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CINQUE CONSEGUENZE FILOSOFICHE DELLA CRISI

DI MARCELO JUSTO
BBC Mundo

L’attuale crisi economica non si limita a una questione di statistica, né si riduce all’impatto devastante di incertezza e disoccupazione sulla società.

Con la debacle mondiale è crollata una visione del mondo che era sembrata quella dominante e irreversibile dopo la caduta del muro di Berlino.

Questa visione è stata catturata da alcune citazioni celebri come “la fine della storia” di Francis Fukuyama, “la società non esiste” del primo ministro britannico Margaret Thatcher o i dieci punti del consenso di Washington che promuovevano la liberalizzazione, la deregolamentazione e la privatizzazione globale.

Il nuovo dogma seguito alla sconfitta del comunismo era dare tutto il potere al settore privato, assumere il mercato a misura di razionalità economica e utopia e l’individualismo più sregolato come principio etico ordinante.

Con la recessione economica anche questa visione del mondo è entrata in crisi.

BBC Mundo ha identificato cinque conseguenze a livello filosofico.1. Filosofia politico-economica

La legge della domanda e dell’offerta ha esercitato un potere assoluto sulle teorie di politica economica degli ultimi tre decenni.

Secondo il pensiero classico, l’offerta e la domanda funzionano come un perfetto sistema omeostatico (autoregolamentato) che tende all’equilibrio perfetto e fa perno su un principio infallibile: il prezzo.

Con molta domanda e poca offerta di un prodotto, il prezzo sale fino a raggiungere la somma che il mercato può pagare per quel bene.

Al contrario, con poca domanda e molta offerta, il prezzo si comprime finché qualcuno non lo acquista con la convinzione di non trovarlo a costo più basso.

Nemmeno il premio nobel conferito all’economista Joseph Stiglitz per la sua ricerca sul ruolo che l’informazione svolge in questo mercato – l’informazione su cui fanno affidamento le migliaia, milioni di persone coinvolti in un particolare mercato non era perfetta, quindi il prezzo rifletteva altre variabili – ha distrutto questa fiducia cieca nel funzionamento omeostatico.

Con questa premessa teorica, cosa c’era di meglio che deregolamentare tutto e lasciare che il mercato si incaricasse degli equilibri economico-sociali?

Il fatto è che la realtà economica è piena di fenomeni imprevedibili.

Dov’è il meccanismo regolatore del mercato in quelle che vengono chiamate bolle, come quella immobiliare dei mutui sub-prime che ha sguinzagliato la crisi attuale?

Il prezzo delle proprietà, in costante ascesa, rifletteva la situazione di domanda e offerta?

La conclusione più ovvia è che domanda, offerta e prezzo fanno parte di un meccanismo socioeconomico infinitamente più complesso di questa ingiustificata semplificazione che è stata applicata per così tanto tempo.

2. Crisi della razionalità di mercato

Le domande precedenti danno per scontata una premessa fondamentale della legge della domanda e dell’offerta: la razionalità dei mercati.

L’essere umano cerca da molto tempo la razionalità in materia economica e filosofica.

La pianificazione economica che fece furore dopo la crisi del ’29 e il dopoguerra ebbe come obiettivo la sintonizzazione di produzione e consumo con le necessità della società.

Con il crollo del comunismo il mercato si impose come unica logica globale.

Secondo questa ideologia il mercato era razionale ed efficiente per la distribuzione delle risorse, tanto in ambito lavorativo che produttivo e finanziario.

La debacle mostrò che il mercato ha la stessa dose di irrazionalità, capriccio, imprevedibilità di qualsiasi individuo o gruppo umano.

Il che ci pone di fronte a un problema inquietante.

Se i mercati o lo stato non sono alla base di un funzionamento socioeconomico razionale, significa che siamo in balia degli elementi?

3. Conseguenza assiologica: teoria dei valori

Questa apparente disparità nella consuetudine socioeconomica viene completata da una crisi di fondamenti etici.

Dagli anni ’80 e in particolare con la caduta del muro di Berlino si è imposto un individualismo basato su una teoria dell’egoismo come valore organizzativo ideale di una società.

La teoria risale ad Adam Smith e alla sua considerazione del fatto che la miglior maniera di comportarsi socialmente, recando beneficio al prossimo, fosse quella in cui ognuno persegue il proprio interesse, in quanto la mano invisibile del mercato avrebbe messo a posto qualunque problema sul cammino.

