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COMUNITA'- NAZIONE – EUROPA

DI VALERIO LO MONACO
ilribelle.com

Una delle domande ricorrenti alle quali abbiamo tentato di dare delle prime risposte nel corso dei mesi passati – e in particolare nel mensile di maggio – riguarda cercare di capire il motivo per il quale una vera e propria rivoluzione, in Italia ma in senso lato in larghissima parte del mondo occidentale, tarda a innescarsi.È una domanda che del resto ci viene posta spesso, sia via email sia nei commenti al sito del Ribelle, ed è un quesito che torna di attualità proprio adesso dove l’ultima tornata elettorale in Grecia, ovvero il paese che più di ogni altro sta patendo gli effetti dell’evidenza di questa crisi e dei sistemi sbagliati messi in atto per risolverla, abbia visto l’affermazione (sebbene con appena il 62% dei votanti rispetto agli aventi diritto) ancora una volta di un partito conservatore e in definitiva perfettamente aderente ai diktat della trojka che hanno sprofondato il popolo greco nella situazione quale versa. Come dire, malgrado l’evidenza, si continua a perseverare nell’errore e a concedere fiducia in chi di fatto ci ha messo in questa situazione. E dunque: se persino in Grecia ancora una vera e propria rivoluzione non nasce, come è possibile che ciò avvenga altrove? È necessario tornare sull’argomento.

I motivi a nostro avviso sono principalmente due. Il secondo molto più importante e profondo, ormai antropologico, diremmo, del primo. 

Intanto, evidentemente, i popoli del cosiddetto occidente non sono ancora alla fame. Sebbene privati di molto – soprattutto del futuro, cosa della quale non si sono resi bene conto – sebbene in condizioni certamente e nettamente peggiori di qualche anno addietro, non si è arrivati – ancora – a una situazione insopportabile. I più hanno ancora denaro da mettere nelle ricariche telefoniche dei cellulari e per pagare l’abbonamento alla pay per wiew. E accettano anche di rinunciare a qualcosa di essenziale pur di acquistare l’ultimo elettrodomestico uscito o di andare a mangiare sushi in un ristorante gestito da cinesi con degli egiziani in cucina o, ancora, farsi taglieggiare dalle tariffe dei traghetti per raggiungere quella sudatissima e ingorgatissima settimana di ferie in Sardegna.

Fuori di ironia, se di ironia si tratta, e fuori da qualsiasi discorso semplicistico eppure terribilmente realistico, questo fatto, l’avere ancora denaro in tasca, non rappresenta l’ostacolo più grande al fine di una rivoluzione di cui c’è un disperato bisogno. E per un motivo molto semplice: tale situazione è destinata fatalmente a peggiorare. Già la recessione morde forte in Europa e nel nostro Paese, e senza bisogno di scomodare super tecnici o calcoli troppo difficili, è realistico pensare che sia destinata ad aumentare.

Ma l’altro motivo, come dicevamo molto più profondo, è al momento, invece, di forza praticamente insuperabile. Ci vorranno generazioni, forse. Difficilmente un cambiamento si potrà vedere nel corso di questi anni che stiamo vivendo. 

Il punto risiede in questo: è nella natura di tutta l’impalcatura giuridica, culturale ed economica occidentale proveniente dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948, cioè a Seconda Guerra Mondiale appena conclusa – se non da prima, ovvero dall’avvento del Cristianesimo in Europa, e quindi del Calvinismo – che insiste il processo, ancora in corso, dello sfaldamento delle identità collettive. Collettività, comunità, sentire comune, sentirsi parte di una società, insomma cittadinanza a qualcosa, sono le sole precondizioni affinché un moto del singolo possa essere sentito da più persone e diventi, appunto, moto di popolo. La chiave di lettura è che non esiste più un popolo, o meglio, non esistono più i popoli, ma solo masse di individui soli.

Se, del resto, a guidare i processi sociali mediante l’imposizione delle regole economiche, finanziarie e in ultima analisi prettamente materialistiche sono in fin dei conti poche persone, pochi centri di potere che però di fatto si organizzano, o comunque si ritrovano organizzati attorno a degli obiettivi comuni, nei confronti di tutti gli altri che invece sono soli e dispersi, si evince con tutta chiarezza che saranno sempre e solo i primi a prevalere sui secondi. Anche se il rapporto di teste in campo è di 1 a un milione, saranno sempre quelle 600 famiglie a far valere i propri diritti personali, ma corrispondenti in un sentire comune – arricchimento della superclasse mediante la speculazione sui popoli – rispetto ai miliardi di altre persone che hanno inculcate in testa i vacui diritti dell’uomo, cioè del singolo, ma che hanno perso del tutto la possibilità di avvertire un diritto comune, cioè dei popoli.

