Home / ComeDonChisciotte / CINA: OTTO IDEE DIETRO IL SUCCESSO

CINA: OTTO IDEE DIETRO IL SUCCESSO

ZHANG WEI WEI
nytimes.com

Giovedì (ottobre, 2009 ndr) si celebrerà a Pechino il 60º anniversario della Repubblica Popolare. Sicuramente tale celebrazione infastidirà coloro, che per inclinazione ideologica, non tollerano che un “paese Comunista” possa ostentare tanta presunzione.

Vale la pena, però, guardare alla Cina con obiettività, per scoprire ciò che ha reso possibile nel tempo di una generazione la trasformazione di un paese povero ed indigente a una delle più grandi economie mondiali.

I critici amano sostenere che nonostante il successo economico, la Cina non abbia “grandi idee” da proporre. Sono, invece, proprio le grandi idee, secondo l’autore, che hanno permesso l’incredibile ascesa della Cina. Ecco qui otto di queste grandi idee:

1. La ricerca della verità attraverso i fatti. Questo è un antico concetto cinese e allo stesso tempo il credo dell’ultimo Deng Xiaoping, segretario della seconda generazione del Partito Comunista Cinese e ex-leader della Repubblica Popolare Cinese.
Nell’identificazione e definizione della verità, Deng Xiaoping considerava come criterio fondamentale il riconoscimento dei fatti, piuttosto che l’affidamento ai dogmi ideologici, orientali o occidentali che fossero. Pechino giunse alla conclusione, dall’analisi dei fatti, che nè il modello Comunista Sovietico, nè quello della democrazia Occidentale realmente si adattavano a un paese in via di sviluppo nei suoi processi di modernizzazione e che la democratizzazione normalmente segue la modernizzazione piuttosto che precederla. Per questo, nel 1978, Pechino decise di esplorare il proprio percorso verso lo sviluppo, adottando un’approccio pragmatico e di trial-and-error (metodo di risoluzione dei problemi che implica ipotizzare risposte fino a individuare quella che realmente risulta adeguata al raggiungimento di una soluzione) per il suo immenso programma di modernizzazione.

2. Il benessere della popolazione prima di tutto. Pechino ha definito la lotta alla povertà come il principale tra i diritti umani, attualizzando così questo antico concetto cinese di governance. Tale idea rappresenta la base dell’incredibile successo raggiunto dalla Cina nel risollevare quasi 400 milioni di individui dalle condizioni più terribili di povertà nell’arco di una generazione. Un successo senza precedenti per la storia dell’umanità.

Nell’orizzonte dei diritti umani, tale attitudine potrebbe risolvere una negligenza storica tipica dell’Occidente, che sin dai tempi dell’Illuminismo si è unicamente concentrato sui diritti civili e politici. Questa idea potrebbe avere effetti durevoli nell’affrontare la povertà a livello mondiale.

3. L’importanza del pensiero olistico. Dagli inizi degli anni 80 a oggi, la Cina ha sviluppato una strategia olistica in termini di modernizzazione, evidentemente influenzata dalla propria tradizione filosofica. Ciò ha permesso a Pechino di definire uno schema di priorità e sequenze sui vari gradi di trasformazione, con semplici riforme normalmente seguite da altre più determinate e complesse. Tale strategia contrasta le più diffuse e populiste politiche di breve termine che caratterizzano gran parte del mondo d’oggi.

4. L’arte di governare: una virtù necessaria. La lunga storia cinese racconta di tempi floridi sempre associati con uno Stato solido e progressista. In contrasto con la visione statunitense dello Stato come male necessario, la trasformazione della Cina è stata portata avanti da uno Stato progressista che punta allo sviluppo. A differenza di Mikhail Gorbachev, che abbandonò il suo vecchio Stato per fondare un impero a pezzi, Deng Xiaoping diede un nuovo orientamento al vecchio Stato passando dalla ricerca dell’utopia Maoista alla promozione della modernizzazione.

Lo Stato cinese, pur con i suoi difetti, riesce a creare consenso nazionale sul tema della modernizzazione e del perseguimento di obiettivi fortemente strategici, quali la realizzazione di riforme nel settore bancario, lo sviluppo delle energie rinnovabili e il sostegno all’economia cinese come risposta alla crisi globale.

5. Un buon governo vale di più della democratizzazione. La Cina rifiuta la dicotomia stereotipica che contrappone la democrazia all’autocrazia e afferma che la natura di uno Stato, inclusa la sua legittimità, debba essere definita dalla sua sostanza, per es. un buon governo, dimostrato dai risultati che riesce a conseguire.

Nonostante le lacune in termini di trasparenza e di istituzioni legali, lo Stato cinese dirige l’economia con il ritmo di crescita più alto al mondo e ha migliorato su larga scala gli standard di vita della sua popolazione. In un sondaggio del 2008, il settantasei per cento dei Cinesi si sono dichiarati ottimisti riguardo al loro futuro, superando di gran lunga i dati raccolti nei 17 paesi più grandi da Pew, un centro di ricerca con base a Washington.

6. Il rendimento come forma di legittimazione. Inspirandosi alla tradizione confuciana della meritocrazia, Pechino valuta i rendimenti come forma di legittimazione a tutti i livelli politici, anche se non sempre con successo. Criteri come l’efficacia nella lotta contro la povertà e nell’impegno per un ambiente sempre più sano rappresentano i fattori chiave per la promozione dei funzionari. I leader cinesi sono competenti, sofisticati e testati su vari livelli di responsabilità.

7. L’apprendimento selettivo e l’adattamento. La Cina rappresenta una cultura secolare dove l’apprendere dall’altro è un’attitudine estremamente apprezzata. I Cinesi hanno sviluppato una gran capacità nell’apprendimento selettivo e di adattamento di fronte alle nuove sfide, come dimostrato dalla rapidità con cui la Cina si è aperta alla rivoluzione informatica per poi eccellere nella stessa.

