Home / ComeDonChisciotte / COME STUPRARE UNA BAMBINA E VIVERE FELICI

COME STUPRARE UNA BAMBINA E VIVERE FELICI

DI FRANCESCO LORENZETTI

Movimento arancione

Sulla giustizia penale esistono vari luoghi comuni. Il primo in ordine di importanza e diffusione è senz’altro che in Italia “le leggi ci sono, basterebbe farle rispettare”. Si sente questa frase ovunque, dai bar alle fermate dell’autobus, e di volta in volta essa acquisisce sempre maggiore credito presso la popolazione, la quale è portata a credere che la legge, come avrebbero voluto le speranze illuministe, possegga ancora una certa validità, e che i disservizi e i problemi di ogni genere che si riscontrano nella prassi siano quasi esclusivamente da attribuire alle manchevolezze degli operatori del settore.

A chi la pensa in questo modo è dedicato il seguente articolo, nel quale mi divertirò in un gioco che già il magistrato Bruno Tinti aveva tentato con successo, quello cioè di indignare i lettori con un esempio teorico di applicazione pedissequa delle prescrizioni del codice penale ad un reato di particolare gravità, così da metterne in evidenza le aberranti conseguenze sul piano sanzionatorio e dimostrare una volta per tutte che non basta “applicare le leggi” e che urge anzi un vigoroso ripensamento riguardo all’intera impostazione codicistica.

Bruno Tinti, nel suo libro “Toghe rotte”, porta l’esempio dell’omicidio. Io vorrei invece usare quello di un reato solitamente percepito come meno grave, ma che secondo la mia opinione è in realtà, per chi lo commette, il segnale di una pericolosità sociale e di una tendenza a delinquere del tutto simili a quelle proprie di un assassino. Sto parlando, ovviamente, della violenza sessuale.

Ne parla la parte speciale del codice agli articoli 609 bis e seguenti, dove si prendono in considerazione varie ipotesi riconducibili alla figura criminosa in esame. Per il nostro esempio prenderemo il caso di una violenza aggravata dalla giovane età della vittima, ricadendo così nella previsione dell’art. 609 ter (minori di anni 14), e per sovrappiù mettiamoci anche l’aggravante delle sevizie, immaginando che il reo abbia anche picchiato o torturato la vittima.

Partiamo dal primo dato: l’articolo citato prescrive che per chi stupra una bambina la pena edittale sia la reclusione “dai 6 ai 12 anni”. All’interno di questo spazio il giudice ha la facoltà, secondo il disposto dell’art. 133 c.p., di commisurare la pena “in relazione alla sua gravità”. La prima cosa da tenere presente, però, è che la giurisprudenza pressoché costante tende a commisurare la pena nel minimo edittale perciò la base di partenza in questo caso è sempre, nella prassi, 6 anni. Le motivazioni di questo atteggiamento giurisprudenziale sono complesse, e andrebbero analizzate in separata sede. Ci basti sapere che la valutazione sulla “gravità del fatto” è tendenzialmente demandata al giudizio di bilanciamento aggravanti/attenuanti legislativamente tipizzate ex art 69 piuttosto che al generico e atipico apprezzamento del giudice ex art 133, il quale pone gravi problemi interpretativi a causa dell’ampiezza della sua portata.

Ora, se contro il reo esistono prove schiaccianti, e questo non è completamente scemo, sceglierà di essere giudicato attraverso il cosiddetto “rito abbreviato”, per il semplice motivo che tale procedimento, oltre ad essere più veloce e meno costoso, garantisce automaticamente all’eventuale condannato uno sconto di pena di 1/3. In questo modo arriviamo ad un massimo di 4 anni.

