CERONETTI E LA LINGUA INGLESE: UN PROMEMORIA

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DI ALDO BRACCIO

cpeurasia.org

La funzione geopolitica della lingua ed il dominio culturale anglofono.


In un paio almeno di articoli apparsi sulla grande stampa ( “Resistenza all’inglese” sul Sole 24 Ore del 9 settembre 2007 e “Alzate senza paura le barriere linguistiche” sul Corriere della Sera del 14 gennaio 2010) lo scrittore Guido Ceronetti ha richiamato giustamente l’attenzione sullo stato di inferiorità linguistica riconosciuto dagli italiani nei confronti dell’inglese. Riportiamo alcuni brani degli interventi in questione perché li sottoscriviamo – senza commenti superflui – trovandoli alquanto veritieri :

“Bandiera bianca al vento, nessuna traccia di Termopili ! La grande lingua definita da Leopardi ‘onnipotente’ (esagerava un po’, ma era amore) eccola presa a botte e pesci in faccia da franchising, joint venture, business, leasing, tour operator, jogging, privacy, marketing, full immersion, low cost, deregulation, talk show, reality show, imprinting, screening, scannering, star system, rockstar e poi metà delle cose sono hard e soft l’altra metà (…) L’Unione europea spiana ogni ostacolo all’occupazione dell’inglese e abbandona le lingue patrie”.



Nella foto: Guido Ceronetti“Se i vostri figli si mostrano svogliati o poco svegli nell’apprendere l’inglese dei Tutti, favorite questa loro simpatica inclinazione. Incoraggiateli col mio esempio di antianglofono refrattario !”.



“La guerra all’inglese, all’anglofonia d’occupazione, all’americanofobia tecnologica, all’angloegemonia che implacabilmente va stritolando le lingue dell’Europa continentale e seppellendo in sabbie mobili senza ritorno la meno reattiva di tutte : questo italiano nostro di penuria, analfabetizzato, stupidamente arreso all’angloamericano, sparlacchiato male da giovani linguisticamente rammolliti, obbligato al servilismo bilinguistico da governi, come l’attuale, che deliberatamente lo vogliono subordinato (…) La diseducazione linguistica conduce dritto all’indifferenza a tutto : valori etici, culturali, religiosi del luogo dove ‘la casa dell’essere’, il linguaggio in cui lo spirito della lingua si incarna, patisce scala Richter al settimo, tanto che varrà meglio, per vivere in Italia, imparare inglese basico, pessimo ma apriporta dovunque”.



“Una lingua materna non è surrogabile da una sussidiaria, imposta con prepotenza. E’ in vista una diffusa confusione mentale. Alzate senza paura barriere linguistiche”.

Vale la pena ricordare che, rafforzato dal dissesto scolastico ed educativo nell’epoca delle “tre i” (le altre due sono impresa e internet), l’inglese domina sul piano culturale, commerciale e formativo; esso ha anche una funzione geopolitica e strategica importantissima, perché presenta come apparentemente irreversibile l’esistenza di un “mondo occidentale” unito da una parte e dall’altra dell’Atlantico dalla condivisione del basic english.

E la situazione non è molto differente sul piano giuridico internazionale, ove la contaminazione del linguaggio anglosassone è massiccia e dominante, soltanto con alcune resistenze del tedesco (negli ambienti internazionali sussistono concetti quali Tatbestand = tipicità, Schuld = colpa e Objektive Zurechnung = imputazione oggettiva) e del latino.



I contratti internazionali sono redatti quasi sempre in inglese, e gli istituti giuridici di matrice anglosassone ne sono ovviamente favoriti : termini e nozioni globalizzate come authority, class action, deregulation, computer crimes, mobbing e privacy – ma si potrebbe proseguire nell’elenco – hanno d’altra parte finito per affermarsi pienamente anche sul piano nazionale.



Aldo Braccio

Fonte: http://cpeurasia.org

Link: http://cpeurasia.org/?read=45012

26.01.2010

Commenti (50)

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Mostra commenti 20 caricati
    1. nautilus55 29 gennaio 2010

      Il francese è l'amante, con la quale non c'è mai eleganza e chame che sia di troppo.

      Il tedesco è il padre: l'unica lingua europea ad aver mantenuto l'impianto del sanscrito, così da collocare immediatamente il neologismo o la perifrasi necessaria in un solo termine.