8. L’armonia nella diversità. Pechino ha dato vita nuova a questo vecchio ideale confuciano applicandolo a una società grande e complessa. Pechino ha rifiutato lo stile occidentale di politica di contrasto tra avversari per enfatizzare invece la comunione di differenti interessi collettivi al fine di calmare la tensione sociale conseguente alle rapide trasformazioni e tessere una rete sociale che offra sicurezza.

La Cina sta facendo tuttora fronte a sfide importanti come la lotta alla corruzione e la riduzione del divario tra le varie regioni. L’evoluzione della Cina continuerà sulle solide basi di queste idee, piuttosto che virare verso la democrazia liberale occidentale, visto che pare che tali idee abbiano funzionato e si siano fuse bene con il senso comune e con l’unicità della cultura politica cinese, risultato di svariati millenni – tra cui 20 e più dinastie, 7 delle quali durarono più a lungo dell’intera storia degli Stati Uniti.

La Cina continuerà ad imparare dall’Occidente a proprio beneficio. Tocca forse ora all’Occidente, per usare una massima di Deng Xiaoping, “emancipare le menti” per scoprire un poco di più sulla Cina, o addirittura imparare a proprio beneficio da queste grandi idee, per quanto banali possano sembrare.

Tale attitudine potrebbe evitare ulteriori letture erronee, dettate dall’ideologia, rispetto a questa nazione nonchè civiltà estremamente importante ed in più arricchire la coscenza collettiva mondiale di fronte alle sfide poste dalla lotta alla povertà, dai cambiamenti climatici e dallo scontro di civiltà.

Zhang Wei-Wei è professore alla Geneva School of Diplomacy and International Relations (Università di Scienze Internazionali e Diplomatiche di Ginevra) e docente presso le Università Tsinghua e Fudan in Cina. Fu anche interprete di Deng Xiaoping e di altri leader cinesi degli anni 80.

Fonte: www.nytimes.com
Link: http://www.nytimes.com/2009/10/01/opinion/01iht-edzhang.html
30.09.2009

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di GT

Pubblicato da Davide

  • stefanodandrea

    grazie a CDC per questo articolo, così lontano dalla controinfiormazione statunitense di Lemondediplomatique e, purtroppo, anche nostrana e che tuttavia mostra punti di vista davvero altri

  • mendi

    I praticanti di Falun Gong perseguitati, torturati, uccisi, con gli organi prelevati da vivi, avrebbero qualcosa da dire in proposito.

  • modo16

    E’ risaputo che la Cina sia da prendere come modello dei diritti umani…La Cina????Non riesco neanche a stabilire un punto di critica iniziale all’articolo in quanto mi sembra assurdo prendere posizione nei confronti di un testo così irreale. Non avrebbe senso, sarebbe come criticare Harrry potter.
    “La menzogna diventa verità e passava alla storia”. Orwell 1984

  • giosby

    Scrive l’Autore:


    “In un sondaggio del 2008, il settantasei per cento dei Cinesi si sono dichiarati ottimisti riguardo al loro futuro, …”

    Questa percentuale dei sondaggi mi sembra curiosamente vicina alla popolarità di un certo Silvio in Italia …

    Soltanto un caso?

    O no?

    🙂

  • albertgast

    Premesso che mai andrei ad abitare in Cina, mi chiedo se i prigionieri di Guantanamo, torturati e per i quali è già stata ipotizzata la pena di morte (ma ai quali non verranno tolti gli organi da dare ai malati) siano poi molto diversi.
    Odio i regimi totalitari, ma allo stesso tempo credo che sui cosiddetti temi etici, fondamentali per noi, ci siano popoli che la pensano in maniera molto diversa, foese addirittura opposta alla nostra.
    Perciò guardo, cerco di capire, ma non mi azzardo a dare giudizi.

  • Santos-Dumont

    Un gran bel fiume di chiacchere. Non saprei neppure da dove iniziare per esprimere il mio disgusto… L’autore ce la mette tutta per dimostrare come il paese “comunista” abbia saputo trovare soluzioni “vincenti” in barba alla presunta superiorità occidentale basata sul predominio dei “perdenti” diritti politici e civili illuministici. Naturalmente glissa abilmente sugli esiti ultimi dei due sistemi, che pur partendo apparentemente da presupposti diversi approdano alle stesse conseguenze: che sia un sistema democratico orientato dai potentati economici, o un sistema repressivo dittatoriale di qualsivoglia matrice (comunista, fascista, etc.) il risultato è il medesimo. Il sistema che trionfa sull’individuo, l’individuo che deve sempre essere sacrificato sull’altare dell’apparente interesse comune ammantato di pragmatismo.
    Parafrasando una simile espressione: divergenze parallele.

  • LonanHista

    noto con disgusto e rassegnazione(FRA UN PAIO DI GENERAZIONI CI SI RENDERà CONTO DI COSA STA FACENDO LA CINA….stanno migrando dappertutto..non si integrano..ma o comprano quartieri interi..distretti produttivi..o dove possono governi e nazioni come ina africa)CHE DELLA CINA E DEI CINESI NON SI è CAPITO UN CAZZO……mentre nelle parole dell’articolo c’è tutta la strategia cinese, prima regola?.IMPARIAMO DAI VOSTRI ERRORI…..a cominciare dal governo:non servono contrapposizioni, ma SOLO ELEMENTI CHE PERMETTANO DI GIUNGERE AGLI SCOPI PREFISSATI…….e se si considera che 10 anni fa la metà dei cinesi viveva solo con un tozzo di pane al giorno e oggi aumentano ogni anno almeno del 10% la ricchezza procapite, ci si dovrebbe rendere conto che la dottrina confuciana VALE PIù DI QUELLA OCCIDENTALE dove il pecorume si sta impoverendo….