Ma neanche per idea li diamo al nostro stupratore. Infatti, bisogna tenere conto, come ci insegna il nostro sistema buonista e cattocomunista, che un criminale non ha mai tutta la colpa per quello che fa. La colpa è sempre della società, del papà che lo picchiava, dell’ambiente degradato in cui è vissuto, del fatto che da piccolo non gli hanno regalato il trenino ecc. Tutte cose che, a norma dell’art. 62 bis, vanno a costituire le cosiddette “attenuanti generiche”, ultimo ritrovato in fatto di civiltà giuridica, le quali garantiscono un ulteriore sconto di pena fino ad 1/3. E tenete presente che, nella prassi applicativa, non esiste caso in cui queste attenuanti non siano concesse, tanto che qualcuno ha scritto che esse sono diventate “come un bicchier d’acqua che non si nega a nessuno”.

Ma voi mi farete notare che prima ho parlato anche di aggravanti dovute alle sevizie, sicché come tutte le persone sensate vi immaginate che le aggravanti e le attenuanti si sommino in un calcolo “a partita doppia”, per così dire. Purtroppo però le cose non funzionano affatto così, e il buon senso anche in questo caso non ci serve a molto. Quello che deve effettuare il giudice in caso di compresenza di attenuanti e aggravanti è piuttosto un “giudizio di prevalenza” delle prime o delle seconde: se prevarranno le prime, si applicheranno solo quelle, e viceversa nel caso contrario. Dispone infatti l’articolo 69 c.p. “Se le circostanze attenuanti sono ritenute prevalenti su quelle aggravanti, non si tiene conto degli aumenti di pena stabiliti per queste ultime”. Sconcertante, vero?

E non serve aggiungere che, naturalmente, non si registrano nella prassi applicativa casi di prevalenza delle aggravanti sulle attenuanti. Prevalgono sempre le attenuanti, anche perché la loro applicazione è molto più facile e flessibile (si pensi all’esistenza delle suddette attenuanti “generiche”, o dell’attenuante automatica in caso di risarcimento del danno). Inoltre, le attenuanti possibili – contrariamente alle aggravanti – sono parecchie e anche molto fantasiose (vedi art. 62): “L’avere agito per motivi di particolare valore morale o sociale” (no comment); “L’avere agito per suggestione della folla in tumulto” (sigh!); “L’avere agito in stato d’ira” (infatti tutti sanno che è più grave se uno esegue un delitto con calma e tranquillità) ecc.

Torniamo così al nostro caso di scuola: con l’applicazione di una sola attenuante (poniamo generica) siamo a 2,6 periodico anni di reclusione. E qui vi lascio con due possibili finali, nessuno dei due molto rassicurante: nel caso il reo risarcisca il danno alla vittima, ottiene un ulteriore sconto di 1/3 che lo porta al di sotto dei 2 anni, limite massimo per l’applicazione della cosiddetta “sospensione condizionale della pena”, che è una sorta di perdono giudiziale senza alcuna conseguenza penale.

Nel caso, invece, il reo non riesca o non voglia risarcire il danno, non andrà comunque in galera perché al di sotto dei 3 anni (eravamo a 2,6) c’è il cosiddetto “affidamento in prova ai servizi sociali”, che lascia libero il condannato sotto la guida di un assistente che gli farà periodicamente visita per aiutarlo a reinserirsi in società.

A questo punto, di solito c’è chi obietta che, almeno, la sentenza può essere utile come “ammonizione” al reo, data la disciplina della recidiva che solitamente si vede nei film. Tutti, infatti, siamo convinti che, come accade nei polizieschi americani, chi ha già commesso un reato rischi un trattamento sanzionatorio di particolare gravità nel caso ricada nel comportamento criminoso. Sicché a conclusione del mio esempio si potrebbe dire che, almeno, il reo difficilmente tornerà a delinquere, e che se lo farà le conseguenze saranno, finalmente, proporzionate alla sua pericolosità sociale. Anche questa convinzione è molto diffusa, ma purtroppo errata, almeno nel nostro paese. In Italia, la recidiva è considerata soltanto un’aggravante, perciò per i motivi sopra spiegati finisce sempre per essere accantonata assieme alle altre aggravanti nel “giudizio di prevalenza” di cui all’art.69 c.p. Di essa, di fatto, si tiene conto soltanto ai fini di alcuni effetti penali secondari che è inutile elencare.

