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CHI CI GUADAGNA CON LA CRISI ENERGETICA

DI WALDEN BELLO

Oggi in diversi paesi in via di sviluppo molti sistemi energetici centralizzati di proprietà statale si trovano invischiati in problemi di cattiva gestione, di corruzione e d’indebitamento. Per questo, in un paese dopo l’altro, influenti organismi multilaterali come la Banca Asiatica per lo Sviluppo e la Banca Mondiale hanno indicato il rimedio principe: privatizzazione e deregulation. Tale è stato il caso dell’India, della Tailandia e delle Filippine. Il dibattito tra i fautori della proprietà pubblica e quelli favorevoli alla privatizzazione, tuttavia, lascia in ombra la complessità della crisi della produzione e della distribuzione di elettricità nel terzo mondo. La causa dei problemi di aziende dalle dimensioni colossali, come l’ente elettrico tailandese (Egat) o quello filippino (Napocor), non riguarda l’intrinseca inefficienza delle imprese controllate dallo stato ma è una crisi del paradigma su cui si fondano: l’elettrificazione centralizzata. Le tecnologie centralizzate sono indissolubilmente connesse alle politiche di dominio attuate nei nostri paesi dalle élite al potere: tecnocrati, aristocrazie urbane e grandi imprese locali e internazionali. Dietro alla crisi di queste tecnologie s’intravvede un’alleanza di lunga data, tra i tecnocrati, le agenzie multilaterali e le grandi imprese private, con l’intento di scaricare gli effetti di tecnologie devastanti sulle spalle dei paesi in via di sviluppo, in nome di una certa visione della modernità e della ricerca del massimo profitto. L’industria energetica illustra al meglio questa simbiosi nefasta tra modernità e redditività. Una delle più note frasi che esprimono l’idea che la produzione e la distribuzione di elettricità fossero considerate un tratto fondamentale della modernità era stata pronunciata da Lenin nel 1921, quando definì il socialismo “il potere dei soviet più l’elettricità”. Ma non sono stati soltanto i marxisti sovietici che hanno associato l’energia elettrica all’auspicio di una società migliore. Jawaharlal Nehru, la figura più eminente dell’India del dopoguerra, definiva le dighe “i templi dell’India moderna”, una frase che, come rileva la scrittrice indiana Arundhati Roy, si ritrova immancabilmente su tutti i sussidiari delle scuole elementari in ogni lingua dell’India. Le grandi dighe sono diventate un articolo di fede, inestricabilmente connesso al nazionalismo. Metterne in dubbio l’utilità equivale quasi a un atto di sedizione.

L’elettrificazione centralizzata

Il modello di sviluppo dell’industria energetica per il periodo del secondo dopoguerra consisteva, dal punto di vista tecnico, nella realizzazione in punti strategici di un numero limitato di generatori (dighe colossali, centrali termiche a carbone, a petrolio o anche a energia nucleare) per produrre energia che sarebbe stata poi distribuita in ogni angolo, anche il più remoto, del paese. Le fonti d’energia tradizionali o locali, in grado di assicurare un certo grado di autosufficienza, erano considerate elementi di arretratezza. Se non si era in una rete centralizzata, si era arretrati. Si sviluppò una corsa frenetica verso l’elettrificazione centralizzata con le sue colossali dighe, le grandi centrali, gli impianti atomici. Su questo argomento c’era in effetti un fervore quasi religioso tra i tecnocrati che definivano il lavoro della propria vita “la missione dell’elettrificazione” o il collegamento del villaggio più remoto alla rete centrale. Una grande missione che, bisogna dirlo, fu sostenuta in India, in Tailandia, nelle Filippine, nel Vietnam del Sud con finanziamenti di svariati milioni di dollari dell’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (Usaid). Non c’è da sorprendersi: questa generosità non era del tutto disgiunta dalla missione non meno salvifica che puntava a rendere più pacifiche alcune regioni rurali alquanto permeabili all’agitazione comunista. Come ha osservato Arundathi Roy nel suo brillante saggio intitolato The Cost of Living, i tecnocrati indiani, in nome della “missione dell’elettrificazione”, non si accontentarono di costruire “nuove dighe e acquedotti per l’irrigazione ma presero il controllo dei piccoli impianti tradizionali per l’agricoltura, che erano stati utilizzati da migliaia d’anni e li resero atrofici”. La scrittrice indiana illustra qui una grande verità: l’elettrificazione centralizzata ha paralizzato lo sviluppo dei sistemi alternativi che avrebbero potuto essere più decentrati, più a misura umana, più ecologici, oltre a richiedere investimenti di capitale molto più ridotti. L’elettrificazione centralizzata, come qualsiasi manifestazione ideologica, ha servito certi interessi che non erano di sicuro quelli delle larghe masse. I principali gruppi d’interesse erano:

o I maggiori enti di sviluppo bilaterali e multilaterali. In Asia, la Banca mondiale e la Banca asiatica per lo sviluppo (Adb) divennero i principali finanziatori di impianti tecnologici destinati a produrre centralmente l’energia centralizzata da esportare nei paesi del terzo mondo, mentre, come abbiamo detto in precedenza, l’Usaid sovvenzionava l’elettrificazione delle campagne. Lo sviluppo dell’energia centralizzata è stato un elemento essenziale su cui si è basata l’esistenza e l’espansione di questi organismi e della loro pletorica burocrazia.