  • Boero

    Ma io ho provato più volte a far ragionare chi posta questi articoli è tempo perso.Ecco a cosa è teso lo sforzo di critica del mainstream per ”cambiare il mondo” di costoro,ad avvicinarci al fantameraviglioso modello cinese,LI’ SI’ CHE C’E’ LA TANTO AGOGNATA LIBERTA’ CHE QUI SENTIAMO MANCARE.Lì si che c’è un vero stato assistenziale,PECCATO CHE IN QUEL PAESE ”COMUNISTA” LA SANITA’ E’ A PAGAMENTO E QUESTO NONOSTANTE IL GOVERNO ABBIA UNA RISERVA DI 2200 MILIARDI DI DOLLARI DA SPENDERE COME CAZZO GLI PARE,PERO’ OGNI 40 SECONDI SI PONE L’ACCENTO SUL FATTO CHE NEGLI USA MANCA UNA SANITA’ PUBBLICA,MA GLI USA HANNO 12000 MILIARDI DI DEBITO…LA CINA NE HA 2200 DI CREDITO…PERCHE’ NON FANNO I BRAVI COMUNISTI COME I LORO CUGINI DI CUBA E FANNO UN SISTEMA SANITARIO DECENTE?
    Io do a Cesare quel che è di Cesare e a Castro quel che è di Castro,quindi non dite che sono prevenuto.
    PERCHE’ DUNQUE CI METTETE A MODELLO UN GOVERNO CHE RIASSUME IN SE’ IL PEGGIO DEI SISTEMI CAPITALISTI CON IL PEGGIO DI QUELLI COMUNISTI?
    Almeno a Cuba o in Unione Sovietica sono esistite determinate garanzie di sussistenza, IN CINA NO,SE SEI POVERO SCHIATTI.
    Vi lamentate ogni 40 secondi di questo sistema,e poi cosa mettete a modello?Il partito comunista cinese(comunista solo di nome)?Scusate ma io mi tengo questo sistema,se è questo che proponete voi.

  • Boero

    Interessante visionare gli splendori del modello cinese,lì c’è il ”socialismo di mercato” quindi certe cose non succedono,certe cose succedono solo negli stati capitalisti come gli Usa…
    » 12/05/2007 09:23
    CINA
    Polizia negli ospedali per proteggere i medici dagli assalti dei pazienti
    Ogni giorno in circa 30 ospedali cinesi pazienti infuriati aggrediscono il personale medico e devastano le strutture. Lamentano che sono stati curati tardi e male, in un sistema dove spesso chi non paga non è curato. La soluzione: non migliorare la sanità, ma la presenza costante della polizia.

    Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Il ministro cinese della Sanità chiede alla polizia di proteggere ospedali e medici: nel solo 2006 ci sono state infatti quasi 10mila aggressioni di pazienti infuriati.
    Mao Qunan, portavoce del ministro, ha chiesto ieri alla polizia di intervenire per “fermare la violenza” e “proteggere il personale ospedaliero e le strutture”.

    In Cina gran parte della popolazione è priva di assistenza sanitaria gratuita. Non è raro che gli ospedali rifiutino di curare chi non può pagare prima, persino al pronto soccorso. Secondo i dati ufficiali del ministero, nel 2006 ci sono state 9.831 aggressioni di pazienti infuriati e loro parenti, con un danno alle strutture ospedaliere di oltre 200 milioni di yuan (circa 26 milioni di dollari) e 5.519 feriti tra il personale medico.

    Nel novembre il pronto soccorso di un ospedale di Guangan (Sichuan) ha rifiutato la lavanda gastrica e ha lasciato morire un bambino di 4 anni (aveva ingoiato un pesticida), perché la famiglia non ha potuto pagare in anticipo la cura (circa 70 euro). A dicembre nell’ospedale Shanxia a Shenzhen (Guangdong), il direttore sanitario ha detto al personale di indossare elmetti per timore dell’aggressione dei parenti che chiedevano un risarcimento per la morte di un paziente non ben curato. Nel 2002 ci sono state “solo” 5.093 aggressioni e 2.604 feriti.

    Ora il ministero chiede una presenza costante della polizia, per “prevenire” incidenti. La misura è già in atto in 14 ospedali di Wuyishan, nel Fujian.

    Secondo alcuni esperti, ricorrendo solo a misure di sicurezza, il ministro pare riconoscere di non essere in grado di arginare gli episodi di malasanità. Sono questi infatti ad aumentare la scontentezza dei pazienti, i quali non giungerebbero alla violenza fisica se fossero tutelati in altro modo.

    Nel dicembre 2005 un’indagine a cura del servizio sanitario è risultato che circa il 48,9% dei cinesi non va in ospedale quando sta male, perché le cure ospedaliere “sono troppo costose”. Le spese statali per la sanità sono passate dal 6% del bilancio negli anni ‘80 e ‘90 al 4% del 2002, pari a 120 miliardi di yuan per il 2006 (circa 9 euro all’anno per persona). (PB)

  • nuunciaafamo

    I commenti all’articolo rappresentano un interessante spaccato sulla percezione che l’Occidente ha della Cina.
    Qualcuno pensa ai “comunisti” qualcun’altro al “falun gong” …..magari senza nemmeno averla mai vista la Cina.
    Qualcun’altro l’ha visitata per qualche giorno ed ha visto quel che la propria cultura gli ha permesso di vedere.

    Nessuno si farma un minuto a riflettere che la Cina è il più grande paese al mondo per abitanti e che per attraversarlo da Sud (Hong Kong) a Nord (Harbin) servono più ore di volo di quante ne occorrano per andare da Palermo a Mosca, e la distanza tra Shanghai e Urumki richiede circa 6 ore di aereo.

    Ad un paese di tale dimensione e con il passato che si ritrova alle spalle, contraddizioni ed errori si dovrebbero considerare con un metro un pò differente altrimenti a noi Italiani – tra qualche anno – chissà quali giudizi dovrebbero piovere sul groppone a causa del nostro attuale periodo politico……………

  • harth88

    Condivido in parte quello che dici.. Però bisogna tenere presente che i diritti civili e politici come li intendiamo noi sono frutto della filosofia occidentale, quindi mi sembra naturale che altri stati siano più interessati ad altri “diritti”. Fra le nostre amate libertà ci sono in prima fila (ma si mimetizzano bene) la libertà di sopraffazione, il diritto di arricchirsi senza limiti a spese degli altri, la deregulation, ecc. Dover a tutti i costi imporre questi “diritti” occidentalissimi ad altre culture spacciandoli come universali somiglia molto al vecchio imperialismo..

