Home / ComeDonChisciotte / COME SE NE ESCE ? CON UNA RIVOLUZIONE

COME SE NE ESCE ? CON UNA RIVOLUZIONE

DI CESARE ALLARA
antimperialista.it

Fra le interviste realizzate durante la manifestazione dello scorso 31 marzo a Milano, Occupyamo Piazza Affari, ho particolarmente apprezzato quella a Gigi Viglino, che interpellato sul modo di uscire dalla drammatica situazione economica in cui si dibatte tanta parte del popolo italiano, dopo averci pensato cinque secondi, ha risposto: “Con una rivoluzione”. Concordo con Gigi, perché oggi la prospettiva rivoluzionaria è l’unica opzione seria da mettere in campo per tentare di contrastare le politiche liberiste.

Il solo nominare la parola rivoluzione sino a poco tempo fa faceva sorridere o destava scalpore. Ricordo lo stupore di Michele Santoro quando due anni fa nel corso di “Annozero”, Mario Monicelli, interrogato sulla situazione italiana, disse testualmente: “Come finisce questo film? Non lo so. Io spero che finisca con quello che in Italia non c’è mai stato: una bella rivoluzione”.

A seguito, “SULLA RIVOLUZIONE” – RISPOSTA A CESARE ALLARA (COSTANZO PREVE);

Per decenni si è pensato che il capitalismo vigente nell’Occidente industrializzato fosse la migliore forma di organizzazione sociale. Addirittura, nel 1976 Enrico Berlinguer arrivò a teorizzare che il socialismo poteva esser meglio realizzato sotto l’ombrello della NATO che non nei paesi cosiddetti “comunisti”. La quasi totalità delle forze politiche che avrebbero dovuto rappresentare gli interessi delle classi popolari ha assunto, a partire perlomeno dagli anni Settanta, il capitalismo come orizzonte del loro agire politico. Insomma, tutti precursori di Francis Fukuyama, regimi comunisti antidemocratici e quindi il capitalismo come fine della storia.

Non si è capito allora, e ancora oggi si stenta a prendere atto che non viviamo più in quella che Hobsbawm definì “l’età dell’oro”, e che i cosiddetti “trent’anni gloriosi” del capitalismo caratterizzati dal welfare state e dalla piena occupazione sono stati una breve parentesi storica e sono finiti da un pezzo. La giunta Monti-Napolitano ricorda ogni giorno che gli italiani hanno vissuto per decenni “al di sopra delle loro possibilità”, ovviamente riferendosi solo a lavoratori e pensionati. Solo qualche giorno fa, Mario Draghi ha detto esplicitamente che il welfare state (letteralmente stato del benessere) laburista europeo, quello che ci accudiva “dalla culla alla tomba”, conosciuto in Italia come “stato sociale”, è morto o è in via di rapida estinzione perché non più compatibile con questa fase del capitalismo e con gli attuali livelli di crescita. Se Mario Draghi ha ragione, e a mio avviso ce l’ha, coloro che alla giunta Monti-Napolitano chiedono equità nelle manovre “lacrime e sangue”, sono dei cretini o forse degli ignoranti, ma più probabilmente sono degli opportunisti che cercano solo di coltivare un bacino elettorale per mantenere una poltrona nelle istituzioni.

Per concludere, sul piano sociale non è più possibile un compromesso socialdemocratico, termine che si ritrova solo più nei libri di storia. Sul piano dei diritti dei cittadini, la Costituzione del 1948, fondata sulla solidarietà sociale, non è più compatibile con l’attuale fase del capitalismo e va modificata in senso liberista, come incessantemente richiede il nostro caro leader Giorgio Napolitano, che invece ne dovrebbe essere il custode. Sul piano economico si continua a far finta di non capire che l’unica chance di Monti per tentare di riavviare l’economia italiana consiste in una drastica riduzione del costo del lavoro ottenuta attraverso la totale deregolamentazione del mercato del lavoro e la cancellazione dei diritti dei lavoratori, sperando in questo modo di rendere attraente il nostro paese agli investitori internazionali. Parlare di “accanimento ideologico” o “integralismo accademico” di Monti sull’articolo 18 come ha fatto in questi mesi “Repubblica”, protestare per costi insopportabili per le imprese che la riforma comporterebbe come fa la Marcegaglia, o esultare per aver “salvato” l’articolo 18 come fanno CGIL-CISL-UIL e PD, fa parte di quel “teatrino delle parti sociali” di cui ha parlato il ministro Fornero che serve a coprire l’ormai totale libertà di licenziamento dei lavoratori dipendenti.

Per completare brevemente il quadro, occorre tenere conto di almeno due dati di fatto che un regime mediatico totalmente schierato con Monti censura sistematicamente. Il primo è che la crisi economica comincia progressivamente a contagiare anche quei paesi che tutti gli esperti hanno sempre portato ad esempio per aver fatto le scelte “giuste”, adatte a competere nella globalizzazione. Il secondo, è che dopo aver raggiunto, ma non è assolutamente detto che ci si riesca, il pareggio di bilancio nel 2013, Monti ha blindato le scelte economiche dei futuri governi impegnandosi a dimezzare il debito italiano in vent’anni. Ciò comporterà dal 2014 al 2034, in mancanza quasi certa di crescita economica e in una situazione di collasso economico, manovre finanziarie di 45-50 miliardi ogni anno. La Grecia ormai non è distante.

Come detto, qualsiasi governo uscirà dalle urne nella primavera 2013, sempre ammesso che la situazione economica e la BCE ci permettano di votare (qualcuno si ricorda del referendum greco fatto abortire?), non potrà che ottemperare agli impegni presi precedentemente con l’Europa dal governo Berlusconi e sottoscritti dalla giunta Monti-Napolitano. Negli avvenimenti italiani, in particolare degli ultimi sei mesi, non si può non vedere una serie di coincidenze grandi e piccole, una regia occulta, un “grande vecchio” che manovra una “giustizia ad orologeria” per spianare la strada a Monti, a una sua eventuale rielezione nel 2013 e a blindare i suoi provvedimenti. Vedere in proposito la bocciatura dei referendum elettorali nel gennaio corrente anno per non creare frizioni nella maggioranza governativa che doveva già cercare la quadra sulla “riforma” del lavoro. Oppure il recente scandalo sui fondi della Lega Nord, unico partito che con il passato governo aveva impedito la riforma delle pensioni. Scandalo di cui avevano già da tempo timidamente accennato alcuni quotidiani, e che serve a sputtanare ulteriormente una classe politica totalmente corrotta e che sa di esserlo. Un ricatto che serve a mettere ulteriormente in sicurezza il governo “tecnico”: chi si oppone a Monti finisce in tribunale.