o Le grandi imprese multinazionali come Bechtel o Enron, che hanno fatto enormi profitti costruendo dighe o fornendo servizi di consulenza per il settore energetico.

o Le aziende esportatrici di centrali elettriche, anche nucleari, come General Electric e Westinghouse, che hanno goduto di sovvenzioni pagate con le tasse dei cittadini dei paesi sviluppati grazie a enti statali per l’esportazione, come la Us Eximbank.

o Le potenti coalizioni locali di tecnocrati del settore energetico, delle grandi imprese, delle élite urbane e industriali. Nonostante la retorica sulla “elettrificazione delle campagne”, le reti centralizzate erano sostanzialmente destinate alla città e all’industria. Ciò è particolarmente vero nel caso delle dighe, che comportano una sottrazione di risorse naturali dalle aree agricole e boschive a tutto vantaggio della crescita dell’industria urbana. L’industria era il futuro. Era quella che creava davvero un valore aggiunto. Era il sinonimo della potenza nazionale. L’agricoltura era il passato. Oltre a essere un elemento dei programmi per rispondere all’emergenza, l’elettrificazione rurale era semplicemente una piccola concessione alla campagna, per mettere a tacere chi si opponeva alla centralizzazione della produzione elettrica destinata alla città. Le grandi dighe “polifunzionali”, che, a quanto si sosteneva, avrebbero offerto vantaggi sia alla produzione energetica sia all’irrigazione, erano state progettate prima e soprattutto per produrre elettricità per le aree urbane.

Chi paga i costi

Se da un lato a questi gruppi sociali arrivavano grandi vantaggi, erano altri che dovevano pagarne le spese. Nello specifico, i costi dell’elettrificazione centralizzata sono ricaduti sulle zone rurali e sull’ambiente. In nome dell’elettrificazione e dell’irrigazione, come evidenzia Arundhati Roy, sono stati commessi crimini atroci, che però non sono venuti alla luce, perché nessun governo li ha mai messi in conto. In Tailandia, per esempio, il governo non ha nessun dato che documenti il numero delle comunità, rurali e non, costrette a trasferirsi a causa delle tante dighe costruite a partire dagli anni Cinquanta, e raramente indennizzate. Le comunità sono state spostate altrove, si sono dissolte o semplicemente sono state inghiottite nelle bidonville urbane. In India, la Roy calcola che le grandi dighe hanno costretto a spostarsi circa 33 milioni di persone nel corso dell’ultimo mezzo secolo, circa il 60 per cento delle quali apparteneva alle caste intoccabili o a qualche minoranza etnica. Come la Tailandia, l’India non ha in pratica una politica di reinsediamento per chi ha dovuto abbandonare la sua abitazione a causa delle nuove dighe. Lo stesso vale per le Filippine. I danni all’ambiente sono stati enormi: in Tailandia centinaia di migliaia di ettari di foresta vergine sono finiti sott’acqua, si è deviato il corso dei fiumi, la pesca non basta più alla sopravvivenza delle comunità rivierasche e numerose specie ittiche sono del tutto scomparse. In India, spiega la Roy, “le testimonianze contro le grandi dighe si moltiplicano in modo allarmante: disastri all’irrigazione, inondazioni provocate dagli sbarramenti. Oggi le zone soggette alla siccità o alle alluvioni sono più vaste e numerose che nel 1947”.

Un magro raccolto

Ma allora, quali vantaggi hanno davvero apportato gli oltre cinquant’anni di elettrificazione centralizzata? o Dopo aver imposto tali costi agli esseri umani e all’ambiente, la quantità di energia elettrica erogata dalla discussa diga di Pak Mun, nel nord-est della Tailandia, può a mala pena assicurare il fabbisogno giornaliero di elettricità di qualche centro commerciale di Bangkok. o In India il 22 per cento dell’elettricità prodotta si perde a causa dell’inefficienza degli impianti e della rete di distribuzione. Tale percentuale nelle Filippine arriva almeno al 25 per cento, cifra che forse è la norma nei paesi in via di sviluppo. Nell’arcipelago, dopo cinquant’anni di elettrificazione massiccia, più del 30 per cento delle famiglie contadine non ha accesso all’elettricità.

