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COME L’UNIVERSITA’ DI MASSA FAVORISCE IL NAZISMO SOCIALE

DI GERMANO MILITES
you-ng.it

Avete 22 anni appena compiuti, vi siete laureati in Scienze di qualcosa con 110 e lode, bacio accademico e commozione di mamma e papà. Poi avete proseguito gli studi alla specialistica, riprendendo molte volte materie che avevate già studiato (imparando per lo più a memoria nozioni scritte su pessimi libri stampati grazie al lavoro, spesso mediocre, dei tesisti che vi hanno preceduto). Altri due anni e a 24 vi ritrovate con la cosiddetta laurea finita. Se i vostri genitori hanno ancora qualche risparmio, a quel punto vi fate anche un bel master (che “può sempre servì oggi”) da 5000 euro almeno e poi giù con gli stage non retribuiti per “fare curriculum ed esperienza”.

Nel frattempo avete compiuto 26 anni e vi sentite sfigati (e frustrati) anche se non fate parte della categoria dei semplici diplomati offesa dal figlio di papà Martone. A questo punto dovete fare una cosa; una cosa che probabilmente in 26 anni di vita non avete mai fatto: porvi una domanda e cercare di capire se quella che avete vissuto era sul serio la vostra esistenza o, al contrario, era quella che il sistema sempre più omologante verso il basso vi ha sordidamente “suggerito”. Attenzione: il 90% di voi non si renderà conto di aver fatto un percorso standard, agendo in maniera così continuativa da automi-schiavi convinti di essere in realtà speciali ed unici. Al contrario, la stragrande maggioranza di voi si sarà convinta di avere una marcia in più, di trovarsi in una sorta di “empireo intellettuale e professionale” dove solo in pochi hanno la fortuna di poter sostare.

La vita ed un sistema neoliberista globale sempre più ingordo vi prenderanno però a sberle fin dal primo istante, convincendovi tra l’altro che le cose dovevano andare così perché “c’è crisi” e che “devi ringraziare chi di questi tempi ti offre un lavoro”. Se per 20 e passa anni avrete sempre fatto tutto ciò che vi dicevano di fare ed ora vi ritrovate con nulla in mano, allora non dovrete lagnarvi troppo con la società che non vi ha capiti ed apprezzati: vi sarete solo presi la briga di scegliere il colore delle catene con le quali legarvi ad un futuro fatto di sfruttamento e mediocrità avvilente e lo avrete fatto, sembra incredibile, di vostra sponte.

Eravate convinti che con una laurea ed una specialistica avreste spaccato il mondo, giusto? Chi ha frequentato facoltà di economia e scienze politiche come il sottoscritto, ricorderà di sicuro gli studi fatti sul fenomeno dell’inflazione monetaria. Una sorta di “mostro” da combattere con tutte le forze e ad ogni costo. Guai ad immettere troppo denaro in circolo perché poi si rischia di tramutare i soldi in carta straccia. Ebbene: ma perché negli Atenei non si studia con la stessa accuratezza (per modo di dire) la cosiddetta “Inflazione accademica?”. Semplice: perché alle Università servono iscritti per far cassa e poi è logico, no? Più laureati di scarso valore ci sono, più il potere contrattuale di chi offre lavoro sarà forte.

Rendendo la sedicente “alta istruzione” un fenomeno di massa, alla portata di qualunque imbecille capace di ripete balbettando il contenuto di un libro, si crea automaticamente un’offerta illimitata di lavoratori a basso costo e, al contempo, si fa in modo che milioni di gonzi siano convinti che l’accesso agli atenei sia diventato finalmente “più democratico” (e facile). Crescono le pretese (“almeno due lingue, laurea + specialistica, esperienza lavorativa pregressa ecc”) e diminuiscono parimenti le garanzie e la qualità di retribuzione. Ed è incredibile che, dopo tanti anni di studio, siano così pochi a comprendere il meccanismo perverso che noi stessi, con miopia, arroganza e provincialismo, alimentiamo ogni giorno.

                

Grazie al mio lavoro, ho incontrato e stretto la mano a centinaia di persone: ho conosciuto tantissimi uomini e donne di successo, soddisfatti della propria vita. Molti erano laureati ed avevano condotto un percorso di studi consapevole e brillante. Tanti altri erano “semplici” diplomati con la capacità di pensare (ed agire) in maniera diversa. Ognuno di loro, però, aveva dentro qualcosa che andava ben oltre le qualifiche e gli attestati che cercano di venderci (ed imporci) continuamente.

Quello che però mi chiedo è: possibile che oggi si sia arrivati ad un modello di nazismo sociale così spudorato quanto inesorabilmente accettato? Possibile che oggi sia reputata plausibile l’idea che si debba per forza avere “quel qualcosa in più” non dico per vivere da nababbi ma per assicurarsi un’esistenza decente? La gente non ha più diritto a “sogni normali”; a vite ed ambizioni semplici? Chi non è Steve Jobs deve tenersi l’illusione di un titoletto accademico sempre più svenduto, il precariato a vita e come ciliegina sulla torta anche l’epiteto di “bamboccione”? E tutto questo va bene? O meglio: va male ma non abbastanza da far fermare i milioni di giovani gabbati e rintronati che ogni anno si fiondano negli atenei più assurdi (e straripanti) perché non si azzardano a tentare strade diverse o, ancor meglio, a chiedersi come fare per riformare il sistema d’istruzione e renderlo più utile e meno mercificato.