Se si resta all’interno di queste logiche liberiste, non vi è altra soluzione che quella che la giunta Monti-Napolitano sta mettendo in atto. Come se ne esce? Sul piano economico se ne esce con la cancellazione del debito, con l’uscita dall’euro, con l’uscita da questa Europa delle banche. Se ne esce uscendo da quella vera e propria associazione per delinquere che è la NATO che ci obbliga a spendere miliardi per comprare aerei che serviranno ad uccidere, per sbaglio ovviamente, la popolazione dell’Afghanistan, come prima fu per quella libica e quella serba. Se ne esce uscendo dal capitalismo, per quanto possibile. Coloro che dicono che soluzioni del genere avrebbero conseguenze estremamente negative soprattutto per le fasce deboli della popolazione, mi ricordano la vignetta di quel cieco che diceva di aver paura di un salto nel buio. Insomma se ne esce con cambiamenti radicali, con una rivoluzione appunto.

Come si fa una rivoluzione nel XXI secolo? Non in un paese dell’ancora cosiddetto Terzo Mondo, ma in un paese occidentale. Non una pseudo-rivoluzione arancione o viola o di altri strani colori, ma una rivoluzione anti-liberista. Come fa un popolo europeo a riconquistare la piena indipendenza e sovranità? E’ ancora possibile un “assalto al cielo” dopo le esperienze novecentesche? Domande cosmiche le ha definite un amico a cui le ho poste. Non sono un esperto in rivoluzioni perché non ne ho mai fatte in vita mia, anche se mi sarebbe piaciuto, e da giovane ci speravo. Non sono fra coloro che pur non avendone mai fatte, viaggiano sempre col manuale del perfetto rivoluzionario in tasca e segnano con la matita rossa gli errori, o presunti tali, commessi da coloro che una rivoluzione bene o male l’hanno fatta. Mi limito perciò ad alcune constatazioni da cui trarre eventualmente utili indicazioni.

Gli eventi accaduti l’anno scorso in Nord Africa e in Medio Oriente, sono stati di due tipi: guerre civili fomentate dall’Occidente che perdurano tuttora in paesi con regimi autoritari in vario modo ostili all’Occidente (Libia, Siria), e rivolte popolari nei paesi con regimi autoritari espressione degli interessi occidentali e non ostili a Israele (Tunisia, Egitto, Yemen, Bahrein). Ogni caso è diverso dall’altro e andrebbe approfondito singolarmente. Anche la repressione delle rivolte è stata diversa: spietata in Bahrein, che ospita la V flotta USA che controlla il golfo Persico, dove sono addirittura intervenuti i tank e le truppe antisommossa saudite, perché USA, EAU e Arabia Saudita non possono assolutamente permettere che la maggioranza sciita e filo-iraniana della popolazione spodesti la fedele monarchia degli Al-Khalifa. Meno pesante è stata la repressione in Egitto, perché l’esercito ha subito garantito la sostanziale continuità delle politiche di Mubarak.

I risultati ottenuti da queste rivolte sono da considerarsi per ora sostanzialmente modesti. Ma, ripeto, non si può generalizzare. Nella maggior parte dei casi, quasi tutti i problemi politici e le contraddizioni sociali che hanno provocato le rivolte sono rimasti a tutt’oggi irrisolti, e la nuova classe politica emersa dalle rivolte è composta da qualche faccia nuova assieme a tanti fedelissimi dei vecchi regimi che si sono riciclati. Insomma, senza voler dire che il sangue versato non è servito a nulla, bisogna però ammettere che i vecchi e nuovi detentori del potere (ad esempio l’esercito egiziano) hanno cambiato qualcosa per non cambiare nulla. E’ mancato un progetto di società diversa, un’alternativa secca atta a soddisfare le richieste di cambiamento che provenivano dai popoli, che è esattamente ciò che distingue una rivolta da una rivoluzione. Né bisogna poi cadere nella trappola dell’Occidente che ha accomunato tutti gli eventi, guerre civili e rivolte popolari, nel termine onnicomprensivo di “primavera araba”, facendo intendere l’inizio di un’era di libertà laddove invece c’è solo la prosecuzione di politiche coloniali in forme propagandisticamente più “democratiche”.

Dopo il crollo del muro di Berlino, in un solo paese al mondo, il Venezuela, è stata fatta una rivoluzione che ha dato a quel popolo la piena indipendenza e sovranità all’interno dei suoi confini. L’esempio del Venezuela ha poi facilitato l’affrancamento dall’imperialismo USA di altri popoli dell’America Latina. E’ mia opinione, che il successo di Hugo Chavez (che Dio lo conservi a lungo) sia soprattutto dovuto al fatto di non aver diviso ideologicamente il suo popolo, ma di aver parlato di concreti e contrapposti interessi fra le classi sociali. Nonché di essersi rifatto alla figura del Libertador Simon Bolivar, patriota venezuelano che contribuì nell’Ottocento all’indipendenza dell’America Latina, sottolineando come le ingiustizie sociali dipendessero dalla mancanza di sovranità e indipendenza del popolo venezuelano e dall’assoggettamento all’imperialismo USA.