Chi ne trae beneficio

Tutto questo, però, non sorprende se si pensa che l’elettrificazione centralizzata non ha mai avuto come scopo principale l’erogazione di energia elettrica a buon mercato per gli utenti e in modo efficiente. Le sue finalità erano altre.

o Prima di tutto si è scelto di adottare l’elettrificazione centralizzata per fornire un’immagine di modernità e per soddisfare così le ambizioni dei tecnocrati e delle élite autoritarie come quella di Marcos nelle Filippine, che identificava la propria potenza con quella che avrebbe dovuto erogare la centrale nucleare di Bataan.

o Con questa scelta si è cercato di garantire benefici alle grandi imprese appaltatrici multinazionali e locali che hanno edificato dighe e centrali, come l’onnipresente Bechtel. Il tutto, ovviamente a spese dei contribuenti.

o Si è cercato di fornire una ragion d’essere e di crescita a colossali organismi burocratici multilaterali come la Banca Asiatica per lo Sviluppo e la Banca Mondiale.

o Lo scopo non era quello di offrire un programma di sviluppo coerente ed equilibrato, ma di scatenare un processo di crescita frenetica e ipertrofica, destabilizzante, sproporzionata e rivolta alla città, che avrebbe lasciato arretrata la maggioranza delle campagne mentre gran parte delle risorse si sarebbe concentrata sulla creazione di un comparto manifatturiero e industriale di stampo occidentale.

La nuova panacea

Oggi questi grandi impianti centralizzati a gestione pubblica sono diventati terribilmente costosi da mantenere. Adesso il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e la Banca asiatica per lo sviluppo vorrebbero che i governi varino privatizzazioni e deregulation. Mentre i governi devono mantenere un regime di prezzi controllati dell’elettricità (per giustificare l’esistenza dei costosi impianti di generazione, trasmissione e distribuzione), è prevedibile che il settore privato aumenti i prezzi e riduca i servizi, in altri termini che escluda disinvoltamente dal novero degli utenti tutti coloro che non sono in grado di pagare. Dopo l’inganno dell’ideologia dell’elettrificazione centralizzata, ora si ricorre a un altro espediente ideologico, altrettanto pericoloso: quello della privatizzazione, proclamando che se si affidano i servizi essenziali ai privati si raggiungerà un’efficienza decisamente migliore. Non c’è da stupirsi: a pagare le spese della transizione saranno i consumatori, in città come in campagna, perché le aziende del settore privato (soprattutto transnazionali come la Enron o la Kepco) non vorranno certo farsi carico di tutti i costi di questi impianti onerosi. Nelle Filippine i consumatori sovvenzioneranno la vendita della National Power Corporation al settore privato versando un’imposta che servirà a rastrellare 10 miliardi di dollari. Paese dopo paese, gli impianti delle grandi centrali vengono oggi spartiti tra aziende private. Ma non tra aziende di dimensioni medie o piccole, come sarebbe almeno conforme alla filosofia della libera impresa. No: il modello per il terzo mondo è quello della deregulation dell’energia elettrica lanciato in California all’inizio degli anni Novanta. Questo perché i tecnocrati e le grandi imprese spiegano che ormai le “economie di scala” impongono di affidare a poche aziende, autoproclamatesi efficienti, la gestione degli impianti. Così il grande sogno dell’energia centralizzata che tanti dei nostri tecnocrati avevano associato a quello della potenza nazionale si è trasformato in un incubo. Si è rivelato nient’altro che una fase di passaggio per fare finire l’energia elettrica nelle mani dei monopoli privati, per lo più imprese transnazionali. E, adottando come modello la deregulation californiana, è inutile dire che ci si avvia verso un disastro economico ben più grave di quello prodotto dai sistemi energetici centralizzati a gestione pubblica. Tuttavia, non si è tenuto abbastanza conto della gente. Infatti in tutto il terzo mondo, in questo momento, in varie località da Narmada in India a Pak Mun in Tailandia, si assiste a un coinvolgimento attivo nelle lotte che si oppongono alla realizzazione di nuovi impianti centralizzati, che vogliono fornire l’illusione, ma non la realtà, di un progresso nazionale. Queste lotte, partite nelle più remote aree rurali, cominciano a risvegliare anche gli ipotetici beneficiari dell’elettrificazione centralizzata nelle città. Molti, infatti, si stanno rendendo conto della realtà di questo paradigma superato e ingannevole che cederà un patrimonio nazionale (per il quale la popolazione ha pagato costi terribili) nelle mani di monopoli privati, come nel caso della Meralco nelle Filippine, un’azienda che è la quintessenza del connubio incestuoso tra elettricità, monopolio e superprofitti. La popolazione, per riassumere, si rende sempre più conto che la lotta per la comunità, l’indipendenza, il futuro, è ora inestricabilmente legata a quella contro la centralizzazione delle tecnologie che favorisce il dominio, la dipendenza, la dissoluzione.

Fonte:www.libertaria.it
13.12.04

Pubblicato da Davide