Adam Smith non ha mai negato l’azione sociale né il compito dello stato, e nemmeno la presenza dei valori (la giustizia era fondamentale nel suo sistema) come da interpretazioni seguenti frutto di ignoranza o malafede.

Ma uno dei suoi seguaci, Frederich Von Hajeck e il suo discepolo Milton Friedman, radicalizzarono le sue idee.

Ayn Rand, autrice di romanzi e filosofa che cominciò a diffondersi negli anni ’40, ha avvalorato dal punto di vista filosofico questa inversione di tendenza sostenendo che l’egoismo come cieca ricerca del proprio benessere era alla base della civiltà.

Tra i suoi discepoli c’era Alan Greenspan, anni dopo alla guida della Federal Reserve statunitense dal 1987 al 2006, quindi durante il periodo della più completa deregolamentazione finanziaria.

Lo stesso Greenspan ha riconosciuto di fronte al Congresso che il suo costrutto teorico faceva acqua.

“Mi stupisce. Nel corso di 40 anni e oltre le prove sostenevano l’eccezionale efficienza di questo sistema”, ha dichiarato Greenspan.

Oggi si è trovato un accordo sul fatto che la ricerca sfrenata del proprio tornaconto è stata determinante nelle due megacrisi mondiali degli ultimi 80 anni, la grande depressione e questa.

Sono necessarie altre prove, oltre all’impatto devastante di queste ultime?

4. Rischio, casualità, incertezza

Una premessa dell’illuminismo che si è sostituita alla fede per due secoli è stata la possibilità di una corrispondenza tra ciò che diciamo e la realtà.

Tale corrispondenza era alla base della conoscenza scientifica e della previsione di fenomeni e tendenze.

Dall’inizio del XX secolo questa premessa è stata più volte confutata (da Ludwig Wittengstein fino al principio di incertezza del fisico Werner Heisenberg e il relativismo radicale dei postmoderni), ma una fede di fondo nei suoi principi è sopravvissuta in molti campi, tra cui l’economia.

Due finanzieri ben noti, immersi in dibattiti filosofici, sono convinti che questa crisi metta nella posizione di dover ripensare alle cose.

George Soros ha studiato filosofia alla London School of Economics con Karl Popper, e ha appena pubblicato le sue conclusioni in Cattiva Finanza. Come uscire dalla crisi, il cui suggestivo sottotitolo è Un nuovo paradigma per i mercati.

Secondo Soros fingere che i mercati riflettano l’andamento reale dell’economia e che si autoregolino in base a domanda e offerta significa non riconoscere il processo fondamentale che gioca la soggettività, e un fenomeno da lui denominato riflessività.

Il valore dell’oro e degli immobili non sale perchè riflette la sottostante realtà di domanda e offerta, ma perchè gli operatori del mercato influiscono su esso con la loro interazione, come succede nelle bolle finanziarie che si creano intorno a un prodotto o a un comportamento di massa (tutti vogliono comprare o vendere un prodotto nello stesso momento).

Un altro investitore con la stessa inclinazione filosofica, Nassim Nicholas Taleb, ha pubblicato nel 2007 Il Cigno Nero, in cui afferme che possiamo prevedere solo gli avvenimenti ovvi e non i cambiamenti.

Taleb lo esemplifica con il cigno nero. Per molto tempo si pensò che tutti i cigni fossero bianchi perchè l’osservazione aveva abituato l’uomo europeo a questo stato di cose.

Finché in Australia non apparve un cigno nero, e si dovette rivedere tutto.

Secondo Taleb nessuno ha previsto alcun terremoto nella storia dell’umanità.

Dall’avvento del cristianesimo alla caduta del comunismo e agli attentati dell’11 settembre, tutto è successo senza che nessuno lo anticipasse, anche se a posteriori è stata costruita una narrativa esplicativa piena di cause che rendevano inevitabili questi avvenimenti.

Se non possiamo anticipare le cose più importanti, cosa sappiamo?

5. Conseguenza ontologica

Dopo tutte queste considerazioni, si può formulare la domanda centrale dell’ontologia, la branca della filosofia che si occupa dello studio degli enti.

Cosa esiste, cos’è reale in questo universo socioeconomico?

Nel XVII secolo Cartesio dovette rifarsi al proprio pensiero per arrivare ad una certezza soggettiva di ciò che esisteva effettivamente: penso, quindi esisto.

Il povero Cartesio non visse in questo mondo quasi irreale della finanza del XXI secolo.

