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CINA O USA: QUALE DELLE DUE SARA’ L’ULTIMA NAZIONE A RIMANERE IN PIEDI ?

DI RICHARD HEINBERG
postcarbon.org

Che scemo. Pensavo che i leader mondiali volessero impedire il collasso delle proprie nazioni. Di sicuro sono intenti a lavorare sodo per evitare il collasso della valuta, il collasso del sistema finanziario, il collasso del sistema alimentare, il collasso sociale, il collasso ambientale e l’insorgenza di una miseria generale e travolgente… Giusto? No. L’evidenza ci suggerisce tutt’altro. Sempre di più, sono costretto a concludere che lo scopo del gioco giocato dai leader del mondo in realtà è non evitare il collasso; ovvero, ritardarlo per un po’, in modo che la propria nazione sia l’ultima ad affondare e la propria parte abbia l’opportunità di depredare le carcasse altrui prima di andare incontro allo stesso destino.

Lo so, suona insopportabilmente cinico. Ed infatti è possibile che questa non sia una descrizione accurata dell’atteggiamento conscio dei leader delle nazioni più piccole. Ma per gli U.S.A. e la Cina – i due Paesi che più probabilmente apriranno strada al resto del mondo – le azioni parlano più forte delle parole. (Avviso per la sanità mentale dei lettori: chi ha scarsa tolleranza alle cattive notizie dovrebbero fermarsi ora; ci sono un sacco di articoli più allegri su internet; potrebbe essere un buon momento per trovarne uno e goderselo.)

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Per queste due nazioni, evitare il collasso richiederebbe la risoluzione di una serie di problemi enormi, di cui almeno quattro sono non negoziabili: il cambiamento climatico, il picco dei combustibili fossili (stagnazione e, presto, declino degli approvvigionamenti energetici), l’inerente instabilità di sistemi finanziari basati sulla crescita, e la vulnerabilità dei sistemi alimentari rispetto a fattori quali la scarsità di acqua dolce e l’erosione del suolo (in aggiunta al riscaldamento globale e alla scarsità di combustibile). Se non si riesce a risolvere anche uno solo di questi problemi, il collasso societale sarà inevitabile, di sicuro nel giro di qualche decennio, ma forse anche solo entro pochi anni.

Allora, come vanno le cose per i nostri due concorrenti? Non molto viene detto a proposito del clima, solo vaghe promesse di azioni future. Quindi, è evidente che la strategia in questo campo è ritardare (attenzione, non ritardare gli impatti, ma piuttosto gli sforzi per affrontare il problema).

Allo stesso modo, sono poche le azioni concrete intraprese a riguardo dei sistemi alimentari: l’assunto sembra essere che l’agricoltura industriale convenzionale – responsabile della maggior parte delle enormi e crescenti vulnerabilità del sistema alimentare globale – in qualche modo si accollerà il compito di nutrire da sette a nove miliardi di essere umani. Basta continuare a fare ciò che stiamo già facendo, ma su scala più grande e utilizzando un maggior numero di coltivazioni geneticamente modificate.

Quanto al picco di energia, esso non è riconosciuto ufficialmente, quindi la strategia adottata è la negazione del problema. Vedremo con che risultati.

E che dire del caos finanziario? Per questo aspetto, la situazione diversissima di U.S.A. e Cina giustifica una trattazione più estesa.

La Cina sale al comando!

Gli U.S.A. sono indebitati fino al collo e, per salvare banche “troppo grandi per fallire”, hanno ipotecato il salario delle generazioni future, più o meno fino a quando l’inferno non si sarà congelato. Al contrario, la Cina ha pile e pile di danaro liquido (risultato dei suoi enormi surplus commerciali) e, per evitare che la valuta dei suo principale cliente perdesse valore, si è comprata una bella fetta del debito statunitense. In questo ambito, sembra proprio che una nazione sia sul punto di scemare, mentre l’altra è pronta fare un balzo per raggiungere il primo posto come superpotenza economica mondiale.

Si dà il caso che questo sia un giudizio convenzionale sull’argomento. Non è difficile trovare commentatori che affermino che gli Stati Uniti, per diverse ragioni, sono una potenza del passato. Oltre all’enorme fardello del debito, soffrono di una progressiva riduzione della base manifatturiera, di un notevole disavanzo commerciale, dell’erosione della qualità dell’educazione, e di una politica estera che, mentre serve gli interessi dei produttori di armamenti, mina gli interessi a lungo termine di tutta la nazione. A questo proposito, un sondaggio di opinione condotto da World Public Opinion nel 2006 ha evidenziato che, in quattro importanti nazioni alleate (Egitto, Marocco, Pakistan e Indonesia) che insieme rappresentano un terzo dei musulmani del mondo, la maggior parte della popolazione ritiene che gli U.S.A. siano decisi ad insidiare o distruggere l’Islam. In questi Paesi, la maggioranza degli intervistati appoggia eventuali attacchi a bersagli americani. E si dà il caso che la maggior parte dei futuri approvvigionamenti di petrolio proverrà da nazioni musulmane. Fantastico.

Al contrario, la Cina sta vivendo una primavera anfetaminica. Attualmente è il maggiore produttore di automobili del mondo. E, secondo quanto affermato daStuart Staniford in un recente articolo zeppo di dati, “se continuano i trend attuali, entro un paio d’anni il sistema di autostrade cinesi probabilmente sarà più vasto del sistema di strade interstatali degli Stati Uniti, mentre il numero di automobili in Cina supererà quello degli U.S.A. entro il 2017”. Oggi, nel 2010, la Cina è il maggiore produttore di energia idroelettrica e solare ed entro il 2011 sarà anche il maggiore produttore di energia eolica. L’intelligente rete di investimenti della Cina fa apparire insignificante quella statunitense, con un rapporto di 200 a 1. I Cinesi stanno investendo pesantemente anche nell’energia nucleare. Staniford prosegue scrivendo: “Semplificando moltissimo, è come se gli U.S.A. avessero preso a prestito una montagna di soldi dalla Cina per combattere una guerra il cui scopo era liberare il petrolio iracheno in modo che la Cina potesse diventare la più grande potenza industriale che il mondo abbia mai visto”.