      L'inglese è la moglie: magari gira per casa con i bigodini in testa, ma ti prepara la pasta al sugo tutti i giorni! Ciao.

    1. stefanodandrea 29 gennaio 2010

      Non penso che tra noi vi sia dissenso. Per il consumatore-cliente, potrebbe non esservi alcun problema e eventualmente anche palesi vantaggi. Io però parlavo del rapporto tra "affiliato" e "affiliante" e di come si dovesse impedire un vincolo superiore alla subordinazione, con accollo dei rischi economici sul subordinato. E' peggio della mezzadria.

      Se la teoria economica dimostrasse che la schiavitù o la mezzadria o altro tipo di rapporto feudale conviene al consumatore finale, forse la teoria (ideologia) del "consumatore sovrano" dovrebbe spingerci a reintrodurre quegli istituti?

      Grazie, comunque, perché sia la prima che la seconda osservazione, a prescindere dal merito, erano i due passaggi logici successivi al discorso che avevo svolto

    1. Santos-Dumont 28 gennaio 2010

      Insomma, caro Benetton, se vuoi vendere i tuoi abiti (in realtà, gli abiti prodotti da altri e sui quali apponi il tuo marchio) a Velletri, devi acquistare un immobile in quel luogo o prenderlo in locazione; assumere personale, pagare il riscaldamento e poi forse avrai un ritorno.



      Non capisco dove sia il problema. Se il franchiser offre il marchio come garanzia, consulenza logistica, materie prime accuratamente scelte e verificate, e magari ispezioni senza preavviso per verificare regolarmente la qualità del servizio offerto, il tutto in cambio di una quota dei proventi, il sistema può benissimo rappresentare uno scambio etico e una tutela sia per i lavoratori che per i clienti. Nella cittadina brasiliana in cui vivo, l'unico ristorante che mantenga da sempre una qualità eccellente senza scadere neppure occasionalmente, è guarda caso proprio quello affiliato a una rete nazionale nata praticamente dal nulla e poi affermatasi per i suoi criteri rigorosi che permettono l'esclusione di coloro che non rispettano i parametri minimi. Per me come cliente, che differenza fa se l'attività è gestita dal fondatore o da una persona che ha un accordo commerciale con lui e accetta il rischio imprenditoriale, sapendo che i clienti locali arriveranno fin da subito e quelli occasionali di passaggio sapranno di potersi fidare "ciecamente", proprio in virtù del principio "un nome, una garanzia"?

    1. jayadeva 28 gennaio 2010

      Dovreste sentire il linguaggio bancario: "la nostra mission non è quella dei nostri competitors" "nel briefing di ggi si parlerà dell'outsorcing" eocse dle genere: è disgustoso.

    1. frankcoppola 28 gennaio 2010

      ...chiunque vadi......: mamma mia!

    1. cirano60 27 gennaio 2010

      E che ci azzecca "I care" con l'italiano? quel politico forse intendeva mostrarsi più relista del re esibendo appendici verbali anglo per impressionare la platea ma sembra che abbia toppato; gli elettori invece sembra che abbiano preferito la divertente promessa di gentili attenzioni dell'insegnante(Pozzetto) nei riguardi dell'alunno(Ponzoni) contenuta nella frase "e io ti curo" - non so se ricordate era uno degli sketch(qui ce vò) con Cochi e Renato Pozzetto trasmessi,ahimè parecchi anni fà dalla rai .
      Però mi sono accorto che ho adoperato parecchi termini non propriamente della lingua italiana ma non me ne dispiaccio perchè,a mio modesto avviso, se usati nel giusto contesto e "cum grano salis" non fanno male. Saluti

    1. egoland 27 gennaio 2010

      In realtá il mio voleva essere un intervento scherzoso, considerato lo scarso successo che ebbe lo spot (ops!) veltroniano presso il pubblico, se escludiamo i vari comici che ci lavorarono per mesi sulle reti televisive. Un caso isolato di inglese usato per "giochi di potere" (mi si passi l'espressione, visto che si parlava di elezioni) che ebbe un esito negativo. Per il resto, prendersela con una lingua straniera mi sembra una sciocchezza. Al massimo possiamo prendercela con chi la usa a sproposito, o per secondi fini.

    1. Truman 27 gennaio 2010

      Condivido molto di quello che dici, ma l'inglese è anche una lingua in cui non si riesce a dire "buon appetito". E per i concetti filosofici conviene conoscere il greco antico e il tedesco. Ad esempio il tedesco "Geist" è difficile da rendere sia in italiano che in inglese.