Se è relativamente facile trovare delle basi reali per produzione e consumo, è molto più complesso capire lo status degli strumenti finanziari come i noti attivi tossici (debiti praticamente non riscuotibili) o i derivati (contratti di acquisto futuro basati su una scommessa sul valore che il bene avrà: materia prima, ipoteche, liquidità ecc.), fondamentali per comprendere la crisi che stiamo vivendo.

Nel 2007 si calcolava che il Pil mondiale (tutti i beni e servizi prodotti nel mondo) fosse di 63mila miliardi.

In quello stesso anno si stimava che il mercato dei derivati facesse girare 596mila miliardi, quasi dieci volte in più di quello che il pianeta produceva.

Il valore del Pil si riferisce a cose tangibili.

Cos’hanno di reale i derivati o le bolle, queste scommesse esagerate sui prezzi futuri?

Non è una domanda che si pongono solo i neofiti in materia economica.

“In termini filosofici gli economisti sono dei materialisti per cui i sacchi di grano sono molto più reali dei portafogli di buoni”, ha spiegato all’ Economist Perry Mehrling del Barnard College, alla Columbia University.

E tuttavia, come dimostra lo stesso funzionamento del denaro, l’economia è una realtà molto più elusiva.

“Il denaro non è una cosa del tutto reale. E’ la promessa che uno potrà comprare qualcosa. Proprio come quello che uno tiene depositato in banca. E’ una promessa che la banca pagherà. Se la banca fallisce, la promessa non esiste più”, ha illustrato a BBC Mundo Jon Danielsson della London School of Economics.

Se moltiplichiamo questo per i miliardi di transazioni giornaliere che si fanno in denaro contante o buoni, titoli e altri beni volatili del mondo finanziario, si può vedere quante promesse non sono state mantenute.

Titolo originale: “Cinco consecuencias filosóficas de la crisis”

Fonte: http://www.bbc.co.uk
Link
25.07.2009

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di DIEGO VARDANEGA

Pubblicato da Das schloss

  • neutrino

    Attenzione!
    Con la scusa che i mercati sono irrazionali, i prezzi non portano informazione, ecc.. i cittadini rischiano di ritrovarsi senza alcun potere, in balia di senati di “saggi” o soviet supremi!
    I mercati hanno spazzato via l’aristocrazia in tre secoli, perché le loro leggi di base erano comprensibili da chiunque, ed era facile anche per gli umili adattarsi ad esse.
    Con cosa vogliamo sostituire il mercato? Con un centro studi che decida centralmente come allocare le risorse? Con amministrazioni statali o sovranazionali (UE, WTO)?? Attenzione che questa è l’ennesima fregatura… Solo perché potenti organizzazioni sono riuscite (con fatica) a distorcere i mercati non significa che ora dobbiamo permettere ad altre (o le stesse) organizzazioni di sostituirli con politiche arbitrarie e centralizzate!! Allora sì che i cittadini non avrebbero più nessun controllo…

  • vic

    Il cigno nero

    Nassim Taleb mette l’accento su un aspetto poco trattato nei media. Il fatto che il calcolo del rischio negli ambienti finanziari procede da assunti improbonibili.

    In poche parole si fa’ un uso sconsiderato della cosiddetta campana di Gauss. Campana che viene usata ovunque nelle scienze a proposito e purtroppo anche a sproposito per descrivere l’occorrenza di avvenimenti aleatori. Si tratta di una curva simpatica alla vista, bella simmetrica, dai fianchi slanciati, cioe’ che decadono abbastanza rapidamente.

    E qui sta’ il punto. La campana dovrebbe descrivere gli avvenimenti aleatori quando sono in gioco moltissimi avvenimenti. Il fatto e’ che gli avvenimenti non usuali, cioe’ molto lontani dalla media, nella pratica di solito vengono ignorati appunto poiche’ la campana di Gauss dice che la loro probabilita’ e’ estremamente piccola, insomma trascurabile.

    Eh no, nel mondo della finanza non e’ cosi’! Gli avvenimenti molto lontani dalla media sono poco probabili ma non trascurabili. Quindi il rischio va’ calcolato lasciando perdere Gauss e la sua curva. Taleb, che e’ del ramo, dice che in realta’ i calcoli sul prezzo dei derivati e prodotti affini fan uso a man bassa di Gauss, a sproposito.

    Cosi’ i calcoli sul rischio corso dalle banche erano completamente falsati. I responsabili che ne leggevano le conclusioni si sentivano relativamente tranquilli: “i nostri modelli dicono che corriamo un rischio accettabile”, affermavano in coro.