Germano Milites
Fonte: www.you-ng.it
21.03.2012

Via http://www.ilribelle.com/

Pubblicato da Davide

  • dana74

    capisco che a usare impropriamente certi termini sepolti dal tempo si cerchi di accattivare l’attenzione (si fa più hits su google forse), non è nient’altro che il buon sistema della meritocrazia liberista come i nostri liberatori ci hanno insegnato. Siamo lieti di questo dono della democrazia, no?
    Ricordo che Mussi aprì le università alle fondazioni bancarie, proseguendo il percorso della riforma Moratti, in piazza tanto contestata, al governo implementata…è la democrazia made in usa, enjoy it!””
    “Eravate convinti che con una laurea ed una specialistica avreste spaccato il mondo, giusto?”beh così si evinceva leggendo repubblica, il corriere e gli articoli dell’intellighenzia che se si era disoccupati eravamo cialtroni noi che non studiavamo abbastanza e non avevamo mai abbastanza “tituli”…

  • antiUsrael

    l’articolo nella sostanza potrebbe essere giusto e condivisibile ,ma c’è da fare un’appunto:
    per tanti anni ragazzi hanno subito angherie,isolamenti e razzismo ideologico(sotto forma di ”marxismo” culturale o turbocapitalista,ma sempre ultraliberista nella sostanza) di radical chic e baroni che frequentano e dominano alcune università e ora scoprono che era nazimo sociale?
    Invece di sparar minchiate, su un ”nazismo” che esiste solo nelle leggende propagandistiche dei liberatori, si preparino i coriandoli e le salsicciate per festeggiare tra 20 giorni la ”liberazione” e non ci si lamenti di questo sistema che ci hanno portato i ”liberatori”.

    p.s.
    sul fenomeno dell’inflazione monetaria e la carta straccia ebbene per i ”nazisti” dimostrarono che
    era un mostro inesistente:
    http://www.youtube.com/watch?v=o1rkGG4AjF4

    quindi informarsi prima di usare termini impropri.

  • Aironeblu

    Condivido gran parte dell’articolo, ma non chiamerei il fenomeno della laurea di massa con l’espressione “nazismo sociale”: mi sembra più che altro un fenomeno spontaneo autoprodottosi in una società “liberalizzante”, favorito dalle dinamiche economiche e sociali che la caratterizzano, ma non credo in maniera intenzionale. Fatto sta, che anche i titoli di studio, come le banconote, si stanno rivelando sempre più per quello che sono realmente, vale a dire niente più e niente meno che pezzi di carta…

  • Tonguessy

    Facciamo due conti, gli stessi che tento di fare comprendere ai miei figli: preferite trovarvi una laurea svalutata che alla fine vi inserisce con buona probabilità nel mondo del precariato a 25 anni (minimo) oppure studiare qualcosa di pratico (termotecnica, oreficeria etc..) che vi permetta magari lo stesso inserimento ma con quasi 10 anni di anticipo (quindi migliori anticorpi quando avrete 25 anni)? E che dire delle paghette (insolenti marcatori della mancata autonomia) che vi perseguiteranno fino al primo lavoro, se confrontate con un salario (seppur minimo) che vi permette finalmente di dare sfogo ai vostri istinti senza doverne rendere conto a nessuno?

    Lo sfascio dell’istruzione poi è causato ANCHE dalla saturazione di mercato. Non possiamo essere tutti ingegneri, medici o avvocati. La mancanza di sbocchi adeguati scatena poi il nepotismo, quella prassi che vuole l’ingegnere, il medico e l’avvocato cedere la posizione lavorativa al figlio indipendentemente dalla capacità (a parità di formazione, ammesso questa parola abbia ancora significato nei tempi attuali di università telematiche a pagamento).

    Esiste quindi un movimento verso l’alto che vuole che i figli degli operai rivestano ruoli più “importanti” (questo aspetto ha duplice valenza: miglioramenti contrattuali e salariali e narcisismo) ed un movimento verso il basso che vede impegnati in prima fila le varie lobbies per il mantenimento dei privilegi (ricordo che sono tali solo se qualcun altro non se ne può vantare) assieme alle elites finanziarie che stanno sottraendo terreno a qualsiasi attività che non sia la loro.

    Manca in tutto questo la vocazione, che dovrebbe essere la molla principale per il buon funzionamento di una società sana. Da troppo esiste la vocazione al maggior guadagno (alle volte più che vocazione diventa una necessità, stanti le circostanze sociali, ahinoi), e da sempre chi invece persegue la vera vocazione si trova troppo spesso a fare la fame, salvo poi vedere riconosciuti i propri meriti secoli dopo. Van Gogh tra tutti. Un suo quadro adesso vale più degli indennizzi dati a tutte le vittime di Bhopal.