Dunque, riepilogando: un tizio prende una bambina, la picchia e la stupra, poi subisce un processo veloce detto “rito abbreviato”, viene condannato, ma se ne torna a casa come nulla fosse successo a seguito di una sentenza di sospensione condizionale o di affidamento ai servizi sociali. Addirittura, se volesse, sa che potrebbe anche ripetere l’esperienza delittuosa, e le conseguenze sarebbero le stesse. Il tutto, naturalmente, a norma di legge, per cui il delinquente alla fine del gioco potrebbe anche avere l’impressione che, in fondo, non ha commesso un atto tanto grave.

Francesco Lorenzetti
Fonte: http://movimentoarancione.blogspot.com
Link: http://movimentoarancione.blogspot.com/2008/06/come-stuprare-una-bambina-e-vivere.html
14.06.08

Visto su La voce del Gongoro

Pubblicato da Davide

  • SempreIo

    Questo Francesco dovrebbe vergognarsi, parecchio, invece si starà beando dei facili consensi, di gente rozza e vendicativa, che riuscirà ad ottenere con questo suo gioco.

    Per Francesco infatti di gioco si tratta: “mi divertirò in un gioco […] di indignare i lettori”.
    Che bello, Francesco si diverte usando le disgrazie di una bimba a cui è stata usata violenza, anche se teorica.
    Comincia tu a lasciare quella bambina, anche teorica, libera di divertirsi e di godersi l’infanzia.

    Alessio

  • alexg

    L’articolo mette in evidenza una realta’ agghiacciante.
    Una situazione da film horror per qualsiasi persona dotata di buon senso.

    Conoscendo il mondo, pero’, non mi stupisce che soggetti come “SempreIo” facciano osservazioni imbecilli.

    Il genere umano, si sa, e’ composto perlopiu’ da bestiame intellettuale e, quindi, e’ piu’ facile ascoltare osservazioni ottuse, piuttosto che ragionamenti illumintati.

    Trovo che l’articolo di Lorenzetti sia illuminante.

    E rifletto su come si possa pensare di far rinascere l’Italia attraverso le regole se non ci sono garanzie sulla civile esistenza.
    Le leggi sembrano fatte apposta per schiacciare il cittadino comune e salvare in qualche modo la feccia, quella in basso e quella in alto.

  • SempreIo

    alexg penso ti stai sbagliando: “L’articolo mette in evidenza una realta’ agghiacciante”.

    No, non è realtà, e non è illuminante.
    O meglio, illumina sulla mancanza di approfondimento.
    Forse volutamente omesso da Francesco, spero di no, ti invito a leggere l’articolo 164 del Codice Penale: Limiti entro i quali è ammessa la sospensione condizionale della pena.

    Dopo averlo letto capirai che quanto afferma Francesco verso la fine del suo intervento – “Addirittura, se volesse, sa che potrebbe anche ripetere l’esperienza delittuosa, e le conseguenze sarebbero le stesse” – è falso.

    Alessio

  • SempreIo

    alexg, per favore aiutami a capire cosa c’è di illuminante – e non subdolo – nel citare delle attenuanti che nulla hanno a che fare con il caso di uno stupro:
    “L’avere agito per motivi di particolare valore morale o sociale”

    E perchè Francesco non ha riportato correttamente l’attenuante sull’ira?:
    “l’aver agito in stato di ira, determinato da un fatto ingiusto altrui”, mah, guarda te, “determinato da un fatto ingusto altrui” dimenticato.

    Ultimo, ho commentato sull’uso vergognoso di una bimba stuprata, anche se teorica, non la critica al funzionamento della giustizia penale.

    Viva Porta a Porta e Buona Domenica.

    Alessio

  • Starway

    Ma che razza di commento è?

    Non mi pare che l’articolo volesse essere uno sprono a violentare bambini, quello era il pretesto per discutere di un altro argomento.