    Poi s’e’ visto il cigno nero della crisi. E tutti a dar aragione a Nassim Taleb. Troppo tardi ormai.

    La conclusione? Che fra i responsabili della crisi vi sono pure gli ingegneri finanziari che credevano ciecamente ai loro assunti, lontani da ogni realta’. Ovvio che servivano da scudo all’ingordigia dei loro manager.

    Insomma Gauss venne violentato in primis dagli ingegneri della finanza creativa e non dai dirigenti della finanza.

  • vic

    Se un ingegnere civile costruisce un ponte che poi crolla al primo vento, ne e’ ritenuto responsabile.

    Non si capisce perche’ gli ingegneri finanziari delle banche non sono tenuti a pagare i danni causati dai loro calcoli assurdi.

    Qualcuno ce lo spiega?

    Grazie

  • BlackWarrior

    Eh, il mistero delle “bolle”…c’entreranno qualcosa la CARTA STRACCIA SENZA VALORE e il CREDITO A CAZZO DI CANE con cui vengono APPOSITAMENTE CREATE – cose che nell’articolo si guardano bene anche solo dal menzionare? 🙄

  • Davide71

    Lo scopo dell’articolo é semplicemente quello di affermare che la causa della crisi é il libero mercato e perciò gli operatori che in esso agiscono. Questi vogliono soltanto salvare la classe politica che assicura il loro culo sulle poltrone dei media mainstream dicendo: “I poveri politici si sono fidati degli operatori di mercato e hanno fatto male. Adesso promettono di non farlo più.”
    In realtà sono proprio i politici la causa della crisi. La LORO sete di potere e di ricchezza a buon mercato ha causato tutto questo. Tutte i posti di potere nelle banche americane sono assegnati con logiche di interesse politico e intervengono in maniera così devastante sui mercati con le loro armi di tipo politico (denaro inflazionato, informazioni riservate, minacce, leggi ad hoc) da rendere lo stesso termine “mercato” una barzelletta.
    Quando esisterà un mercato libero si vedranno le sue eventuali pecche. Io sto ancora aspettando.
    Come tutti i giornalisti dal punto di vista filosofico questo é un dilettante. Come può affermare che “il denaro non é una cosa del tutto reale” viste le conseguenze che provoca? Il bello é che ha citato un tizio che diceva “…gli economisti sono dei materialisti …”
    Una conseguenza filosofica della crisi avrebbe dovuto essere: “Il materialismo é una grandissima boiata” ma se gli analisti sono della stessa forza di questo qua stiamo freschi!
    Un ultimo appunto: la tradizione liberale aveva individuato tre precondizioni affinché l’egoismo individuale portasse al benessere collettivo:
    1) rispettare gli impegni assunti;
    2) rispettare i diritti di proprietà altrui;
    3) fare le due cose precedenti volontariamente, e non perché costretto;
    in assenza di queste precondizioni l’egoismo individuale porterebbe solo alla legge della giungla e questo lo sapeva benissimo già Adam Smith.
    Io Friedman non lo conosco, ma so per certo che quello che dice questo qua su Hayek é una fesseria. Tutto quello che hanno sempre cercato di fare i liberali é liberare il mercato dalle grinfie della politica, nella convinzione del tutto giustificata che la politica avrebbe finito per distruggerlo. Questo é il motivo per cui sono crollati i regimi comunisti, e questo é il motivo per cui crolleranno ancvhe i presenti regimi cripto-comunisti.

  • vic

    Guarda nell’ultimo numero di “Le Scienze”. C’e’ un articolo a prima vista molto critico dell’ipotesi del libero mercato. Detto sinteticamente propone di allargare il modello tenendo conto di altri fattori quali l’irrazionalita’.

    Arrivo alla fine e mi dico: ma questi qua ci stanno contrabbandando qualcosa in modo subliminale. Vogliono darci ad intendere che l’AAA (Alta Avidita’ Arrampante) nonche’ le mastosdontiche collisioni d’interesse non centrassero un tubo con la crisi.

    Le usano tutte per deviare l’attenzione da dove cova veramente il fuoco distruttore. Mi sbaglio?

    La disinformazione piu’ subdola e’ l’informazione taciuta. Basta osservare i media “di regime” con un po’ d’attenzione per rendersene conto.

    Buona domenica

  • victorserge

    semplice: non si vedono le macerie in giro.
    nella percezione della gente è peggio un terremoto finanziario oppure un terremoto vero, con case distrutte, magari perché costruite male, persone morte etc etc?

