fine degli anni ’60 i geologi furono costretti a rimangiarsi le loro parole quando Wegener offrì l’unica interpretazione che permise loro di scoprire le grandi risorse petrolifere del Mare del Nord. Forse tra qualche decennio i geologi occidentali rivedranno la loro mitologia dell’origine fossile e capiranno finalmente ciò che i russi hanno capito fin dagli anni ’50. Nell’attesa, Mosca possiede oggi un immenso asso energetico nella manica.

Versione originale:

F. William Engdahl
Fonte: http://www.engdahl.oilgeopolitics.net/
Link: http://www.engdahl.oilgeopolitics.net/Geopolitics___Eurasia/Peak_Oil___Russia/peak_oil___russia.html
14.09.07

Versione italiana:

Fonte: http://blogghete.blog.dada.net/
Link: http://blogghete.blog.dada.net/archivi/2007-10
30.09..07

Traduzione a cura di GIANLUCA FREDA

Pubblicato da Davide

  • alcenero

    Questa teoria non mi convince affatto….

    Innanzitutto: “resti fossili di dinosauro” è una stupidaggine, i resti biologici che sarebbero alla base del petrolio sono considerati essere principalmente foreste e materiale vegetale.

    Inoltre se davvero si potesse trovare tutto il petrolio che vogliamo, perchè basta scavare, allora perchè gli USA (che l’autore accusa di essere a conoscenza della teoria abiotica) avrebbero rinunciato al ruolo di maggiore esportatore al mondo di petrolio che avevano sino agli anni ’60?

    Non mi si venga a dire che è più conveniente fare i salti mortali per assicurarsi l’amicizia di quei pazzi della famiglia reale saudita Al Saud.

    E poi: se è vero sempre che ‘basta scavare’ (e i russi lo avrebbero fatto, tra l’altro in Siberia anzichè in posti logisticamente migliori) perchè la Cina che tra l’altro ha un territorio immenso, e l’India vanno a cercarsi il petrolio in medioriente e africa tanto che gli USA riterrebbero vitale sottrargliene il controllo?

    Se i gorssi giacimenti si possono ‘rivitalizzare’, perchè i sauditi non lo fanno? Questo sotto è il grafico dell’andamento di produzione dei maggiori pozzi petroliferi (vedi anche questo link [sepwww.stanford.edu]):

    Ma in ogni caso, perchè la teoria del picco petrolifero dovrebbe essere legata all’origine biologica del petrolio?
    Anche l’uranio e altri minerali non sono di origine biologica ma provengono dalla crosta terrestre eppure, come tutte le risorse dette appunto ‘non rinnovabili’, ne abbiamo a disposizione una quantità finita. Se anche sotto decine di Km di crosta ci fosse altro petrolio, allo stato attuale delle nostre conoscenze spenderemmo più energia (cioè più petrolio….) per estrarlo di quanta ne ricaveremmo!!

    No, non mi convince affatto!

  • acquauno

    Finalmente! Ora posso tranquillamente continuare ad usare il mio suv senza che quei rompipalle degli ambientalisti mi facciano sentire in colpa per l’utilizzo di una risorsa in via di esaurimento.
    Grazie!
    E mi raccomando, ditelo anche ai petrolieri che i loro pozzi si riempiono continuamente e soprattutto di fare altre perforazioni nella roccia magmatica, perché è lì che si trova la fonte inesauribile di petrolio.
    Aaazz!

  • zeppelin

    per quanto riguarda il petrolio, non so, ma per quanto riguarda il gas METANO c’è una grossa contraddizione nella scienza.

    “Sfogliando” l’irrinunciabile Wikipedia, che per queste cose può essere affidabile, si legge:

    alla voce METANO: “Il metano è il risultato della decomposizione di alcune sostanze organiche in assenza di ossigeno. È quindi classificato anche come biogas”

    però, alla voce TITANO (satellite naturale di Saturno): “L’atmosfera titaniana appare ricca di metano, e la temperatura superficiale media è molto vicina al punto triplo del metano, dove possono coesistere le forme liquida, solida e gassosa di questo composto.”

    e ancora, alla voce NETTUNO (Ottavo pianeta): “Il metano che compone l’atmosfera è anche responsabile dell’assorbimento della luce rossa, dando al pianeta la sua caratteristica colorazione verde-azzurra, tanto che il pianeta è soprannominato il “pianeta blu”.”

    Allora Titano, Nettuno e gli altri pianeti gassosi eran pieni di foreste?