    Che la vita di migliaia di cittadini valga come un quadro di chi morì in miseria potrebbe essere materia di un corso universitario. Ma quell’università deve ancora essere inventata. Potrebbe esistere solo in una società molto diversa da quella attuale che valuta solo i soldi e non considera le vocazioni.
    Ottima la citazione di ” nazismo sociale così spudorato quanto inesorabilmente accettato”, che ricorda la propaganda di Goebbels che sentiamo ogni giorno sotto forma dei comunicati mediatici da parte dei vari ministeri secondo i quali chi consegue una laurea ha maggiori possibilità di inserimento nel mondo del lavoro. Propaganda nazista o poco più, appunto. E la massa segue pedissequamente i consigli, consegnando le caviglie a chi le chiuderà entro solide catene collegate all’immancabile palla di ferro.
    Ottimo articolo.

  • Giovina

    Vocazione e talento spesso vanno di pari passo, quantomeno si trasmette passione e vita a cio’ che si vuole esprimere, e non e’ poco per chi si trova a recepire.
    Quanto il vizio di origine della economia sia radicato nel piu’ profondo della brama del denaro e del potere, tanto da impedire allo spirito di esprimersi attraverso l’educazione di una libera e completa cultura, non si comprende, e si continua ad esaminare i problemi avulsi da altri contesti, cosi’ come si andasse ad esaminare una gamba, un fegato, un cuore, una testa, a prescindere dal loro essere parte di un intero organismo umano.
    Liberare concretamente la cultura potrebbe permettere l’eliminazione di esuberi ( e incompetenze! ) la’ dove solo la costrizione e il condizonamento hanno in maggior parte tiranneggiato, permettendo in sostituzione uno spontaneo afflusso di veri meriti.
    Ma il significato e il potere che abbiamo attribuito al denaro decide invece della destinazione delle nostre attivita’, sradicandole dai loro talenti di origine, e percio’ modificanti la realta’ a cui si rivolgono in maniera alquanto…insoddisfacente.

  • fobia1984

    l’università è soltanto è un centro di omologazione culturale, già la parola stessa con cui si denomina questo processo è una contraddizione, “Università” universoooooo, la vastitàààà, l’immensità incommensurabileeeeee, e invece? cioè ma come diavolo si fa a pensare che un centro di indottrinamento socio-massonico-culturale possa farci comprendere la vastità dell’universo e di quel che ci circonda, già è tanto se siamo in grado di comprendere e percepire la realtà circostante con sobrietà ed equilibrio…… senza offesa, nelle mie parole non c’è nulla di polemico, è solo una semplice osservazione; forse può sembrare non attinente quel che sto per dire, ma dò un consiglio spassionato a tutti quel che passano di lì e leggono anche i commenti sull’articolo, non lo dico tanto in qualità di semplice utente, ma piu come ragazzo (Ex-studente universitario) che ha capito sin da subito la disidratazione culturale e la coercitiva massificazione sociale in ambito universitario, diamoci all’agricoltura, sul serio, prima o poi saremo costretti per forza di cose a ritornare alla terra selvaggia, torneremo ai villaggi come un tempo, a contemplare i ritmi naturali del cosmo, l’università come del resto tutto il processo della socializzazione, è un “empasse percettiva”, a che pro immagazzinare nozioni accademiche preconfezionate e fossilizzate?
    http://www.youtube.com/watch?v=JrJa5tY7DFs (vi consiglio se potete anche il relativo libro, ci sono spunti molto interessanti, è un libro che spazia dall’agricoltura naturale alla filosofia, coi tempi che corrono non si sa mai, meglio farsi l’orticello le piante rampicanti sui balconi)
    la laurea vi apre il portafoglio, il ritorno alla natura vi apre alla vera esistenza, provare per credere.
    http://www.youtube.com/watch?v=7taJJ_BH8y4

  • RicBo

    E’ un buon articolo, ma non tiene conto che nel mondo ci sono ancora università e facoltà che educano al pensiero libero, critico e non omologato. Poche, ma esistono.
    E’ una pena invece leggere i commenti fuori luogo di alcuni che subito si inalberano se viene menzionata la parola ‘nazismo’ (mostrando simpatia per questa pseudoideologia) anche se questa parola è usata in altro contesto e con significato diverso.

  • Tonguessy

    ci sono ancora università e facoltà che educano al pensiero libero, critico e non omologato.
    Nomi e indirizzi please.

  • tortnoise

    Strade diverse? Vogliamo fare qualche esempio (concreto e realistico, grazie!) per i giovani in acolto signor Milites?

    E poi se Lei ha fatto l`universita` ed e` riuscito a trovare un lavoro che le permette di “stringere la mano a uomini e donne di successo” forse tanto brutta come scelta non e` stata, o no?