In realtà, come qualsiasi tipo di diritto, i “diritti dell’uomo” hanno fondamento unicamente all’interno delle vicende storiche da cui sono emersi, e siccome la “dichiarazione universale” è una concezione essenzialmente occidentale o meglio, diciamola tutta, essenzialmente statunitense e anglosassone, è evidente che sia impregnata della filosofia politica dell’individualismo. I documenti successivi alla Dichiarazione, peraltro, sono sulla stessa falsariga. Sia il Patto sui Diritti Civili e politici sia il Patto sui diritti economici, sociali e culturali (entrambi approvati nel 1966) si basano sullo stesso concetto originario. 

Ora, il carattere universale che si è voluto dare a tali diritti è un puro postulato razionalistico che non solo non ha conferme dal punto di vista teorico, non solo è storicamente contestato da tutta una serie di culture differenti da quella occidentale, ma osta in modo diretto al riconoscimento intanto dei diritti collettivi, e in secondo luogo anche dei doveri collettivi. “Nella classica visione individualistica e liberale dell’Occidente”, scrive Danilo Zolo, “i “diritti dell’uomo” sono delle protesi normative a tutela della libertà personale, dei beni individuali e della privacy contro le interferenze di altri soggetti”. 

Il primo soggetto a essere escluso dai diritti è pertanto la collettività, tanto che, e questa è la prova del nove, questo concetto è del tutto estraneo a culture anche non integraliste – per quanto possa significare il termine “integralista” quando pronunciato da un soggetto appartenente a una cultura differente – alle quali, puntualmente, facciamo la guerra. In altri tempi vi era un senso superiore di appartenenza alla comunità, nel quale l’individuo si identificava non tanto rivendicando diritti ma soprattutto adempiendo a doveri, e cioè seguendo scrupolosamente delle regole collettive di comportamento. 

Il processo del progetto cosmopolitico al quale siamo stati e siamo sottoposti ha l’effetto implicito di investire le civiltà e le culture, cioè i popoli e gli Stati, privandoli della loro identità e della loro dignità. Confutare questo, semplicemente vedendo lo stato attuale delle cose, è impossibile. Una società, una collettività privata dello spirito comune è semplicemente una massa di individualità che non si sente legata a nulla se non a ogni proprio particolare. Estranei uno all’altro. Sperare che possano unirsi per una causa comune che necessita di mettere in campo tutto se stessi (non si penserà mica che ci lascino fare una rivoluzione pacata e democratica, vero?) è una speranza vana se prima non ci si riprenderà – o rifonderà – lo spirito della collettività. 

Ma esiste infine anche un terzo motivo ad ostacolare la nascita di una rivoluzione: nessuno, o quasi, è disposto a rinunciare a nulla di ciò che aveva sino a qualche tempo addietro. Anche se nel profondo di sé, e sono i casi migliori, quelli più lucidi, si ha la consapevolezza che quel mondo, quel modo di vivere, sia profondamente sbagliato e soprattutto non sopportabile né a livello psicologico né a livello delle risorse del pianeta, a livello pratico nessuno o quasi è veramente convinto di accettare volontariamente delle rinunce, in termini di confort moderno, per tornare a un tipo di vita sostenibile per se stessi, per le altre popolazioni sfruttate, e per la terra sulla quale vive. Questi puntano, e si battono nei modi che ritengono comodamente opportuni, affinché si torni a come si stava qualche anno addietro.

Certamente sperano intimamente che si torni alla situazione ante-crisi. Situazione già disastrosa, eppure considerata ipocritamente percorribile. Malgrado le storture che tale modello creava (e crea) nel mondo, la parte grassa del pianeta era egoisticamente convinta che fosse la sola percorribile: che il resto, in estrema sintesi, potesse andare solo in quel modo. Se stavamo distruggendo la terra e sfruttando altri popoli, nei salotti radical chic era cosa deprecabile, ma non tanto da fare in modo di cambiare la situazione se questo avesse comportato anche un impercettibile peggioramento della propria situazione.