Sette anni fa ero presente nella piazzetta antistante la Camera del Lavoro di Milano ad ascoltare il discorso di Chavez in visita in Italia. Sono sempre stato politicamente curioso, e devo dire che quella sera di ottobre del 2005 ho speso bene il mio tempo. Tanto che ricordo ancora oggi perfettamente alcuni passaggi di un discorso appassionante sul socialismo nel XXI secolo che ha tenuto inchiodate un migliaio di persone per quasi un’ora e mezza. Fra le tante, ricordo particolarmente la seguente frase di incredibile attualità: “La libertà senza uguaglianza serve solo ai forti per dominare i deboli”. Il ritorno a Torino e alla realtà italiana fu traumatizzante: nella “sinistra alternativa” si discuteva allora come oggi quasi esclusivamente di liste e alleanze elettorali, di poltrone nelle istituzioni. Insomma dalle stelle alle stalle.

Su questi numerosi argomenti che ho citato quasi solo per titoli dovrebbe dibattere una forza politica che volesse veramente porsi come alternativa allo sfascio della giunta Monti-Napolitano e della maggioranza che la sostiene. Invece ci sono quelli che forse si sono persi qualche puntata degli eventi italiani e pensano ancora di allearsi col PD per battere le “destre pericolose, populiste, xenofobe” e via delirando. Poi vi sono quelli che usano ancora categorie dello scorso secolo come trotzkismo/stalinismo per leggere gli eventi del XXI secolo. Quelli che basta la falce, il martello e la bandiera rossa e le masse popolari sono pronte a fare la rivoluzione. Quelli che il comunismo “Basta la parola” come il famoso confetto Falqui, sino a quelli che non hanno ancora deciso cosa faranno da grandi e sperano soltanto di occupare in qualsiasi modo un posticino nelle istituzioni. “Signor Arbore, il livello è basso” come diceva il professor Pazzaglia, l’indimenticato intellettuale-filosofo di “Quelli della notte”.

Cesare Allara
Fonte: www.antimperialista.it
Link: http://www.antimperialista.it/index.php?option=com_content&view=article&id=2003:come-se-ne-esce-con-una-rivoluzione
8.04.2012

SULLA RIVOLUZIONE – RISPOSTA A CESARE ALLARA

DI COSTANZO PREVE

1. Cesare Allara ha messo in rete l’8 aprile 2012 un corposo intervento sulla rivoluzione ( Come se ne esce? Con una rivoluzione ).

Benché Allara sia solo un geometra in pensione, rivela nel suo intervento di essere un politologo più in gamba di Bobbio e di Sartori. E questo per una ragione semplicissima, perché si rifiuta di modellizzare astrattamente la democrazia, il liberalismo, le forme di Stato e di governo, eccetera, separando metodologicamente lo spazio economico dallo spazio politico. Esattamente ciò che Bobbio e Sartori non fanno, per cui poi hanno buon gioco nell’isolare un sistema di regole sospeso nel vuoto.

Oggi parlare di rivoluzione fa passare chi lo fa per irresponsabile estremista potenzialmente totalitario. Non è così, ma è quello che oggi passa il convento politicamente corretto. Per farla breve, sosterrò le seguenti tesi:

a) La rivoluzione non può più essere considerata inevitabile storicamente, come un marxismo utopico e drogato ha fatto passare per un secolo e mezzo. Può anche darsi che non arrivi mai, almeno in tempi storici. Al massimo se ne possono ipotizzare le precondizioni trascendentali (in linguaggio kantiano), culturali (in linguaggio idealistico-hegeliano) e socio-economiche (in linguaggio marxiano).

b) Per pura analogia, dirò ciò che penso di quattro rivoluzioni storicamente già avvenute: Francia 1789, Russia 1917, Cina 1949 e Cuba 1959. Da questo esame comparativo risulterà che oggi non possiamo aspettarci più nulla di lontanamente simile.

c) Mi sento di escludere soltanto due modelli come del tutto improbabili: il modello leniniano della rivoluzione operaia, salariata e proletaria organizzata in partito di tipo comunista, e il modello Negri-Hardt-Badiou delle moltitudini comuniste mondializzate. Ritengo il cincischiarsi intorno una perdita di tempo, e Allara ha fatto bene a parlare provocatoriamente di confetto Falqui. Poteva anche parlare di “dolce Euchessina”, visto che è una persona cortese e non ha voluto scortesemente dire: “Ma va a cagare!”.

d) Naturalmente io non so assolutamente come può avvenire una prossima rivoluzione. Ma ritengo un presupposto fondamentale lo sganciamento dalla globalizzazione, dagli USA e da questa Europa, nonché la fine della pestifera dicotomia Destra/Sinistra, modo infallibile di dividere il popolo potenzialmente riaggregabile su basi ideologiche e paleo-ideologiche.

2. Per un secolo e mezzo il marxismo scolastico, esplicito o implicito, ortodosso o eretico, rozzo o sofisticato, ha abituato a considerare la rivoluzione socialista pressoché inevitabile sulla base dell’analogia storica con la rivoluzione francese del 1789: così come c’era stata una rivoluzione borghese, così prima o poi arriverà inevitabilmente anche una rivoluzione proletaria.

Errore, errore scusabile, ma errore. E questo errore si fonda, a mio parere, su di una confusione teorico-pratica fra borghesia e capitalismo, come se il capitalismo fosse un treno trainato da una locomotiva chiamata borghesia e il macchinista potesse essere cacciato dai viaggiatori stanchi del fatto che non si fermava alle stazioni che volevano loro.

In realtà la borghesia è una classe dialettica, che produce contemporaneamente sia sfruttamento ed estorsione di plusvalore, sia coscienza inquieta ed infelice per la mancata universalizzazione dei valori illuministici ed idealistici di libertà, eguaglianza e fraternità. Karl Marx, che non aveva nulla di proletario, elaborò in modo brillante e profondo questa coscienza infelice borghese unendola a una lettura alternativa della teoria del valore di Smith e Ricardo. Il capitalismo, di cui la fase borghese è soltanto una fase, perché ha avuto una fase pre-borghese, ed è ora in piena fase post-borghese (mai confondere la borghesia con i gruppi strategici della riproduzione capitalistica globalizzata e con la proprietà privata giuridico-catastale dei mezzi di produzione!), è invece un meccanismo tecnico (nel senso di Heidegger), burocratico (nel senso di Max Weber), sistemico e anomico, vero “processo senza soggetto” (nel senso di Althusser e di La Grassa). Per questo la rivoluzione anticapitalistica si identifica filosoficamente con l’umanesimo e politicamente con il comunitarismo.