    1. Truman 27 gennaio 2010

      "I care" mi sembra proprio il caso opposto, in cui qualcuno usa un termine straniero perchè esso è particolarmente espressivo, spiegando perchè usa quel termine invece di una lunga frase in italiano.


      Insomma non mi risulta che don Lorenzo Milani fosse un esterofilo, eppure anche lui, in rari casi, usava l'inglese. Credo che anche per lui l'inglese, usato nel modo giusto, fosse una ricchezza, non un ostacolo.

    1. egoland 27 gennaio 2010

      Concordo al 100%. Sai che ridere quando i figli di qualche becero leghista in preda ad ostinata autarchia linguistica verranno surclassati, nel mondo del lavoro, dai figli degli attuali immigrati, i quali vengono giá "di serie" con la propria lingua, l'inglese e/o il francese e l'italiano?

    1. ComeDonkeyKong 27 gennaio 2010

      Imparare lingue straniere, così come vivere a contatto con stranieri non significa incamminarsi verso la disintegrazione fisica e psichica. Vorrei tranquillizzare tutti su questo punto.

      Che esistano oggi, e siano esistite in passato, culture dominanti e lingue franche non c'è dubbio. Detto questo, mi pare assurdo imputare alla diffusione dell'inglese il degrado in cui versa la lingua italiana e il pericolo di estinzione che corrono molti dialetti italiani e molte parlate di tutto il mondo. La lingua italiana va corrompendosi perché viene insegnata sempre peggio nella maggior parte delle scuole italiane e perché molti mezzi di comunicazione di massa (non solo la televisione, ma anche le riviste, i quotidiani, la Rete, molte radio) si sono uniformati all'uso di un italiano malamente contaminato con costruzioni sintattiche calcate su locuzioni dialettali e con vocaboli e espressioni idiomatiche di origine straniera (per lo più inglese e francese). In tutti i casi, si percepisce spesso una perdita della capacità espressiva e uno stravolgimento dei significati originari di certi imprestiti.

      Diverso è il discorso delle terminologie tecniche legate alle nuove tecnologie. E' fatale che il vocabolario informatico sia zeppo di parole inglesi, e se in Italia non si fa ricerca è normale che in futuro le cose possano solo peggiorare. E pensare che chi studia musica in tutto il mondo è costretto ad usare parole come "adagio" "allegro con brio" "andante"... in virtù di uno sviluppo della cultura musicale italiana che oggi sembra un sogno.

      Io credo fortemente che sia preferibile imparare più lingue possibile, magari non smettere mai di imparare lingue straniere. Studiando altre lingue, infatti, non solo si hanno più strumenti per capire il mondo contemporaneo e le culture diverse dalla nostra, ma si hanno anche più attenzioni per le particolarità delle nostre lingue madri e per la profondità semantica delle parole che usiamo. Chiudersi nel guscio di una presunta originarietà o identità locale, ridursi ad una dimensione microscopica è logicamente del tutto insensato, oltre che antistorico. Del resto, anche i nostri amati dialetti sono sempre stati in evoluzione dinamica, e non sono certo venuti fuori dalla terra che i nostri avi coltivavano. Dico una ovvietà se affermo che i dialetti italiani sono così numerosi e vari perché in passato numerosi e diversissimi sono stati i sostrati linguistici e le lingue che nella nostra penisola si sono incontrati, fusi, parzialmente obliterati etc. Ciò è accaduto perché una qualunque parlata che sia effettivamente viva non ha problemi di identità, e, allo stesso modo, qualunque cultura o gruppo sociale che non attraversi una crisi profonda di valori non si pone domande sulla propria identità o su una propria presunta "essenza ancestrale". Guardate un po' se i banchieri e i padroni della finanza mondiale si chiedono mai chi siano e cosa sia autenticamente loro o no. E' chiaro che, crisi o non crisi, i loro valori e le loro posizioni esistenziali sono, tra una tirata di coca e l'altra, solidissime.

      Detto questo, secondo me la nostra salvezza come persone e come popolo che ama la vita e che spera in un mondo migliore è nella condivisione delle conoscenze, anche tecniche, nell'amore per la cultura e nell'interesse a capire e conoscere modi di pensiero e sistemi di categorie anche estremamente differenti da quelli ai quali siamo abituati. Se ci chiudiamo nelle nostre minuscole fortezze culturali siamo spacciati. Gli unici che ne trarranno vantaggio saranno i padroni degli eserciti e delle banche, e le nostre squallide classi dirigenti arrafferanno i voti di una popolazione allo sbando, razzista ed ignorante, senza pensare che affonderanno dopo di noi, ma affonderanno anche loro.