Il termine italiano per definire tale comportamento esiste: ipocrisia. Che affiancata all’egoismo di non voler rinunciare a una situazione dal punto di vista materiale certamente più agiata rispetto a quella vissuta dagli altri quattro quinti della popolazione mondiale, forma una catena impossibile da spezzare. Stavamo distruggendo il mondo e affamando i popoli ma non si era disposti a nulla per cambiare la situazione.

 

A questo punto è evidente che sino a che non si riscoprirà un sentire comune, privo di pocrisia ed egoismi, non vi potrà mai essere anche una sollevazione comune, che in questo caso dovrebbe necessariamente prendere le forme di una rivoluzione comune. Alcuni sostengono che tale sentire debba inscriversi – o rifondarsi – nello spazio geografico dello Stato Nazione, altri ancora più in piccolo, in seno cioè a delle comunità locali geograficamente organizzate in un territorio comune, riconoscibile in quanto visibile a occhio nudo, cioè raggiungibile mediante prossimità. 

Sono probabilmente necessari entrambi gli scenari e spazi. Se  oggi non si riconosce neanche una solidarietà con i propri condomini, con i residenti nella propria via, nel proprio quartiere o nel proprio paese per quanto piccolo esso sia, sarà impossibile riconoscersi in uno spazio più grande come quello nazionale. Ma oggi c’è bisogno di un sentire comune più grande, continentale nel senso schmittiano di impero. È insomma l’Europa che deve reagire all’ondata mercantilista e utilitarista della forma-capitale proveniente dagli Usa e dilagata poi anche in parte dell’Oriente. Ma l’Europa di oggi dal punto di vista politico non esiste, e quella che esiste è in mano a tecnocrati e banchieri che hanno i medesimi interessi di chi dovrebbe invece ostacolare. L’Europa oggi non riconosce neanche il proprio nemico principale. Per dirla alla de Benoist, o l’Europa si farà in chiave anti-Usa e tutto ciò che gli Stati Uniti nel mondo rappresentano economicamente e culturalmente, oppure non si farà.

Valerio Lo Monaco
www.ilribelle.com
Giugno 2012

Per gentile concessione de “La Voce del Ribelle”

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Pubblicato da Davide

  • segretius

    Bellissimo articolo.

  • Georgejefferson

    Accozzaglia ideologica con dei fondi di verita a far da sfondo alle opinioni dell’articolante per spacciarle con la retorica per perle di saggezza.Meriterebbe la critica punto per punto valorizzando i fondi di verita’ ma sopratutto sottolineando le tante contraddizioni…ma..non ho tempo/voglia

  • Marshall

    Articolo perfetto. Chi non riesce a vedere che il punto cardine della situazione odierna consiste da un lato nella difficoltà dell’uomo moderno a rinunciare agli agi materiali, a non farsi possedere dalle cose, e dall’altro nella dottrina angloamericana delle conquiste individuali che ha trasformato i popoli in masse di individui l’uno contro l’altro che gridano per ottenere diritti superflui rinunciando ai diritti essenziali allora è cieco. L’isolamento del cittadino moderno, in casa fuori fra amici parenti condomini compagni, e non mi stancherò mai di dirlo, è alla base del potere dominante attuale e non è certo avvenuto per caso ma è il risultato di un lavoro di distruzione delle identità che fino all’altro ieri costituivano il tessuto sociale di ogni stato. L’articolo mette in evidenza anche che a differenza di quello che vuol dare ad intendere il sistema occidentale di potere attuale che si riempie tanto la bocca con la difesa delle differenze è invece il più assolutista e dogmatico dei sistemi possibili e distrugge tutte le società che non si piegano al suo volere perchè nel suo dna c’è che l’unica sua via di sopravvivenza è la dittatura globale e il pensiero unico.

  • bismark2005

    I motivi per cui non scoppia la rivoluzione? Essenzialmente 2:

    1)Gli Italiani stanno ancora troppo bene. Ad oggi è praticamente impossibile prenotare un ristorante, i cinema sono sempre pieni e nei supermercati devi fare la fila per pagare. Quindi si sta ancora bene.

    2)Gli italiani non sono un popolo da rivoluzione.