La politica estera della Cina consiste principalmente nel comprarsi gli amici acquistando diritti su petrolio, gas, carbone e altre risorse (in Canada, Australia, Venezuela, Iraq, Kazakistan e nell’Africa intera); gli U.S.A., invece, spendono denaro che non hanno per estirpare furfanti e, nel mentre, si fanno nuovi nemici.

In una conferenza tenuta nell’ottobre 2009, George Soros ha ostentato un candore rincuorante circa la gravità della crisi finanziaria globale in corso: “La differenza [tra la recente crisi economica] e la Grande Depressione è che questa volta al sistema finanziario non è stato permesso di collassare, e lo si è messo in cura intensiva. Infatti [comunque] il problema del credito e dell’indebitamento che abbiamo oggi è di entità persino maggiore che negli anni Trenta”. Soros poi ha proseguito parlando delle rispettive posizioni di U.S.A. e Cina:

“Tutti i Paesi, nel breve termine, hanno subito conseguenze negative, ma, nel lungo termine, ci saranno vincitori e vinti. (…) Per dirla senza mezzi termini, gli U.S.A. soffriranno la perdita maggiore mentre la Cina è sul punto di emergere come il principale vincitore. (…) La Cina è stata la principale beneficiaria della globalizzazione e si è trovata in larga misura isolata rispetto alla crisi finanziaria. Per l’Occidente – e per gli U.S.A. in particolare – la crisi è stata un evento che si è generato all’interno portando al collasso del sistema finanziario. Per la Cina, invece, si è trattato di un urto proveniente dall’esterno, che, pur avendo danneggiato le esportazioni, ha lasciato incolume il sistema finanziario, politico ed economico”.

La Cina incespica!

Ma ricordate: se non si trovano soluzioni al cambiamento climatico, al picco energetico e all’incombente crisi alimentare, vincere la gara finanziaria sarà solo un’effimera consolazione. Prendiamo in considerazione anche solo l’enigma dell’energia: la Cina è in grado di costruire centrali nucleari e generatori eoloelettrici, ma non potrà mantenere a lungo un tasso di crescita annuale dell’8% se l’energia derivante dal carbone rimane invariata o diminuisce. Sommando i progetti di Cina e India, i due Paesi hanno attualmente in programma di costruire ben 800 centrali elettriche a carbone entro il 2020. Ma dove reperiranno il combustibile? La produzione domestica di entrambi i Paesi è già deficitaria e le importazioni sono già cominciate. Ma i Paesi esportatori di carbone non saranno in grado di tenere il passo con la crescente domanda di Cina e India.

Inoltre, esiste una scuola di pensiero secondo cui l’apparentemente irrefrenabile miracolo economico della Cina non è che una bolla che sta per scoppiare. Il mercato dei beni immobili di Beijing è surriscaldato, come quello di Las Vegas attorno al 2006. L’anno scorso, il PIL cinese è cresciuto del 9%… sulla carta. Ma per raggiungere quell’obiettivo, il governo e le banche hanno dovuto concedere prestiti per un importo pari al 30% del PIL (il tasso di crescita nei prestiti è accelerato nell’ultima parte dell’anno; ai tassi registrati alla fine dell’anno, le banche avrebbero dato a prestito una somma pari all’intero PIL nazionale previsto per il 2010). In ogni caso, probabilmente molta parte di tale crescita si è verificata attraverso speculazioni su beni immobili e azioni dubbie.

In generale, la Cina è ad uno stadio di sviluppo economico da selvaggio West: è un’accozzaglia di influenti basi di potere capitalistico locali che non devono rendere conto a nessuno, tutte intente a destreggiarsi per creare e inflazionare patrimoni e credito. Di recente, il governo centrale ha esercitato un certo controllo sulle banche, ma la sua abilità di fermare gli schemi Ponzi a livello locale è ancora limitata.

In gennaio, la commissione regolatoria bancaria cinese ha tentato di mettere un freno ai prestiti per rallentare il rapido incremento di valore dei beni immobili e del mercato delle azioni. (C’è da dire però che nello stesso mese il gabinetto cinese ha deciso di permettere operazioni di margin trading e vendite allo scoperto per lanciare un indice di futures.) Comunque, è significativo che ci siano prove del fatto che i tentativi della banca centrale della Cina volti a deflazionare in modo innocuo le bolle dei mercati immobiliari e della borsa probabilmente non stiano funzionando. Secondo Joe Weisenthal di Business Insider , l’improvvisa sospensione dei prestiti “ha colto di sorpresa gli importatori e molte altre società, e potrebbe causare turbolenze negli ordini di importazione della Cina. Le lettere di credito sono improvvisamente divenute indisponibili nonostante gli accordi pregressi. Crediamo che questo porterà inevitabilmente a ritardi o cancellazioni nelle importazioni della Cina. È probabile che l’impatto maggiore riguarderà gli ordini relativi a beni di consumo e macchinari”. Traduzione: il governo si è trovato di fronte ad una scelta: lasciar scoppiare una bolla in rapida crescita, affossando il mercato, oppure deflazionare deliberatamente la bolla, rischiando di affossare l’economia per un’altra strada. La banca centrale ha scelto la seconda opzione ed è possibile che tale azzardato affossamento si stia palesando ora.