    Cosa dovrebbero fare sti giovani? Invece di inflazionare i titoli accademici (compreso il Suo) dovrebbero inflazionare la manovalanza e mettersi in conorrenza lavorativa cogli immigrati?

  • mendi

    Servono muratori, carpentieri, idraulici, elettricisti, meccanici, ecc., altro che laureati incapaci di fare qualsiasi cosa se non protestare perché poverini non trovano un lavoro all’altezza del loro titolo. E’ finito quel tempo, la laurea è solo perdere tempo e votarsi alla disoccupazione.

  • diotima

    l’università non forma più da un pezzo. Il “nazismo sociale” di cui all’articolo comincia dalla mancanza di vita accademica come un tempo. i libri di testo “consigliati” sono invece imposti e se provi a spaziare , ad approfondire ti dicono di fare solo quello che dice il professore, perchè sennò non sei furbo.. diciamo che ne so qualcosa. La ricerca è morta in italia perchè i professori (molti, la maggior parte) non insegnano a cercare, ma solo a confermare la loro tesi.

  • tania

    Valerio Romitelli e Ignazio Masulli , che insegnano a Bologna , senza dubbio alcuno . Te ne ho citati due tra quelli che conosco personalmente ma , al di fuori delle facoltà strettamente economiche ( sulle quali non saprei , non posso esprimermi ) .. quindi sempre all’interno delle discipline umanistiche per intenderci , so che ce ne sono tanti altri .

  • antiUsrael

    gli unici che si inalberano sono coloro che usano parole a sproposito per accattivarsi le simpatie dei seguaci della storiografia di regime post45 e chi ancora ne segue i dogmi…
    Il commento è assolutamente pertinente e si taccia se non si hanno argomenti per smentirlo altrimenti con queste boiate sul naziONALSOCIALIsmo siete patetici e ridicoli quanto berlusconi quando disse che i comunisti cinesi bollivano i bambini.

  • Tonguessy

    C’è un piccolo equivoco. Io non ho chiesto il nome di un bravo insegnante (lo so che ce ne sono di ottimi sparsi nel territorio nazionale) ma di “università e facoltà che educano al pensiero libero, critico e non omologato”. In tutte le materie insegnate, intendo, non nel singolo corso tenuto dal bravo insegnante di turno.

  • Skorpio_B3

    Bell’articolo, chiaro ed incisivo; gestisce la complessità della situazione in esame in modo semplice, lineare ed anche un pò sarcastico.
    Personalemte ritengo che l’umanità, nel corso della sua lunghissima storia, non sia mai stata così ignorante come oggi.
    Nella mia personale esperienza ho conseguito un Ph.D in scienze cognitive e mi sono occupato di IA, ho conosciuto di persona diversi ricercatori: matematici, biologi, psicologi cognitivi, neuroscienziati etc.. x la stragande maggioranza bravissime persone sul piano umano, alcune anche interessanti e simpatiche.
    Ma sant’IDDIO non hanno fame di sapere, di conoscere, di espandere la loro coscienza, sono zombie intellettuali imborghesiti impauriti timorosi schierati univormati bigi e serpi se messi all’angolo …
    sono nel tempio della conoscenza ma pensano di essere al campeggio in gita con l’oratorio,
    Tutti questi così detti giovani promettenti “cervelli in fuga” li vedo bene a fare i commessi, i tecnici su qualche macchina, o qualsiasi altro lavoro … ma PORCO DIO lì dove sono fanno e faranno solo CAZZATE e temo ci condurranno (in modo x loro inconscio e quindi incolpevole) sull’orlo della CATRASTOFE (già ora balliamo il tip tap sul bordo del dirupo) …
    Ora io faccio il camiere e distribuisco giornali, professionalmente mi sono suicidato, ma almeno non mi sporco le mani (direttamente o indirettamente) in questo schifo ….

  • Tonguessy

    «Voi sapete che, quando un popolo ha perduto patria e libertà e va disperso pel mondo, la lingua gli tiene luogo di patria e di tutto…». Così Luigi Settembrini ricordava quanto conti la lingua nell’identità e nella coesione di un popolo. Purtroppo, se oggi si dovesse giudicare dal livello di padronanza dell’italiano il grado di attaccamento alla nazione, saremmo davvero messi molto male. La salute della nostra lingua, infatti, sembra piuttosto allarmante, almeno a giudicare dai dati che Tullio De Mauro ha illustrato ieri a Firenze, durante un convegno del Consiglio regionale toscano intitolato «Leggere e sapere: la scuola degli Italiani».

    Tra i numeri evocati da De Mauro e fondati su ricerche internazionali, ce ne sono alcuni particolarmente impressionanti: per esempio, quel 71 per cento della popolazione italiana che si trova al di sotto del livello minimo di comprensione nella lettura di un testo di media difficoltà. Al che corrisponde un misero 20 per cento che possiede le competenze minime «per orientarsi e risolvere, attraverso l’uso appropriato della lingua italiana, situazioni complesse e problemi della vita sociale quotidiana». Basterebbero queste due percentuali per far scattare l’emergenza sociale. Perché di vera emergenza sociale si tratta, visto che il dominio della propria (sottolineato propria) lingua è un presupposto indispensabile per lo sviluppo culturale ed economico dell’individuo e della collettività.