  • Boero

    Su forza cerchiamo di ragionare,io non sono il cugino di George Soros,nè lavoro er l’open society,però proviamo a riflettere un pochettino,l’erba del vicino non è sempre più verde.
    LAOGAI, IL GULAG CINESE, E’ FORTE NELL’EXPORT
    Maurizio Blondet
    29/09/2005
    Stanza di un LaogaiCINA – E’ la più nuova merce Made in China, e anch’essa è in offerta a prezzi stracciati sul mercato mondiale.
    Si tratta di collagene, quel materiale biologico che i chirurghi plastici iniettano per spianare le rughe e riempire le labbra.
    Quello cinese costa solo il 5% del prezzo a cui è venduto il collagene prodotto in USA e in Europa.
    Piccolo particolare: è ricavato dai cadaveri di condannati a morte in Cina.
    Lo ha scoperto un investigatore di Hong Kong, che facendosi passare per un uomo d’affari interessato alla «merce» ha contattato una ditta biotech nella provincia di Heilongjiang, nel nord della Cina.

    «Sì, estraiamo il collagene dalla pelle di prigionieri che hanno subito l’esecuzione, e di feti abortiti», ha confermato il direttore vendite dell’azienda.
    Aggiungendo che il governo ha consigliato di tenere la cosa «riservata», visto «il rumore che questa attività provoca nei paesi occidentali».
    Collagene umano Made in Cina è già stato venduto in Gran Bretagna, ha rivelato il quotidiano britannico Guardian, e probabilmente in altri Paesi europei.
    Quasi certamente, diverse signore sugli anta che si sono fatte «rifare» le labbra in Occidente, hanno in bocca i resti di un uomo che è stato liquidato con un colpo alla nuca, velocemente intubato dai medici (presenti sul luogo dell’esecuzione con un camioncino attrezzato) perché il cadavere resti «fresco» con la respirazione artificiale, e ripulito di reni, fegato ed altri organi.

    Benvenuti nel Laogai, il Gulag cinese. La parola, che significa «riscatto attraverso il lavoro», è il nome collettivo dell’infinita rete di prigioni e campi di concentramento dove i condannati sono costretti al lavoro forzato.
    Ma c’è una differenza rispetto al vecchio Gulag sovietico: con il passaggio al capitalismo, i lager cinesi sono stati trasformati in aziende.
    Di successo, e grandi esportatrici.
    Spesso, i lager cinesi hanno un secondo nome, diciamo così, commerciale.
    Così la prigione numero 1 di Pechino appare sul mercato come «Qinghe Magliera Fine» (le detenute vi producono calze di nylon e di cotone per l’estero).
    La prigione di Chengde è nota agli operatori del settore come «Calzature in gomma Chengde» ed esporta scarpe per ogni tipo di sport, al ritmo annuo di 18 milioni di paia.
    La prigione di Cangzhou produce ed esporta apparecchi di misura in Giappone, Gran Bretagna e Corea con il nome di «Officine Meccaniche Cangzhou»: ha un fatturato di quasi 5 milioni di dollari l’anno.

    Molte di queste aziende a lavoro schiavistico hanno persino un sito internet, dove vantano la qualità delle loro produzioni, e dove i capi-carcerieri appaiono nella veste di «direttore generale», «amministratore delegato» e «direttore marketing».
    L’Arcipelago Gulag cinese produce ogni tipo di merce: carbone e tè, mercurio e mattoni, guanti e pietre da costruzione, cemento e motori, bestiame e impermeabili, compressori, tubi, cerniere e minuteria metallica, abbigliamento, oggetti-regalo. Quasi certamente i reggiseno a 2 euro in vendita dai cinesi in Italia, o gli ombrellini di carta colorata che ornano il bicchiere delle bibite, vengono dai centri di detenzione Laogai.
    La prigione di Quincheng, la sola di proprietà del Ministero di Pubblica Sicurezza (gli altri lager dipendono dal Ministero della Giustizia) produce, in gran segreto, materiale militare di natura ignota: è stata costruita con l’assistenza sovietica nel lontano 1958.

    Ma quanto è vasto l’Arcipelago Gulag cinese? E’ un segreto di Stato.
    In qualche documento ufficiale salta fuori la cifra di 1,7 milioni di prigionieri.
    Ma Harry Wu, un fuoriuscito cinese (dopo aver trascorso 17 anni nel Laogai) che spesso torna in Cina in incognito per mappare il fenomeno, ha localizzato oltre mille prigioni di lavoro e lager.
    E ritiene che questa cifra sia «solo indicativa».
    Wu calcola che la popolazione carceraria si aggiri tra i 4 e i 6 milioni.
    «Almeno 50 milioni di persone sono passate nel Laogai», dice: «non c’è persona in Cina che non abbia un parente o un conoscente che c’è stato».
    Le prigioni sono divenute fabbriche da export per una deliberata politica del regime. In un documento ufficiale del governo, intitolato «sulle attuali condizioni dell’economia Laogai» (1990) si ammette: «nel nostro paese, l’economia Laogai è una branca dell’economia…la proprietà socialista dei mezzi di produzione sotto controllo del popolo».