      A questo punto mi viene in mente una riflessione che mi riporta sul tema dibattuto in questo articolo: i nostri piccoli dittatori continuano a spingerci contro quelli che dovrebbero essere i nostri principali alleati, perché non sono altro che lo specchio di noi stessi, che migrano da posti più o meno lontani, rischiando la vita e lasciando, forse definitivamente, il loro mondo. Noto sempre più spesso, però, che la maggior parte di quelle persone parla benissimo almeno due lingue, delle quali una è solitamente l'inglese o il francese, e impara con una certa rapidità l'italiano e altre eventuali lingue con le quali entra in contatto. Mi chiedo: in un mondo che si rimpicciolisce sempre di più, che sempre di più si sottomette alla logica strettamente utilitaristica e cinica del capitalismo selvaggio, quanto poco ci metteremo a soccombere, se saremo ridotti ad una massa di cafoni che grugniscono in famiglia e hanno costantemente paura dell'"uomo nero"?

    1. GioCo 27 gennaio 2010

      Già prima era molto scettico sulla capacità di internet di creare un dialogo,
      ora Posto sempre più raramente i miei commenti osservando a che punto l'assurdità di tale strumento si è spinta, complice (credo) i troppi influssi manipolativi a scopo di potere (la maggior parte dei quali ancora esterni alla rete, ma pur sempre presenti).

      Sono infatti convinto che esiste anche una componente di ignoranza arrogante, ma di solito questa non riesce a imporsi a lungo davanti all'evidenza della propria inconsistenza, altrimenti nessun italiano avrebbe mai acconsentito a mandare i propri figli a scuola, chinando la testa davanti all'evidenza che l'istruzione era uno strumento di libertà individuale fondamentale.


      Per esempio, si può dire molte cose di Guido Ceronetti, ma dire che sia ignorante o trasmetta un messaggio che induce all'ignoranza significa non volerlo ascoltare.
      Non dico che sono d'accordo, tuttavia se si parla dell'inglese come di una realtà inevitabile per poter sopravvivere oggi nel mondo del lavoro, possiamo obbiettare che non possiamo fare a meno di tante cose, ad esempio delle banche, anche se è assodato che la presenza di queste "cose" non è affatto un vantaggio per la massa sociale, tant'è vero che sono in molti a riflettere su come affrontare queste evidenti tirannie.

      Alcuni replicano che l'inglese non è una tirannia imposta ma uno strumento. Si potrebbe obbiettare in molti modi, tra cui ad esempio che la lingua spacciata per forbita che ha dato i natali a molti grandi (tra cui il fantomatico Shakespeare, la cui dote reale pare fosse quella di sfruttare economicamente opere d'altri autori e ciò sarebbe molto "inglese" in un significato storico e culturale perfettamente coerente) in realtà è la lingua dei mercanti, una lingua biforcuta che non ha niente di chiaro se non quel poco che serve a non "fregarsi" tra mercanti. Non che la nostra abbia un associazione più edificante: è la lingua delle società militari (latino) e per ciò è meno ricca di sfumature.

      Tuttavia se un mercante ti vuole vendere una fregatura come il suo stesso linguaggio, spacciandolo come "necessario", dovrebbe quantomeno venirci in mente la scenetta del gatto e della volpe: chi li difende diventa inevitabilmente complice.
      Infine prendersela perché un letterato e poeta Italiano come Ceronetti, avverte sui pericoli delle tirannie linguistiche è assurdo. Già J.R.R.Tolkien, oggi famoso per i film delle sue opere, meno incline a sottovalutare l'importanza della sua lingua (l'inglese), come glottoteta e linguista fece un ottimo lavoro nella diffusione dell'idea della necessità di una supremazia linguistica (per quell'impero che all'epoca non era ancora nascosto).

      Fu lui a teorizzare che è la lingua a creare il mondo e non viceversa. Così nacque ciò che adesso pare solo una favola horror per via del film.
      Infine, concludo: non datevi troppo pegno a rispondermi, gettereste via energie inutili.