Nel frattempo, Google e l’Amministrazione Obama esercitano pressioni esterne sulla Cina al fine di allentarne la censura sulle comunicazioni elettroniche; secondo alcuni, queste mosse sono da interpretare come una riduzione delle opzioni del governo centrale per controllare sia il flusso delle informazioni che l’economia.

In un recente controeditoriale, il rubricista del New York Times Tom Friedman
ha ribattuto alle espressioni di preoccupazione circa l’esplosione della bolla cinese con una robusta manifestazione di fiducia nell’irrefrenabile spinta espansionistica di Beijing. Considerando il passato di Friedman (ricordate le sue rubriche nel 2003, in cui celebrava i benefici di cui l’America avrebbe goduto con un’invasione dell’Iraq?), questo è sufficiente a generare dubbi in merito ai tempi più o meno brevi del deragliamento della locomotiva cinese.

Cosa significa “Vincere”?

Nel suo Reinventing Collapse: The Soviet Example and American Prospects (‘La reinvenzione del collasso: l’esempio sovietico e le prospettive americane’), Dmitry Orlov tratta il “gap di collasso” tra Stati Uniti e vecchia Unione Sovietica: questa, egli sostiene, in effetti era molto meglio preparata alla crisi economica e alla caduta del proprio governo centrale; quando gli U.S.A., prima o poi, seguiranno la strada dell’U.R.S.S., il dolore e la sofferenza dei cittadini sarà di gran lunga maggiore. (Qui non posso riassumere in maniera adeguata le prove e i ragionamenti di Orlov, ma sono convincenti; se non avete ancora letto il libro, fatevi un regalo.)

Quindi: qual è l’attuale situazione degli U.S.A. in termini di preparazione al collasso rispetto alla Cina?

Dopo sessant’anni di crescita economica quasi ininterrotta, gli Americani hanno sviluppato aspettative per il futuro che non sono realistiche. Sono consumatori urbanizzati la cui capacità di produzione si è raggrinzita e le cui abilità pratiche di sopravvivenza sono, nella maggior parte dei casi, rudimentali. Al contrario, i Cinesi si affacciano su un baratro molto meno ripido. La maggior parte vive ancora in campagna, e molti di quelli che vivono in città distano una sola generazione dall’agricoltura di sussistenza e sono ancora in grado di affidarsi alle competenze pratiche, proprie o dei propri genitori, acquisite durante decenni di povertà e di immersione in una cultura agricola tradizionale.

Entrambe le nazioni si trovano di fronte a feroci sfide politiche. Negli U.S.A., il governo centrale è ormai quasi completamente paralizzato: è evidentemente incapace di risolvere persino problemi relativamente minori e la fiducia risposta in esso dalla maggioranza dei cittadini è in larga misura evaporata. I leader politici sono riusciti a polarizzare geograficamente la gente con questioni che stimolano l’emotività, poche delle quali hanno a che fare con i fattori che attualmente minano la capacità di sopravvivenza della nazione. Il governo centrale cinese sembra molto più capace di agire in modo deciso e strategico, ma deve affrontare spinose questioni geografiche e storiche: il divario economico e sociale tra le ricche città costiere e l’interno povero e rurale è estremo e crescente; ed esiste uno scisma demografico tra chi ha meno di 40 anni ed elevate aspettative economiche, e le generazioni più anziane cresciute sotto Mao, la cui etica è fondata su collettivismo e abnegazione. I giovani, specialmente, hanno accettato lo scambio tra libertà civili e prosperità economica. Ma questa non sarà data, le prime saranno richieste con forza. Se le aspettative dovessero essere disattese, la profondità di queste divisioni sarebbe sufficiente a lacerare la società, e i leader lo sanno bene.

Quindi, nell’eventualità di un collasso, entrambe le nazioni si troverebbero di fronte alla possibilità di un crollo dei sistemi politici con conseguenti violenze diffuse (rivolte e repressioni).

La Cina continua ad essere in vantaggio in un’area cruciale: il sistema alimentare. Nonostante i recenti trend di rapida urbanizzazione, molti cittadini coltivano ancora il proprio cibo (negli U.S.A., i coltivatori a tempo pieno si aggirano attorno al 2% della popolazione e il coltivatore medio si sta avvicinando all’età pensionabile). Ciò non implica che la Cina sarà capace di dar da mangiare a tutta la sua popolazione; sta già diventando uno dei principali importatori di prodotti alimentari. Nel frattempo, gli U.S.A. sono ancora un importante esportatore di alimenti. La principale differenza sta nella resilienza dei rispettivi sistemi: quello degli U.S.A. è più centralizzato e più dipendente dagli idrocarburi e, quindi, probabilmente più vulnerabile.

La geopolitica del collasso

è facile capire perché la preparazione al collasso è un vantaggio per la cittadinanza: meglio si è preparati e più persone sopravvivranno. Tuttavia, c’è da chiedersi se un tasso più elevato di sopravvivenza, durante e dopo il collasso, si traduca in un vantaggio geopolitico.

Il processo del collasso sarà determinato da molti fattori, alcuni dei quali difficili da prevedere, e quindi è arduo anticipare l’entità o la portata della struttura del potere politico che eventualmente riemergerà nell’uno e nell’altro Paese. È possibile che una o entrambe le nazioni si trasformino in una serie di unità politiche più piccole in conflitto tra loro e incapaci di impegnarsi più di tanto nelle manovre globali per l’approvvigionamento delle risorse. Le nuove unità politiche emergenti all’interno degli attuali territori della Cina e degli U.S.A. sarebbero immediatamente assalite da enormi problemi pratici, tra cui povertà, fame, disastri ambientali e migrazioni di massa.

è presumibile che rimarranno intatti ed utilizzabili dei potenti armamenti dell’era della guerra globale. Quindi, in teoria, è possibile che una di queste entità politiche più piccole possa affermarsi sul palcoscenico mondiale come impero contingente e di breve durata, con una portata geografica limitata. Ma anche in quel caso “vincere” la gara del collasso sarebbe solo una piccola consolazione.

