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CERONETTI E LA LINGUA INGLESE: UN PROMEMORIA


DI ALDO BRACCIO
cpeurasia.org

La funzione geopolitica della lingua ed il dominio culturale anglofono.

In un paio almeno di articoli apparsi sulla grande stampa ( “Resistenza all’inglese” sul Sole 24 Ore del 9 settembre 2007 e “Alzate senza paura le barriere linguistiche” sul Corriere della Sera del 14 gennaio 2010) lo scrittore Guido Ceronetti ha richiamato giustamente l’attenzione sullo stato di inferiorità linguistica riconosciuto dagli italiani nei confronti dell’inglese. Riportiamo alcuni brani degli interventi in questione perché li sottoscriviamo – senza commenti superflui – trovandoli alquanto veritieri :

“Bandiera bianca al vento, nessuna traccia di Termopili ! La grande lingua definita da Leopardi ‘onnipotente’ (esagerava un po’, ma era amore) eccola presa a botte e pesci in faccia da franchising, joint venture, business, leasing, tour operator, jogging, privacy, marketing, full immersion, low cost, deregulation, talk show, reality show, imprinting, screening, scannering, star system, rockstar e poi metà delle cose sono hard e soft l’altra metà (…) L’Unione europea spiana ogni ostacolo all’occupazione dell’inglese e abbandona le lingue patrie”.

Nella foto: Guido Ceronetti“Se i vostri figli si mostrano svogliati o poco svegli nell’apprendere l’inglese dei Tutti, favorite questa loro simpatica inclinazione. Incoraggiateli col mio esempio di antianglofono refrattario !”.

“La guerra all’inglese, all’anglofonia d’occupazione, all’americanofobia tecnologica, all’angloegemonia che implacabilmente va stritolando le lingue dell’Europa continentale e seppellendo in sabbie mobili senza ritorno la meno reattiva di tutte : questo italiano nostro di penuria, analfabetizzato, stupidamente arreso all’angloamericano, sparlacchiato male da giovani linguisticamente rammolliti, obbligato al servilismo bilinguistico da governi, come l’attuale, che deliberatamente lo vogliono subordinato (…) La diseducazione linguistica conduce dritto all’indifferenza a tutto : valori etici, culturali, religiosi del luogo dove ‘la casa dell’essere’, il linguaggio in cui lo spirito della lingua si incarna, patisce scala Richter al settimo, tanto che varrà meglio, per vivere in Italia, imparare inglese basico, pessimo ma apriporta dovunque”.

“Una lingua materna non è surrogabile da una sussidiaria, imposta con prepotenza. E’ in vista una diffusa confusione mentale. Alzate senza paura barriere linguistiche”.

Vale la pena ricordare che, rafforzato dal dissesto scolastico ed educativo nell’epoca delle “tre i” (le altre due sono impresa e internet), l’inglese domina sul piano culturale, commerciale e formativo; esso ha anche una funzione geopolitica e strategica importantissima, perché presenta come apparentemente irreversibile l’esistenza di un “mondo occidentale” unito da una parte e dall’altra dell’Atlantico dalla condivisione del basic english.

E la situazione non è molto differente sul piano giuridico internazionale, ove la contaminazione del linguaggio anglosassone è massiccia e dominante, soltanto con alcune resistenze del tedesco (negli ambienti internazionali sussistono concetti quali Tatbestand = tipicità, Schuld = colpa e Objektive Zurechnung = imputazione oggettiva) e del latino.

I contratti internazionali sono redatti quasi sempre in inglese, e gli istituti giuridici di matrice anglosassone ne sono ovviamente favoriti : termini e nozioni globalizzate come authority, class action, deregulation, computer crimes, mobbing e privacy – ma si potrebbe proseguire nell’elenco – hanno d’altra parte finito per affermarsi  pienamente anche sul piano nazionale.

Aldo Braccio
Fonte: http://cpeurasia.org
Link: http://cpeurasia.org/?read=45012
26.01.2010

Pubblicato da Davide

  • Mara79

    Per quel che riguarda le contaminazioni linguistiche sono perfettamente d’accordo: ormai si fa un uso smodato di termini inglesi anche quando non ce ne sarebbe assolutamente bisogno. Sul resto invece no: che piaccia o meno l’esistenza di una lingua internazionale è l’unico modo per rendere possibile la comunicazione fra le popolazioni. Un tempo era il francese, oggi l’inglese, domani chissà. Quale alternativa propone il signor Braccio? Impararsi tutti le lingue del mondo? La vedo dura. Comunicare a gesti? Inventarsene una artificiale per non favorire nessuna nazione?

  • fm

    C’e` sempre l’Esperanto, che sembra anche abbastanza diffuso. Quindi, volendo, non c’e` bisogno di inventarsi una nuova lingua artificiale-globale.