    Tullio De Mauro, 79 anni, tra i massimi linguisti italiani è stato anche ministro dell’Istruzione
    Fu lo stesso Tullio De Mauro quasi cinquant’anni fa, in un libro diventato un classico, Storia linguistica dell’Italia unita, a segnalare il contributo non solo della scuola ma anche della televisione nell’apprendimento di una lingua media che superasse la frammentazione dialettale. Si assisteva in quegli anni al declino del dialetto e contemporaneamente al trionfo di quell’italiano popolare unitario che avrebbe portato, secondo le previsioni dei linguisti, a un innalzamento delle conoscenze linguistiche in parallelo con il progresso economico, culturale e civile. Nel 1973, Pier Paolo Pasolini aprì una discussione: il tramonto del dialetto equivaleva per lui all’abbandono dell’età dell’innocenza e all’entrata nella civiltà dei consumi e nell’età della corruzione. Gli fu risposto che la conquista dell’italiano da parte delle classi subalterne, come si diceva allora, era piuttosto la premessa e la promessa della loro promozione sociale.

    Alberto Manzi, maestro elementare, condusse dal 1959 al 1968 la trasmissione televisiva «Non è mai troppo tardi». Il programma fu un formidabile strumento di aiuto alla lotta contro l’analfabetismo
    Oggi, a quarant’anni da quelle accesissime polemiche tra apocalittici e integrati, tra nostalgici delle parlate locali e fautori delle magnifiche sorti e progressive, sembrano tutti sconfitti di fronte al pauroso ristagno economico, culturale e linguistico. L’allarme lanciato da De Mauro chiama in causa anche il nuovo governo, che finora, ha detto lo studioso, «sembra aver dimenticato l’istruzione». Istruzione e scuola sono i due concetti chiave. Se nel dopoguerra, fino agli anni Novanta, il livello di scolarità è cresciuto fino a una media di dodici anni di frequenza scolastica per ogni cittadino (nel ’51 eravamo a tre anni a testa), oggi si registra, con il record di abbandoni scolastici, un incremento pauroso del cosiddetto analfabetismo di ritorno, favorito anche dalla dipendenza televisiva e tecnologica. Non deve dunque stupire che il 33 per cento degli italiani, pur sapendo leggere, riesca a decifrare soltanto testi elementari, e che persista un 5 per cento incapace di decodificare qualsivoglia lettera e cifra. Del resto, pare che la conoscenza delle strutture grammaticali e sintattiche sia pressoché assente persino presso i nostri studenti universitari, che per quanto riguarda le competenze linguistiche si collocano ai gradini più bassi delle classifiche europee (come avviene per le nozioni matematiche).
    Non bisognerebbe mai dimenticare che la conoscenza della lingua madre è il fondamento per lo studio delle altre discipline scolastiche e delle altre lingue (inglese compreso), così come è alla base della capacità di orientarsi nella società e di farsi valere nel mondo del lavoro. Sembrano constatazione banali, ma non lo sono affatto in un contesto in cui l’insegnamento dell’italiano nelle scuole soccombe all’anglofilia diffusa e la lettura, sul piano sociale, è nettamente sacrificata rispetto all’approccio visivo, comportando vere mutazioni psichico-cognitive. Se ciò risulta vero, non è eccessivo affermare che l’emergenza culturale, nel nostro Paese, dovrebbe preoccupare almeno quanto quella economica.

    Paolo Di Stefano
    http://www.corriere.it/cultura/11_novembre_28/di-stefano-italiani-non-capiscono-la-lingua_103bb0fa-19a8-11e1-8452-a4403a89a63b.shtml

  • modo16

    Ahahahhah…concordo. C’è ancora qualche rintronato che non ha capito che il lavoro è sparito…ripeto, sparito e allora si fomenta i soliti discorsoni triti e ritriti del lavoro duro e manuale che la pagnotta la dà…sì la dà insieme a una bella ulcera dopo 10 anni..