Dunque la rivoluzione non ha nessuna necessità. Potrebbe anche farsi attendere per secoli o non arrivare mai. Chi parla della sua necessità scientifica deve essere cordialmente inviato al confetto Falqui o alla dolce Euchessina.

3. La rivoluzione francese del 1789 è riuscita o è fallita? Dipende. In primo luogo, seguendo la teoria della nascita aleatoria del capitalismo di Robert Brenner, che io condivido, non c’è stato nessun bisogno del 1789 e della rivoluzione francese per far “decollare” il capitalismo. Mito per pigri. Nel 1640 in Inghilterra e nel 1776 negli USA non ci sono state rivoluzioni, almeno nel significato classista del termine. Il capitalismo è fiorito in Olanda e Inghilterra senza nessun bisogno di rivoluzione. Svegliatevi bambine!

In secondo luogo, la rivoluzione “borghese” della Bastiglia è riuscita, ma perché la borghesia era già al potere, ed è bastata una “spallata”, sia pur pittoresca con ghigliottina e Napoleone.

In terzo luogo, il suo programma originario è fallito completamente con la decapitazione di Robespierre (1794). Il programma originario, di tipo russoviano, prevedeva l’applicazione di un diritto naturale rivoluzionario e di un contratto sociale egualitario. Peggio che andare di notte, da Napoleone a Sarkozy.

4. La rivoluzione russa del 1917 invece, è fallita o è riuscita? Risponderò a modo mio, e scordatevi le tre sinfonie, leninista, trotzkista e stalinista.

La rivoluzione russa del 1917 ha avuto come base sociale e di classe la classe operaia e quella dei contadini poveri, organizzata necessariamente da un partito comunista leninista; senza organizzazione sarebbe ancora a pettinare le bambole e a sfogliare le margherite. Ed appunto perché ha avuto questa base sociale di classe, e non ha saputo, voluto o potuto allargarla è poi fallita nel 1991, sulla base di una controrivoluzione sociale di massa dei nuovi ceti medi “socialisti”, stanche dei metodi trogloditici del livellamento dispotico operaio e proletario. Stalin, lungi dall’essere stato un incidente di percorso o un burocrate termidoriano di destra (come raccontano le vulgate trotzkista e anarchica), è stato il solo modo con cui una classe radicalmente incapace di egemonia pacifica e consensuale, come la classe operaia, salariata e proletaria, ha potuto accedere al potere, sia pure per soli 74 anni (1917-1991).

Bestemmia! Anatema! Sacrilegio piccolo-borghese! Ma andate per favore alla dolce Euchessina e al confetto Falqui.

5. La rivoluzione cinese è riuscita, ma non certo a fare una Cina proletaria ed egualitaria (se non in parte nel periodo 1949-1976), quanto nel fare della Cina una grande potenza economica, politica e militare. Anche in Cina, come in URSS, per un po’ gli operai e i contadini poveri hanno dominato con metodi dispotico-egualitari, e poi c’è stata anche lì la fisiologica controrivoluzione dei ceti medi e dei nuovi ricconi. A differenza della Russia, in cui c’erano i trafficoni sionisti, l’idiota e ipocrita Gorbaciov e l’alcoolista Eltsin, i cinesi avevano una saggezza millenaria, e hanno fatto transitare pacificamente la baracca senza spaccare tutto. Questione di lunga durata con i Chin, gli Han e i Ming. Saggezza confuciana, sovranità nazionale e nessun postumo da sbronza sa vodka.

6.La rivoluzione cubana non ha nessun rapporto con il mito operaio, salariato e proletario. Essa è dovuta ad una avanguardia nazionalista combattente, che Dio benedica Castro e Chavez. Raul Castro, privatizzatore cauto, si è messo in una strada di tipo cinese, ma tiene sempre le redini del potere politico. Per questo le varie Yoani Sanchez e le altre iene sono tanto insoddisfatte. Ma quanto durerà nessuno lo sa. Spero a lungo, ma è un azzardo. E non ditemi che el pueblo unido jamas sera vencido. Finora è sempre stato sistematicamente vinto. E’ vero che c’è sempre una prima volta.

7. In Italia, per opera soprattutto della pigra tradizione inerziale “di sinistra”, la rivoluzione è pensata secondo un modello da confetto Falqui. E’ una sorta di CGIL + FIOM + Landini + CUB + COBAS, rafforzati da centri sociali casinisti e insaporita da salsa FEP (femminista, ecologista e pacifista). Dal momento che appare una base sociale insufficiente anche per i più ingenui, si attuano varie addizioni a fisarmonica, con lavoratori precari, gay, salariati vari, giovani flessibili, immigrati arabi e neri, cattolici progressisti, Ciotti vari, eccetera, fino a raggiungere la stragrande maggioranza del genere umano, sottraendo soltanto Berlusconi, Rosy Mauro e il povero Trota. Questa addizione e questa sottrazione restano sempre e solo virtuali, e cioè del tutto inesistenti. La grancassa mediatica nel frattempo demonizza Stalin, Pol Pot e il caro leader Kim Il Sung, avvertendo educatamente che i centri commerciali sono pur sempre meglio delle utopie totalitarie. La generazione del Sessantotto, nel frattempo pentitasi di essere esistita, ha trasformato il pentimento in una vera e propria organica visione del mondo.

C’è poi la variante centri sociali-marxismo universitario prevalentemente anglosassone, che rifiuta gli orribili burocrati coreani con gli occhi a mandorla, prende atto del fatto che gli operai al massimo possono darci dentro con tamburi e fischietti, e sognano di moltitudini di singolarità unificate magicamente da un impero deterritorializzato. Qui siamo a mio avviso nel delirio puro, ed è appunto per questo che piace tanto. Vogliamo voltare pagina, o no?