  • stefanodandrea

    Plaudo a Ceronetti, tra i grandi dell’Italia attuale.
    Nel mio piccolo ho sempre rifiutato di imparare l’inglese e fino a qualche anno fa, già superati i trenta anni, avevo talvota dubbi sui significati di on e off.
    Prendiamo il contratto di Franchising, citato da Ceronetti: che cosa è?
    Il termine è sovente tradotto dai giuristi come “affiliazione”, che già dice qualche cosa, mentre ai più, franchising non dice nulla. Ma affiliazione è metafora antropomorfica, che nasconde asservimento o sottomissione.
    Nei casi più terribili il contratto di francising prevede questo: 1) tu affiliato ti obblighi a prendere in locazione un immobile nella zona da me indicata o sulla quale consento; i metri quadri che deve avere te li indico io 2) lo arredi come dico io; 3) fai vestire il personale come ti dico io; 4) acquisti da me la merce, e ti dico quanta almeno ne devi acquistare (per esempio 200.000 euro di merce); 5) ti è vietato acquistare merce da altre imprese; 6) devi pagare una somma (per esempio 150.000 euro) per entrare nella mia rete commerciale. “In cambio”,io affiliante, a) ti faccio vendere (in esclusiva, ma non sempre) nella zona prodotti con il mio marchio; e b) ti insegno a vendere, ossia ti do il cosiddetto know How (altro termine ipocrita come sto per spiegare.
    Si deve tuttavia osservare: i) che se l’affiliato ha l’obbligo di acquistare merci dall’affiliante, il diritto sub a) non è tale: un comportamento dovuto non può essere contemporaneamente oggetto di un diritto; ii) che il saper vendere (il know how), a parte costosi “corsi” che insegnano la gentilezza commerciale, si risolve nella imposizione degli obblighi relativi all’ampiezza, ubicazione e arredamento dei locali e al vestiario delle commesse.
    Che scambio si realizza con il franchising? Nessuno: io mi asservo e in cambio tu mi asservi. Perciò, a mio avviso, il contratto, la cui diffusione ha fatto uscire dal mercato tanti bravi commercianti, va reputato invalido.
    Le parole sono pietre. Ad esse seguono fatti e azioni. Se vogliamo rifiutare quei fatti e quelle azioni, è necessario, in primo luogo, rifiutare le parole.

  • brunotto588

    Noi, ( e parlo di chi giustamente ha sempre privilegiato il culto della fesse a quello del business ), lo sappiamo da sempre: l’ unico vero modo di “conquistare” l’ altro/a è che si senta naturalmente “attratto” e non “invaso” dalla nostra orbita. ( Tra parentesi, è lo stesso “sottilissimo” motivo per cui la globalizzazione è una teoria sballata che non può stare in piedi ). L’ Impero Romano ( molto, molto più civile dell’ attuale ), per esempio, non imponeva nè lingua nè credo nemmeno ai più diretti sottoposti, lasciando discrezione agli interessati di perseguire nel proprio od abbracciare il credo dei conquistatori. Questa fu la principale ragione dell’ espansione e della durata del medesimo. L’ inglese è al tempo stesso la più musicale e più “antipatica” delle lingue ( e non me ne voglia Shakespeare: non mi rivolgo a Lui, ma ai suoi indegni discendenti … ) Ciao, vive la fesse !

  • snypex

    Io ho sempre pensato che l’inglese sia una lingua imperialistica in ogni senso, in famiglia ho sempre spinto per l’uso delle espressioni dialettali e il loro recupero culturale (perche’ ci identificano, chi le rifiuta, rifiuta la propria identita’),
    ma ho anche spinto per l’uso della lingua italiana e per l’uso della lingua inglese, perche’ per poter vivere in un mondo caotico come il nostro, per potersi districare devi poter comunicare.

    Senza i mezzi per comunicare non puoi esistere.

    Senza le lingue che ci obbligano astudiare, non possiamo capire cosa ci nascondono.

    Senza l’inglese, a chi parla solo l’italiano viene precluso un universo di informazioni che non verra’ mai tradotto, perche’ costa fatica.

    All’eta’ che ho, e non sono piu’ giovane da un pezzo, mi sono messo a studiare l’inglese che odio e disprezzo per capire di cose che ci sono precluse perche’ non usiamo la lingua imperialista per definizione.

  • Nellibus1985

    Sposi pienamente le tesi esposte da Guido Ceronetti e Aldo Braccio. Saluti.

  • giorgiolx

    però quando viaggio nel nord europa mi vergogno come un cane; li tutti parlano perfettamente 2,3 lingue; la lingua madre, inglese, tedesco….

    Il mio inglese imparato a scuola è un inglese da battaglia, da sopravvivenza.
    Al nord anche i vecchi parlano un inglese fluente e articolato.
    Il problema non è l’inglese, il problema è che ai giovani non si insegna più l’italiano o forse (più semplicemente) noi italiani (tutti) siamo troppo pigri e ci accontentiamo di usare quel linguaggio che sentiamo e assimiliamo da TV e giornali :D.

  • maristaurru

    c’entra qualcosa l’uso invalso ad un certo momento nell’italia sindacale, per cui ad un netturbino piuttosto che riconoscere determinati diritti, gli si appioppava un nome altisonante, tipo “operatore di non so che “, ( queste sinistre perifrasi non mi sono mai entrate in testa) spacciando la “operazione” di “make up”, per restare in tema, come una conquista sociale ottenuta grazie a fatiche erculee del sindacato al quale valeva quindi la pena di lasciare obolo e potere?

  • maristaurru

    mi sono spiegata male, intendo dire che certe forze hanno compreso bene l’importanza delle parole e come sapendo usare bene di queste, si possono anche tralasciare i fatti

  • Tetris1917

    che articolo insulso. Ritorniamo al carrettino e al pennacchio. Secondo me se la scuola funzionasse seriamente, farei studiare dalle materne:inglese arabo cinese. Dico seriamente

  • Pausania

    Ormai l’ignoranza diventa vanto. Invece di vergognarsi, ci si vanta.

  • Truman

    Ceronetti vorrebbe che tutti restassero beati ed ignoranti con la loro madrelingua. Ma il problema non riguarda solo la lingua imperiale, esso ha a che vedere con tutta la cultura dominante. Esso riguarda la problematica se sia bene studiare la cultura dei padroni o restare ignoranti.
    La risposta non è difficile: solo studiando la cultura dei padroni si può assimilare il loro sistema concettuale per poi decostruirlo, smontarlo. Quindi bisogna studiare e studiare anche molto, con un approccio critico, facendo attenzione alle trappole del pensiero. Nel contempo si deve sempre fare esperiaenza nel mondo reale e confrontare le nozioni apprese con ciò che insegna il mondo. Solo lo scontro feroce con la realtà può far distinguere la verità dalla rappresentazione. Quasi tutto oggi è rappresentazione, ma non esattamente tutto. E dietro ogni rappresentazione ci sono giochi di potere.