La possibilità di un conflitto armato tra le due potenze prima del collasso non può essere completamente esclusa, ad esempio, se gli sforzi statunitensi di contenere le ambizioni nucleari dell’Iran faranno scattare una mortale reazione a catena di attacchi e contrattacchi, in cui magari sia coinvolto Israele, e che costringeranno le potenze mondiali a scegliere un campo; oppure se gli U.S.A. persisteranno nell’armare Taiwan. Ma né gli U.S.A. né la Cina vogliono un confronto militare diretto, ed entrambe le nazioni sono molto motivate ad evitarlo. Di conseguenza, fortunatamente una guerra nucleare senza esclusione di colpi – che è ancora il peggior scenario immaginabile per l’homo sapiens e il pianeta Terra – sembra improbabile, sebbene sia possibile che, in qualche caso, l’una o l’altra nazione usi queste armi nei prossimi decenni.

Le guerre commerciali sono un’altra questione e, secondo Michael Pettis (Financial Times) , potremmo persino assistere ad una di queste guerre nel corso di quest’anno:

“(…) gli squilibri commerciali sono più necessari che mai a giustificare l’aumento degli investimenti in Paesi con surplus [cioè la Cina], ma la crescente disoccupazione li rende politicamente ed economicamente inaccettabili nei Paesi in deficit [cioè gli U.S.A.]. L’aumento del risparmio negli U.S.A. si scontrerà con il risparmio ostinatamente alto in Cina. A meno che non si elabori immediatamente una soluzione congiunta a lungo termine, il conflitto commerciale peggiorerà e sarà sempre più difficile invertire le politiche offensive. Aspetto ancora più importante, se i Paesi deficitari esigeranno un cambiamento strutturale più veloce di quanto i Paesi in surplus possano gestire, finiremo quasi certamente con un’orrenda controversia commerciale che (…) avvelenerà le relazioni per anni”.

Quanto probabile è la prospettiva che l’ultima nazione in piedi possa – come mi sono espresso nel primo paragrafo – “depredare le carcasse” dei propri concorrenti? Un simile scenario presuppone che tale nazione possa rimanere in piedi per almeno qualche anno dopo la caduta delle altre. Ma forse questo non è possibile. Si ricordino le parole profetiche di Joseph Tainter in The Collapse of Complex Societies (‘Il collasso delle società complesse’, 1988):

“Una nazione oggi non può più collassare in maniera unilaterale perché se un qualsiasi governo nazionale si disintegra, la sua popolazione e il suo territorio sono assorbiti da un’altra nazione [o sono salvati da agenzie internazioni] (…) Questa volta il collasso, se e quando si verificherà di nuovo, sarà globale. Non è più possibile che una qualsiasi nazione singola collassi.”

Quando l’U.R.S.S. è crollata, gli U.S.A. e diverse multinazionali hanno potuto fare incursioni e divorare un po’ dei tesori rimasti in giro. Un esempio: da molti anni il combustibile usato dalle centrali nucleari statunitensi è uranio cannibalizzato dalle vecchie testate missilistiche sovietiche. Subito dopo, alcuni istituzioni internazionali come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale contribuirono presto ad organizzare nuove strutture finanziarie in Russia, Ucraina, Bielorussia, Lituania, Estonia e negli altri Paesi sorti dalla disintegrazione politica ed economica sovietica, così da limitare e invertire il processo di disintegrazione sociale che era già cominciato.

Ma ora il gioco è cambiato. Un collasso degli U.S.A. devasterebbe la Cina. Beijing perderebbe il suo cliente principale. Non solo. I buoni del tesoro accumulati per centinaia di miliardi di dollari diverrebbero privi di valore. Se la Cina fosse stabile internamente, sarebbe possibile assorbire un tale urto, seppure con qualche difficoltà. Ma alla luce dei problemi sociali e finanziari che ribollono in Cina, un collasso degli U.S.A. sarebbe quasi certamente sufficiente a gettare l’economia di Beijing in un vortice che originerebbe crisi sia sociali sia politiche.

Un collasso della Cina devasterebbe gli U.S.A. in modo simile. Ovviamente, la perdita di una fonte di prodotti di consumo a basso prezzo sconcerterebbe i clienti di WalMart, ma lo shock andrebbe molto più a fondo. Il Tesoro perderebbe il principale acquirente straniero del debito governativo, per cui la FED sarebbe costretta ad intervenire monetizzando il debito (in parole povere, dovrebbe “accendere le stampatrici della zecca”), compromettendo quindi il valore del dollaro. Il risultato: un crollo economico iperinflazionario. Un tale crollo, comunque, è probabilmente inevitabile a un certo punto, ma sarebbe velocizzato e aggravato da un eventuale collasso del sistema cinese.

In ogni caso, le istituzioni internazionali mondiali non sarebbero capaci di prevenire le sostanziali ricadute sociali e politiche. E l’ultima nazione a restare in piedi non resterebbe in piedi a lungo. Abbiamo raggiunto la fase in cui, come afferma Tainter, “la civiltà mondiale si disintegrerà nella sua totalità”.

La maratona della transizione

Ok. I leader statunitensi e cinesi non stanno facendo nessun serio sforzo per evitare il collasso nel lungo termine (vale a dire, nei prossimi 10-20 anni). Forse la ragione è che sono giunti alla conclusione che sia un’impresa impossibile; troppi trend portano nella stessa direzione, e in effetti gestirne di petto uno qualsiasi comporterebbe enormi rischi politici nell’immediato. In realtà, comunque, è molto più probabile che i leader stiano semplicemente rifiutando l’idea di riflettere seriamente su questi trend e sulle loro implicazioni, perché dispongono di un’alternativa: posporre il collasso mediante spesa in disavanzo, salvataggi, e ulteriori bolle finanziarie, mentre recitano la propria parte nel teatrino kabuki delle politiche sul clima e si dedicano alla geopolitica delle risorse. In questo modo, almeno, il biasimo cadrà sulla prossima generazione di leader. Posticipare il collasso è di per sé un grosso lavoro, sufficiente a far sì che tutta l’attenzione sia dirottata altrove rispetto alla contemplazione della natura terribile e inevitabile di ciò che si sta posticipando.