8. Voltare pagina è difficile, perché ti chiedono subito che cosa proponi tu, e siccome in effetti non glielo sai dire, allora ti mandano al diavolo e ripiegano, i più moderati su Camusso e Bersani, gli intermedi su uno dei tre porcellini (Vendola, Diliberto, Ferrero), e i più estremisti su di una setta bordighista (Lotta Comunista), staliniana (Rizzo) o trotzkista (Ferrando). Ma così ci si dimostra subalterni, perché solo un subalterno credulone si aspetta che gli scodellino la minestra già riscaldata. In realtà il gas deve addirittura essere ancora acceso, e i fiammiferi non si sa neppure dove cercarli.

9. Allara ha fatto benissimo a condividere l’auspicio del vecchio Mario Monicelli per una rivoluzione, ignota fino ad oggi nella storia d’Italia, che ha conosciuto solo forme di trasformismo metamorfico, da Depretis a Giolitti fino a D’Alema e Bersani. Ma non vorrei che questo troppo facile auspicio ci facesse sfuggire il punto più delicato, e cioè che l’auspicio sulla rivoluzione si accompagni a un sorvolare e a un silenziamento sui tre presupposti politicamente scorrettissimi che dovrebbero accompagnarlo.

Primo, la globalizzazione è l’equivalente di ciò che la sinistra, l’ANPI, i centri sociali, il PD e i tre porcellini chiamano “fascismo”.

Secondo, l’alleanza militare NATO e l’impero strategico USA nel mondo sono l’equivalente di ciò che sinistra, l’ANPI, i centri sociali, il PD e i tre porcellini chiamano “fascismo”.

Terzo e ultimo, l’euro è l’equivalente di ciò che la sinistra, l’ANPI, i centri sociali, il PD e i tre porcellini chiamano “fascismo”.

E perciò, delle due l’una: o la sinistra, l’ANPI, i centri sociali, il PD e i tre porcellini vivono nel mondo reale e io ho perso ogni contatto con il mondo, oppure è il contrario. Il lettore barri la casella giusta. Da tempo non mi offendo più, anche se mi dicono che ho perso ogni contatto con il mondo reale.

10. Partiamo dall’euro. Posso anche concedere la buona fede nei suoi creatori, tipo “rispondere alla sfida della globalizzazione” oppure “evitare in futuro altre guerre fratricide in Europa”. Non sono un economista, e l’euro potrebbe anche restare come moneta di riserva (Giacché, Mélenchon), ma bisogna prima ammetterlo: l’euro è stato un tragico errore, è incompatibile con il welfare, sia pure “dimagrito”, bisogna tornare alla sovranità monetaria dello Stato nazionale. Che poi ci possa o debba essere anche una moneta di conto parallela, lo si chieda agli “economisti di sinistra”.

La sfida della globalizzazione ha voluto dire di fatto l’adattamento supino alla globalizzazione. Non esiste una globalizzazione buona, virtuosa, o l’altermondialismo per gonzi politicamente corretti. Globalizzazione significa lavoro flessibile e precario, decentramento produttivo, speculazione finanziaria, privatizzazione tendenziale di tutta la sanità e di tutta l’educazione pubblica. I comportamenti della giunta Draghi-Monti-Napolitano sono sotto gli occhi di tutti, almeno di quelli che non si lasciano distrarre dall’avanspettacolo del Trota e della Santanchè.

Hanno aumentato l’età pensionabile, arriverà la mazzata dell’IMU, ma siamo appena agli antipasti. Sotto attacco ci stanno la sanità e l’educazione pubbliche. Il modello è quello americano, perché la globalizzazione tendenzialmente ha un solo modello: assicurazioni sanitarie private ed educazione privata a pagamento. Paesi scandinavi e Cina resisteranno per un poco, ma non possono farlo a lungo. La primavera araba cosiddetta ha liquidato l’autonomia dell’intero mondo arabo, consegnandolo a un pool di sceicchi sauditi e di fratelli musulmani insaporiti di salafismo. Si parla di antiglobalizzazione e di finanz-capitalismo (Gallino), e poi per politicamente corretto non se ne vuole pagare il prezzo: fuori dalla NATO, USA a casa loro, asse politico Parigi-Berlino-Mosca (niente a che fare con il vecchio comunismo), ripristino della sovranità e della moneta nazionale, contingentamento dell’immigrazione (niente a che fare con il razzismo!), eccetera.

Svegliatevi bambine! E’ impossibile criticare il capitalismo, la globalizzazione, e avere anche il politicamente corretto di sinistra. Per fare la frittata bisogna rompere le uova. Se qualcuno per caso avesse questa ricetta, me la dica, e gliene sarò grato. Ma non credo ci sia.

Costanzo Preve
Torino, 14 aprile 2012

Pubblicato da Davide

  • oldhunter

    Magnifica lezione di lucidità e di analisi fredda ed equilibrata da parte sia di Allara che di Preve!

    Troppo pochi, purtroppo, per convincere… e per aiutarci a mutare il nostro amarissimo destino.

    Viva la rivoluzione!

  • alberto_his

    Non è l’Italia il posto per la rivoluzione. Le cose vanno ancora troppo bene (o non sufficientemente male) per poter pensare a una reazione dei cittadini italici narcotizzati dal circo mediatico e incatenati a una partigianeria dx-sx senza senso. Non vedo alternative alla diminuzione dello standard di vita da punto di vista quantitativo, cosa che in sè è pure auspicabile viste le conseguenze della società dei consumi basata sul mito della crescita economica. E’ utopia per ora liberarci della NATO e del suo esercito occupante; possiamo sperare che il suo azionista di maggioranza imploda o si impantani in una guerra senza uscita che non ci coinvolga, ma siamo la portaerei NATO in Europa, ne seguiremo docili il destino. Le rivoluzioni possono essere eterodirette con la complicità di organizzazioni locali, ma in quel caso cambieremmo solo padrone. Della classe dirigente del paese meglio non parlare. Penso nulla di autonomo uscirà dall’Italia: restiamo in balia degli eventi internazionali, sperando che lo stellone italico ci preservi e ci apra una porta insperata verso la salvezza.

