CHI HA PAURA DEL CHADOR

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DI MASSIMO FINI

Capisco ancora ancora il divieto di indossare il burqua, inserito nelle misure antiterrorismo del “pacchetto Pisanu”, trovo inaudito, liberticida, razzista e incostituzionale l’inasprimento delle pene, fino a due anni di galera, per la donna che porti il chador (e mi par grave che una cosa del genere sia prevista come reato, sia pur con pene molto più lievi, da una legge che risale addirittura al 1975).
Perché il burqua copre il viso, il chador no. Per la verità anche il divieto del burqua, come difesa dal terrorismo, fa sorridere. Una terrorista con il burqua, qui in Italia, è più individuabile di una a volto scoperto e non ce la vedo proprio una donna conciata in quel modo girare per i supermercati o in autobus, con sotto le vesti dell’esplosivo, senza suscitare la curiosità, l’attenzione e il sospetto di chi le sta attorno.Sono certo che se gli jihaidisti tenteranno un attentato in Italia utilizzando anche delle donne le faranno vestire all’occidentale. È la cosa più logica.

Comunque sia in Italia esiste, come norma generale, l’obbligo di girare a viso scoperto e quindi il divieto del burqua ci sta, anche se contro il terrorismo non avrà alcun effetto. Ma il chador? Il chador è un tipo di abbigliamento che appartiene alla cultura islamica, che copre corpo e capelli ma lascia perfettamente visibile il volto. Vietarlo viola un principio fondamentale di libertà e di uguaglianza per cui ognuno può vestirsi come gli pare e piace purché rispetti i limiti della decenza, non offenda cioè il “comune senso del pudore” (art. 529 c.p.). Ed è fuori discussione che il chador stia dentro i limiti della decenza, è anzi accusato, da noi occidentali, di rispettarla anche troppo. E allora perché vietare alle sole donne musulmane un certo modo di vestire? Ad essere coerenti bisognerebbe mettere in galera anche le suore, che vestono più o meno allo stesso modo ed hanno il capo coperto.

Si tratta quindi, con tutta evidenza, di una misura discriminatoria, razzista, oltre che liberticida, e quindi incostituzionale.

Si è detto da qualcuno che un divieto del genere aiuterà le donne musulmane a sottrarsi al maschilismo della loro cultura (così, fra gli altri, Stefano Menichini della Margherita, che farebbe forse meglio ad occuparsi, e preoccuparsi, del fatto che il suo partito ha inglobato un soggettino inqualificabile come Vittorio Sgarbi, cosa, questa sì, indecente e che farà perdere alla sinistra un bel po’ di voti). Ma a parte che una considerazione del genere non c’entra nulla con le norme antiterrorismo, questi non sono fatti nostri. Quella del chador è un’ossessione occidentale. Ho viaggiato a lungo nei Paesi islamici e non ho mai sentito nessuna donna musulmana porre seriamente il problema del chador, nemmeno dal punto di vista simbolico. Fra le più giovani se ne fa, semmai, una questione di praticità.

A Teheran, nell’era khomeinista (ma credo esista ancora), c’era un settimanale, “Donna del giorno”, tutto al femminile, fatto da sole donne, sedici redattrici più le grafiche. Si occupava di attualità, di cronaca, di cultura e anche, sia pur timidamente, di moda. Vendeva più di 100 mila copie (“ma solo perché la carta scarseggia in questo dopoguerra” ci tenne a farmi sapere, orgogliosamente, la giovane direttrice, Talebeh Eskamdari) ed era uno dei meno accomodanti nei confronti del regime. Faceva un certo effetto entrare in una redazione e vederla popolata di tante suorine nere che si affacendavano alla macchina da scrivere, preparavano menabò, impostavano pagine e titoli. Perché tutte portavano il chador. Da buon occidentale chiesi subito alla graziosa Talebeh perché fosse così importante per l’Islam che la donna si copra almeno i capelli con il foulard. “Perché, rispose, i capelli sono una parte rilevante della bellezza femminile e molto provocatoria. E, fuori dal talamo, non è bene usare la propria bellezza per provocare gli uomini. È come se da voi una donna girasse a seno nudo per la strada. Non lo tollerereste. Mi pare che per molti secoli in Cina, o in Giappone non ricordo, il tabù riguardasse i piedi nudi. È una questione di sensibilità. Di sensibilità diverse. La nostra è questa. Comunque le assicuro che il chador è proprio l’ultimo dei nostri problemi”.