Ma il rischio di dissoluzione è in qualche modo ridotto da questi sforzi a breve termine? Mhm, difficile che sia così. Infatti, più si ritarda la resa dei conti, e peggiore sarà.

Piuttosto che tentare di ritardare l’inevitabile, avrebbe più senso, semplicemente, costruire resilienza in tutta la società e rilocalizzare i sistemi sociali essenziali concernenti il cibo, la produzione e la finanza. Non c’è bisogno di ripetere il discorso corrente su questa strategia: i lettori che non lo conoscono possono trovare consigli in abbondanza su www.transitiontowns.org , o nei libri e negli articoli di autori quali Rob Hopkins, Albert Bates, David Holmgren, Pat Murphy, e Sharon Astyk (e anche in qualche mio scritto, ad esempio Museletter #192 ).

Comprensibilmente, per i politici nazionali è difficile pensare lungo queste linee. Costruire la resilienza societale significa trascurare i dettami dell’efficienza economica; significa ridurre sistematicamente il governo centrale e le istituzioni commerciali nazionali/globali (banche e corporation). Significa anche mettere in discussione il dogma centrale del nostro mondo moderno: l’efficacia e possibilità di una crescita economica senza fine.

Quindi, l’esito migliore risiede in una strategia di resilienza e rilocalizzazione, ma i nostri leader nazionali non possono neppure contemplare una tale strategia, il che significa che quei leader sono, almeno in un certo senso, irrilevanti per il nostro futuro.

Alcuni lettori sono così in sintonia con questa linea di pensiero da ritenere che non abbia più senso prestare attenzione alla scena globale. È persino possibile che ritengano che questo articolo sia una perdita di tempo (mi aspetto di ricevere un paio di e-mail in tal senso). Ma seguire gli eventi mondiali è più che una questione di informazione-intrattenimento: quando e come la Cina e gli U.S.A. si sfasceranno è un problema con conseguenze molto maggiori che se il Superbowl sarà vinto dai Saints di New Orleans o dai Colts di Indianapolis. La realtà è che nessuna nazione, nessuna comunità, sarà in grado di proteggere se stessa dai venti improvvisi e violenti che riempiranno rapidamente il vuoto lasciato dall’implosione dell’una o dell’altra superpotenza.

A proposito, mi scuso con le altre 190 nazioni circa del mondo, grandi e piccole: il fatto che in questa discussione mi concentri su U.S.A. e Cina non significa che gli altri Paesi siano privi di importanza, o che i loro destini non saranno unici quanto le loro culture e le loro geografie; è solo che, probabilmente, i loro destini si dispiegheranno nel contesto del collasso globale che si diffonderà dalle due nazioni di cui stiamo parlando. Per qualsiasi nazione – l’India, la Bolivia, la Russia, il Brasile, il Sudafrica – e per qualsiasi comunità o famiglia, la sopravvivenza richiederà un certo grado di comprensione della direzione presa dai grandi eventi, per riuscire a togliersi di mezzo quando voleranno i detriti e saper individuare in anticipo le opportunità per riorganizzarsi.

Quindi, prestate attenzione ai bollettini meteorologici da Washington e Beijing e nel frattempo costruite la resilienza locale ovunque vi troviate. Se il tetto ha bisogno di essere riparato, non cincischiate.

Nel frattempo, dopo una lunga giornata trascorsa ad organizzare gli orti collettivi della Transizione, potreste voler pregustare l’America del post-collasso leggendo A World Made by Hand (‘Un mondo fatto a mano’) di James Howard Kunstler; o assaporare trattazioni piacevolmente erudite del collasso visto come un processo esteso (come probabilmente sarà) o come evento improvviso ed estremo, leggendo i libri di John Michael Greer The Long Descent (‘La lunga discesa’) e The Ecotechnic Future (‘Il futuro ecotecnico’).

Anche se il cielo sta per caderci sulla testa, non vuol dire che sia ora di smettere di pensare.

Richard Heinberg

Fonte: www.postcarbon.org
Link: http://www.postcarbon.org/article/67429-china-or-the-u-s-which-will
3.02.2010

Scelto da PAOLO CASTELLETTI e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ORIANA BONAN

Pubblicato da Davide

  • nettuno

    Intanto per cominciare il riscaldamento globale è una bufala. vedi Haker.
    Poi hanno trovato altro petrolio ad Haiti e dintorni , cosi dicasi lungo le coste del Brasile … io non mi preoccupo più di tanto. Si la zona euro affonderà per la struttura del patto di stabilità e perchè ngli stati Ue( questi fessi ) hanno rinunciato alla sovrenità monetaria. Ma si mangerà lo stesso .. Richard Heinberg vai a pescare trote —-che è meglio

