Chi paga i costi del lockdown

Francesco Gesualdi

Comune-Info.net

Quando la scienza si dichiara impotente si riscoprono i vecchi rimedi e di fronte a un virus sconosciuto e altamente aggressivo, così si è usato l’isolamento come principale forma di difesa.

Per primo l’ha sperimentato la Cina, poi è toccato all’Italia, alla Spagna, alla Francia e a tutte le altre nazioni del mondo.

E se in un primo momento sembrava che il disagio maggiore fosse per la perdita di libertà di movimento, ben presto abbiamo capito che le conseguenze peggiori erano sul piano economico.

Perché assieme alle porte delle case si sono chiuse anche quelle degli uffici, dei negozi, delle fabbriche.

E se gli economisti si preoccupavano per il Pil, noi ci preoccupavamo per la nostra sopravvivenza: di che saremmo campati se non potevamo più recarci al lavoro?

La tecnologia ha cercato di rassicurarci dicendoci che avremmo lavorato a distanza con i computer. Una forma di lavoro addirittura più comoda, più sostenibile, più soddisfacente, in una parola più smart, per dirla all’inglese.

Ma il Fondo Monetario Internazionale ha gettato acqua sul fuoco: in un recente articolo ci ha informato che il telelavoro non è per tutti.

Non solo perché richiede un’attrezzatura e una connessione che non tutti hanno, ma anche perché non si addice a chi deve produrre beni o a chi deve rendere servizi diretti.

La conclusione è che il telelavoro ha buone possibilità di espandersi nelle economie ad alta incidenza di servizi di concetto, molto meno in quelle basate sul manifatturiero, sull’agricoltura, sulle costruzioni.

Il che mette subito fuori gioco gran parte dei paesi del Sud del mondo dove il grosso delle famiglie vive ancora di agricoltura o di piccoli servizi resi in ambito urbano.

Fra le economie avanzate, quelle a più alta capacità di telelavoro sono Norvegia, Svezia, Singapore, mentre Italia e Grecia si trovano ai gradini più bassi. Da una ricerca condotta da Tito Boeri e altri, risulterebbe che solo il 23% dei lavori svolti in Italia possono essere eseguiti da remoto, principalmente in ambito amministrativo, finanziario, educativo.

Ciò nonostante la Cgil sostiene che in Italia il telelavoro è passato da 500mila unità prima della pandemia a otto milioni durante il lockdown, il 35% di tutti gli occupati.

Ma solo il 3% dei telelavoranti ha un diploma di scuola media inferiore, mentre quelli con laurea sono il 45%. Considerato che le mansioni più facilmente informatizzabili sono quelle intellettuali e ad alto titolo di studio, non c’è da stupirsi se il Fondo Monetario Internazionale conclude che il telelavoro non è cosa per poveri.

​Durante il lockdown, i lavoratori di tutto il mondo si sono divisi in tre gruppi: quelli che hanno continuato a lavorare recandosi sul posto lavoro, quelli che hanno virato al telelavoro e quelli che lo hanno sospeso.

Secondo l’Ocse le percentuali dei tre gruppi per l’Italia sono 25, 41, e 34%, ma ci vorrà ancora del tempo per sapere se tali stime possono essere confermate. In ogni caso sembra accertato che l’Italia, insieme a Canada e Gran Bretagna, è fra i paesi che ha registrato il maggior numero di lavoratori sospesi.

Complessivamente, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Oil) stima che nel secondo trimestre 2020 le ore lavorate a livello mondiale si sono contratte del 17,3% rispetto al quarto trimestre del 2019, qualcosa corrispondente al lavoro di quasi mezzo miliardo di lavoratori a tempo pieno.

Ma le conseguenze non sono state uguali per tutti. Meno peggio è andata ai lavoratori dei paesi ad economia avanzata dotati di buoni ammortizzatori sociali.

Tipico il caso dell’Italia che già dal 1945 dispone della Cassa integrazione guadagni, il fondo istituito presso l’Inps per assistere i lavoratori occupati in imprese afflitte da momentanee difficoltà economiche.

Altrettanto vale per la Francia attrezzata col programma denominato Activité partielle, per la Germania provvista del Kurzarbeit, per l’Australia dotata del Job Keeper Payment, per l’Olanda munita del Dutch Emergency Bridging Measure.

Si stima che nell’insieme dei paesi Ocse, i lavoratori assistiti da programmi governativi in occasione del lockdown siano stati 60 milioni.

Solo in Italia, secondo la Uil, sono stati 8,4 milioni, operazione resa possibile grazie alla decisione del governo di potenziare il sistema della Cassa integrazione per tutto il 2020 con una somma che secondo i calcoli dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio ammonta a 22 miliardi di euro. E non è tutto.