  • victorserge

    cosa è il libero mercato in assenza di stato?
    non esiste.
    quindi è inutile dire che von hayek o friedman volesse togliere l’economia dalle grinfie della politica.
    la politica è l’organizzazione della società e quindi dell’economia.
    una svolta positiva nell’economia non può essere disgiunta da una svolta positiva della politica.
    il comunismo, è la massima espressione teorica e pratica dell’equilibrio tra la domanda e l’offerta del mercato.
    ma è ovvio che nessuno è interessato a questo equilibrio perché altrimenti il profitto se ne andrebbe a farsi benedire.

  • Davide71

    Finché si tratta di organizzare l’economia, cioé stabilire le regole del gioco, non ho obiezioni. Il problema del comunismo é stato quello di cercare di organizzare l’economia fin nei minimi dettagli. I regimi comunisti stabiliscono i prezzi e il tipo dei prodotti e i costi e il tipo di fattori di produzione, e se uno “non ci sta dentro” chi se ne frega. Deve esistere un equilibrio tra esigenze della società e libertà individuale, intesa come libertà, per l’imprenditore, di scegliere i fattori produttivi più opportuni per soddisfare la domanda di mercato. In ogni caso l’Italia é in tutto e per tutto un regime comunista, e se non te ne accorgi é solo per via del martellamento mediatico e per il fatto che non sei un imprenditore privato. Oggi gli unici imprenditori privati che possono stare sul mercato sono i mafiosi, che se ne fregano delle regole, gli enti pubblici, che non devono pagare tasse (che non hai idea di quanto pesino nel bilancio di un’azienda onesta), e i furbacchioni più o meno immanicati con la politica. Purtroppo solo con l’avvento del capitalismo la politica si é buttata anima e corpo nell’economia come strumento di dominio politico e di guerra commerciale. Se i politici si limitassero a studiare buone regole e farle rispettare tutto si risolverebbe. Tutto qua. Si tratta semplicemente di correggere un’esagerazione.

  • vic

    Rimettiamo il campanile al centro del villaggio.

    Quale dovrebbe essere lo scopo di una societa’ civile? Direi, quello di permettere ad ogni suo cittadino di esprimere al meglio i suoi talenti migliori. Nessuno e’ piu’ soddisfatto di chi puo’ esprimere se stesso al meglio. Di conseguenza si ha una societa’ di cittadini soddisfatti. Chi e’ portato alle opere sociali, viene incoraggiato e remunerato per questo. Chi e’ un bravo artigiano, lo stesso. Idem per gli scienziati e gli artisti. Altri magari preferiscono fare due attivita’: una di utilita’ sociale, l’altra di sviluppo dei propri talenti.

    Il libero mercato semmai entra in seconda o terza istanza, quando si tratta di decidere la giusta remunerazione.

    I politici che fanno del libero mercato il loro credo assoluto e lo assurgono a dio onnipotente, fanno in primo luogo un’operazione intellettualmente depravata, dimenticando la dimensione umana della societa’ ed i traguardi cui essa dovrebbe tendere, come societa’.

    La costituzione Americana parla di diritto alla felicita’. Quanto ne siamo lontani, noi del mondo occidentale!

    Saluti

  • Allarmerosso

    che ogni situazione critica serva ai grandi per assorbire i piccoli direi che non sarebe la prima volta che accade . I cittadini non rischiano perchè si trovano gia in una situazione del genere .
    Amministrazioni statali ?!!! (per certi versi direi magari almeno FORSE il popolo potrebbe pretendere piu potere ) propendo piu per la seconda ossia amministrazioni , pardon Organizzazioni sovranazzionali .
    ripeto che concordo su questo ammonimento , non capisco però quando dici :

    Solo perché potenti organizzazioni sono riuscite (con fatica) a distorcere i mercati non significa che ora dobbiamo permettere ad altre (o le stesse) ”

    E’ chiaro che sono le stesse solo che rimangono quelle che si siedono per prime sulla sedia quando si spegnerà la musica

  • brezzarossa

    Qualcuno può affermare che non si
    tratti di una crisi del libero mercato? Oppure, si può affermare che
    questa crisi sia generata da scelte politiche che lo vanno ad
    alterare?

    La crisi è partita proprio da quei
    settori extrabilancio e assolutamente non sottoposti a nessun
    controllo, i famosi derivati, che sono
    unanimemente associati a tutte quelle follie finanziarie cui adesso
    dobbiamo pararci il culo.