  • oriundo2006

    Dire che per un approccio marxiano ( che probabilmente Lo Monaco ben conosce ) è facile rispondere: i cambiamenti, tutti, quando attengono alla ‘struttura’ della società e non alla sua mera sovrastruttura ( o impalcatura ideologica, politica, giuridica, e alla fine anche il fattore economico ridotto allo strettissimo ‘consumo’ quotidiano: che puo’ dar quindi luogo solo a sollevazioni momentanee ma non a vere e proprie ‘rivoluzioni’ ) richiedono come condizione indispensabile che vi sia un modo di produzione alternativo presente ( sia pure in statu nascendi ), che sia attivo e che possa servire di modello per il futuro in quanto generalizzabile. Senza questo ‘terminus ad quem ‘, senza la presenza di classi sociali di ‘rottura’ rispetto al ‘passato’ in quanto classi sociali che si dedicano ad una altro ‘modo di produzione’ ( esempio evidente, borghesia industriale e commerciale di contro all’aristocrazia terriera avulsa da questo e dedita di preferenza a cacce e banchetti ), nessuna vera ‘rivoluzione’ è possibile. Oggi esiste questo ‘nuovo modo di produzione’ rispetto al nostro passato industriale e commerciale ? Se si’, allora è una questione di tempo ( e di analisi critica per farne emergere la ‘coscienza’ ). Se no, è una perdita di tempo andare avanti ad aspettarsi dei cambiamenti veri e strutturali. Meglio il ‘fine tuning’ keynesiano ( ovvero, il tirare a campa’ ).

  • ws

    ad essere onesti la sostanza di questo articolo e’ roba gia’ scritta ventanni fa da un certo numero di ” paria” sputacchiati ALLORA da tutti.

    .. chissa’ come le vedeva ALLORA Lo monaco

  • eresiarca

    Ancora con ‘sta fisima della “rivolzuione”? Ma non lo capite le che non si cambia dentro, l’azione esteriore non serve a nulla?

  • Giancarlo54

    L’articolo non aggiunge nulla di nuovo a quello che si sa. Lo Monaco prende atto dell’impossibilità oggettiva di una Rivoluzione, ma di questo abbiamo già preso atto in parecchi.
    Aggiungo solamente due annotazione.
    La prima è che il punto di cottura definitivo è ancora molto lontano, non ci sarà nessuna fiammata che possa a sua volta infiammare il popolo, la cottura delle “rane” a fuoco lento, cominciata anni fa, sta andando avanti coi suoi ritmi. Considerare la crisi iniziata nel 2008 l’inizio della “cottura” è sbagliato, semplicemente dal 2008 le “rane” hanno cominciato a sentire un aumento del riscaldamento dell’acqua, ma oramai l’acqua riscaldata è diventata pian piano il loro abitat naturale. Stanno, stiamo, le rane, bollendo pian piano.
    Seconda considerazione, di carattere pratico, una Rivoluzione per innescarsi ha bisogno di tre condizioni irrinunciabili:
    1) situazione economico sociale catastrofica ed insostenibile
    2) coscienza rivoluzionaria del popolo, vale a dire prendere atto che qualsiasi situazione è meglio della attuale situazione
    3) avanguardi rivoluzionaria che guidi la Rivoluzione.

    Mancano, appunto per la teoria della “cottura delle rane”, tutte e tre le condizioni oggettive, per cui, cari rivoluzionari, mettiamo via l’idea.

  • Pellegrino

    Dice “non esistono i popoli.. e te credo:> http://www.bbc.co.uk/news/uk-politics-18519395 – Il riportare la fine dei popli all’avvento del cristianesimo è una caduta che rovina l’articolo. L’universalismo cattolico non è mai stato “contro” i popoli, tutt’altro!

  • Truman

    Dice bismark2005: i cinema sono sempre pieni e nei supermercati devi fare la fila per pagare. Quindi si sta ancora bene..

    Sono molte volte che sento questo errore concettuale dei locali pieni che indicano benessere. Eppure basta guardarsi intorno per vedere che i locali che non riuscivano a fare il pieno hanno chiuso. E quelli che hanno qualche buco di clientela si arrabbattano con happy hour, sconti, promozioni, a raccogliere clientela.

    Sono passati anni da quando si vedevano locali quasi sempre vuoti che sopravvivevano misteriosamente. Eppure non era poi un gran mistero: lavoravano pochi mesi all’anno o poche ore al giorno e si accontentavano di piccoli guadagni; probabilmente si aiutavano con un po’ di evasione fiscale. Sono spariti.