    Parimenti deliberato lo sforzo di rendere queste aziende schiavistiche altamente competitive e dedicate all’esportazione.
    Si legge nello stesso documento: «tra e merci prodotte dal Laogai, alcune sono già state classificate come prodotti superiori a livello nazionale; e alcune hanno raggiunto un avanzato livello di qualità mondiale. Molti prodotti sono anche esportati in varie parti del mondo, guadagnando non solo notevoli cifre in valuta estera, ma un’ottima reputazione per la nazione».
    Infatti: i pezzi meccanici prodotti dai forzati nella prigione numero 3 di Taiyuan, alias «Fabbrica di compressori a gas Taiyuan», hanno conquistato la certificazione ISO9001.
    Ovviamente, i «lavoratori» dei lager non costano nulla: il massimo della «competitività».
    Niente salario.
    I premi di produzione cui possono sperare, se superano le «quote», sono miglioramenti della razione alimentare.
    Quanto alle condizioni di lavoro, sono ovviamente peggiori delle peggiori fabbriche cinesi con lavoratori liberi.

    Un esempio di fabbrica libera, la Kingmaker della provincia del Guangdong, che produce fra l’altro le scarpe inglesi di marca Clarks: orario di lavoro medio di 81 ore settimanali, nonostante persino le leggi cinesi impongano la settimana di 44 ore.
    Paga oraria: 3,375 yuan (34 centesimi di euro, 70 lire).
    Le ore straordinarie, che per legge dovrebbero essere compensate il 50% in più, sono pagate meno: 2,5 yuan l’ora, circa 20 centesimi di euro, 40 lire.
    Ovviamente, i lavoratori della Kingmaker sono esposti a collanti e coloranti tossici senza alcuna protezione, a parte delle mascherine chirurgiche.
    Le gigantesche esportazioni cinesi (198 miliardi d dollari solo quelle verso gli USA) sono per lo più il frutto di lavoratori che guadagnano 40 centesimi l’ora, lavorano 13 ore al giorno, e non hanno né assistenza sanitaria né sussidio di disoccupazione. Quando, per lo più sui 40 anni d’età, cominciano ad avere difficoltà a tenere i ritmi di lavoro, sono licenziati in tronco senza alcuna liquidazione.

    Ebbene, nei lager è peggio. Nel campo di lavoro femminile di Xi’an presso Pechino, per completare un ordine di una ditta straniera, le donne detenute hanno dovuto lavorare dalle 5 del mattino alle 3 della notte seguente a fabbricare coniglietti di pezza.
    Al centro di detenzione di Lanzhou, diecimila detenuti sono stati costretti a pelare i semi di zucca e melone (poi messi in vendita come accompagnamento dell’aperitivo) con le unghie e coi denti, per oltre 10 ore al giorno, e all’aperto: alla fine quasi tutti avevano perso le unghie, molti i denti, e parecchi erano congelati.
    Il tutto, come al solito, senza paga.
    Ma ancor peggio è nei campi di lavoro estrattivi: nelle miniere di carbone già i lavoratori «liberi» muoiono per esplosioni e crolli con preoccupante frequenza; si può solo immaginare cosa accade (e non viene rivelato) nei lager.
    Nella prigione di Tongren, ribattezzata «Mercurio Tongren», i detenuti estraggono il mercurio dal minerale, il cinabro: un metallo altamente tossico, ma per i forzati non sono previste protezioni.
    Muoiono come mosche, ma l’azienda ha venduto all’estero il prodotto per quasi due milioni di dollari nel ’96.

    Del forzato cinese non si butta via niente. In vita viene usurato da ritmi infernali di lavoro in ambienti pericolosi.
    Quando è condannato a morte, viene ripulito degli organi interni.
    Si conosce il caso di una sedicenne, chiamata Li e arrestata per «delitti controrivoluzionari», a cui è stato tolto un rene il giorno prima dell’esecuzione.
    Senza anestesia.
    In certi casi, quando occorrono cornee da trapianto, il detenuto non viene ucciso con un proiettile in testa, ma al cuore.
    Benvenuti nel Laogai cinese, il Gulag S.p.A.
    Questa è la Cina altamente competitiva.
    E questi sono i metodi con cui fa concorrenza alle nostre industrie.

    Maurizio Blondet

  • Boero

    secondo voi chi è che sta sostenendo il dollaro negli ultimi tempi?Bernanke?No acqua profonda lui nè stampa a go go.C’è da stupirsi che il cambio sia ancora a 1,50.La realtà è che è la Cina che sta sostenendo il dollaro,e non soltanto per non perdere valore nelle riserve ma anche perchè finora ESSA HA TRATTO ENORMI VANTAGGI DAL SISTEMA DOLLARO,SE IL DOLLARO SI SVALUTA QUESTI VANTAGGI FINISCONO.IL GRANDE SEGRETO DEL SUCCESSO E’ APPUNTO QUESTO,LA FORTE SVALUTAZIONE ARTIFICIALE DELLO YUAN RISPETTO AL DOLLARO.Se pensate che sia la Cina a voler distruggere il dollaro e l’America a volerlo conservare perchè ”è un privilegio imperialistico” vi sbagliate di grosso,PERCHE’ GLI USA DEL LORO PRIVILEGIO IMPERIALISTICO NON SANNO PIU’ CHE FARSENE,DA QUANDO HANNO QUESTO ”PRIVILEGIO” HANNO SEMPLICEMENTE PERSO MILIONI DI POSTI DI LAVORO,CHE SI SONO TRASFERITI ALTROVE,SOPRATTUTTO IN CINA.
    LO SAPEVATE CHE PERSINO CHAVEZ TENTA DI SOSTENERE IL DOLLARO PERCHE’ SE NO LE SUE ESPORTAZIONI SI BLOCCANO?E’ DAVVERO UN PRIVILEGIO DEGLI USA IL DOLLARO?

  • Boero

    L’ABBRACCIO INSCINDIBILE TRA CINA E DOLLARO *
    di Arvind Subramanian 27.03.2009
    La Cina denuncia i pericoli di un sistema basato sul dollaro quale moneta di riserva internazionale. Più che altro, a preoccupare il gigante asiatico è una svalutazione del dollaro che comporterebbe la perdita di valore delle notevoli riserve accumulate negli anni. Ma il suo problema di oggi è l’ovvia conseguenza della strategia mercantilistica deliberatamente perseguita dai governanti cinesi. E che ha garantito una costante crescita del paese. Oggi non può sottrarsi al pagamento di un costo relativamente basso per gli enormi benefici che ne ha ricavato.

