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COME SI RIDEFINIRA' IL MONDO ARABO ?

DI ROBERT FISK
independent.co.uk/

Il secondo risveglio arabo della storia – il primo fu la rivolta contro l’impero ottomano – richiede alcune nuove definizioni e forse anche alcune nuove parole. E un nuovo calcolo che registri all’istante la vecchia era dei dittatori e il crescente esercito dei giovani. Chi sopravvive fino alla senilità potrà entrare nella categoria dei grandi criminali politici della storia contemporanea.

Il mio collega magrebino Béchir Ben Yahmed ha segnalato che, dopo 42 anni al potere, Muammar Gheddafi appartiene ai peggiori della storia. Kim II-Sung arrivò a 46 anni, Saddam Hussein solo a 35. Mubarak compì i 32 anni nella scala dei dittatori; Sékou Touré, in Guinea, 26, come Franco in Spagna e Salazar in Portogallo. In questa scala, i rachitici 10 anni di Tony Blair riducono sostanzialmente il suo statuto di criminale di guerra. Invece di un processo per l’invasione illegale dell’Iraq, gli si potrebbe permettere una villa di lusso a Sharm el-Sheikh (che era dove a Cherie piaceva soggiornare a spese del governo Mubarak).Ben Yahmed suggerisce che nel caso della Libia ci si trovi davanti, più che a una rivoluzione, a un’anarchia rivoluzionaria basata sul tribalismo, al punto che la Libia potrebbe trovarsi in un processo di disintegrazione. Non sono sicuro di condividere, anche se, in effetti, i cittadini di Bengasi vogliono far sapere a quelli di Tripoli d’essere i loro liberatori. Gheddafi, di fatto, è una specie di “recidivo” che, benché l’opposizione abbia cantato vittoria troppo presto, ha solo metà del suo potere e che è destinato a perderlo.

Dovremo anche, ne sono sicuro, ridefinire la natura dell’atto che accese la fiamma proverbiale – e reale – : l’immolazione di Mohamed Bouzazi, il quale, oppresso dallo Stato e dalla sua corruzione, e poi schiaffeggiato da una poliziotta, scelse la morte invece della qahr, che potremmo tradurre con “impotenza assoluta”. Preferì, usando le parole dello psicanalista turco Fethi Benslama, l’annichilimento al vuoto assoluto. Bouazazi, però, non si unirà alla lista dei martiri che piacciono a Al Qaeda. Non si portò con sé dei nemici; la sua jihad è nata dalla disperazione, che non è sicuramente alimentata dal Corano. Ha dimostrato che un suicida può generare una rivoluzione senza proporselo e convertirsi in martire per un popolo, più che per Dio. La sua morte – anche se mi diranno che la sua decisione corrisponde a una volontà più alta – non gli garantisce l’entrata in paradiso, ma gli si deve concedere molta più importanza politica che a un attacco kamikaze. E’ stato, di fatto, un antikamikaze.

Oggi che l’ultima Rue Pétain, ancora rimasta, è stata cancellata nella Francia rurale – Beirut sostituì la sua nel 1941, con la caduta del regime di Vichy – val la pena ricordare che, nel momento stesso in cui cadrà il regime, molti dei tributi con cui si adulava Gheddafi finiranno nei rifiuti. I musei del Libro Verde – e forse anche i resti della sua casa distrutta dalle bombe americane nel 1986 – avranno, a un certo momento, una fine furiosa. Il giorno dopo la caduta di Mubarak, il personale dell’hotel Marriott a Zamalek fece a pezzi il suo ritratto; i visitatori futuri noteranno con inquietudine la strana chiarezza della tappezzeria alla sinistra della reception.
E ci sono molte strade Mubarak, stadi Mubarak e ospedali Mubarak da rinominare. L’economista Mohamed el-Dahshan parla di “de-mubarakizzazione” dell’Egitto; suppongo che ora tutte le strade Mubarak si chiameranno strade 25 gennaio – data d’inizio della rivoluzione egizia – e temo anche che se l’80% scita del Bahrein riuscirà un giorno a governare il paese, ci sarà molto da “scaliffare”. In Libia, la “degheddafizzazione” è già cominciata. Anche se la rivoluzione egizia è – salvo contraccolpi del vecchio apparato di Mubarak – la storia più felice del Medio Oriente di cui mi sia occupato, temo tuttavia che le altre storie finiranno in lacrime, poiché spesso le nuove democrazie si trasformano in regimi simili agli anteriori. L’Arabia Saudita continua ad essere l’alfiere negro della mia scacchiera. Vedremo cosa succede venerdì prossimo.