    I mercati sono razionali?

    Beh su questo i fatti che dimostrano il contrario si sprecano.

    Si può negare che le tre maggiori crisi finanziarie (vi ricordate i tulipani olandesi?), siano nate e cresciute in regimi a bassissimo controllo politico ed in periodi in
    cui il pensiero liberale aveva caratteristiche egemoni? No.

    Penso che questo modello economico,
    giustamente ricondotto ad una questione filosofica, sia in profonda
    crisi. Non sono convinto che si riuscirà ad abbatterlo o perlomeno a
    farlo facilmente. Ritengo inoltre che sia necessario ripensare
    l’economia come scienza autonoma, troppi errori macroscopici e pochissima capacità previsionale. Trovo quest’articolo pur nella
    sua semplificazione pertinente e giustamente critico.

  • GCT

    Warren Buffet in un’intervista al New York Times ha detto: “C’è una guerra di classe, d’accordo, ma è la mia classe, quella dei ricchi, che sta facendo la guerra, e stiamo vincendo”.

    A mio parere tutte le ipotesi filosofiche di cui si discute sono fatte per venire incontro alla mentalità ed ai bisogni dei ricchi, che nella società occidentale filo anglo-sassone è vista come la classe prediletta da Dio. Anche la Chiesa cattolica, che dovrebbe essere contraria al calvinismo, ha avuto negli ultimi tempi un ruolo ambiguo nel privilegiare le istanze dei ricchi piuttosto che quelle dei lavoratori.

    Obama poi doveva favorire Main Street contro Wall Street, ma mi sembra che la sua politica economica continui a favorire i soliti noti.

    Per il resto l’articolo mi sembra apprezzabile, anche se non dà soluzioni. Il mio parere è, che se è una guerra di classe, i non ricchi la stanno perdendo malamente, senza idee, senza proposte, senza niente.

  • Tonguessy

    “Una premessa dell’illuminismo che si è sostituita alla fede per due secoli è stata la possibilità di una corrispondenza tra ciò che diciamo e la realtà.” Si può anche pensare che il razionalismo di Cartesio abbia prreparato il terreno all’illuminismo.
    “Nel XVII secolo Cartesio dovette rifarsi al proprio pensiero per arrivare ad una certezza soggettiva di ciò che esisteva effettivamente: penso, quindi esisto.

    Il povero Cartesio non visse in questo mondo quasi irreale della finanza del XXI secolo.”

    Si potrebbe parlare per ore sul fatto che del pensiero lasci tracce. Più o meno come i subprime fatti a fette e venduti impacchettati come prodotti finanziari. Se reale dev’essere, che REALE sia per tutti. Il pensiero può essere reale, ma solo nella mente del pensatore. Nessun altro può sapere se una persona sta pensando, a parte lui stesso. Da questo errore madornale che troppi si affannano a non vedere nasce la matrice che vede la reale oggettività saccheggiata nel nome di una presunta soggettività. Se è pensato, è reale. Questo è l’assunto cartesiano. E così alcuni secoli dopo troviamo che se lo schema Ponzi (quello che mediamente ogni promotore finanziario propone, Madoff ad es) è pensato, allora è reale.
    Il “povero” Cartesio quindi, al contrario di quello che affrema l’articolista, non è la vittima ma il carnefice. Cosa verificabile anche nella sua vita personale. Morì di “stenti” perchè la regina Cristina di Svezia lo obbligava a delle levatacce mattutine: lui che adorava PENSARE nel comodo del suo letto fino al pomeriggio ne uscì a pezzi, e morì.

    Per tutto il resto ricordo che il compianto Lakatos teorizzava che la vera scienza non fosse nè quella falsificabile alla Popper nè verificabile del Circolo di Vienna ma quella che possiede la capacità di fare previsioni corrette. Peccato che gli economisti si interessino così poco di epistemologia. A loro interessano di più le stock option, che sono ben più reali (doppio senso)

  • victorserge

    ma dici sul serio, oppure hai preso un colpo di sole?

  • Davide71

    Dico sul serio. Quale affermazione trovi perticolarmente incredibile?

  • Earth

    Gran bella risposta

  • victorserge

    trovo incredibile il fatto che tu abbia scritto quello che hai scritto.
    però, forse hai uno spiccato senso dell’umorismo ed io non ho saputo sagacemente interpretarlo.
    che vuoi fare, la comicità fine non è per tutti i cervelli.

    se invece non hai voluto essere comico, ecco, io credo che tu abbia scritto delle cose che non sono suffragate da nessuna teoria economica credibile.
    ok, hai espresso la tua opinione ed io la mia: mi concedi il fatto che hai scritto delle cazzate?