      Già un Ceronetti raggiunge lo 0,0000000... e chissà quanti altri zeri prima di vedere una cifra di percentuale di coscienza civica, la mia esposizione invece, credo proprio si perda nel cosmo dell'informazione virtuale, non meno di una scoreggia di topo.


      Lasciate che almeno raggiunga i 3 utenti che la leggeranno per il piacere personale di condividere ancora un idea, non ancora del tutto morta. Il resto rimarrà convinto delle proprie idee o dei propri condizionamenti, così come predisposto.

    1. calliope 27 gennaio 2010

      Si scrive week end e non week and,
      scusa per la rettifica

    1. egoland 27 gennaio 2010

      A me, invece, gli spagnoli fanno un po' ridere. È vero che sono piú orgogliosi degli italiani, peró sull'inglese creano aborti linguistici di questo tipo: per esempio, invece di usare la parola "meeting" o la traduzione spagnola, la "spagnolizzano" scrivendola "mitin"; plurale "mitines". Non scherzo. Visto sui giornali. E se glielo fai notare, ti rispondono che hanno creato un neologismo, facendo propria una parola straniera di uso comune (!).
      Ben venga lo studio di una o piú lingue straniere, per lo stesso motivo per cui la rappresentazione della realtá passa per il linguaggio, conoscere una nuova lingua ci puó regalare una diversa prospettiva. Questo in termini strettamente culturali. Se poi ci mettiamo a parlare di imperialismo economico e "americanofobia" o quel che vi pare, i due argomenti andrebbero tenuti ben separati e distinti.
      Io credo che il problema sia innanzitutto nella diseducazione riguardo all'italiano, che genera masse di ignoranti incapaci di interpretare la realtá al di fuori di quei 4 processi mentali che la de filippi & C. gli ha lasciato ancora intatti nel cervello. E in secondo luogo, l'uso strumentale che si compie utilizzando parole straniere (quasi sempre inglesi, evidentemente) per ingannare l'interlocutore e raccontargli cazzate sovrane. In questo senso i politici e le agenzie interinali sono maestri indiscussi.

    1. egoland 27 gennaio 2010

      A me viene in mente "I Care". Ricordate?

    1. Starway 27 gennaio 2010

      Ma che mare senza fine di cazzate, Ceronetti imparati l'inglese senza far tante storie, tu e tutti quelli che ti danno ragione.
      L'inglese non è "la lingua dell'imperialismo", è una lingua semplice da imparare e da parlare, che permette di esprimere in modo semplice un'infinità di sfumature colloquiali. E' uno strumento, non un'imposizione imperialista, uno strumento potente che permette a uomini e donne di tutto il mondo di comunicare fra loro e distruggere barriere e pregiudizi grazie al contatto umano con gli aspetti più affascinanti della diversità.
      Io parlo fluentemente l'inglese, l'ho imparato bene a scuola grazie a bravi insegnanti e l'ho affinato attraverso letture e viaggi all'estero, ma parlare un'altra lingua non mi ha assolutamente fatto dimenticare chi sono e da dove vengo: sono italiano e parlo l'italiano, parlo il mio dialetto in casa, fuori casa e con chiunque.

      Quest'articolo è veramente un'inno all'ignoranza che diventa vanto, come ha già detto qualcuno, mi ricorda un certo qual becero leghismo... per carità.

    1. Truman 27 gennaio 2010

      Non vorrei deludere quelli che pensano che l'inglese sia la lingua universale, ma girando il mondo può servire conoscere molte lingue. In Francia sono moltissime le situazioni in cui bisogna conoscere il francese, perchè tanto buona parte dei francesi non sanno l'inglese. In Russia, al di fuori dei luoghi turistici, l'inglese vale quanto l'italiano, cioé molto poco. Non casualmente, sia la Francia che la Russia ricordano ancora il loro passato imperiale.


      Vale forse la pena di ricordare che in Cina ci sono variazioni notevoli nella lingua, tipicamente il cantonese ed il mandarino possono essere considerate due lingue diverse.

    1. Tonguessy 27 gennaio 2010

      Quindi hanno ragione i francesi che chiamano il computer "ordinateur"?

    1. vic 27 gennaio 2010

      Per molti la lingua madre e' il dialetto. Per i muti la lingua dei segni, la quale non e' affatto universale ma varia con la lingua parlata che deve replicare.

      Per altri ancora le lingue madri sono due, quelle dei genitori, nonni, ecc.