    È tutta la settimana che la Cina fa notizia sui giornali del mondo intero, in virtù della sua proposta di rimpiazzare il dollaro con un’altra valuta come moneta di riserva internazionale. La perfetta tempistica della proposta, proprio alla vigilia del G20 londinese, ha permesso alla Cina di articolarla come una preoccupazione di sistema.

    STRATEGIE CINESI

    Certo, possono esserci problemi col dollaro quale valuta di riferimento del sistema finanziario mondiale. E la moneta americana può anche aver svolto un ruolo importante nell’attuale crisi. Ma i reali motivi della Cina sono ben altri e sono nazionali: teme che una brusca caduta del dollaro determini una perdita di valore delle sue riserve, che ammontano a 2 mila miliardi di dollari. E una simile minaccia è improvvisamente divenuta più concreta, a causa della drammatica vulnerabilità del bilancio Usa.
    Forse che la Cina sta tentando di tenere il piede in due staffe? Vuole mostrarsi come la vittima del sistema basato sul dollaro, quando per lungo tempo ne ha beneficiato e ha contribuito a favorirlo.
    Il problema attuale è l’ovvia conseguenza della strategia mercantilistica, deliberatamente perseguita dalla Cina. Per giudicare se i timori della Cina siano o meno giustificati è necessario procedere a un’analisi costi-benefici del mercantilismo realizzato dai governanti cinesi.
    La strategia di sviluppo della Cina è stata semplice e focalizzata: esportare ovunque e a ogni costo. Per realizzare il suo scopo ha mantenuto un tasso di cambio sottovalutato. La strategia mercantilistica si appoggia su basi empiriche. Recenti ricerche accademiche (per esempio, quella di Dani Rodrik di Harvard) confermano che un tasso di cambio sottovalutato contribuisce a evitare il sottosviluppo e a favorire la crescita a lungo termine. Insomma, la strategia di sviluppo, messa in atto dai governanti cinesi, è stata ragionevole e sensata.
    Ma i tassi di cambio sottovalutati e il conseguente rapido aumento delle esportazioni hanno anche portato a un aumento delle eccedenze delle partite correnti. Le autorità cinesi sono intervenute nel mercato dei cambi per evitare un apprezzamento della loro moneta, il che ha provocato un forte accumulo di riserve in valute estere. È importante capire che tutto ciò è la conseguenza della strategia mercantilistica di sviluppo cinese. Se avesse permesso alla moneta di rivalutarsi, la Cina avrebbe ora meno eccedenze delle partite correnti e non avrebbe tutte quelle riserve di cui “preoccuparsi”.

    I COSTI E I BENEFICI

    Sono proprio i costi del mercantilismo che preoccupano oggi il governo cinese: vale a dire una considerevole diminuzione di valore delle sue riserve di valuta estera, che ammontano a 2 mila miliardi di dollari. Il rischio, sempre ritenuto inevitabile, è ora divenuto imminente, per il forte deterioramento del bilancio statunitense, che ha anticipato la data del declino del dollaro. Supponiamo che il declino del dollaro e il riequilibrio dello yuan significhino un 20 per cento di perdita di capitale. Ciò significherebbe una perdita di 400 miliardi di dollari, vale a dire circa il 10 per cento del Pil cinese.
    Queste perdite finanziare sono, tuttavia, compensate dai vantaggi della crescita mercantilistica? Supponiamo che la Cina badi più alla crescita che al consumo (i nostri calcoli si rifanno alle preferenze rivelate del governo cinese). Supponiamo anche che la sottovalutazione abbia funzionato, generando – in un determinato periodo – una crescita che altrimenti non sarebbe avvenuta.
    E diamo pure per scontato che negli ultimi dieci anni il mercantilismo cinese abbia portato a un tasso annuale di crescita della produttività dell’1 per cento (compatibile con le ricerche di Rodrik e di altri). Questo consistente aumento della produttività ha generato, nel giro di dieci anni, un 10 per cento in più di Pil . Con il deprezzamento delle riserve si perde un anno di crescita del Pil. Però, questo Pil più alto rappresenta un vantaggio permanente, che si ripete anno dopo anno e che si estende ben oltre il periodo dei dieci anni. Una quantificazione precisa dei benefici dipende da numerose variabili, ma l’ordine di grandezza è comunque evidente: l’incremento totale del Pil dovuto alla strategia mercantilistica è considerevolmente più elevato dei costi finanziari.
    La Cina dovrebbe pertanto riconoscere di aver deliberatamente scelto una strategia mercantilistica. Tale strategia ha portato tutti gli enormi benefici voluti dalle autorità cinesi, ma ha anche comportato costi inevitabili, il rovescio della medaglia dei benefici della crescita. Pertanto, se vanno accolti con favore gli appelli della Cina a una rivalutazione del dollaro, questi non dovrebbero però trasformarsi in un tentativo di evitare i costi finanziari. Sono costi da cui non si può prescindere e, per giunta, sono piccola cosa rispetto ai vantaggi in termini di crescita che ne sono derivati.
    Il mondo intero, in questo periodo, fa molta fatica ad accettare il salvataggio dei debitori. Ben diverso sarebbe dover salvare anche il più grande creditore: questo sembra infatti essere il reale obiettivo dei governanti cinesi, camuffato da richiesta di cambiare il sistema basato sul dollaro.
    Cina e Stati Uniti, attraverso il commercio e il movimento di capitali, sono ora uniti come due gemelli siamesi “persi uno dentro l’altro”, per usare le parole di Salman Rushdie. La Cina ha scelto questo abbraccio a occhi aperti, come parte del contratto. Ha goduto dei suoi benefici. Ora vuol dividersi per evitarne i costi. Ciò non è auspicabile, né tanto meno si dovrebbe permetterlo.