    Ma chi pretende di restare nella beata ignoranza delle sua lingua madre (è il caso di ripetere che anche la lingua madre è una trappola?) non uscirà mai dal contesto che qualcun altro ha impostato per lui, anzi contro di lui. Non è solo l’inglese che bisogna imparare, ma quante più lingue possibili. Ad esempio i miei appunti recenti riguardano le parole stimmung e lumpen.

  • cirano60

    Che dire degli esempi che provengono dalla “testa della nazione?
    tipo : ‘question time’ , ministero del welfare etc,etc ! , ora non ricordo più tutte le idiote espressioni anglofone adoperate in contesti dove proprio non c’è ne sarebbe bisogno nei
    quali, viceversa, si dovrebbe incoraggiare e diffondere l’uso della nostra lingua.
    Ma tant’è così la và, sono poi da arguire i motivi psicologici dell’abuso di termini stranieri:forse ci si sente più importanti nel dire breafing invece di pausa boh! forse che un inglese adoperando un termine italiano sente aumentata la stima di se stesso?

  • stefanodandrea

    E’ esattamente così. Sono anni che i discorsi pubblici sono infarciti di parole delle quali conosciamo molto vagamente il significato; come il termine swap, che significherebbe scambio, bensì designa una scommessa, che non è un contratto di scambio.

  • stefanodandrea

    Però se colui che ha 10 in inglese, arabo e cinese, non conosce perfettamente l’italiano – congiuntivi, periodi ipotetici di diverso tipo, un vocabolario molto ampio – non gli facciamo passare la terza media e lo indirizziamo immediatamente e forzatamente a fare il traaduttore per le imprese commerciali.

  • stefanodandrea

    Avresti senz’altro ragione, se avessimo un tempo infinito, che invece non abbiamo.
    Tra le materie scolastiche, credo che di gran lunga più importante dell’inglese sia l’epica, che invece, mi dicono, è stata eliminata dalla scuola media. Non si può conoscere a fondo l’ideologia borghese ottocentesca (quella del capitalismo borghese) se non si leggono i Bundenbrook. Canfora insiste continuamente sul fatto, che credo abbia dimostrato, che senza la conoscenza dei classici non possiamo capire le fondamentali categorie politiche. Senza studiare la storia si sarà tentati di credere che tutto ciò che è attuale è universale o comunque irreversibile; mentre chi sa un pò di storia sa che dove era Cleopatra è arrivato l’islam e che quindi nulla, nemmeno l’attuale posizione della donna nella società, può essere dato per scontato. Concetto Marchesi, in un magnifico discorso tenuto nel V congresso del PCI, difendeva lo studio del latino e osservava ai compagni: compagni se io credessi che gli scacchi facciano sviluppare l’intelligenza come il latino, proporrei l’introduzione nei programmi scolastici del gioco degli scacchi; ma così non è e perciò vi dico che il latino devono studiarlo tutti. E potrei continuare all’infinito.
    Perciò, quando taluni sorridono del mio rifiuto di studiare l’inglese, se il loro sorriso non è benevolo ma è convinto e presuntuoso (capita; raramente ma capita) cito Nietzsche secondo il quale sono gli stupidi a voler studiare le lingue (non sono daccordo ma lo cito ugualmente).
    Certamente sono ingenui coloro che attribuiscono all’inglese una posizione di rilievo nella loro formazione: che te lo imponga il sistema sono daccordo; che ti chiedano la conoscenza della lingua per lavorare, purtroppo è vero. Ma che lo studio dell’inglese sia utile o necessario per la formazione individuale (salvo che si diventi profondi conoscitori della cultura angloamericana, allora il discorso è diverso) è affermazione che contesto nella misura più radicale. Ci sono mille altre priorità culturali che non riesco a soddisfare. Figuriamoci se posso interessarmi a una esigenza che si colloca dopo il millesimo posto.

  • A_M_Z

    Mah….

    Sono perplesso.. ogni tempo ha il suo impero e la sua lingua e chiudersi a riccio non aiuta di certo a capire il proprio tempo.

    è stato cosi per i greci che definivano barbari coloro che non riuscivano a comunicare in greco.. cosi i romani col latino e così gli inglesi..

    Al giorno d’oggi se un’impresa non riesce a comunicare all’estero perde la fetta grossa di mercato e deve relazionarsi in inglese russo o cinese per farlo.
    In inglese perchè è stato adottato come standard, russo o cuinese perchè potrebbero divenire mnuovi standard nel futuro…

    e poi l’inglese non è solo una serie di vocaboli utilizzati dai dirigenti per sentirsi qualcuno. E’ anche la lingua di Percy Shelley, John Keats , Lord Byron, Alfred Tennyson…

    Poi chiunque sceglie che fare, se adeguarsi agli standard o alzare le palizzate difendere il proprio villaggio gallico.

  • sentinella

    Se un italiano incontra un turista straniero qualche parola in inglese o francese si sforza di capirla, se da italiano vai in un paese anglosassone c’è da parte loro una certa arroganza nel non voler capire un povero ignorante che si esprime con un inglese di sopravvivenza. Il fatto di dover usare “per forza” l’inglese in un mondo dalle mille lingue e non cercare un alternativa linguistica comune è segno del nostro senso di inferiorità e della arrogante superiorità degl anglosassoni.
    Se noi siamo convinti che oltre al potere loro abbiano anche la superiorità culturale e stravediamo supinamente per tutti i loro prodotti è anche perchè noi siamo solo dei coloni del grande impero non solo perchè asserviti politicamente e finanziariamente ma anche moralmente convinti della nostra bassezza.