    Insomma i locali tutti pieni sono proprio il sintomo che la crisi morde furiosamente.

  • andyconti

    Dei due argomenti cardine dell’articolo occorrerebbe analizzare di piu’. Fra le varie opzioni di analisi, consideriamone due:
    1. Identita’ dei popoli europei: quale identita’, quella dell’Europa delle patrie gollista (in stato di abbandono o ignorata) o quella che gia’ ci propinano da decenni e che ci ha portato alla bancarotta?
    2. Consumismo. Quale, quello basato su carte di credito e sull’attingere ai patrimoni dei nonni o quello della percentuale di categorie che spazzolano denaro di Stato o evandendo il fisco (buona parte della popolazione italiana, comunque)? Poco comunque quello che deriva da produttivita’ effettiva.

  • VeniWeedyVici

    Tutto giusto, tranne una grave mancanza: non ricordare l’ assopimento della coscienza razziale, causa prima del declino e della potenziale fine dei popoli (bianchi, visto che gli altri ce l’ hanno benissimo). Fuori tutti gli immigrati non-bianchi dall’ Europa, perché se cosí non sará avrete una bella guerra razziale al posto della fantomatica “rivoluzione”.

  • ottavino

    Non male l’articolo. Io credo che il punto focale sia il fatto che la gente non è scema. Sotto sotto ha la percezione che il sistema “occidentale”, pur basato sullo sfruttamento di risorse indiscriminato e profondamente sbagliato, è quello che gli può garantire lo standard di vita più elevato. Perciò chi glielo fa fare di avversarlo?. Fino a che dura nessuno dirà niente. E anche quando crollerà nessuno se la prenderà con “il potere”. Ci limiteremo a ucciderci tra di noi.

  • GioCo

    La posizione di Lo Monaco è per me nota fino al punto di sentirla “scontata” e in una certa misura “banale”. Tuttavia non è ne scontata, ne banale, dato che mi obbliga ogni volta a considerare un punto di vista che vorrei superato, ma che ritorna con meccanica persecuzione, come il moto compulsivo di certa follia isterica.
    Lo Monaco si fa portavoce di un malessere, di una parte (maggioranza?) di persone, che vorrebbero una rivoluzione (promossa da altri?) o almeno un movimento realmente rivoluzionario, e cercano per ciò un leader che sia capace di mettere idee e passione, per convogliare verso queste idee l’energia (frustrazione?) e il desiderio di rivoluzione.
    Lo Monaco spiega le sue ragioni per cui tale rivoluzione è lontana, ma a me verrebbe da ribadire in modo maligno che “ognuno cià le sue scuse per sottrarsi al dovere”.
    Viviamo in un modo estremamente globalizzato, complesso, disorganico, tecnologico, prolifico e in cambiamento e accelerazione costanti e lo vediamo dall’interno della lente distorta della nostra realtà occidentale, cioè stando seduti dentro l’occhio del ciclone. Difficile per ciò dare giudizi così netti e fare affermazioni così categoriche, se non aggrappandosi alle proprie compulsioni emotive.
    Forse Lo Monaco non si è accordo che “la realtà occidentale”, (o accidentale?) cioè di cultura principale anglosassone è già in disfacimento e che è la stessa élite detta il piano per tale disfacimento? Forse non si è accorto che non ha molto senso parlare di rivoluzione in un modo in rivoluzione in cui si segue un idea, non tanto perchè piacevole ma perché pare “unica”? Noi siamo già nella rivoluzione, che ci piaccia oppure no, la subiremo (cercando di fare i conservatori) o la combatteremo (come unica versione proposta), ognuno a proprio modo. Ma nessuno sarà immune da un cambiamento radicale, profondo, intimo e totale, nemmeno le élite, perché se cambia lo stato del resto dell’umanità, anche loro ne subiranno le conseguenze, la differenza è solo nel fatto che loro sono preparati al cambiamento e stanno cercando di tenerlo sotto controllo, il resto del mondo no.
    Forse Lo Monaco non si è accorto che i forconi o le bandiere colorate, sono l’aspetto superficiale e tragico di una rivoluzione. Le idee, sostengono le trasformazioni sociali, anche senza che ciò appaia con evidenti “movimenti di massa”, significato distorto a cui si rifà la parola “rivoluzioni” oggi. Quelle rivoluzioni, nella storia dei popoli, hanno solo decretato la fine di un processo in corso, che avrebbe comunque dato i suoi frutti, tanto nel bene quanto nel male, non hanno mai ne cominciato qualcosa di buono ne cambiato in meglio le condizioni delle masse. Le “rivoluzioni”, anche se non ci sono mai state tramandate con questo significato, hanno più spesso rallentato o impedito piuttosto che agevolato il riscatto e il benessere dei popoli.
    A me dispiace che la maggioranza rimanga in stato ipnotico e acritico, attaccata alla propria educazione, ma se qualcuno dovesse chiedermi “perché nessuno si ribella”, gli risponderei semplicemente “smetti di guardare la TV”.