    Il testo originale in inglese su Real Time Economics

    (traduzione di Daniela Crocco)

  • Tonguessy

    Ho molta poca fiducia nel modello cinese. Qui precariato e delocalizzazione (leggi disoccupazione) lì lavoro 12h/7giorni. Chi manifesta per i diritti dei lavoratori si becca 20 anni di galera. Tutto il miracolo cinese puzza di kulaki.
    http://groups.google.it/group/approfondimenti/browse_thread/thread/6fabe7677a2af384?hl=it#

  • stefanodandrea

    Sei stato in Cina? Hai visto molti film cinesi? Se no, allora perché hai tante certezze? Hai mai ascoltato un cinese, salvo pochissimi fuoriusciti del 1989 che vivono negli stati uniti che critica il proprio paese? Hai tentato di parlare con cinesi italiani? Io si. In parte sono entusiasti me in parte namano il proprio paese. Noi siamo diversi, daccordo. Ma perché loro dovrebbero essere come noi, se non lo desiderano?

  • stefanodandrea

    Se ti capita di conoscere un cinese che vive in italia, chiedigli che cosa pensa del proprio paese? Non mi sembra che proporre l’articolo significhi prendere a modello il sistema cinese. Il sistema cinese, invece, sarà un modello per molti stati poveri. Insomma rileva soltanto che da oggi il sistema liberaldemocratico non sarà il modello per molti popoli: da un lato c’è l’islam; dall’altro la cina; dall’altro il socialismo bolivariano; e così via. Ti dispiace? Perché? Lascia che ognuno segua la strada che reputa preferibile.

  • stefanodandrea

    E’ noto che in cina le rivolte popolari e contadine sono frequentissime e il partito comunista deve tenerle a bada; ma non solo con il bastone, altrimenti un sistema di un miliardo e trecentomilioni di persone non si regge.
    Noi pecoroni che ciarliamo su internet dovremmo prendere a modello frequentissime rivolte poplari cinesi, che sovente sono causa di teste (di alti dirigenti) che cadono. In Cina condannano a morte anche sindaci di metropoli. Io sono contro la pena di morte, ma visto che negli stati uniti c’è la pena di morte sai di qualchee impoirtante sindaco che sia stato condannato a morte?

  • stefanodandrea

    Anche se non ho le tue certezze, concordo con te nel tenere in gran conto il contenuto di questo articolo

  • stefanodandrea

    Quoto al 100%

  • stefanodandrea

    quoto

  • Boero

    Vedi,non posso essere d’accordo con te IL SOCIALISMO BOLIVARIANO E’ LONTANO ANNI LUCE DAL MODELLO CINESE,MA PROPRIO ANNI LUCE.Solo che per qualche motivo la ”controinformazione” mette tutto assieme sotto l’etichetta di ”antimperialismo”.Io ho 2 giudizi completamente diversi fra Chavez e Hu Jintao,il primo positivo il secondo,bhe,lasciamo stare…invece qui si tende a mischiare tutto,a formare un grimaldiano e assurdo ”asse del bene” che francamente mi lascia perplesso.Fra l’altro ti faccio notare che la politica di Chavez e di Evo Morales siano completamente opposte a quella cinese,Chavez ed Evo Morales buttano fuori le multinazionali,LA CINA BASA IL SUO SVILUPPO SU ESSE,PERCHE’ SENZA LE MULTINAZIONALI LO SVILUPPO CINESE NON ESISTEREBBE.QUINDI MULTINAZIONALI SI’ O MULTINAZIONALI,NO?Non è il caso forse di fare un pò di ordine,invece di mischiare tutto così in nome di un internazionalismo fantomatico oramai svuotato di ogni remoto significato anche ideologico?Scusa ma io non riesco a vedere grossi differenze tra il nostro modello economico e il loro,perchè se quelli sono comunisti io sono Maradona.Come potrai appurare,il segreto non sta nel ”modello” cinese,ma in un modello planetario di sviluppo basato sulla dollarizzazione.Non è un caso se si ritrovano 2200 miliardi di dollari a riserva,perchè come ho cercato di spiegare più avanti il dollaro ha giovato a tutti tranne che agli americani.Non è un caso se il signor Estulin dice che il Bildelberg lo vuole scaricare,non so chi sia questo Estulin,ma gli credo,CHE CAZZO GLIENE VIENE AGLI AMERICANI DAL DOLLARO?

  • Boero

    Qui si mischia il modello cinese,con l’Islam o con il socialismo bolivariano,facendo un minestrone indistinto,raggruppando tutto nel calderone ”antimperialista” MA IL SOCIALISMO BOLIVARIANO E’ LONTANO ANNI LUCE DAL MODELLO CINESE,MA PROPRIO ANNI LUCE.Io ho 2 giudizi completamente diversi fra Chavez e Hu Jintao,il primo positivo il secondo,bhe,lasciamo stare…invece qui si tende a mischiare tutto,a formare un grimaldiano e assurdo ”asse del bene” che francamente mi lascia perplesso.Fra l’altro faccio notare che la politica di Chavez e di Evo Morales siano completamente opposte a quella cinese,Chavez ed Evo Morales buttano fuori le multinazionali,LA CINA BASA IL SUO SVILUPPO SU ESSE,PERCHE’ SENZA LE MULTINAZIONALI LO SVILUPPO CINESE NON ESISTEREBBE.QUINDI MULTINAZIONALI SI’ O MULTINAZIONALI,NO?Non è il caso forse di fare un pò di ordine,invece di mischiare tutto così in nome di un internazionalismo fantomatico oramai svuotato di ogni remoto significato anche ideologico?Scusate ma io non riesco a vedere grossi differenze tra il nostro modello economico e il loro,perchè se quelli sono comunisti io sono Maradona.Come potrai appurare,il segreto non sta nel ”modello” cinese,ma in un modello planetario di sviluppo basato sulla dollarizzazione.Non è un caso se si ritrovano 2200 miliardi di dollari a riserva,perchè come ho cercato di spiegare prima il dollaro ha giovato a tutti tranne che agli americani.Non è un caso se il signor Estulin dice che il Bildelberg lo vuole scaricare,non so chi sia questo Estulin,ma gli credo,CHE CAZZO GLIENE VIENE AGLI AMERICANI DAL DOLLARO?