  • Truman

    Non conoscere oggi l’inglese è poco difendibile da parte di chi vuole capire il mondo. Comunque, se Nietzsche lo citi in tedesco il tuo discorso fila, altrimenti sei un altro che si pasce nell’ignoranza. Ma mi sa che vale la seconda.
    Nota che le due parole che citavo sono in tedesco, e mi torna in mente che l’articolo “Le metamorfosi del tempo” che ho scritto tempo fa, durante la composizione era “Zeitgestalt”, poi ho deciso per un titolo più comprensibile ma meno compatto.
    E il latino, la precedente lingua imperiale, lo mastico abbastanza bene.

  • Truman

    Qui c’è un altro aspetto caratteristico, dove Ceronetti ha ragione.
    L’inglese a volte viene usato a sproposito per darsi delle arie e creare confusione nell’interlocutore.
    Mi torna in mente come minimo l’uso del temine ticket per indicare un’accoppiata elettorale, quando il termine in sé vuol dire semplicemente “biglietto”. Anche il termine strausato in campo televisivo “format” mi convince poco (“format” è semplicemente “formato”). Io userei “palinsesto”, ma palinsesto viene già usato in modo errato in italiano.
    I neologismi consentono però di creare dei gerghi che restringono la comunicazione, invece di ampliarla. Fanno parte di giochi di potere.

  • Sokratico

    il discorso di Ceronetti non è un’ode all’ignoranza: come potrebbe da parte di uno che traduce dall’ebraico biblico e dal greco antico?
    è solo un invito a tastare i limiti linguistici che diventano limiti ideologici molto rapidamente.

  • calliope

    totò a milano sapeva che non sarebbe stato capito e quindi si sforza di parlare con quel suo franco-milanese nella speranza di essere capito,
    così credo che chiunque vadi all’estero dovrebbe studiare la lingua che si parla in quel posto,
    ma essendo che non si può imparare 200 lingue, ritengo giusto sceglire una lingua universalmente capita.
    come 2000 anni fa tutta o quasi tutta l’europa capiva il latino oggi dobbiamo accettare il fatto che l’inglese è la lingua universalmente accettata ed usata,
    ma di cosa parliamo???
    forse non ci basta che l’italiano all’estero lo parlino solo a chiasso o lugano???
    aldo braccio studia le lingue và!!!

  • stefanodandrea

    Per capire il mondo l’inglese e in generale le lingue straniere non sono più utile né della storia, né del diritto e della sua storia, né dell’economia e della sua storia, né della letteratura e della sua storia, né della socilogia e della sua storia, né della psicologia e della sua storia, né della psicanalisi e della sua storia, né della teologia e della sua storia, né della filosofia e della sua storia, né della musica e della sua storia. Al più, le lingue straniere possono essere utile a studiare meglio tutte o alcune di queste discipline. Ma tra le lingue utili a studiare molte di queste discipline, sovente l’inglese non si trova né al primo, né al secondo posto e spesso segue anche l’italiano.
    I romanzi dell’800 sono pieni di ironia sui russi che reputavano fondamentale il francese e inserivano continuamente frasi in francese nei loro discorsi. Quanti sono i russi che parlano il francese oggi? A dio piacendo questo è il destino che toccherà all’inglese. Chi sa, tra centocinquanta anni saranno in molti a sostenere che per capire il mondo si deve sapere l’arabo o il cinese o il russo. Io me lo auguro. E tu?

  • Tonguessy

    Commenti interessanti.
    Voglio solo annotare che “americanofobia tecnologica” (4° capoverso) non è nient’altro che una stringa di termini e significati passati al tritacarne, peraltro inserita fuori contesto.
    Cioè l’esatto contrario di quello che predica Ceronetti, ovvero la chiarezza di significati che, estremizzando, è minimalismo semantico.

  • Santos-Dumont

    Hai dimenticato un fattore fondamentale.
    Ci si affilia ad un franchising per la marca che rappresenta agli occhi del potenziale acquirente. Un sacco di gente va a mangiare il panino da McD… o la pizza da PizzaH… perché legge la marca e la associa a un determinato prodotto. Se fuori ci fosse scritto Pizzicheria da Guido o Pizzeria al Taglio O Sole Mio, magari la clientela non se la guadagnerebbero con la stessa facilità.

  • Santos-Dumont

    Quoto, e aggiungerei anche lo spagnolo alle lingue, visto che un intero subcontinente lo parla. Interessante questa pagina di riferimento:
    Elenco di lingue parlate nel mondo [it.wikipedia.org]

  • stefanodandrea

    Esatto. Tuttavia, il nostro sistema prevedeva che il marchio non si potesse cedere o concedere in uso senza l’azienda. Anche se la giurisprudenza, accogliendo i “principi dei paesi avanzati” era già andata oltre ciò che prevedeva la legge, soltanto nel 1992, formalmente, il marchio si può cedere o concedere in uso (e così essere valorizzato) senza l’azienda. Insomma, caro Benetton, se vuoi vendere i tuoi abiti (in realtà, gli abiti prodotti da altri e sui quali apponi il tuo marchio) a Velletri, devi acquistare un immobile in quel luogo o prenderlo in locazione; assumere personale, pagare il riscaldamento e poi forse avrai un ritorno. Sarebbe bello! Era il notro sistema oroginario. Poi è arrivato il capitalismo “maturo”. Valorizzare un marchio significa valorizzare il capitale: il lavoro morto. Ciò per principio può avvenire soltanto sacrificando il lavoro vivo.