  • alvise

    Per come la penso io, Nettuno è molto ottimista, bontà sua, invece io un po’ meno.Secondo me Heinberg ha esposto un quadro abbastanza veritiero, specialmente quando sottolinea la reciproca dipendenza economica, USA-CINA.Ed è proprio da questa “obbligatorietà” di dipendenza che può succedere di tutto, a livello economico, cioè una ripercussione globale.Non bisogna dimenticare i paesi poveri che hanno bisogno di cibo.Questo, aggiunta alla richiesta mondiale, potrebbe creare il quadro paventato da Heinberg.Solo che, come lui ha sottolineato, i cinesi sono sufficientemente in grado di cerarseloil cibo, diversamente dagli americani.Secondo me gli OGM non sono una soluzione.Per riempirci le pance e farci sentire satolli, forse si, ma degli effetti indesiderati la vera verità non la sa nessuno, e non fidiamoci delle grandi industrie farmaceutiche.Un’altra cosa che mi ha fatto riflettere, anche s emagari non verrà mai messa in atto, ma è il pensiero stesso che mi preoccupa, è la nuova divisa a cui hanno pensato gli USA, cioè l’AMERO:Lo ripeto, non è la nuova in moneta in sè che mi preoccupa, ma è il solo averlo pensato, che dovrebbe suggerirci il perchè, una boutade?Non credo che gli americani siano in spirito di farla, un simpatico modo di smuovere le acque?Quali acque?Beh, un lecito dubbio che non sia una boutade, lo fa pensare la situazione economica in cui si trovano attualmente gli stati uniti, compresa la goldman&sachs, anche se lei in realtà è abbastanza fuori dai giochi, ma mai dire mai….Per concludere, secondo me, Heinberg (che non ne conosco la figura), anche se ci ha ricamato un pochino su (da bravo autore), non è che ci sta raccontando la trama di un film di fantascienza.Se poi la vogliamo mettere in filosofia, la storia ci ha insegnato che tutte le grandi, ma grandi, potenze, sono tutte finite miseramente, perchè quelle contemporanee non dovrebbero subire la stessa sorte?Qualcuno potrebbe dire “e perchè sì?”, io gli risponderei “e perchè no?”….

  • amensa

    trovo quest’articolo perfettamente aderente alle mie considerazioni. in più è ben scritto.l’unico appunto che faccio è sul come considera USA e Cina e le altre grosse nazioni del mondo.
    sembra che, benchè ponga sovente la considerazione su “possibili moti sociali”, poi consideri tali nazioni come dei monoliti.
    così non è , anzi siamo ben distanti dalla realtà, e parlo degli USA che conosco meglio, se assimiliamo lo yuppies newyorkese al contadino mormone dell’ohaio.
    quanto non considera l’articolo è il fattore “scollamento” delle istituzioni dalla popolazione, anzi meglio parlare delle popolazioni.
    come si è sempre visto nella storia, il benessere ha sempre fatto da collante, soprattutto quando si trattava di sfruttare qualcuno al di fuori della nazione (parlare di paese democratico può forse essere se non appropriato ma almeno accettabile per gli USA, ma bisogna anch evedere la loro incongruenza come “esportatori” di democrazia, basta osservare quante dittature sono state favorite e supportate proprio dagli USA), ma quando il collante dovrebbe esser costituito da sacrifici e rinunce, allora scoppiano le divisioni interne.
    come è tragicamente errato parlare di “arabi” pensando a popoli e governi perfettamente integrati , così parlare oggi di “Stati Uniti” è un puro eufemismo, molto meglio sarebbe cominciare a parlare di “stati” e basta. pertanto questo significa un governo centrale sempre più preda delle divisioni localistiche, e quindi incapace di esprimere una linea coerente. basti pensare alla distanza tra il promettere e il fare di Obama.
    ripeto che non ho altrettanta conoscenza della cina, ma per quante notizie riesco a raccogliere, la situazione non è così diversa.
    quindi se crisi verrà, sarà prima di tutto una crisi di rappresentanza delle grandi realtà territoriali, crisi che toglierà definitivamente ogni credibilità ai proclami dei governi centrali.

  • castigo

    Per queste due nazioni, evitare il collasso richiederebbe la risoluzione di una serie di problemi enormi, di cui almeno quattro sono non negoziabili: il cambiamento climatico, il picco dei combustibili fossili (stagnazione e, presto, declino degli approvvigionamenti energetici), l’inerente instabilità di sistemi finanziari basati sulla crescita, e la vulnerabilità dei sistemi alimentari rispetto a fattori quali la scarsità di acqua dolce e l’erosione del suolo (in aggiunta al riscaldamento globale e alla scarsità di combustibile). Se non si riesce a risolvere anche uno solo di questi problemi, il collasso societale sarà inevitabile, di sicuro nel giro di qualche decennio, ma forse anche solo entro pochi anni.

    hemmmmm….. quale “riscaldamento globale??
    quello che si è rivelato essere una delle più colossali bufale mai inventate da mente umana??
    se questo “signore” cerca già all’inizio di spacciare merce avariata, come devo considerare il resto dell’articolo??

  • paolocastle

    Magari ci hanno a lungo preso in giro sulle cause e sugli effetti del “riscaldamento globale” e lo scioglimento dei ghiacciai (che si può verificare dalle foto o parlando con qualche anziano che frequentava la montagna da giovane) è solo causato da una normale fluttuazione statistica del clima … ma il petrolio finirà … per il semplice fatto che se ne conuma sempre di più e che per produrlo sono serviti molti più anni di quanti ne ha la razza umana… per questo non penso che quelle su postcarbon siano solo illazioni … IMHO chiaramente.
    Paolo

  • lucamartinelli

    sicuramente l’articolo tratta di diversi problemi. altri amici ne stanno discutendo alcuni. io vorrei sottolineare che non mi sembra decisivo il legame Cina-Usa, laddove l’autore sostiene che sono interdipendenti e necessari l’uno all’altro. l’esempio della nostra Italietta degli anni 60 dimostra il contrario. quando il nostro paese decollo’ economicamente lo fece non solo per le esportazioni ma anche perche’ l’industria doveva rifornire di beni e servizi la nazione, dal momento che l’aumento del reddito pro-capite permetteva un tenore di vita piu’ elevato, e lo fece per 30 anni fino alla saturazione del mercato. La stessa cosa sta avvenendo in Cina. I dirigenti cinesi hanno gia’ capito che occorre spostare la vendita dei beni prodotti anche e soprattutto all’interno. Questo garantira’ la non-dipendenza dagli Usa che quindi potrebbero affondare da soli. La Cina ha un enorme mercato interno. I suoi numeri fanno impallidire l’intera economia nostra. infine ricordo che la Cina sta lentamente cessando di acquistare debito americano, mentre aumenta l’uso delle sue riserve per investimenti in ogni parte del globo. saluti a tutti