  • Tonguessy

    “In realtà sono proprio i politici la causa della crisi. La LORO sete di potere e di ricchezza a buon mercato ha causato tutto questo.”
    Questo significa mettere il carro davanti ai buoi. Tutto ruota attorno al dio Mercato, cui il sistema politico è il garante. Se è vero che nel rinascimento ci fu una lotta serrata tra le due diverse classi politiche (nobili da una parte e imprenditori dall’altra) una volta scalzata la nobiltà non ci fu mai nessun vero pericolo per la borghesia al potere. E quando dico borghesia al potere intendo Mercato che detta le regole. Non regole che limitano il mercato. Mai successo. Forse che Obama non ha aiutato i guru della finanza che hanno causato il disastro attuale? E in che senso la politica ne è stata la causa?

  • vic

    Leggi qui come la pensa Lord Turner:

    http://www.cdt.ch/commenti-cdt/editoriale/10793/un-sistema-finanziario-da-ripensare.html

    Tremonti, che non e’ scemo, lo appoggera’?
    Aspettiamo fiduciosi.

    Saluti

  • GCT

    Ho letto l’articolo segnalato del Corriere del Ticino e con l’occasione ho visto anche altri articoli dello stesso giornale: Quello che segue mi sembra ancora più interessante, perché mette in dubbio la volontà politica, che credo non solo svizzera, di fare qualcosa per combattere realmente la crisi. Aspettiamo sì, ma non troppo fiduciosi.

    Affinché non torni tutto come prima – Crisi della finanza: una profonda riforma non è scontata

    24 ago 2009 05:00 | Corriere del Ticino


    di MEINRADO ROBBIANI – La crisi del sistema finanziario, che ha rapidamente risucchiato nelle sue spire anche l’economia reale, ci ha fatto toccare con mano quanto fossero precarie le fondamenta sulle quali poggiava in parte la crescita economica complessiva. La finanza si era persa nei paradisi artificiali della più esasperata speculazione, tradendo la sua funzione primaria di raccolta e di incanalamento del risparmio verso le attività creatrici di autentica ricchezza. Ma non solo. Aveva anche contagiato le frange più prestigiose dell’economia reale, trasferendovi e imponendo il primato del breve termine. Vi aveva cioè fatto prevalere la corsa ai profitti celeri, anche a scapito della solidità duratura delle imprese. Il risultato di queste distorsioni e aberrazioni è davanti agli occhi di tutti. Gli Stati e le banche centrali hanno dovuto immettere risorse gigantesche per scongiurare un tracollo sconvolgente del sistema finanziario. La popolazione ha da parte sua iniziato a pagare un pesante tributo in termini di occupazione minacciata, di minore reddito e di previdenza sociale intaccata.

    Riforme tutt’altro che scontate

    L’imponenza dei detriti, che la crisi lascerà dietro a sé, indurrà ad ineludibili correzioni delle norme che regolano la finanza. È impensabile che si possa mettere una pietra sopra il pesante pedaggio pagato dagli Stati e dalla popolazione senza adottare contromisure. Sarebbe tuttavia errato ritenere che le contraddizioni del modello impostosi nel recente passato conducano ad un sua scontata e profonda riforma. Le resistenze sono imponenti. Chi ha lucrato o tratto beneficio dal sistema, che ha dominato la scena negli scorsi anni, non è certamente disposto a farsi da parte a capo chino. La stessa autorità politica, chiamata in causa per salvare un sistema che l’aveva persino sbeffeggiata, sembra totalmente concentrata, in termini reattivi, sul salvataggio del sistema finanziario e sulla lotta contro la crisi economica. È molto meno attiva sul terreno delle indispensabili modifiche da apportare ai princìpi che orientano la vita economica, alle regole del gioco e ai rapporti di forza finora prevalenti.