  • tres19

    Credo che le persone invece che sperare in una rivoluzione “gratta-e-vinci” farebbero bene a cercare di proiettarsi in quello che sta per arrivare.
    Con la povertà aumenteranno a dismisura i disagi, la vita sarà dura, molto dura, specie per chi vorrà difendere a tutti i costi quel poco che si è creato.
    I furti aumenteranno a dismisura, la paura prenderà il sopravvento per l’ennesima volta, quando non si hanno idee ciò che resta è solo una staffetta tra paura e sfrontatezza adolescenziale.

    Tra qualche mese smetteranno di inveire contro l’elite, si dimenticheranno qualsiasi buon proposito e ritorneranno belanti a chiedere più protezione e maggiore austerità e a ri-confidarsi nella “mamma” di turno con un’atteggiamento simile a un cucciolo che si era allontanato troppo.

    L’unica fortuna in cui si potrà contare sarà quella di non esser ne troppo vecchi ne troppo giovani. Nulla di quel che sta per arrivare, a mio avviso, sarà immeritato.

  • IVANOE

    E chi la fa la rivoluzione ?
    Gli sguagliati degli italiani l’uno contro l’altro armato ?
    Più di una rivoluzione ci vorrebbe forse una guerra civile tra italiani e italiani.Tra quelli che hanno e quelli che non hanno. Quelli che vengono definiti i risparmiatori italiani, risparmio fatto solo dalle posizioni di rendita che hanno avuto molti italiani (lavoro statale, abusivismo tollerato, mazzette varie ecc. ecc. ) e quelli che si sono spaccati le mani nelle fabbriche nei cantieri e non hanno ottenuto nulla.Tra chi crede nella giustizia sociale e chi crede nel grande fratello o nell’isola dei famosi.Tra chi al lavoro ci sono colleghi maligni, leccaculo e opportunisti che sparlano e fanno le scarpe ai colleghi sinceri. In sostanza cari signori rivoluzionari la lotta è tra italiani cattivi e italiani buoni e perciò per avere la selezione degli schieramenti solo una guerra civile può farlo.Sperando che vincano i buoni con le loro virtù e periscano i cattivi con i loto vizi.

  • s_riccardo

    In Europa? Mi auguro che un segnale venga dalla Francia, poi dalle elezioni in Germania e in Italia. Basterebbe dire basta, non siamo pecore. Per l’uso della forza non siamo ancora abbastanza affamati, ma ci manca poco ormai.

  • AlbertoConti

    Al contrario di Preve ritengo che la rivoluzione sia inevitabile, tutto sta a chiarire cosa significherà la rivoluzione prossima ventura. Guardare a quelle del passato non serve a niente, perchè si tratterà di qualcosa di diverso. Certo siamo immersi nei retaggi del passato, le classi sociali non solo continuano ad esistere, si differenziano sempre più per reddito, e sempre meno per cultura. E questa è una delle basi dell’inesorabilità rivoluzionaria, ma non ne è la vera ragione, la più profonda, che nulla ha a che fare con le peculiarità umane. La rivoluzione nasce piuttosto dalla condizione esistenziale dell’individuo, che deve conciliare due esigenze inconciliabili, come l’acqua e l’olio. Una è il principio di parità, o di pari dignità, o di uguaglianza-giustizia-libertà ecc. L’altra è la limitatezza ambientale unita all’evoluzione tecnologica, che genera aspettative, desideri, necessità ben oltre la mera sussistenza. E’ la coperta troppo corta per un popolo troppo numeroso e ingombrante (rispetto alla coperta). Certo si può fare molto per razionalizzare bisogni e soluzioni per soddisfarli, e ancor di più per uscire dalla trappola del consumismo. Questo ci può dare il tempo mancante, può alleviare la tensione, ma non potrà mai risolvere il problema alla radice, che continuerà a generare questa insanabile contraddizione in forme sempre più “virulente”. La rivoluzione invece può farlo, ma non con i colori ed il folclore culturale che immaginiamo pensando alle rivoluzioni passate. Semplicemente perchè sarà una rivoluzione antropologica, giocata nell’interiorità individuale e nella sfera sociale allargata all’intera comunità umana. Le soluzioni “tecniche” ne sono solo l’appendice che verrà da se, quasi fosse la caratteristica secondaria del cambiamento, anche se sembra esserne la causa originaria, ed in certo senso lo è.

  • luigidifrancesco

    Si, la rivoluzione ci sarà. Non so quando, se fra ore, giorni o mesi ma so il perchè. Perchè come mai prima d’ora ci manca la speranza di un futuro per noi e per i nostri figli. Anche nel medio evo questa speranza l’ avevano, e si chiamava religione.
    Ma ora sappiamo che se si continua cosi’la prospettiva certa sono la fame e l’ oppressione. Non possiamo sopportare tutto per tanto tempo, e quindi qualcuno reagira in modo spropositato ad un ennesimo sopruso, e noi ci troveremo sorpresi a sostenerlo.

  • IVANOE

    Caro luigifrancesco,
    secoli devono passare secoli e noi saremo morti e sepolti e con noi i nostri figli.
    Ma come fate a pensare ad una rivoluzione ? Perche’ prima di tutto bisogna trovare vi rivoluzionari, poi l’ ideale comune e la coerenza che tiene tutti uniti. Se uno dice ad esempio via il calcio, via le vacanze, via le comodità, poi bisogna essere coerenti tutti e rinunciarci. E tu li vedi gli italiani che rinunciano al bar ed a guardare il culo della prima ragazza che passa ? Ma dai che ci viene da ridere….E poi sicuramente tu abiti in una grande città ma ai provato a girare appena fuori, nei paesi, ti sei reso conto che buzzurri girano? E tu ce li vedi che vengono organizzati per fare una rivoluzione ? Come gli dai un comando ti rispondono : sti cazzi !!!! E li finisce la rivoluzione. E poi un movimento rivoluzionario vuoi che non venga infiltrato da tutti i servizi segreti del mondo e disinnescato prima che si accenda la rivolta?
    Mi dispiace ma la vostra e’ solo utopia.Cosa fare ? Niente , attendere solo che il sistema imploda e che la casta le forze dell’ ordine e le lobby si scannino tra di loro per annullarsi a vicenda fino ad indebolirsi talmente tanto ( perche’ guardate che sono forti …) che qualche nuovo e onesto politico di buona volontà raccolga i cocci e si impegni a guidare quella enorme mandria di pecoroni che siamo noi italiani.
    Chiudo dicendoti e se vuoi puoi rispondermi : la grecia che fine ha fatto? Che rivoluzione e’ scoppiata? Sai qual’e la risposta ….