      Usciamo di casa. Se si vuol avere un'idea del mondo in genere ci sono due metodi: si legge del mondo oppure si gira per il mondo.
      In entrambi i casi ci si puo' affidare ad intermediari: traduttori, guide turistiche, scuole, fidanzata esotica.
      Chiaramente e' molto piu' interessante levar di mezzo gli intermediari (salvo la fidanzata). Ma ahime', a quel punto giocoforza bisogna andare oltre la lingua madre.

      Poi ci sono i professionisti della lingua, che attingono ad altre lingue come ispirazione di stile. In Italia pensiamo a Pavese, Fenoglio, la Pivano (beh per forza, era traduttrice), Magris, Tabucchi; solo per citare pochi esempi.
      In tanti paesi Europei, ma non solo, la scuola dell'obbligo e' bilingue. Non ci vedo nulla di male, anzi. Anche qui ci sono due situazioni tipiche: la prima in cui una delle due lingue scolastiche e' una lingua di minoranza del paese, ad esempio il quechua in Peru' od il retoromancio nelle valli romance del cantone dei Grigioni in Svizzera; la seconda situazione vede di solito l'inglese come seconda lingua dopo la lingua locale, ed e' quello che succede in genere nei paesi Europei come l'Olanda, il Lussemburgo ed altri.

      Il terzo aspetto da considerare e' il promovimento che fa' un paese della sua lingua, di conseguenza della sua cultura, nel mondo. Si pensi all'association française, per restare in territorio linguistico vicino.

      Bene. In tutto questo come ne esce l'Italia di Ceronetti?
      Maluccio direi. La letteratura di autori contemporanei arranca, di fronte ad esempio alla letteratura in lingua spagnola. Nelle scuole delle valli ladine non mi risulta che si insegni in ladino accanto all'italiano. E' l'esempio piu' vicino al retoromancio che mi viene in mente.
      C'e' poi la cultura generale del paese Italia che sta perdendo i pezzi a grande velocita'.
      L'inglese fa del bene all'italiano. Gli impone uno stile piu' sobrio, frasi piu' semplici, lontane anni luce dagli arzigogoli burocratici. Ecco che saltan fuori gia' due lingue italiane: quella scritta da redattori, scrittori, gente comune e quella scritta dai redattori della burocrazia. Volete un esempio semplice semplice: andate a dare un'occhiata alle leggi scritte in italiano in Svizzera ed a quelle scritte sempre in italiano in Italia. Se nelle prime si notano strane intrusioni tedesche o fanno capolino qua e la' dei francesismi, nelle seconde sembra di cadere dritti nel mondo manzoniano dell'Azzeccagarbugli.
      Per carita' il linguaggio giuridico e' contorto in tutto il mondo. E' un semplice esempio per indicare un settore dove la lingua italiana ha ben poco da sucitare invidie.
      Altro esempio e' il linguaggio scientifico. Di solito lo stesso libro in inglese ha molte meno pagine della traduzione in francese o in italiano, segno inequivocabile che l'inglese si presta meglio ad essere adottata come lingua scientifica.

      Non serve a nulla rifiutarsi all'inglese. Anzi puo' addirittura essere nocivo, in quanto ci si priva di una mole immensa di informazioni, scientifiche, storiche,cronachistiche e di una letteratura che viene goduta meglio nell'originale.

      Come si fa a buttare via l'inglese, si butta via una fetta enorme di scienziati, studiosi, opinionisti ed una fetta consistente della letteratura mondiale.

      Probabimente faremmo meglio a pensare anche ad altre lingue molto usate nel mondo, oltre all'inglese . La scuola arriva sempre tardi e non puo' arrivare ovunque. Ci pensano le famiglie miste a colmare il vuoto. O la sete di curiosita' che e' sempre alta nella gioventu'. Malgrado la visione di Ceronetti, i giovani tendono ad andare oltremare ed oltremadre.

    1. Allarmerosso 27 gennaio 2010

      Secondo me è da condividere il discorso quando si parla dell'uso di termini inglesi inutili se si parla in Italiano
      Altra cosa è imparare l'inglese per aumentare la possibilità di comunicazione . Non vedo ad esempio il senso di utilizzare parole come Week and invece che Fine settimana mentre si parla in Italiano. Se parlo in inglese uso parole inglese se parlo italiano PARLO ITALIANO PUNTO
      mischiare i termini la vedo una porcata assurda ed inutile.
      infatti da questo punto di vista la mia stima per gli spagnoli è altissima !

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