  • stefanodandrea

    quoto

  • stefanodandrea

    quoto. Asserire che Ceronetti possa elevare un’ode all’ignoranza è come credere che Pippo Baudo reputi giusto togliere la TV da casa o che Cassano sconsigli ai bambini di giocare con il Pallone. Non ha senso.

  • Tetris1917

    si hai ragione. Forse mi sono espresso in maniera un po’ fuori regola. Ma il succo si e’ capito. Simpaticamente: ma sei il “maestro di vigevano” (elio petri 1963) ? 🙂

  • Allarmerosso

    Secondo me è da condividere il discorso quando si parla dell’uso di termini inglesi inutili se si parla in Italiano
    Altra cosa è imparare l’inglese per aumentare la possibilità di comunicazione . Non vedo ad esempio il senso di utilizzare parole come Week and invece che Fine settimana mentre si parla in Italiano. Se parlo in inglese uso parole inglese se parlo italiano PARLO ITALIANO PUNTO
    mischiare i termini la vedo una porcata assurda ed inutile.
    infatti da questo punto di vista la mia stima per gli spagnoli è altissima !

  • vic

    Per molti la lingua madre e’ il dialetto. Per i muti la lingua dei segni, la quale non e’ affatto universale ma varia con la lingua parlata che deve replicare.
    Per altri ancora le lingue madri sono due, quelle dei genitori, nonni, ecc.

    Usciamo di casa. Se si vuol avere un’idea del mondo in genere ci sono due metodi: si legge del mondo oppure si gira per il mondo.
    In entrambi i casi ci si puo’ affidare ad intermediari: traduttori, guide turistiche, scuole, fidanzata esotica.
    Chiaramente e’ molto piu’ interessante levar di mezzo gli intermediari (salvo la fidanzata). Ma ahime’, a quel punto giocoforza bisogna andare oltre la lingua madre.

    Poi ci sono i professionisti della lingua, che attingono ad altre lingue come ispirazione di stile. In Italia pensiamo a Pavese, Fenoglio, la Pivano (beh per forza, era traduttrice), Magris, Tabucchi; solo per citare pochi esempi.
    In tanti paesi Europei, ma non solo, la scuola dell’obbligo e’ bilingue. Non ci vedo nulla di male, anzi. Anche qui ci sono due situazioni tipiche: la prima in cui una delle due lingue scolastiche e’ una lingua di minoranza del paese, ad esempio il quechua in Peru’ od il retoromancio nelle valli romance del cantone dei Grigioni in Svizzera; la seconda situazione vede di solito l’inglese come seconda lingua dopo la lingua locale, ed e’ quello che succede in genere nei paesi Europei come l’Olanda, il Lussemburgo ed altri.

    Il terzo aspetto da considerare e’ il promovimento che fa’ un paese della sua lingua, di conseguenza della sua cultura, nel mondo. Si pensi all’association française, per restare in territorio linguistico vicino.

    Bene. In tutto questo come ne esce l’Italia di Ceronetti?
    Maluccio direi. La letteratura di autori contemporanei arranca, di fronte ad esempio alla letteratura in lingua spagnola. Nelle scuole delle valli ladine non mi risulta che si insegni in ladino accanto all’italiano. E’ l’esempio piu’ vicino al retoromancio che mi viene in mente.
    C’e’ poi la cultura generale del paese Italia che sta perdendo i pezzi a grande velocita’.
    L’inglese fa del bene all’italiano. Gli impone uno stile piu’ sobrio, frasi piu’ semplici, lontane anni luce dagli arzigogoli burocratici. Ecco che saltan fuori gia’ due lingue italiane: quella scritta da redattori, scrittori, gente comune e quella scritta dai redattori della burocrazia. Volete un esempio semplice semplice: andate a dare un’occhiata alle leggi scritte in italiano in Svizzera ed a quelle scritte sempre in italiano in Italia. Se nelle prime si notano strane intrusioni tedesche o fanno capolino qua e la’ dei francesismi, nelle seconde sembra di cadere dritti nel mondo manzoniano dell’Azzeccagarbugli.
    Per carita’ il linguaggio giuridico e’ contorto in tutto il mondo. E’ un semplice esempio per indicare un settore dove la lingua italiana ha ben poco da sucitare invidie.
    Altro esempio e’ il linguaggio scientifico. Di solito lo stesso libro in inglese ha molte meno pagine della traduzione in francese o in italiano, segno inequivocabile che l’inglese si presta meglio ad essere adottata come lingua scientifica.

    Non serve a nulla rifiutarsi all’inglese. Anzi puo’ addirittura essere nocivo, in quanto ci si priva di una mole immensa di informazioni, scientifiche, storiche,cronachistiche e di una letteratura che viene goduta meglio nell’originale.

    Come si fa a buttare via l’inglese, si butta via una fetta enorme di scienziati, studiosi, opinionisti ed una fetta consistente della letteratura mondiale.

    Probabimente faremmo meglio a pensare anche ad altre lingue molto usate nel mondo, oltre all’inglese . La scuola arriva sempre tardi e non puo’ arrivare ovunque. Ci pensano le famiglie miste a colmare il vuoto. O la sete di curiosita’ che e’ sempre alta nella gioventu’. Malgrado la visione di Ceronetti, i giovani tendono ad andare oltremare ed oltremadre.

  • Tonguessy

    Quindi hanno ragione i francesi che chiamano il computer “ordinateur”?