  • Truman

    dice fobia1984: “l’università è soltanto è un centro di omologazione culturale, … un centro di indottrinamento socio-massonico-culturale….
    Certamente è anche questo. Ma chi vuole approfondire la realtà dovrebbe essere in grado di leggere le contraddizioni del mondo reale ed esplorare le pieghe delle contraddizioni.
    1) Non è l’università il principale mezzo di omologazione culturale, ma i media, la TV, facebook e wikileaks.
    2) Se l’omologazione culturale è garantita dai mass media, il potere non ha più bisogno di controllare le masse tramite l’università. Ecco perchè restringe progressivamente l’ingresso alle facoltà. E’ sufficiente indottrinare bene le elites.
    3) Quindi la diminuzione delle persone che studiano non è dovuta al fatto che servono meno specialisti, ma fa parte di un progetto di controllo sociale che vuole pochi laureati e diplomati. Le persone che non hanno studiato si controllano bene con i mass media.
    4) Per chi va all’università sapendo che non troverà la verità rivelata, c’è ancora molto da imparare. Con l’esclusione dei corsi di laurea in scienze della comunicazione, la maggior parte dei corsi di laurea forniscono molte informazioni che lo studente può organizzare ed aggregare in base alla sua esperienza.
    5) Sempre condividendo l’idea che in prima battuta l’università sia un’istituzione pensata per il controllo sociale, continuo a leggere testi universitari quando voglio farmi un’idea di una disciplina. A titolo di esempio, ricordo a Rimini quelli che circolavano con il testo di Wray sulla MMT. Non bastano i filmati su youtube ed i powerpoint per padroneggiare una disciplina, ci vuole un buon testo per approfondire. E chi non approfondisce galleggia sulle fandonie del potere e viene sempre fregato.
    6) E allora il pezzo di carta (il titolo di studio) ha un’importanza molto minore del passato, ma il padroneggiare concetti complessi, il saper fare ricerche bibliografiche, la capacità di confrontarsi con gli altri (e.g. revisione paritaria), la capacità di fissare conceti base e poi approfondire, … Molte di queste cose si possono imparare all’università.
    7) Noto tra l’altro un fatto interessante: ci sono persone che hanno cominciato un corso di studi e poi, per svariati motivi, hanno lasciato perdere. Rispetto a chi non ha nemmeno provato ad approfondire queste persone hanno qualcosa in più. Insomma qualcosa hanno capitalizzato negli studi, anche se non era ciò che volevano i professori.

    Allora evitiamo di mitizzare l’università, abbandoniamo l’idea che il pezzo di carta risolve la vita e cerchiamo di rubare conoscenza dovunque sia possibile, sia sui campi agricoli che all’università.

  • garghy

    Cosa bestemmi? Non hai letto le 2 righe in rosso in fondo all’ articolo?
    A parte che basterebbe il buonsenso…

  • Break74

    Questo è veramente un tema caldo!
    Non per sminuire il vivido interesse per l’epoca in cui siamo immersi ma l’omologazione degli studi universitari si protrae già da parecchi secoli e forse è questo il destino della nostra cultura.Certo la mediocrità della maggiorparte dei laureati con master e trick e track incorporati è una prerogativa del nostro scempiato periodo storico.
    “Master + optional” non sono altro che prodotti commerciali come coca-cola, apple, e le

    università non sono altro che i moderni centri commerciali della cultura e i professori degli aridi commessi.

    Tempo fà lasciai l’università pervaso

    da un totale senso di nausea. Ed è per questo che ho approfondito i miei

    studi nelle biblioteche. Gratis e senza la mediazione di professoroni privi di carisma che si

    avvitano su se stessi (materie letterarie e filosofiche) o alla meglio son

    frutto della corruzione economica (economia e commercio) o peggio ancora

    del foraggio delle case farmaceutiche (medicina e psichiatria).

    Generano masse di lobomotizzati che a parte l’indotrinamento accademico il più delle

    volte non sanno neanche cosa vuol dire passare giornate insieme a Kant,

    Platone, Cartesio, Pascal. Gente grigia che non sa neanche cosa sia la

    letteratura, l’unico bene che ci può salvare dallo sfacelo in cui siamo

    catapultati con una forza dirompente; L’unica cosa che non ci fa sentire poveri anche quando tutto

    crollerà intorno a noi e non avremo neanche i soldi per combinare due pasti al

    giorno.
    Manualità + Natura + Tanta tanta letteratura classica.
    Questa è la vera Università.

    I professori universitari poi non ne parliamo. La maggiorparte sono degli

    egocentrici schiavi della loro mediocrità e servi del sistema o del timore del sitema conformistico.
    SCHOPENHAUER lo diceva già più di 150 anni fà.

  • Kevin

    “i libri di testo “consigliati” sono invece imposti e se provi a spaziare , ad approfondire ti dicono di fare solo quello che dice il professore, perchè sennò non sei furbo” Condivido in pieno. Sono ancora in ballo con la triennale e mi manca poco per concludere e queste parole le ho pensate fin dai primi mesi che sono venuto a contatto con questa patetica istituzione che ha la pretesa di voler “formare menti libere”. Nell”università vige l’obbedienza assoluta, proprio come nella chiesa cattolica. Se dovessi tornare indietro probabilmente zapperei la terra fin da subito.