    La posta in gioco

    I campi dove intervenire non mancano di certo. Il fine e il ruolo della finanza e dell’economia vanno profondamente riconsiderati. La speculazione, per la prima, e il breve termine, per la seconda, non possono certo continuare a costituire un perno saldo, al quale ancorare il successo della finanza e dell’economia come pure, di riflesso, il benessere della comunità. Le imprese devono essere sottratte al dominio assoluto di azionisti, che sovente non hanno nemmeno più un rapporto stretto di identificazione con l’azienda poiché soprattutto occupati a seguire giorno dopo giorno il valore delle azioni allo scopo di trarne un vantaggio immediato. Il lavoro, autentico fulcro della forza e della capacità competitiva delle imprese, deve esservi riconosciuto come componente costitutiva. L’impresa deve pure rendersi conto di essere gravata da una precisa ipoteca sociale: la responsabilità verso tutti coloro che concorrono al suo funzionamento e verso la collettività circostante. Le retribuzioni dei manager, più imparentate a formule di saccheggio che di corretta contropartita per l’apporto fornito, vanno arginate. La ripartizione della ricchezza, deturpata da crescenti disparità, deve tornare ad essere un obiettivo prioritario di giustizia sociale. Lo Stato, nelle sue relazioni con il mercato, deve riappropriarsi di un più solido ruolo di garante del bene comune.

    Resistenze corpose

    Carne al fuoco non ne manca di certo. L’impressione è tuttavia che, salvato dal crollo il sistema finanziario e dal fallimento qualche istituto bancario, tornerà a riemergere con rinnovata forza il passato. Ricollocata l’economia sui binari della ripresa, ricompariranno i precedenti modi di gestione delle imprese e del mercato. Per una precisa scelta di campo degli uni come pure per passività o debolezza degli altri potrebbero tornare pienamente a galla i vecchi schemi. Resistenze al cambiamento e precise strategie di potere stanno tuttora operando affinché tutto – o quasi – torni come prima, continuando a garantire spazi di profitto a coloro che sanno cogliere frutti succosi sull’albero del mercato e della globalizzazione. Urge perciò una profonda correzione di rotta. Per attuarla occorre battersi per un autentico cambiamento dei princìpi e dei parametri che reggono la finanza e l’economia come pure la loro relazione con lo Stato e la collettività. È pure necessario tessere alleanze di tipo nuovo sia sul versante sociale, sia su quello politico. La posta in gioco è tale da esigere anche un rinnovamento di natura etica e culturale, che coinvolga capillarmente la collettività intera. Il fronte del consumo e dell’indebitamento è da questo profilo emblematico; sollecita mutamenti di comportamento anche a livello di ogni singolo individo oltre che in ambito collettivo.

    Nomina di un consigliere federale: un’occasione sprecata?

    Pur trattandosi di un singolo aspetto dell’attualità federale, la scelta del nuovo Consigliere federale potrebbe costituire almeno in parte un’occasione utile di confronto su orientamenti ed opzioni riguardanti i temi indicati. Quanto va muovendosi nell’arena politica nazionale indica però che la lotta in atto tende a ridursi a prevalenti schermaglie tra partiti e candidati, persino imbrigliate da calcoli tattici in vista dei futuri avvicendamenti nel Governo federale. Non sta affiorando, dietro ai candidati e ai rispettivi gruppi parlamentari, un confronto all’altezza delle sfide del momento. Si sta perdendo un’occasione interessante per intensificare un dibattito sulle future direzioni di marcia, del quale il Paese e la popolazione hanno intensamente bisogno e che rimane di urgente attualità.


    Meinrado Robbiani, consigliere nazionale [svizzero]

  • Davide71

    Ciao a tutti:
    il mercato é i sistema attraverso il quale le risorse vengono prodotte e scambiate. In sè non può essere considerato responsabile dei problemi attuali. Se fosse libero di agire, esso allocherebbe le risorse in funzione dei bisogni, tramite i meccanismi messi in luce dalla teoria classica (domanda e offerta e via discorrendo).
    Il problema é che i politici, non necessariamente quelli “eletti dal popolo” (!), ma anche strutture di potere indipendenti più o meno occulte (Massoneria, Mafia, Lobbies, Corporations, etc. etc. etc.) sfruttano le armi a disposizione della politica per distorcere il mercato. Cito a esempio: accesso privilegiato al sistema finanziario, esclusione dallo stesso dei competitori, approvazione di leggi ad hoc, possibilità di non rispettare le leggi, controllo dell’informazione, dell’intelligence, corruzione, ricatti, minacce, uso di mezzi militari, etc.
    Questi mezzi sono diventati talmente di uso normale che non é più possibile parlare di “mercato”, ma di “arena”.
    Il problema quindi non é affatto il mercato, ma la continua volontà di servirsi di esso per scopi che nulla hanno a che vedere con quelli per cui il mercato é stato concepito fin dall’antichità.