  • Truman

    Non vorrei deludere quelli che pensano che l’inglese sia la lingua universale, ma girando il mondo può servire conoscere molte lingue. In Francia sono moltissime le situazioni in cui bisogna conoscere il francese, perchè tanto buona parte dei francesi non sanno l’inglese. In Russia, al di fuori dei luoghi turistici, l’inglese vale quanto l’italiano, cioé molto poco. Non casualmente, sia la Francia che la Russia ricordano ancora il loro passato imperiale.

    Vale forse la pena di ricordare che in Cina ci sono variazioni notevoli nella lingua, tipicamente il cantonese ed il mandarino possono essere considerate due lingue diverse.

  • Starway

    Ma che mare senza fine di cazzate, Ceronetti imparati l’inglese senza far tante storie, tu e tutti quelli che ti danno ragione.
    L’inglese non è “la lingua dell’imperialismo”, è una lingua semplice da imparare e da parlare, che permette di esprimere in modo semplice un’infinità di sfumature colloquiali. E’ uno strumento, non un’imposizione imperialista, uno strumento potente che permette a uomini e donne di tutto il mondo di comunicare fra loro e distruggere barriere e pregiudizi grazie al contatto umano con gli aspetti più affascinanti della diversità.
    Io parlo fluentemente l’inglese, l’ho imparato bene a scuola grazie a bravi insegnanti e l’ho affinato attraverso letture e viaggi all’estero, ma parlare un’altra lingua non mi ha assolutamente fatto dimenticare chi sono e da dove vengo: sono italiano e parlo l’italiano, parlo il mio dialetto in casa, fuori casa e con chiunque.

    Quest’articolo è veramente un’inno all’ignoranza che diventa vanto, come ha già detto qualcuno, mi ricorda un certo qual becero leghismo… per carità.

  • egoland

    A me viene in mente “I Care”. Ricordate?

  • egoland

    A me, invece, gli spagnoli fanno un po’ ridere. È vero che sono piú orgogliosi degli italiani, peró sull’inglese creano aborti linguistici di questo tipo: per esempio, invece di usare la parola “meeting” o la traduzione spagnola, la “spagnolizzano” scrivendola “mitin”; plurale “mitines”. Non scherzo. Visto sui giornali. E se glielo fai notare, ti rispondono che hanno creato un neologismo, facendo propria una parola straniera di uso comune (!).
    Ben venga lo studio di una o piú lingue straniere, per lo stesso motivo per cui la rappresentazione della realtá passa per il linguaggio, conoscere una nuova lingua ci puó regalare una diversa prospettiva. Questo in termini strettamente culturali. Se poi ci mettiamo a parlare di imperialismo economico e “americanofobia” o quel che vi pare, i due argomenti andrebbero tenuti ben separati e distinti.
    Io credo che il problema sia innanzitutto nella diseducazione riguardo all’italiano, che genera masse di ignoranti incapaci di interpretare la realtá al di fuori di quei 4 processi mentali che la de filippi & C. gli ha lasciato ancora intatti nel cervello. E in secondo luogo, l’uso strumentale che si compie utilizzando parole straniere (quasi sempre inglesi, evidentemente) per ingannare l’interlocutore e raccontargli cazzate sovrane. In questo senso i politici e le agenzie interinali sono maestri indiscussi.

  • calliope

    Si scrive week end e non week and,
    scusa per la rettifica

  • GioCo

    Già prima era molto scettico sulla capacità di internet di creare un dialogo,
    ora Posto sempre più raramente i miei commenti osservando a che punto l’assurdità di tale strumento si è spinta, complice (credo) i troppi influssi manipolativi a scopo di potere (la maggior parte dei quali ancora esterni alla rete, ma pur sempre presenti).
    Sono infatti convinto che esiste anche una componente di ignoranza arrogante, ma di solito questa non riesce a imporsi a lungo davanti all’evidenza della propria inconsistenza, altrimenti nessun italiano avrebbe mai acconsentito a mandare i propri figli a scuola, chinando la testa davanti all’evidenza che l’istruzione era uno strumento di libertà individuale fondamentale.

    Per esempio, si può dire molte cose di Guido Ceronetti, ma dire che sia ignorante o trasmetta un messaggio che induce all’ignoranza significa non volerlo ascoltare.
    Non dico che sono d’accordo, tuttavia se si parla dell’inglese come di una realtà inevitabile per poter sopravvivere oggi nel mondo del lavoro, possiamo obbiettare che non possiamo fare a meno di tante cose, ad esempio delle banche, anche se è assodato che la presenza di queste “cose” non è affatto un vantaggio per la massa sociale, tant’è vero che sono in molti a riflettere su come affrontare queste evidenti tirannie.
    Alcuni replicano che l’inglese non è una tirannia imposta ma uno strumento. Si potrebbe obbiettare in molti modi, tra cui ad esempio che la lingua spacciata per forbita che ha dato i natali a molti grandi (tra cui il fantomatico Shakespeare, la cui dote reale pare fosse quella di sfruttare economicamente opere d’altri autori e ciò sarebbe molto “inglese” in un significato storico e culturale perfettamente coerente) in realtà è la lingua dei mercanti, una lingua biforcuta che non ha niente di chiaro se non quel poco che serve a non “fregarsi” tra mercanti. Non che la nostra abbia un associazione più edificante: è la lingua delle società militari (latino) e per ciò è meno ricca di sfumature.
    Tuttavia se un mercante ti vuole vendere una fregatura come il suo stesso linguaggio, spacciandolo come “necessario”, dovrebbe quantomeno venirci in mente la scenetta del gatto e della volpe: chi li difende diventa inevitabilmente complice.
    Infine prendersela perché un letterato e poeta Italiano come Ceronetti, avverte sui pericoli delle tirannie linguistiche è assurdo. Già J.R.R.Tolkien, oggi famoso per i film delle sue opere, meno incline a sottovalutare l’importanza della sua lingua (l’inglese), come glottoteta e linguista fece un ottimo lavoro nella diffusione dell’idea della necessità di una supremazia linguistica (per quell’impero che all’epoca non era ancora nascosto).
    Fu lui a teorizzare che è la lingua a creare il mondo e non viceversa. Così nacque ciò che adesso pare solo una favola horror per via del film.
    Infine, concludo: non datevi troppo pegno a rispondermi, gettereste via energie inutili.