    Seguendo il tuo ragionamento dovremmo evitare di discutere di tutto quanto è brutto e sbagliato, e quindi quasi tutto quello che è scritto in questo sito.

    Daniele

  • illupodeicieli

    Ti posso portare (e nel mio blog lo troverai) il mio caso, non di stupratore certo, dove invece la legge funziona e si accanisce nei confronti di una persona (io) e ancora prima di essere giudicata. Forse ho avuto avvocati gonzi e io stesso sarei e sono gonzo: sta di fatto che dappertutto leggo della lentezza delle giustizia , del fatto che manca l’organico: a me (per dirla in gergo sardo) mi giudicano, mi condannano,agli altri invece niente, non solo ma neppure li cercano: di più, errore di notifica, rinviato il tutto a chissà quando. Per un fallimento mi mandano due volte i carabinieri a casa; per sequestrarmi l’automobile (e lasciarmi a piedi) due volte la polizia investigativa (che mi ha detto che era tre mesi che mi teneva d’occhio: laddove era sufficiente una comunicazione al mio legale invitandomi a consegnare l’auto,visto che centinaia di milioni di merce l’avevano già presa e ritirata dal mio magazzino). Quindi capisco solo che c’è gente sveglia, che commette reati (credo più gravi del mio), e che con opportuni accorgimenti riesce a farla franca o a ridurre a un minimo la pena. Credo di aver divagato anche troppo e chiedo scusa.

  • SempreIo

    Cari lettori,
    ho sbagliato tutto, ho commentato un articolo senza aver capito dove volesse parare l’autore.

    Quel “movimentoarancione” nell’URL, all’inizio, non mi ha incuriosito, poi, dopo le critiche al mio commento, sono andato a verificare:
    movimento giovanile liberale.
    Ecco spiegato, probabilmente, il perchè della scelta sullo stupro, invece che effrazione, rapina, furto o altri reati: consenso, facile, facilissimo.

    Per chi non avesse letto bene, Francesco vorrebbe esprimere una critica verso il funzionamento della giustizia penale, in generale. Non si occupa di stupri di minori.
    Siamo d’accordo su questo o no?

    Avrebbe potuto argomentare basandosi su un qualsiasi reato di una certa entità, perchè non ha scelto, ad esempio, “Come fare una rapina in banca e vivere felici“? Semplice, è una leva molto meno potente. Rischierebbe addirittura di promuovere simpatia per chi, per una volta, riesce a fargliela alle banche.

    Per chiarezza, riporto le risposte ad alexg, che “L’articolo mette in evidenza una realta’ agghiacciante” e sui “ragionamenti illumintati”:

    —–
    No, non è realtà, e non è illuminante.
    O meglio, illumina sulla mancanza di approfondimento(*).
    Forse volutamente omesso da Francesco, spero di no, ti invito a leggere l’articolo 164 del Codice Penale: Limiti entro i quali è ammessa la sospensione condizionale della pena.

    Dopo averlo letto capirai che quanto afferma Francesco verso la fine del suo intervento – “Addirittura, se volesse, sa che potrebbe anche ripetere l’esperienza delittuosa, e le conseguenze sarebbero le stesse” – è falso.

    —–
    E
    —–
    alexg, per favore aiutami a capire cosa c’è di illuminante – e non subdolo – nel citare delle attenuanti che nulla hanno a che fare con il caso di uno stupro:
    “L’avere agito per motivi di particolare valore morale o sociale”

    E perchè Francesco non ha riportato correttamente l’attenuante sull’ira?: “l’aver agito in stato di ira, determinato da un fatto ingiusto altrui”, mah, guarda te, “determinato da un fatto ingusto altrui” dimenticato.
    —–

    (*) ho letto i commenti all’articolo sul blog di Francesco. E’ lui stesso a dire:
    Purtroppo lo spazio di un post non è sufficiente a definire nel dettaglio tutti gli aspetti toccati, i quali necessiterebbero certamente di alcune precisazioni
    e aggiunge:
    Non volevo mettere troppa carne al fuoco, volevo solo incuriosire i lettori cercando di mostrare come l’ideologia della “rieducazione penale”, dominante ancora oggi sebbene molto in crisi, possa portare a tremende aberrazioni indulgenzialiste.