  • albsorio

    il catalizzatore della distruzione sociale è la “crisi” questa cosa mi ricorda la corazzata potemkin di fantozziana memoria e come allora Fantozzi ebbe a dire, è una cagata pazzesca. Io vedo due problemi, il primo il signoraggio sull’Euro da parte di BCE (i ricchi banchieri privati), sembrerebbe che ogni Stato membro del’ Unione Europea che voglia ad esempio 100 Euro da BCE deve emettere 101,20 Euro di titoli di Stato, da collocare su mercato quindi oltre la beffa l’inganno… il secondo problema è che il giro d’affari dell’economia finta fatta di future, leveraggi e altre trovate sia per volume 15 volte quella dell’economia reale, ora quello che e diventato insostenibile non è lo stato sociale ma lo squilibrio tra realtà e finanza, tutti voglio fare parte del terziario avanzato, fare il trader, broker e simili, i lavori veri lasciamoli al terzo mondo dei BRICS, noi siamo istruiti, vogliamo fare i soldi coi soldi… senza lavoro, non funziona, é come se noi visto ché, mangiamo, digeriamo e defechiamo volessimo vivere mangiando merda non funziona. Dobbiamo tornare umilmente, tutti, alla realtà fatta di lavoro vero.

  • Affus

    siamo 60 milioni contro pochi vecchi, ce la possiamo fare .

  • tres19

    Veramente la vedi così?
    Non che io sono portatore di verità, ma la mia percezione è: 60 milioni tutti contro tutti.

  • AlbertoConti

    Alla rivoluzione interiore non si comanda, cresce spontanea, e non c’è “intelligence” che possa fermarla. La Grecia si sta preparando, abbi pazienza.

  • mussily

    Se andiamo a vedere tutte le rivoluzioni bisogna constatare e ammettere che nessuna e dico nessuna ha portato a un mutamento radicale della società e così sarebbe adesso. Nessuna rivoluzione può creare ex nuovo una nuova umanità semplicemente perché la rivoluzione o meglio evoluzione deve avvenire prima e, solo prima, nel singolo individuo. Esclusivamente uomini nuovi, fuori da schemi millenari slegati da ideologie e sistemi di “sopravvivenza” possono creare un nuovo modo di esistere su questa terra, solamente uomini che non hanno bisogno di tutori esterni e di guide orbe possono autogovernarsi. Finché questo non accadrà nessuna rivoluzione degna di questo nome può realizzarsi. Tutte le rivoluzioni hanno fallito e falliranno perché tutte volevano mutare la società ma la società non si può mutare chi deve evolvere è la persona, l’uomo

  • A

    Ecco l’ardito filosofo intellettuale all’ opera mentre espande il suo pensiero sulla Rivoluzione. In precedenza, di là, aveva appena terminato di illustrare ai bifolchi i pregi di un ipotetico voto strategico alla candidata Marine Le Pen nelle presidenziali francesi. Proprio lei, Marine Le Pen, donna che rivendica l’ autonomia della Francia e dei Francesi. La figlia di Jean-Marie, il Le Pen fondatore del Fronte Nazionale, ex membro dell’ Esercito coloniale Francese e volontario nella Legione Straniera. Esempio dell’ uomo tutto d’ un pezzo che pontifica sulla NAZIONE, lui, che è partito volontario nella Legione STRANIERA. Padrino Jean-Marie, trafficcone impelagato coi servizi di ogni genere, in ogni nefandezza umana, impegnatosi con entusiasmo in diverse guerre di conquista; Indocina, Suez, in Algeria, dove si distingue come membro dell’ Intelligence dell’esercito francese occupante in qualità di valoroso torturatore della popolazione locale. Come dite? I torturatori americani in Iraq si sono stati addestrati seguendo l’ esempio francese dei vari Jean-Marie nella missione algerina? Allora un sentito grazie ai Le Pen, ci salveranno, i Le Pen, che potrebbero spuntarla di un voto, quello di Preve Costanzo, se solo fosse Francese come i suoi amici, che a suo dire gli legittimano il pedigree, spumeggianti teorizzatori di concetti Champagne, alla faccia del frizzantino discorso da bar italiano. Si auspicano perciò nuove Ratonnade del terzo millenio, che libereranno i popoli. Un solo consiglio all’intellettuale filosofo che si rimpiange italiano: chieda ai suoi amichetti di penna francesi cosa sono le “ratonnade”, perchè sono invocate ancora oggi, nelle strade di Parigi, dai membri del Fronte Nazionale. Chissà se gli amici gli diranno cosa sono, le rattonade:……….. “L’expression vient du mot raton, très fortement péjoratif et raciste, qui désigne un Maghrébin en argot français. À noter qu’un raton est un petit rat dans la langue française. Les ratonnades, au sens premier historique, c’est-à-dire des violences contre les personnes nord-africaines, ont été particulièrement violentes dans les années 1950 et 60, faisant de très nombreux blessés et morts dans le contexte de la guerre d’Algérie…………….”. Tradotto in italiano volgare: caccia all’ arabo. E infatti va sempre di moda, oggi più che mai, la polizia Francese non si fa pregare, ma diamogli più poteri, per la deratizzazione totale. Se dovesse vincere il clan dei Le Pen, mi permetto un consiglio ai Costanzo Preve di turno, prima di recarsi in gita a Parigi per festeggiare, si assicurino di avere un passaporto del colore giusto, con la foto del colore giusto, se non vogliono volare nella Senna anche loro, come già successe agli italiani durante le memorabili ratonnade. Nella Senna, i galletti francesi, ci annegarono quei bifolchi italiani, colpevoli di avere, secondo gli aderenti alle idee del clan Le Pen, la pelle troppo scura, o comunque troppo simile al “ratto arabo”. Così, con i Le Pen, ci libereremo dai fastidiosi morti di fame coperti di stracci, e subito dopo, vedrete, saremo liberati anche dalla Grande Finanza anglosassone, e dai torturatori di Abu Graib e Guantanamo, e diventeremmo ricchi come i Le Pen. C’è da scommeterci, perchè sono coraggiosi i Le Pen. Votateli. Mettetteci la mano sul fuoco. I ricchi intrallazzoni Le Pen faranno, di sicuro, gli interessi di tutti, lo garantisce il bel curriculum da psicopatico assassino di padre Jean-Marie della nota missione in nordafrica. Ci penserà la famiglia le Pen, la figlia Marine in testa, a fronteggiare ardita e compatta lo Zio Sam, non per niente anche i Le Pen sono attivi sostenitori della pena di morte, come i guerrafondai a stelle e strisce. E’ la strategica Revolucion dei tempi moderni; Votare il restyling della solita famiglia di benestanti, guidata da un vecchio trombone, oggi impresentabile perchè completamente usurato, ma pur sempre idrofobo. Né Euchessina né Falqui. Direttamente un bel clistere.