  • anonimomatremendo

    Cosa c´entra Confucio con la modernitá borghese capitalista?

    L’autentico dispotismo della modernità è l’assolutismo, privo di soggetto, del denaro cioè del lavoro astratto ossia di quell equivalente generale che si ottiene mettendo a confronto lavori concreti e particolari sul mercato per poter essere scambiati con egualitá . Il dispotismo storico dei sovrani assoluti così come quello della Rivoluzione Francese, ben lungi dal sussistere come volontà statalista autosufficiente in grado di determinare da sé i propri obiettivi, fu soltanto la rozza levatrice di questo assolutismo feticistico. Adempì semplicemente alla funzione di “isolare tra le mura” di un’astratta privatezza, gli individui che avevano iniziato a spezzare le loro catene feudali; oggi tuttavia queste mura, in cui essi vivono senza esserne costretti, cominciano a mostrare evidenti crepe e sembrano in procinto di crollare. Quando i cittadini occidentali rabbrividiscono e reagiscono con disgusto alla visione, per esempio, delle “formiche azzurre” cinesi, dei “soldati del lavoro” sottomessi a un comando dispotico, essi hanno davanti agli occhi, come in una ripresa accelerata, il passato della loro stessa società: lo stadio embrionale di quei soggetti che essi stessi oggi sono.

    L’illusione concernente il soggetto, che caratterizza la modernizzazione borghese, creata dall’assolutismo e perpetuata dalla Rivoluzione Francese e poi dal bonapartismo e che in Occidente iniziò a indebolirsi, perlomeno sul piano ideologico, solo nell’ultima fase del XIX° secolo , venne ereditata agli inizi del XX° secolo con la controrivoluzione stalinista in Russia e dal socialismo reale russo e poi cinese che ne fu il derivato e il cui camuffamento ideologico dissimulò alla meno peggio la realtà dei fatti. in Cina l’identità tra “antico regime” e “rivoluzione” nel processo della modernizzazione borghese si dimostra ancora piú evidente. Nelle condizioni di uno stadio di sviluppo relativamente già elevato del sistema produttore di merce in Occidente e di una lotta concorrenziale già progredita sul mercato mondiale, a ogni nuova avanzata della modernizzazione nelle regioni del mondo non ancora sviluppate doveva essere impresso il carattere di uno sviluppo di recupero particolarmente brutale in cui lo statalismo protomoderno non solo veniva ripetuto ma ricompariva in una forma ancora più pura, rigorosa e conseguente rispetto al prototipo occidentale che da lungo tempo aveva esaurito il suo compito.insomma,altro che Confucio e ricerca della veritá atraverso i fatti,qui siamo al solito rimestare senza fantasia delle vecchie “grandi idee” dell´ultra rancido illuminismo borghese.

  • Tonguessy

    Ho avuto modo di parlare con dei cinesi non importati, che vivono in Cina. Quando dico che mi faccio almeno un mese di ferie pagate strabuzzano gli occhi. Quando dico che lavoro 40 ore settimanali non ci credono. E così via.
    Ciò che emerge come politica sociale è lo svuotamento delle campagne e l’urbanizzazione quasi forzata, se leggi il mio articolo capisci cosa intendo
    http://groups.google.it/group/approfondimenti/browse_thread/thread/6fabe7677a2af384?hl=it#
    Ho seri dubbi che tanto ai cinesi del nuovo millennio che agli italiani del dopoguerra fosse offerta la possibilità di scegliere. In realtà i piani di industrializzazione di qualsiasi paese seguono logiche che nulla hanno a che vedere con le scelte individuali: vanno avanti per pianificazioni delle elites, e buona notte democrazia. I Caltagirone hanno cementificato le aree suburbane per costruire quartieri-dormitorio e così i Caltagirone cinesi stanno facendo a distanza di un paio di lustri. Milioni di italiani provenienti da tutta Italia si sono riversati dentro quei quartieri-dormitorio, e lo stesso stanno facendo i cinesi di tutte le latitudini e longitudini adesso. Ci siamo ritrovati con un’Italia devastata dalla cosiddetta modernità (inquinamento, degrado paesaggistico e sociale, accentramento di soldi e potere nelle mani di pochi) e loro stanno percorrendo la stessa strada, anzi forse ci hanno già superati. Certo, lascio che percorrano la stessa nostra strada, visto che la Storia non insegna mai nulla ai popoli. Mica sono un ministro che programma i destini delle genti….

  • NerOscuro

    Cosa dovrebbe misurare il fatto che a seguito di una rivolta popolare, dei sindaci sono stati condannati a morte? Il livello di civiltà?! Di giustizia?! Se fosse un sistema di punizione coerente, la pena di morte dovrebbe risalire la catena di comando fino a chi ha messo lì quel sindaco. Non mi pare che in Cina esistano elezioni democratiche con candidati sindaci che non sono nominati dal partito. Mi sa che ammazzare il sindaco serva solo ad evitare che la gente si infuri fino ad arrivare al vertice. In altre parole si tratta di un capro espiatorio.

  • Tonguessy

    Beh, magari qui da noi ci fossero i vertici che sacrificano dei sindaci (o quadri intermedi) per zittire le persone. Non mi risulta sia mai successo, anzi tanto Bassolino che Cosentino fanno carriera. Noi ci rodiamo il fegato perchè non riusciamo a bloccarli, divisi, apatici e depressi come siamo; in Cina almeno qualcosa combinano e qualcosa succede, quindi qui sono d’accordo con stefanodandrea

  • NerOscuro

    Anche se siamo un popolo ormai incapace di reagire e i Cinesi di oggi, i Francesi, gli Inglesi, gli Indiani e pure gli Italiani di ieri, sono un esempio, vedo una bella differenza tra le istituzioni nostre e quelle cinesi.

  • bluerik3

    Lo stesso gli indiani d’America etc ……