  • Tonguessy

    Quoto

  • Jack-Ben

    Questo articolo sembra fatto bene ma con i tempi che corrono acquista il sapore di una barzelletta …. Gli Usa negli ultimi 500 anni hanno solo depredato prima gli Indiani d’America, poi i Nord Africani e dopo il Sud America insomma dove hanno potuto hanno solo depredato tutto lo scibile e usabile possibile a loro tornaconto.
    Con la Cina che ha solo 12000 annetti di storia la faccenda diventa complicata anzi direi impossibile e quindi devono arretrare difronte a una cultura e un pragmatismo nettamente superiore al loro cannibalismo materiale. E allora si leggono articolo al cloroformio sponsorizzati da Big farmer per tranquillizzare gli utenti ma nella realtà sia in Iraq, Afganistan, Pakistan ecc ecc gli Usa non si smentiscono mai.

  • Jack-Ben

    Castigo, la situazione attuale e’ dir poco drammatica, quest’articolo e solo cloroformio per menti …. robotizzate fra un pochino scoppia la 3 elementare… anzi diciamo che ci siamo già dentro

  • duca

    La terza elementare? 😉

  • Jack-Ben

    e si le la prima e la seconda non sono bastate aspettiamoci la 3 elemantare senza esami di riparazioni botta secca… e chi se visto se visto…

  • xmas

    Heinberg scrive :

    “… per queste due nazioni, evitare il collasso richiederebbe la risoluzione di una serie di problemi enormi, di cui almeno quattro sono non negoziabili: il cambiamento climatico, il picco dei combustibili fossili (stagnazione e, presto, declino degli approvvigionamenti energetici), l’inerente instabilità di sistemi finanziari basati sulla crescita, e la vulnerabilità dei sistemi alimentari rispetto a fattori quali la scarsità di acqua dolce e l’erosione del suolo (in aggiunta al riscaldamento globale e alla scarsità di combustibile).”

    “il cambiamento climatico”: quello di Al Gore e degli orsi bianchi … sicuramente …

    “il picco dei combustibili fossili”: quello del petrolio creato dalla putrefazione dei dinosauri … ma qui di putrefatto c´e´solo la verità, … ma secondo voi un barile di petrolio corrisponderà a 5 metri di coda di dinosauro, o solo ad 1 metro, cioè la mia macchina fa 200 km con 1 dinosauro ?

    “l´instabilità di sistemi finanziari basati sulla crescita”: io sono più conciso e scriverei “l´instabilità di sistemi … finanziari”

    “la vulnerabilità dei sistemi alimentari rispetto a fattori quali la scarsità di acqua dolce e l’erosione del suolo”: abbiamo la fortuna di abitare in un pianeta acquatico (3/4 del globo) dove oltrettutto l´acqua si ricicla da sola nell´ambiente da sola, e mi devo sentire dire che manca l´acqua … la prossima sará l´aria … (come ? … l´acqua dolce … siiiii, come no ….) e per l´erosione, significa che andremo tutti a vivere sugli atolli.

    Concordo con castigo e mi fermo a leggere dove si è fermato lui e dove lo stesso autore Heinberg, molto correttamente, ci consiglia di fermarci.

  • idea3online

    Dopo la caduta di Costantinopoli il titolo di Roma passò a Mosca, infatti è definita la Terza Roma, non ci allarmiamo, tra Russia e Stati Uniti è una guerra in famiglia, da una parte Potere Politico e “Chiesa Ortodossa/Cattolica”, dall’altra Potere Politico e “Protestanti/Ateismo”. Questo periodo storico è simile al periodo del Sacro Romano Impero, infatti dopo la dissoluzione dello stesso gli eventi portarono alla prima guerra mondiale. Secondo me la Cina ha una grande importanza geopolitica, però in questa fase poichè la sua economia interdipende da un partner debole, non ha la struttura per poter attivare uno scontro diplomatico e militare. Gli USA si spaventano della Russia, gli USA sono consapevoli che la Russia non deve essere mai affrontata in modo diretto o offesa in modo diplomatico. I Russi rappresentano la terza Roma dopo la caduta di Costantinopoli, è come se L’Impero Romano d’Oriente è rappresentato dalla Russia, mentre l’Impero Romano d’Occidente è rappresentato dall’Europa e dagli Stati Uniti e Inghilterra. Anche se sarebbe più giusto dire che l’Europa è il secondo tentativo del Sacro Romano Impero. La storia non si ferma mai, sono i nostri CERVELLI frullati dai media a non capire come collegare il tempo che mai si ferma. Perciò la Cina è un gigante in questo momento gonfiato dal sistema globale, ma una struttura o fondamenta ancora non ci sono per poter governare a livello planetario, mentre la Russia è una struttura attiva nella Geopolitica globale confrontandosi con amici e nemici da circa 1000 anni, perciò ha l’esperienza diplomatica sia occidentale che orientale poichè deriva da ROMA e dagli invasori BARBARI che invasero l’Europa amalgamandosi all’Impero Romano d’Occidente.

  • pedronavaja

    Finalmente un articolo un po’ più serio (e documentato) di molti altri pre e post catastrofisti – negazionisti di cui il sito è normalmente ben attrezzato.