  • bstrnt

    Credo che la tua analisi sia corretta. Le dottrine psicopatiche e aberranti dei fondamentalisti puritani, scientificamente iniettate come virus nel corpo dell’Europa, ci hanno resi assuefatti allo squallore imperante, sì l’USIA (ministero della propaganda USA) è riuscita bene ne suo sporco lavoro, quindi infarcire l’Europa di quisling immondi ha completato l’opera. Poi quando queste dottrine vengono a contatto con entità, magari tribali o fortemente etnicizzate (vedi Afganistan, Iraq, Libia) difficilmente riescono ad imporsi, anzi, alimentano sempre più l’astio e il risentimento di quelle popolazioni contro il “grande satana” (mai appellativo è stato più azzeccato), c’è solo una cosa da dire: queste popolazioni sono molto più libere di noi e mantengono ancora quella morale e dignità che abbiamo perduto (forse per sempre).

  • bstrnt

    Come funzionano bene le balle che ci propinano! Non ti viene in mente proprio nessun altro tipo di società che non quella psicopatica e sostanzialmente criminale definita “occidente”?
    Ti sei mai posto la domanda di quale sia lo scopo della tua vita? Fare soldi, perdere dignità e morale, angustiare il tuo prossimo e essere a tua volta angustiato e poi tirare le cuoia e portarti magari un rotolo di foglietti verdi o multicolori nella bara, oppure qualche lingottino di metallo lucido o è forse meglio cercare di entrare in sintonia con tutto ciò che ti circonda (cosa purtroppo difficile visto che tutti non si è né Siddharta né menti illuminate)? Comunque credo che tentare di capire non guasti.
    Siamo in una società ad alta entropia, quindi tenderà inevitabilmente all’autodistruzione.
    Credo che stia cambiando tutto, credo presto si passerà dalla scienza compartimentata in settori (che ha partorito i “sistemi” che conosciamo) a una scienza olistica, molto più complessa che rivolterà gli attuali sistemi (ivi compresi quelli economici) come calzini.
    Mai sentito parlare di entanglement, domini di coerenza, quantum jazz? Sono sfacettature della punta di un iceberg ancora completamente ignoto che già sta rivoluzionando il mondo conosciuto. In pratica è l’ignoranza, scientificamente instillata in ognuno di noi che ci fa ancora discutere su quale dei beceri sistemi del passato o presente ci si debba votare … sono stati tutti delle truffe dei più potenti nei confronti dei più deboli, anche se qualcuno partiva da buoni propositi, ma, come si sa, le vie dell’inferno sono tutte lastricate di buoni propositi.

  • andyconti

    Giusto. Accetteremo solo immigrati romeni, russi, sudamericani purche’ bianchi (quindi della zona sud del continente), perche’ la fine dei popoli e’ colpa dei negri, mulatti, gialli e non dei burattinai che governano e dei bianchi elettori, ragion per la quale, effettivamente, e’ sempre stato difficile sperare in una qualche rivoluzione, che dovrebbe prima avvenire nel cervello dei bianchi stessi. La guerra razziale, invece, e’ possibile, cosi’ i lavori che attualmente fanno i non bianchi finalmente saranno a disposizione dei bianchi disoccupati.

  • andyconti

    Non conoscevo tutte le parole che hai citato, investighero’. L’entropia, si, cosi’ sembra, ma quante volte la societa’ occidentale e’ stata data per spacciata? Vedremo come sapra’ camaleontizzarsi questa volta.

  • RicBo

    Interessante questo articolo, condivido quasi tutte le teorie che espone. Una delle perle che ogni tanto CDC si degna di regalare.