  • alcenero

    Il metano può avere origine, molto lenta però, non biologica ma nei pianeti di tipo terrestre con un atmosfera di ossigeno esso viene distrutto. Questo articolo di astrobiologia [www.astrobio.net] forse potrebbe rispondere ai tuoi dubbi:

    Is methane, by itself, a good indicator of life? I think the answer is no. What you really want to look for are major chemical constituents that are existing together in an atmosphere that would actually react quickly and destroy each other. So, methane doesn’t exist in an oxygen-rich atmosphere. It gets destroyed too quickly. [Methane is present in Earth’s oxygen-rich atmosphere because] life provides the methane, and keeps making it fast.

    If we see oxygen and methane [in the atmosphere of an extrasolar world], then that might well be a slam dunk for life. Less dramatic, if we saw a lot of methane in an atmosphere of a planet that was at 1 A.U. [astronomical unit, the distance of the Earth from the sun], from a solar type star, and not, like Titan, very far away, then we might say: Well, gee, how do you get methane to a planet like that, which is too warm? Maybe that is biologically produced. That might be one situation where methane by itself would give you a potential indicator that there was life, if it was around a warm planet.

  • Doctor

    A me invece convince abbastanza e mi pare molto logica come teoria. Senza contare che non è semplicemente una teoria campata in aria ma, come spiega chiaramente l’autore, una teoria applicata e messa in pratica e che in più ha dato notevoli frutti. Mi pare ben più complessa del sintetico e riduttivo “basta scavare” di Alcenero, ragione per cui il semplice conoscimento della teoria da parte degli Stati Uniti non significa automaticamente conoscimento del know-how per applicarla. Stessa cosa vale per la teoria di “rivitalizzare”, che mi pare di capire che non sia ancora stata applicata dagli stessi russi, quindi figuriamoci dai sauditi. Inoltre a quanto pare Dick Cheney ha provato a strappare il know-how con la faccenda della Yukos, quindi hai voglia se agli americani la cosa interessa. Il problema è che a loro interessa anche mantenere con profitto un’industria militare che ha bisogno di continui conflitti per rimanere in attivo, e con l’Iraq hanno unito l’utile al dilettevole (e le ragioni geostrategiche le vogliamo dimenticare?).
    A me l’origine biologica del petrolio fa ridere almeno quanto l’evoluzione di Darwin, ma comunque affermare che gli americani fanno i salti mortali per rimanere amici dei loro servi-soci sauditi è ancora più ridicolo. Senz’offesa…

  • alcenero

    Quello che intendevo dire è che, per avere una qualche efficacia politica, la teoria abiotica deve avere effetto su due questioni:

    1)Il calo delle scoperte di nuovi giacimenti, che è un dato di fatto:

    2)Il calo della produzione petrolifera che è una conseguenza del punto 1.

    Perchè ciò sia possibile deve avvenire che: o i giacimenti possono essere ‘rivitalizzati’, o si può tornare a scoprire nuovi giacimenti perchè, ad esempio, si comprende meglio dove cercare (anche se la terra comunque è stata ben esplorata alla ricerca di petrolio.)

    La possibilità attuale di ‘rivitalizzare’ i giacimenti mi sembra esclusa per il semplice motivo che ciò non viene fatto (vedi grafico del mio primo commento). Proprio nel caso che fosse possibile farlo ma gli estrattori si ostinassero a non farlo (ciò vorrebbe dire che la teroia abiotica è vera ma tutti si ostinano a considerarla falsa), beh allora siamo di nuovo da capo perchè il petrolio che loro ‘vedono’ sta diminuendo.

    Forse si potrà fare in futuro? Beh allora bisogna proprio sbrigarsi e inizra e a ‘ricreare’ petrolio da subito.

    Anche per la scoperta di nuovi giacimenti sono molto scettico: non solo anche in questo caso occorrerebbe iniziare da subito ma questi nuovi giacimenti dovrebbero essere di facile utilizzo: cioè il dispendio di energie per estrarre il petrolio deve essere minore dell’energia ricavata dall’estrazione stessa.

    Se ad esempio ci fosse petrolio a centinaia di Km sotto la crosta terrestre, allo stato attuale delle cose non varrebbe nemmeno la pena provare ad estrarlo perchè sarebbe uno spreco di energia.