    Chiedo scusa se nel fare ciò ho usato una certa approssimazione…

    Sono sempre più dell’idea che non avrebbe dovuto usare lo stupro di una bimba per parlare di gustizia penale e tantomento con “approssimazione”.
    Ciao a tutti,
    Alessio

  • marzian

    Sono d’accordo. Lorenzetti ha imparato che il giustizialismo demagogico paga da Di Pietro e dal suo sodale Grillo.

  • Hassan

    SempreIo, ho pensato le stesse cose che hai scritto tu quando ho letto il titolo (e poi il resto) di questo articolo. Poi sono andato a vedere il blog da cui è stato preso questo articolo, e vedendo i vari link a “Tocqueville”, “L’Occidentale”, e le altre cagatine neocon, ho capito tutto.

    Tra l’altro, sospetto che ComeDonChisciotte abbia pubblicato questo articolo solo per il sapore vagamente “femminista” e vittimista del titolo (la “bambina stuprata”). E’ probabile che se il Franceschetti avesse parlato di “bambino stuprato”, o “bambino maschio ucciso dalla madre”, costruendoci sopra il suo articolo, non sarebbe stato pubblicato. Perchè non si sarebbe potuto fare del vittimismo in chiave femminista.

  • StefanoVaj

    Uno resta veramente scorato a vedere come la demagogia forcaiola un tanto al chilo tiri sempre, nella più pura tradizione dei capital bills vittoriani e delle grida manzoniane.

    Il tutto condito da esegesi grottesche sul supposto buonismo del codice Rocco, e sparate su quei mollaccioni di pubblici ministeri e giudici che mostrerebbero ingiustificata comprensione nei confronti di soggetti che viceversa sono pagati per perseguitare.

    Resta l’ignoranza di principi basilari di analisi economica del diritto, come il fatto che innalzare eccessivamente ad esempio le pene edittali per violenza carnale significa rendere più conveniente per lo stupratore l’equazione “omicidio della vittima = minori rischi di essere beccato” (ma dimenticavo, per il nostro polemista in fin dei conti l’omicidio rispetto alla violenza carnale è un reato sopravvalutato; teoria invero bizzarra, che fa sospettare qualche problema psicologico personale di rimozione).

    Oppure il fatto che gli “sconti” legati al patteggiamento o al rito abbreviato sono ciò che consente al sistema di investigare e perseguire *più* reati di quelli che potrebbe processare se tali sconti non vi fossero, e perciò ogni imputato si valesse della sua prerogativa di essere giudicato a seguito di un processo completo. Con la conseguenza tra l’altro di una deterrenza più efficace, che non dovrebbe essere legata al fatto che ad un colpevole su dieci venga tagliata la testa per far divertire il popolo, ma che cinque colpevoli su dieci si trovino *davvero* ad affrontare dei problemi, e non solo sulla carta.

  • Paxtibi

    Complimenti, una serie di commenti davvero demenziali. Ve la meritate proprio questa giustizia rovesciata.
    Ma forse a voi va bene, ognuno ha i suoi vizietti, del resto.

  • illupodeicieli

    E’ il tuo parere sul mio commento? Grazie della considerazione. Mi annoterò il tuo nome sperando nella mia memoria o quanto meno quando leggerò insulti anonimi, o con un nome falso e di comodo, penserò che dietro agli insulti ci sei tu. Tu non sai niente di me e della mia situazione, e delle situazioni che hanno vissuto e vivono persone nella mia situazione: non ti dirò “non ti permetto di ” oppure cose che sposterebbero, come hai fatto tu il discorso. E’ evidente che non hai capito:e non è colpa tua e neppure mia.