  • cardisem

    Da addetto ai lavori io lascerei da parte il “nazismo”, che è appunto una di quelle cose che l’università non consente di studiare. Da addetto ai lavori convengo che il modello ripetitivo di una narrazione altrui, è poco più che una truffa. Ma più che richiamare il nazismo – un luogo comune di rito – pesco nella mia memoria, con qualche inesattezza, una citazione da Giordano Bruno, di oltre quattro secolo fa, lasciando stare il nazismo. Che diceva a propositi di studenti e professore del suo tempo, di lauree e simili titoli? Uno studente che inizia un qualsiasi corso di studio in una qualsiasi disciplina sa di essere almeno all’inizio un “somaro” in quella disciplina o in generale. Terminato il corso di studi, continua ad essere un “somaro”, allo stesso modo dei suoi insegnati “somari”, che si basano sulle proprie “narrazioni”, inflitte a giovani “somari”, ma non sa più di essere un “somaro” ed ha perfino perso l’innocenza del “somaro” che sa di essere un “somaro”. Questa è la condizione dell’istruzione pubblica e privata nella nostra epoca… Altra cosa ovviamente è la trasmissione dei ruoli sociali che si basano su titoli e percorsi obbligati… Ma forse il discorso è complesso… Il problema però è che certe cose non si possono dire: o uno le capisce o nessuno glielo può dire…

  • Tonguessy

    E dove sarebbe la bestemmia? Credo che un paio di occhiali non guasterebbero in questi casi prima di alterarsi inutilmente. Le DUE RIGHE IN ROSSO? Quali, di grazia?

  • Kevin

    Tranquillo che soggetti del genere ci sono anche nelle facoltà scientifiche, se dovessi raccontare tutte le cose che ho visto con i miei occhi ci sarebbe da strapparsi i capelli per la disperazione (basta pensare a un soggetto come Odifreddi).

  • Break74

    Ovviamente concordo! Tutto il sistema Univ. e incrostato di calcare.

  • cavalea

    Distribuire giornali è il massimo che professionalmente ti meriti, visti gli sprezzanti giudizi conditi dal turpiloquio, che vomiti nei confronti di chi fa solo onestamente il proprio dovere.

  • andyconti

    pero’ se parli di numero chiuso e tocchi il diritto allo studio come dogma, ti danno del fascista

  • Tonguessy

    il numero chiuso potrebbe non essere un problema, dove il vero problema è: chi decide il numero e la distribuzione dei posti? In base a quale piano di “sviluppo”? Perchè occorrono tutti questi avvocati? Forse perchè lo Stato è incapace di badare alle esigenze minime dei cittadini e li lascia in balìa di una giustizia sempre più precaria e inaffidabile (giusto per fare un esempio)?

  • Dibrutteo

    Finalmente un articolo che dice le cose come stanno.

    Laurearsi in Italia NON VALE la pena, tranne rarissimi casi.

    Che senso ha laurearsi in un Paese in cui i laureati sono solo il 7% della popolazione, mentre gli analfabeti totali sono il 12% (i TOTALI…perchè tra analfabeti e semi-analfabeti in Italia sono 32 milioni)

    Che senso ha laurearsi nel Paese con gli stipendi PIU’ BASSI del mondo occidentale e le 3°tasse più alte dopo Danimarca e Svezia (senza 1/10 dei loro servizi) nonchè l’unico al mondo che prevede le figura da 3° mondo di “stagista a gratis” e i “co.co.co”?

    Che senso ha laurearsi in un Paese in cui le uniche possibilità di lavoro sono rappresentate ancora oggi dal “piccolo e bello”, i cui imprenditori DI CERTO non sceglieranno mai chi far lavorare in base al titolo di studio, ma tenteranno prima di far spazio a parenti e amici?

    Che senso ha laurearsi nel 4° Paese più corrotto d’Europa, dove perfino (e direi ovviamente) anche i concorsi statali sono corrotti e molti dei processi di selezione del personale in generale pure (vedere agenzie interinali)?

    Che senso ha laurearsi in un Paese che non ha neanche una università tra le 200 migliori del mondo – e dove in molti casi si studia in strutture fatiscenti o peggio?

    Che senso ha laurearsi in un Paese dove il 39% della popolazione non ha mai utilizzato un computer e dunque non sa nulla del mondo al di fuori dei primi 6 canali televisivi? (solo Grecia, Bulgaria e Romania fanno peggio in Europa)

    Che senso ha laurearsi in un Paese in cui il tasso di disoccupazione reale non è 9,3%, come vogliono farci credere, ma almeno il doppio? (contando gli inattivi, gli sfiduciati, i cassintegrati, i nascosti, i falsi invalidi, ecc…)

    Che senso ha laurearsi nell’unico Paese del mondo occidentale insieme alla Grecia in cui ci sono professori-baroni ultrasessantenni che prima ti danno 20 manuali di cartaccia scritta da loro da studiare (cosa illegale nei paesi anglosassoni) e poi ti bocciano 11 volte prima di farti passare perchè non ricordavi una riga?

    Che senso ha laurearsi nell’unico Paese al mondo in cui i selezionatori ai colloqui ti dicono “che a 26 anni sei troppo vecchio per cercare lavoro se hai una laurea ma sei senza esperienza”?

    Che senso ha laurearsi in Italia, pagando migliaia di euro in affitti a nero nella città in cui si studia, finendo in stanze overpriced e di bassa qualità, in appartamenti scrostati e anteguerra nei migliori dei casi, in mano a mafiosi senza scrupoli che manco ti fanno il contratto ma poi ti fanno il culo alla prima presa di corrente che trovano non funzionante?