    Che poi si possa o meno essere completamente daccordo, o trovare parti almeno opinabili, fa parte del gioco.

    Va però fatta notare la presenza di alcuni critici di “professione” i quali riversano il loro paladino ardore nella ricerca di due parole (due) dell’articolo che gli permetta fare ampia propaganda della loro erudizione su ciò che ritengono, a loro scienza certa, una “bufala” o una “sòla” addirittura epocale: il riscaldamento globale. I critici sono tutti noti specialisti sul tema e non perdono occasione per farlo notare, dopo aver letto Lomborg e ascoltato i comizi di W. Bush e W.S. Berlusconi. Complimenti.

  • esca

    A volte una sola parola è la chiave che sfonda il portone. Il riscaldamento globale è un’invenzione orchestrata ed è stato anche chiarito come e perchè, gli unici che continuano a mistificare sono i soliti che fanno disinformazione e se ne comprendono bene le ragioni, basta osservare i risultati: la convinzione diffusa tra le persone di stare per essere soffocati ed arrostiti da un coperchio di anidride carbonica velenosa da loro stessi prodotta. Con questa falsa convinzione inculcata nelle zucche, qualunque forma di oppressione sarà possibile e, quel che è più grave, tutto sommato accettata di buon grado (incluso essere controllati nelle proprie abitazioni, nelle abitudini intime…ma può darsi che qualcuno non ci creda ancora). Tuttavia, resta una menzogna colossale, appoggiata e diffusa dai servi di regime. E’ ormai noto il modo in cui hanno il potere di far friggere l’atmosfera o sconvolgere il sottosuolo a comando, alterano le colture, impoveriscono ed erodono i territori, depauperano e avvelenano l’ambiente, gli alimenti, l’aria, l’acqua. Quindi tante parole per cosa? Per deviare l’attenzione dalle vere cause delle peggiori sciagure prossime ad abbattersi, che non sono la fine del petrolio.

  • castigo

    a dire la verità se ne consuma sempre meno causa crisi, ed il prezzo sale per via della speculazione.
    e poi se ne scoprono sempre nuovi giacimenti, mentre si iniziano a sfruttare anche quelli che, ai vecchi prezzi del petrolio, non era conveniente sfruttare.
    che il nostro modello di sviluppo sia sbagliato non ci piove, ma secondo me, anche in questo caso ci stanno prendendo per il culo alla grande……

  • castigo

    ti scuso solamente perché con tutta probabilità ti sei perso le notizie sul “climategate”.
    se invece le conosci………………….

  • castigo

    P.S.: leggiti questo, così capisci per chi stai battendo la grancassa:

    https://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=6795&mode=nested&order=0&thold=-1

    cito:

    La carbon-tax: business come sempre

    L’assemblea degli esperti sul clima ha riconosciuto in gennaio che la previsione che aveva fatto, nel suo rapporto del 2007, della sparizione dei ghiacciai dell’Himalaya verso il 2035 era uno “spiacevole errore”. Perché lo scioglimento in questione non è previsto, in verità, che verso il 2350!

    Secondo Mike Hulme, dell’università britannica dell’East Anglia, le strutture del Giec [Il Giec, Groupe d’experts intergouvernemental sur l’évolution du climat, è la denominazione francese dell’IPCC, Intergovernmental Panel on Climate Change, ndt] sono “deteriorate”. Fonte: France-Soir.fr del 12 febbraio 2010. Giec – Les experts du climat sont dans la tourmente.

    Il 19 novembre 2009, alcuni hacker introdottisi nei server dell’Unità di Ricerca sul Clima (CRU) dell’università dell’East Anglia (Regno Unito) hanno dimostrato manipolazioni di dati nella corrispondenza privata di numerosi climatologi, alcuni dei quali collaborano all’elaborazione dei rapporti del Giec.

    Ma la verità è altrove.

    Il governo olandese vuole tassare gli automobilisti secondo i chilometri percorsi. La tassa dovrebbe essere di 0,03 euro ed entrare in vigore nel 2012. Ogni veicolo dovrebbe essere equipaggiato con un apparecchio GPS che registrerebbe il numero di chilometri percorsi, il che permetterebbe tra parentesi di sorvegliare ogni cittadino. Il dispositivo trasmetterebbe poi le informazioni ad un apposito ufficio per predisporre la fattura. Parallelamente, verrebbe imposta una carbon-tax per l’ambiente. Bisogna ricordare che il bilancio energetico (diagnosi di performance energetica ) è obbligatorio dal 1° novembre 2006 in caso di vendita di un’unità immobiliare. Dopo il 1° luglio 2007, deve essere presentato anche in caso di locazione o al momento della costruzione di nuovi immobili. Vi sarà quindi un sistema di scambi di quote di CO2 controllato da qualche banca perché, non dimentichiamocelo, i finanzieri ci annunciano (con l’aiuto dei loro media) che solo l’industria della finanza permetterà di organizzare e di fluidificare questo mercato. Tutto è già al suo posto da molto tempo.

  • DICKENS77

    Io la vedo così gli Usa hanno occupato posizioni strategiche a livello mondiale Iraq, Afghanistan, Arabia Saudita.. ed ora si dirigono verso l’Iran i confini Russi etcc
    quindi puntano al controllo della vera risorsa che conta oggi il Petrolio. Il denaro lo creano dal nulla? e cos è il denaro se non cartaccia?? l’ oro lo taroccano? e se pure fosse?
    La verità è che loro possiedono l’ unica cosa che purtroppo conta: delle Forze Armate professionali dotate di armamenti avanti di almeno 40 anni rispetto alla Cina e resto del mondo quindi chi avrebbe il coraggio di contestare cosa??? e sarà difficile che le cose cambino. Saluti a tutti

  • myone

    Nessuno cade e nessuno rimane in piedi. tutto cadra’.