Spero comunque che il fervore dei rivoluzionari del mondo arabo non porti a cancellare l’identità di intere città. Bengasi non deve trasformarsi nella città degli 11 martiri – come Stalingrado si trasformò nella patetica Volgograd – né bisogna cambiare il nome a Tobruk. I tunisini adottarono Cartagine come nome poetico per Tunisi. Al proposito, è necessario ricordare la storia recente delle terre che noi giornalisti percorriamo ora velocemente con le nostre 4×4. I miei colleghi che arrivano in Libia dall’ovest, passano da El Alamein e da lì raggiungono Tobruk. La settimana scorsa arrivavo di notte da Tunisi, a ovest, e i fari illuminavano i cartelli con i nomi dei paesi, fino al passo di Kasserine, dove gli americani credevano d’aver inferto un duro colpo a Rommel, ma ne ricevettero uno più sanguinoso dall’Afrika Korps a Mareth, famoso per la linea Mareth, sistema di fortificazione costruito dai francesi prima della seconda guerra mondiale. Tobruk cadde nelle mani degli inglesi nel gennaio del 1941, fu assediata dall’Afrika Korps per 200 giorni, liberata dal generale Cunningham in novembre, catturata da Rommel nel giugno del 1942 – un disastro, disse Churchill ascoltando la notizia durante una visita alla Casa Bianca – e riconquistata dagli alleati cinque mesi più tardi. Adesso Tobruk è la prima città caduta nel controllo degli oppositori a Gheddafi. Lo sceneggiatore francese Michel Audiard, che ha scritto le sceneggiature diLo Zorro del deserto e Un taxi per Tobruk, disse che “l’unica cosa piacevole della guerra è la sfilata della vittoria…. prima di questo è solo una merda”.

Chi non è d’accordo, sempre che vinca chi deve vincere?

“Recidivi”, Antikamikaze, rivoluzioni, rivolte, risvegli arabi: hanno in comune d’essere vicende sanguinose. Devo dire, tuttavia, che la definizione che preferisco è apparsa la settimana scorsa in una splendida vignetta del giornale tunisino La Presse, il giorno seguente che Beji Caid Essebsi fu nominato primo ministro: “In realtà – dice la vignetta – il nostro vero primo ministro si chiama Facebook”.

Rober Fisk
Fonte: www.rebelion.org
Link: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=123696
6.03.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MARIO SEI

Versione originale:

Fonte :www.independent.co.uk
Link: http://www.independent.co.uk/opinion/commentators/fisk/robert-fisk-the-tunisian-whose-ijihadi-was-for-the-people-not-god-2232981.html
5.03.2011

Pubblicato da Davide

  • Jack-Ben

    Articoli del genere sono tristi…. ormai anche i paracarri che costeggiano la “tangenziale” per Roncobilaccio sanno che e’ tutta una partita preconfezionata dove a lasciarci le penne sono il soliti noti…. quanto inchiostro sprecato. Peccato l’articolista ha perso un’altra occasione per …. riposarsi.
    Ma la gente ci crede veramente a quello che scrive??

  • Kiddo

    Si delinea sempre piu’ chiaramente che a prenderlo nel C… sara’ l’ ENI in primis e gli interessi italiani. Mentre Sarkozy minaccia i bombardamenti sulla Libia,il figlio di Gheddafi minaccia L’Italia per il voltafaccia…Bah…

  • nettuno

    ROBERT FISK SMETTI DI FARE PROPAGANDA IDIOTA SU QUESTO SITO !

  • vimana2

    ????????????
    Ma che articoli postate?

  • Fabriizio

    Quanto inchiostro sprecato. Ma chi lo paga ? La British Petroleum ?

  • dana74

    che brutto articolo, penoso FIsk e meno male che scrive per rebellion….ci vuoi la foto di Suleiman al posto di MubaraK?

    Ma si è accorto che la gente si è accorta di essere stata presa per i fondelli in Tunisia e Egitto? Accomunare poi la Libia che ha altre implicazioni.
    E sembrava anche accorto come giornalista, sembrava appunto.