    Già un Ceronetti raggiunge lo 0,0000000… e chissà quanti altri zeri prima di vedere una cifra di percentuale di coscienza civica, la mia esposizione invece, credo proprio si perda nel cosmo dell’informazione virtuale, non meno di una scoreggia di topo.

    Lasciate che almeno raggiunga i 3 utenti che la leggeranno per il piacere personale di condividere ancora un idea, non ancora del tutto morta. Il resto rimarrà convinto delle proprie idee o dei propri condizionamenti, così come predisposto.

  • ComeDonkeyKong

    Imparare lingue straniere, così come vivere a contatto con stranieri non significa incamminarsi verso la disintegrazione fisica e psichica. Vorrei tranquillizzare tutti su questo punto.
    Che esistano oggi, e siano esistite in passato, culture dominanti e lingue franche non c’è dubbio. Detto questo, mi pare assurdo imputare alla diffusione dell’inglese il degrado in cui versa la lingua italiana e il pericolo di estinzione che corrono molti dialetti italiani e molte parlate di tutto il mondo. La lingua italiana va corrompendosi perché viene insegnata sempre peggio nella maggior parte delle scuole italiane e perché molti mezzi di comunicazione di massa (non solo la televisione, ma anche le riviste, i quotidiani, la Rete, molte radio) si sono uniformati all’uso di un italiano malamente contaminato con costruzioni sintattiche calcate su locuzioni dialettali e con vocaboli e espressioni idiomatiche di origine straniera (per lo più inglese e francese). In tutti i casi, si percepisce spesso una perdita della capacità espressiva e uno stravolgimento dei significati originari di certi imprestiti.
    Diverso è il discorso delle terminologie tecniche legate alle nuove tecnologie. E’ fatale che il vocabolario informatico sia zeppo di parole inglesi, e se in Italia non si fa ricerca è normale che in futuro le cose possano solo peggiorare. E pensare che chi studia musica in tutto il mondo è costretto ad usare parole come “adagio” “allegro con brio” “andante”… in virtù di uno sviluppo della cultura musicale italiana che oggi sembra un sogno.
    Io credo fortemente che sia preferibile imparare più lingue possibile, magari non smettere mai di imparare lingue straniere. Studiando altre lingue, infatti, non solo si hanno più strumenti per capire il mondo contemporaneo e le culture diverse dalla nostra, ma si hanno anche più attenzioni per le particolarità delle nostre lingue madri e per la profondità semantica delle parole che usiamo. Chiudersi nel guscio di una presunta originarietà o identità locale, ridursi ad una dimensione microscopica è logicamente del tutto insensato, oltre che antistorico. Del resto, anche i nostri amati dialetti sono sempre stati in evoluzione dinamica, e non sono certo venuti fuori dalla terra che i nostri avi coltivavano. Dico una ovvietà se affermo che i dialetti italiani sono così numerosi e vari perché in passato numerosi e diversissimi sono stati i sostrati linguistici e le lingue che nella nostra penisola si sono incontrati, fusi, parzialmente obliterati etc. Ciò è accaduto perché una qualunque parlata che sia effettivamente viva non ha problemi di identità, e, allo stesso modo, qualunque cultura o gruppo sociale che non attraversi una crisi profonda di valori non si pone domande sulla propria identità o su una propria presunta “essenza ancestrale”. Guardate un po’ se i banchieri e i padroni della finanza mondiale si chiedono mai chi siano e cosa sia autenticamente loro o no. E’ chiaro che, crisi o non crisi, i loro valori e le loro posizioni esistenziali sono, tra una tirata di coca e l’altra, solidissime.
    Detto questo, secondo me la nostra salvezza come persone e come popolo che ama la vita e che spera in un mondo migliore è nella condivisione delle conoscenze, anche tecniche, nell’amore per la cultura e nell’interesse a capire e conoscere modi di pensiero e sistemi di categorie anche estremamente differenti da quelli ai quali siamo abituati. Se ci chiudiamo nelle nostre minuscole fortezze culturali siamo spacciati. Gli unici che ne trarranno vantaggio saranno i padroni degli eserciti e delle banche, e le nostre squallide classi dirigenti arrafferanno i voti di una popolazione allo sbando, razzista ed ignorante, senza pensare che affonderanno dopo di noi, ma affonderanno anche loro.
    A questo punto mi viene in mente una riflessione che mi riporta sul tema dibattuto in questo articolo: i nostri piccoli dittatori continuano a spingerci contro quelli che dovrebbero essere i nostri principali alleati, perché non sono altro che lo specchio di noi stessi, che migrano da posti più o meno lontani, rischiando la vita e lasciando, forse definitivamente, il loro mondo. Noto sempre più spesso, però, che la maggior parte di quelle persone parla benissimo almeno due lingue, delle quali una è solitamente l’inglese o il francese, e impara con una certa rapidità l’italiano e altre eventuali lingue con le quali entra in contatto. Mi chiedo: in un mondo che si rimpicciolisce sempre di più, che sempre di più si sottomette alla logica strettamente utilitaristica e cinica del capitalismo selvaggio, quanto poco ci metteremo a soccombere, se saremo ridotti ad una massa di cafoni che grugniscono in famiglia e hanno costantemente paura dell'”uomo nero”?