“E quali sono, allora, questi problemi, qui in Iran?”

“Non stanno nel Corano. Ma piuttosto in un costume, in una mentalità maschile e profondamente radicata. Per cui, soprattutto nelle campagne, ci sono dei padri e dei mariti che si comportano da piccoli dittatori. Ma questo è un abuso che non ha nulla a che fare con le leggi dell’Islam. Ecco, noi, con “Donna del giorno”, ci battiamo contro questi abusi, questo costume, questa mentalità”.

Noi occidentali, col vizio, ormai inveterato, di andare a ficcare il naso nei fatti altrui, sosteniamo che il chador o il velo o il burqua (antica tradizione afghana e pakistana, pretalebana) offendono la dignità della donna e ne limitano la libertà e pretendiamo di omologare la cultura e la sensibilità islamica alla nostra. Bene. In Occidente noi mercifichiamo il corpo della donna, lo esponiamo come quarti di bue in macelleria, lo vendiamo a pezzi e bocconi, nelle nostre pubblicità, sui giornali, nei film. Se venisse qui un ayatollah e dicesse: “In questo modo voi offendete profondamente la dignità della donna. Dovete cambiare”, gli risponderemmo: “Caro ayatollah, può anche darsi che ci sia un filo di ragione in quel che dici, ma sono fatti nostri, non tuoi”. Ecco, noi verso l’Islam, e in particolare per la condizione della donna in Islam, ci comportiamo come quell’ipotetico ayatollah. Pretendiamo di occidentalizzare l’Islam. Ed è proprio da questa arrogante pretesa che nasce, nelle masse islamiche, il fastidio, l’astio e l’odio contro l’Occidente, sentimenti nei quali il terrorismo pesca a piene mani. A parer mio una misura autenticamente efficace contro il terrorismo, invece delle leggi, a volte grottesche, del “pacchetto Pisanu”, sarebbe quella di piantarla di cercare di imporre all’Islam, con l’economia, con l’ideologia, con la batteria dei mass media e, se del caso, con le bombe, i nostri costumi, la nostra sensibilità, le nostre istituzioni.

E veniamo alla libertà della donna. Una sera, a Teheran, nel mio albergo, parlavo con Hassan Gadoiri, allora numero due del Ministero degli Esteri, un giovane poco più che trentenne, colto, dall’intelligenza sottile e causidica come hanno spesso i persiani, che aveva viaggiato il mondo e vissuto dieci anni in Italia dove aveva studiato all’Università per stranieri di Perugia. “E va bene,” mi diceva Gaddiri. “Poniamo pure che il chador sia un’imposizione maschile. Perché l’uomo musulmano teme la seduttività della donna. Ammettiamo che sia così. Ma da voi, se conosco un po’ la vostra pubblicità e la vostra “way of life”, la donna deve essere sempre bella levigata, curata, abbronzata, snella e, soprattutto, giovane, altrimenti è di fatto, emarginata. Da noi invece la donna viene accettata dal marito e dalla società, anche quando invecchia e ingrossa e tutti le portano un autentico rispetto. Perché il suo ruolo, di moglie, di madre, di donna, non si esaurisce esclusivamente nella sua avvenenza. E allora cos’è più oppressivo? Il nostro chador o il vostro modo di considerare la donna?”

Massimo Fini
Fonte:www.www.gazzettino.it
1.08.05

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