    Cosa vuol dire questo? Semplicemente che o si trova un rimedio all’esaurimento che si osserva del petrolio ‘convenzionale’, cioè quello facile e conveniente da estrarre e raffinare, oppure che la teoria sia vera o no, siamo un po’ nella m…

  • Lestaat

    @alcenero
    come sempre parti per la tangente 😀
    Fermati un attimo a riflettere, cerco di farlo anche io perchè è per me una novità questa teoria come lo è per te, e per le mie cnoscenze scientifiche risulta anche a me un po’ ostica da digerire.
    Detto questo però, mi pare che stai un po’ tirando a casaccio citando particolari che, sebbene non stupidi, non hanno alcun significato dato che non è possibile contestare dettagli di una teoria che conosciamo poco ti pare?
    Quindi.
    L’autore dell’articolo ha fatto dei nomi.
    Andando a verificare quei nomi, almeno di alcuni, si trovano cenni. Sono seri e rispettati scienziati, non persone qualunque.
    E’ un fatto che tali scienziati proseguano nelle ricerche dal punto di vista ABIOTICO, ne trovi ampi cenni in svariate riviste scientifiche on-line.
    Ora, liquidare come stai facendo, un po’ alla carlona, una teoria che, per quanto bizzarra, rimane in piedi da 60 anni, mi pare un presuntuosetto e azzardato.
    Per di più è effettivamente vero che l’URSS si salvo dalla carenza di petrolio con la scoperta dei suddetti pozzi in siberia e in ucraina dove NESSUNO li avrebbe cercati, così come è un fatto che il viet-nam riusci a mantenere l’esercito in guerra grazie ai soldi risparmiati sull’acquisto di petrolio trovato in buona quantità su una parte del loro territorio dove, ancora, NESSUNO avrebbe cercato.
    Mi pare che, invece di liquidarla come la solita baggianata, bisognerebbe prima conoscerla un po a fondo.
    Anche perchè, trascurando la contestazione pseudo scientifica che hai tentato di fare nel primo post che è del tutto priva di senso, il calo della produzione, il prezzo, la guerra degli Usa per l’Irak e quant’altro possono benissimo avere motivazioni del tutto Politiche piuttosto che il banale rifornimento di petrolio.
    La produzine Irakena, giusto per notare una cosa, è quasi del tutto assente, e ad oggi, le compagnie americane non hanno fatto un soldo con quei pozzi, al contrario, sono una grossa rimessa in manutenzione, quello che sembra interessare di più agli Usa è la situazione geopolitica che tra l’altro, è più che sufficiente a far guadagnare loro miliardi grazie all’apparato industriale-militare e grazie all’ovvio aumento del prezzo del petrolio che GIA’ hanno per il calo della produzione in Irak, e il temuto calo della produzione in Iran per l’eventuale (sottolineo eventuale, che non è detto affatto)
    prossimo attacco…

    PS
    alcenero…..perdonami, non me la sono presa con te….ho approfittato del tuo post per dire la mia in contrapposizione al tuo pensiero….m’è venuto così il post :D..

  • alcenero

    Ciao, fai bene ad approfittare del mio post per dire la tua: lo scambio dialettico è sempre la cosa più utile che c’è! Anzi, ora ne approfitto io :D.

    E’ vero che la teoria non mi convince di per sé, e ritengo che anche fosse vera potrebbe pure avere scarsi effetti pratici (vedi considerazioni sull’eventuale petrolio a grande profondità). Ma non la conosco bene quindi non posso e non voglio accantonarla a priori.

    Il mio punto è un altro: semplicemente che se la teoria è vera, e può essere utilizzata per compensare il passato calo nella scoperta di nuovi giacimenti, grafico del mio secondo post, (facendo dunque come fecero i russi in Siberia o in Vietnam) o per compensare l’attuale diminuzione di produttività dei pozzi esistenti, grafico del mio primo post, bisogna applicarla subito perchè abbia degli effetti politici!

    Altrimenti rimaniamo con i suddetti cali, questa volta dovuti ad un mancato utilizzo della teoria abiotica, e con i loro disastrosi effetti politici ed economici!

  • remox

    Giusto, ma da quel che è scritto nell’articolo non c’è volontà di condividere il know how. Dunque i russi da soli anche scoprendo nuovi giacimenti non potrebbero controbilanciare il dato in discesa. Mi pare che l’idea sia quella di rafforzare la propria posizione geostrategica internazionale.
    L’unico rimedio è l’autosufficienza energetica ed oggi l’unica soluzione vera è il nucleare di nuova generazione che può anche fare a meno dell’uranio. In attesa di sviluppare al meglio la volontà e le tecnologie per sfruttare sole e maree e un domani magari anche la fusione fredda.
    A ben vedere però il petrolio ha unimportanza fondamentale per il settore alimentare. Il 30% di un barile serve alla produzione di fertilizzanti. Quindi in tempi brevi è difficile immaginare l’abbandono dell’oro nero.
    A meno che non si convertano tutti a Fukuoka….