  • egoland

    Concordo al 100%. Sai che ridere quando i figli di qualche becero leghista in preda ad ostinata autarchia linguistica verranno surclassati, nel mondo del lavoro, dai figli degli attuali immigrati, i quali vengono giá “di serie” con la propria lingua, l’inglese e/o il francese e l’italiano?

  • Truman

    “I care” mi sembra proprio il caso opposto, in cui qualcuno usa un termine straniero perchè esso è particolarmente espressivo, spiegando perchè usa quel termine invece di una lunga frase in italiano.

    Insomma non mi risulta che don Lorenzo Milani fosse un esterofilo, eppure anche lui, in rari casi, usava l’inglese. Credo che anche per lui l’inglese, usato nel modo giusto, fosse una ricchezza, non un ostacolo.

  • Truman

    Condivido molto di quello che dici, ma l’inglese è anche una lingua in cui non si riesce a dire “buon appetito”. E per i concetti filosofici conviene conoscere il greco antico e il tedesco. Ad esempio il tedesco “Geist” è difficile da rendere sia in italiano che in inglese.

  • egoland

    In realtá il mio voleva essere un intervento scherzoso, considerato lo scarso successo che ebbe lo spot (ops!) veltroniano presso il pubblico, se escludiamo i vari comici che ci lavorarono per mesi sulle reti televisive. Un caso isolato di inglese usato per “giochi di potere” (mi si passi l’espressione, visto che si parlava di elezioni) che ebbe un esito negativo. Per il resto, prendersela con una lingua straniera mi sembra una sciocchezza. Al massimo possiamo prendercela con chi la usa a sproposito, o per secondi fini.

  • cirano60

    E che ci azzecca “I care” con l’italiano? quel politico forse intendeva mostrarsi più relista del re esibendo appendici verbali anglo per impressionare la platea ma sembra che abbia toppato; gli elettori invece sembra che abbiano preferito la divertente promessa di gentili attenzioni dell’insegnante(Pozzetto) nei riguardi dell’alunno(Ponzoni) contenuta nella frase “e io ti curo” – non so se ricordate era uno degli sketch(qui ce vò) con Cochi e Renato Pozzetto trasmessi,ahimè parecchi anni fà dalla rai .
    Però mi sono accorto che ho adoperato parecchi termini non propriamente della lingua italiana ma non me ne dispiaccio perchè,a mio modesto avviso, se usati nel giusto contesto e “cum grano salis” non fanno male. Saluti

  • frankcoppola

    …chiunque vadi……: mamma mia!

  • jayadeva

    Dovreste sentire il linguaggio bancario: “la nostra mission non è quella dei nostri competitors” “nel briefing di ggi si parlerà dell’outsorcing” eocse dle genere: è disgustoso.

  • Santos-Dumont

    Insomma, caro Benetton, se vuoi vendere i tuoi abiti (in realtà, gli abiti prodotti da altri e sui quali apponi il tuo marchio) a Velletri, devi acquistare un immobile in quel luogo o prenderlo in locazione; assumere personale, pagare il riscaldamento e poi forse avrai un ritorno.

    Non capisco dove sia il problema. Se il franchiser offre il marchio come garanzia, consulenza logistica, materie prime accuratamente scelte e verificate, e magari ispezioni senza preavviso per verificare regolarmente la qualità del servizio offerto, il tutto in cambio di una quota dei proventi, il sistema può benissimo rappresentare uno scambio etico e una tutela sia per i lavoratori che per i clienti. Nella cittadina brasiliana in cui vivo, l’unico ristorante che mantenga da sempre una qualità eccellente senza scadere neppure occasionalmente, è guarda caso proprio quello affiliato a una rete nazionale nata praticamente dal nulla e poi affermatasi per i suoi criteri rigorosi che permettono l’esclusione di coloro che non rispettano i parametri minimi. Per me come cliente, che differenza fa se l’attività è gestita dal fondatore o da una persona che ha un accordo commerciale con lui e accetta il rischio imprenditoriale, sapendo che i clienti locali arriveranno fin da subito e quelli occasionali di passaggio sapranno di potersi fidare “ciecamente”, proprio in virtù del principio “un nome, una garanzia”?

  • stefanodandrea

    Non penso che tra noi vi sia dissenso. Per il consumatore-cliente, potrebbe non esservi alcun problema e eventualmente anche palesi vantaggi. Io però parlavo del rapporto tra “affiliato” e “affiliante” e di come si dovesse impedire un vincolo superiore alla subordinazione, con accollo dei rischi economici sul subordinato. E’ peggio della mezzadria.
    Se la teoria economica dimostrasse che la schiavitù o la mezzadria o altro tipo di rapporto feudale conviene al consumatore finale, forse la teoria (ideologia) del “consumatore sovrano” dovrebbe spingerci a reintrodurre quegli istituti?
    Grazie, comunque, perché sia la prima che la seconda osservazione, a prescindere dal merito, erano i due passaggi logici successivi al discorso che avevo svolto

  • nautilus55

    Il francese è l’amante, con la quale non c’è mai eleganza e chame che sia di troppo.

    Il tedesco è il padre: l’unica lingua europea ad aver mantenuto l’impianto del sanscrito, così da collocare immediatamente il neologismo o la perifrasi necessaria in un solo termine.

    L’inglese è la moglie: magari gira per casa con i bigodini in testa, ma ti prepara la pasta al sugo tutti i giorni! Ciao.