    Che senso ha laurearsi in Italia, Paese in cui se dici in giro che sei laureato in qualcosa che non sia ingegneria o medicina ti diranno “e perchè hai scelto scienze delle merendine? Perchè non le lingue babilonesi allora?”

    Che senso ha laurearsi in Italia, paese d’Europa con la più grande comunità cinese (= che significa concorrenza imbattibile) e in cui il lavoro nero è la regola?

    Che senso ha laurearsi in Italia quando al di fuori dall’Italia nessuno would give a fuck di una laurea italiana perchè sanno benissimo come funzionano le cose qui (così come giustamente noi difficilmente assumeremmo uno con una laurea greca o boliviana, o lo faremmo con molti dubbi….)

    Se qualcuno trova ancora un senso (ma temo che un senso non ce l’ha), gli faccio i complimenti….(poi però non lamentatevi che guadagnate 200 euro al mese, che siete depressi, che vi sentite falliti o simili…in fondo, ve la siete cercata.)

  • andyconti

    infatti, io sarei per il numero chiuso, pero’ in questo caso ti dicono che sei darwiniano e reprimi il diritto allo studio. Non occorrono tutti questi avvocati, comunque, nemmeno nell’ambito di questa giustizia volutamente malata, ce ne sono comunque troppi perche’ fa figo essere avvocati e i ragazzi vogliono essere chiamati dotto’….

  • Georgejefferson

    La mia generazione(1975)dalle mie parti e’sembrata l’ultima di quelli AL LAVORO A 14 ANNI,cioe,mi ricordo che chi proseguiva gli studi era comunque una percentuale minore di chi lavorava da dopo le medie.Poi da li tutto cambio,la stragrande maggioranza dei giovani ora prosegue almeno fino ai 20 anni.E tanto di cappello ai genitori che con tanti sacrifici incentivano questa prosecuzione degli studi.Ma una volta riflettevo con un semplice calcolo matematico…al di la delle differenze di lavoro avvenute nei decenni,mi sembra che la maggior parte del lavoro sia comunque ancora manuale…tra virgolette da terza media,insomma se il lavoro da impiegato(termine usato genericamente)e’comunque in percentuale minore,per forza di cose larga parte degli ex studenti andranno a fare un lavoro(se lo troveranno si intende)manuale a cui il titolo non gli serve.Quindi va da se che ci vorrebbe piu severita da parte del genitore di valutare che il figlio meriti,per dedizione, volonta e vocazione di proseguire,altrimenti sarebbe piu giusto indirizzarli al lavoro o mestiere da iparare…Questo e’uno spunto di riflessione penso interessante,anche se non entra nel merito delle questioni affrontate dall’articolo

  • Kevin

    Penso che il numero chiuso convenga più agli studenti che ai professori ed è per questo che non lo metteranno mai in tutti i corsi di laurea. Io da studente sono favorevole al numero chiuso, ma purtroppo non ci sarà mai. Mi spiego: c’è un problema evidente che è l’alto tasso di abbandoni e l’alto tasso di fuori corso. Ora, se supponi di avere un numero chiuso, stai praticamente dicendo che gli studenti che sono riusciti ad accedere all’università sono una sorta di elite. Bene, se però il trend degli abbandoni e dei fuori corso rimane comunque alto, cosa significa questo? Che il problema non sono gli studenti fancazzisti/poco preparati all’ingresso (hai già fatto una selezione) ma sono i professori, l’organizzazione pessima delle segreterie, il numero di esami spropositato e via dicendo (nota: ogni anno vengono attivati nuovi corsi, corsi con due,tre,quattro edizioni solo per dar da mangiare a persone che non troverebbero posto neanche come bidelli di una scuola media). Non so com’era l’università 40,50,60 anni fa, ma oggi come oggi l’università è disastrata. Bisogna rifarla da capo, non riformarla.

  • nuovaera89

    Verissimo, l’unica cosa da fare è andare all’estero, ma una cosa voglio dirla, nemmeno chi ha il diploma AGRARIO o TECNICO riesce a trovare lavoro facilmete, è un periodo no in generale, sia per chi ha ottenuto una qualifica di tre anni, il diploma e la laurea!

  • simonlester

    No , dai racconta

  • andyconti

    e’ esattamente cio’ che volevo dire e io mi riferivo al ricordo di quando ero studente: gia’ allora ero favorevole al numero chiuso.

  • ilprigioniero

    per adesso l’unico razzista e non poco, mi pare l’autore dell’articolo… ma si torniamo al periodo post medioevale… magari facendo i corsi di laurea in latino e facendosi il titolo magister come si faceva anticamente… lasciamo che il popolino (non loro che sono l’elite ed hanno diritto ad una cultura superiore) rimanga ignorante… a me sembra l’unica ideologia nazionalsocialista mi sembra di vederlo proprio in chi ha espresso questi concetti in un articolo (si fa per dire) ampiamente ridicoli, scarsi nel contenuto, qualunquisti nella forma e razzisti nel complesso.