Ad essi vanno aggiunti altri 8 miliardi di euro stanziati per fornire assegni una tantum, di importo variabile fra i 500 e i 1.000 euro, a una platea di altri milioni di persone formate da lavoratori domestici, lavoratori stagionali, partite Iva, piccoli professionisti, insomma tutto quel variegato mondo di lavoratori autonomi e parasubordinati che pur godendo di inquadramento giuridico soffrono di un alto livello di precarietà.

Peggio di loro solo i lavoratori del sommerso, i dannati dell’economia informale, che alla precarietà aggiungono l’illegalità. E proprio perché illegali è come se non esistessero. Inesistenti eppure i più numerosi.

Per l’Organizzazione Internazionale del Lavoro i lavoratori informali sono due miliardi, il 62% di tutti gli occupati a livello globale.

Addirittura il 90% nei paesi a basso reddito, per scendere al 67% nei paesi a reddito medio e al 18% in quelli ad alto reddito.

A seconda dei continenti, li incontri nelle discariche, nei mercati generali, nei campi, ma anche nei piccoli laboratori gestiti da padroncini anch’essi illegali.

Il blocco della produzione nei paesi ad economia avanzata si è ripercosso come uno tsunami sulle economie dei paesi più poveri.

In Europa 60 milioni di lavoratori hanno ricevuto un sostegno al reddito, non nelle nazioni meno avanzate. ​La riduzione delle esportazioni, il crollo dei prezzi delle materie prime, hanno ridotto anche i consumi e le attività interne con un effetto a catena su tutta l’economia.

E come se non bastasse si sono ridotte anche le rimesse degli emigranti, i soldi che i lavoratori emigrati mandano alle proprie famiglie rimaste nei paesi di origine.

La Banca Mondiale stima che quest’anno, a causa del lockdown, i soldi inviati dai migranti verso i paesi più poveri subiranno una contrazione del 20%, passando da 554 a 445 miliardi di dollari.

Cento miliardi in meno che non peggioreranno solo la condizione delle famiglie riceventi, ma di molte altre per l’aumento della disoccupazione che i minori consumi provocheranno.

E l’Oil avverte: la povertà avanzerà ovunque se non si prendono provvedimenti a favore dei lavoratori dell’economia informale.

Ma l’unico ad avere accolto l’appello è stato Papa Francesco che proprio il giorno di Pasqua ha inviato una lettera ai movimenti che organizzano i lavoratori informali del Sud lanciando una grande sfida: «Forse è arrivato il momento di pensare a un salario universale che dia dignità ai lavori insostituibili che svolgete. Un salario garantito affinché nessun lavoratore sia privato dei propri diritti».

Utopia? Forse, ma l’Organizzazione Internazionale del Lavoro suggerisce anche iniziative poco costose per sostenere i lavoratori più fragili, iniziative che pur non dando piena risposta alla sollecitazione di Papa Francesco, aiutano a superare le difficoltà create dal lockdown.

Ad esempio sovvenzionando il mercato dei generi alimentari affinché tutti possano comprare almeno gli alimenti di base.

I paesi del Nord potrebbero facilitare una scelta in tal senso attivando una linea di cooperazione appositamente dedicata, ricordandosi che quando la povertà si fa prepotente, altri due mostri rialzano la testa: la schiavitù e il lavoro minorile.

La schiavitù come conseguenza dell’indebitamento e il lavoro minorile come tentativo per integrare i ridotti guadagni degli adulti.

L’Oil stima che a causa della crisi provocata dal Covid, quest’anno altri 42–66 milioni di bambini potrebbero essere inghiottiti dalla miseria estrema, aggiungendosi ai 386 milioni che già versavano in questa condizione nel 2019.

E nel frattempo non dobbiamo dimenticare che in molti paesi del Sud neanche i lavoratori formali sono stati sostenuti. Lavoratori verso i quali abbiamo degli obblighi perché producono le nostre scarpe, le nostre camicie, i nostri computer. Lavoratori inseriti in filiere produttive talvolta al servizio esclusivo dei grandi marchi dell’abbigliamento, dell’informatica, dell’alimentazione.

Il lockdown ha provocato sospensioni di massa in paesi come il Bangladesh, il Vietnam, la Cambogia, ma anche Serbia, Albania e altri paesi dell’Europa dell’Est.

Nei loro confronti i grandi marchi dovrebbero mettersi una mano sulla coscienza, ricordarsi dei tanti profitti che hanno potuto realizzare grazie al lavoro duro e malpagato effettuato dai lavoratori di questi paesi e accettare di indennizzarli per la sospensione delle commesse.

I loro bilanci non ne risentirebbero, mentre si scriverebbe una nuova pagina nella storia dei diritti dei lavoratori a livello globale

Fonte: https://comune-info.net/chi-paga-il-costo-del-lockdown/