  • rebel69

    In comuni con Preve ho il fatto che a causa delle mie idee vengo accusato di mancanza di lucidità.Come dice il saggio,se vuoi essere sicuro di credere nella cosa giusta,credi nell’opposto di quello che credono la maggior parte di persone.

  • Fedeledellacroce

    sono d’accordo con te A
    che significato ha criticare gli italiani e sparare fantasie erotiche sui candidati francesi?
    alla fine la rivoluzione é, come dice Alberto Conti (altro che kant ed heidegger), “antropologica, giocata nell’interiorità individuale e nella sfera sociale allargata all’intera comunità umana”
    in francia le carrozze dei nobili furono prese come bersaglio dal popolino inkazzato e i nobili che le occupavano uccisi…….
    ma le auto blu di oggi con quei politici imbalsamati che ci stanno dentro, non sono le carrozze dei nobili di allora?

  • Aironeblu

    Analisi di Allara tanto piacevole, intelligente e stimolante quanto vuota e piena di fumosa retorica la risposta di Preve. Forse il filosofo si è dimenticato che la filosofia, quella vera, è ricerca della verità, e non inutile esercizio linguistico sull’argomento eel giorno, non ne abbiamo bisogno, grazie.

  • Aironeblu

    Analisi di Allara tanto piacevole, intelligente e stimolante quanto vuota e piena di fumosa retorica la risposta di Preve. Forse il filosofo si è dimenticato che la filosofia, quella vera, è ricerca della verità, e non inutile esercizio linguistico per condire di inutile nozionismo ll’argomento del giorno, non ne abbiamo bisogno, grazie.

  • sun

    La rivoluzione avverrà quando saranno cadute tutte le illusioni.
    Gran parte della gente ha talmente introiettato questo sistema di vita che non accetta nemmeno il pensiero che si possa vivere in modo diverso.
    Forse quando la miseria, la miseria più nera, toccherà la vita di tanti, le persone si decideranno ad aprire gli occhi, ma mio figlio 19enne dice che fino all’ultimo respiro la massa crederà in ciò che il politico o tecnocrate di turno dirà in tv e si porterà nella tomba le proprie illusioni.
    Io, invece, preferisco lasciare aperta la porta alla speranza, intesa come la possibilità che nasca una forza costituita da un aggregato di operai, impiegati, dottori, ingegneri, filosofi, … che abbia la volontà di costruire un mondo più giusto. Nel frattempo, parafransando Modigliani, la vita è un dono di pochi a molti, di pochi che hanno e che sanno a molti che non hanno e che non sanno: Allara e Preve continuate a scriverci.

  • tres19

    Tuo figlio ha ragione, probabilmente essendo giovane, per contatto diretto conosce meglio di te e in cosa consiste il “futuro” in termini di persone e personalità.

  • nuovaera89

    bellissimi articoli, ma gli italiani sono pronti alla rivoluzione??? temo di no, secondo me nessuno in questo paese nessuno muoverà un solo muscolo nemmeno se, sui TG nazionali, appaiono Draghi Monti ecc e ammettono di averci rubato tutto e che per noi non c’è più scampo, purtroppo siamo ancora fissati al posto fisso esiste per tutti, al tasi e laora (in parole povere, taci e lavora) e se non lavori non hai voglia di far nulla ecc. Purtroppo è la mentalità che è marcia, e in tutto questo ci sono giochi di ruolo fenomenali (Travaglio e company) informatori sbagliati e molto altro ancora, io temo ci vorrà una soluzione drastica, probabilmente qualche guerra mondiale che decimerà l’intera popolazione, è brutto dirlo, ma non vedo alternative, almeno, non ci sia qualcuno o qualcosa disposto a far cambiare realmente la faccia a questo paese…

  • luigidifrancesco

    No Ivanoe, non penso a quella rivoluzione, con un capo carismatico rifugiato all’ estero che dirige e coordina e a masse ignare risvegliate dal verbo. Credo anch’ io che la storia non si ripete se non sotto forma di farsa.
    Ma i nostri tempi sono diversi, la consapevolezza si diffonde per vie nuove che non comprendiamo ancora a fondo e viene sincronizzata e catalizzata dal brontolio della pancia. Sento discorsi di persone che si incontrano casualmente (bar, code davanti allo sportello,) e gli argomenti e le posizioni sono sorprendentemente simili anche alla periferia dell’ impero.
    La sintesi (o perlomeno quella che io percepisco) è piu’ o meno: Basta! Qualsiasi cosa ma non piu’ questo! Spazziamo via tutto e poi ragioneremo su cio’ che è meglio fare. Credo che la rivoluzione avverrà come un flash-mob… (O.T. nel tuo post a volte mi dai del voi, perchè?)