Di Daniele D’Innocenzio
Cartesio non commise semplicemente un errore filosofico, come Antonio Damasio giustamente sottolineò in “L'errore di Cartesio”, ma inaugurò una rottura che condannò l'umanità, la natura e la vita stessa al collasso. Separando la mente dal corpo e il soggetto dal mondo, pose le fondamenta metafisiche per una civiltà costruita sulla dominazione, l'estrazione e la razionalità disincarnata. Il cogito cartesiano, concepito come garanzia di certezza, divenne invece il seme dell'alienazione, sradicando la moralità dalla teleologia, la solidarietà dalla comunità e gli esseri umani dalla Terra vivente. Ciò che apparve come un trionfo della ragione fu, in verità, l'atto d'apertura di un lento suicidio della civilizzazione.
Ciò non fu un semplice errore di logica, ma un terremoto. La scossa cartesiana continua ancor oggi a propagarsi, sotto forma di fessure nel pianeta, di crisi di senso, di corpi ansiosi che non capiscono più dove finiscano e comincino gli altri. Nel momento in cui “partorisce” il «cogito, ergo sum», Cartesio squarcia un velo che non si ricucirà più. Mente e corpo non sono più un unico intreccio di carne, desiderio, memoria: diventano due sostanze. Una, immateriale, lucente, sede del pensiero chiaro e distinto; l’altra, greve, meccanica, affidabile come un orologio e altrettanto priva di interiorità. Il corpo ormai è un «cosa» fra le cose, un pezzo di natura da perforare, pesare, vendere. La foresta diventa riserva di legname, il petrolio un fluido da pompare, i neuroni circuiti da ottimizzare: Il soggetto, armato di ragione, si immagina fuori dal mondo come un ingegnere sopra un ponte di comando. Ma nessuno gli ha detto che il ponte galleggia sull’oceano che pretende di dominare.
Damasio, tre secoli e mezzo dopo, è di pensiero semplice ma efficace: togliete al pensiero il battito, l’intestino, la pelle che si arriccia e quello che resta è un deserto cosmico che lascia spazio ad un’astrazione sterile. Le neuroscienze lo dimostrano: i pazienti con lesioni al lobo prefrontale presentano logica intatta, emotività azzerata, capacità di decidere annichilita.
Senza corpo non c’è valutazione, senza valutazione non c’è azione, senza azione non c’è storia. Eppure la storia narra che la nostra civiltà ha costruito templi, università, intere economie sul presupposto opposto. Il paradiso cartesiano è un luogo senza odori, senza sudore, senza orizzonte. Lì le scelte si fanno con algoritmi, i mercati si regolano da soli, i dati «parlano da sé». Il resto – il sapore delle fragole, il pianto dei figli, il ronzio degli insetti – è «esterno», una rimanenza che si tollera finché non ostacola il profitto.
Sediamoci sulla riva e guardiamo la realtà: le democrazie sono narcotizzate da flussi di informazioni che nessuno controlla; le nostre vite interiori sono appaltate a piattaforme progettate per tenere l’attenzione in ostaggio. Ogni crisi – climatica, politica, psicologica – è una nota di ritorno del vecchio spartito: soggetto separato da oggetto, mente alienata da Terra. Ora si affaccia il paradosso: più spingiamo lontano il corpo, più esso riappare come spettro. I disturbi alimentari, l’ansia generalizzata, la depressione che cresce tra i giovanissimi non sono «malattie mentali» in senso cartesiano: sono proteste della “carne”, tentativi di dire «ci sono anch’io» a un io che le aveva dimenticate. La psiche, privata del suo humus biologico e sociale, cade nel vuoto.
Ammettere che pensare è anche respirare, che ragionare è anche nutrirsi, che conoscere è anche essere toccati sarebbe il seme di una giusta alternanza alimentata da questo gesto minimo. La tanto amata scienza, chiamata in causa tanto spesso durante la temutissima ondata covid, quando esce dal laboratorio, lo conferma: i microbi intestinali producono serotonina; le onde ultraviolette modulano il sistema immunitario; il cervello «fuori testa» si estende per tutto il corpo, e oltre – fino alla trama di relazioni che ci tengono in vita.
Rovesciamo tutto: non «penso, quindi sono» ma «sono interamente, quindi capisco». Un noi che include batteri, boschi, nuvole, codici, memorie degli avi. Una soggettività diffusa, simbiotica, imperfetta – ma almeno radicata. La ragione, allora, non è più torre d’avorio: è un giardino da coltivare, dove l’intuito e la misurazione, la poesia e la matematica, il sangue e l’idea si irrigano a vicenda.
Dubitare non basta più ma serve accogliere. Accogliere la vulnerabilità del proprio respiro. Solo un soggetto che si riconosce dipendente può concepire una moralità che non sia anche dominio. È la fine dell’uomo cartesiano – e forse l’inizio del germogliare dell’umano.
Ogni volta che scegliamo di ascoltare il battito prima dell’argomento, ogni volta che misuriamo il valore di un albero anche per ciò che è inafferrabile (ombra, profumo, racconto), stacchiamo un mattone dal muro eretto nel 1619 da Descartes: quell’errore non resterà una condanna ma diverrà – forse già sta diventando – la cicatrice che ci ricorda come si cammina quando si è di nuovo interi. Zoppicando, forse, ma con la Terra sotto i piedi.
L’errore di Cartesio non fu soltanto un errore: fu una ferita. Una ferita che ha plasmato la modernità e che oggi sanguina nelle crisi del nostro tempo. Riconoscerla significa comprendere che il compito della filosofia non è più fondare certezze astratte, ma ricucire legami spezzati.
Di Daniele D’Innocenzio
23.01.2026
Daniele D’Innocenzio. Informatico socio attivo dell’Associazione Informatici Professionisti, dal 2017 docente di Scuola Secondaria di secondo grado. Appassionato di tecnologia e neuroscienze.
oriundo2006 27 gennaio 2026
Interessante.
Forse però Cartesio intendeva dire altro.
La sua epoca è epoca della Controriforma: tocca obbedire alle verità di fede e seguire l'autorità religiosa della chiesa cattolica, in tutto e per tutto, pena il rogo.
Perchè seguire le verità di fede e basta, cancellando il nostro sentire soggettivo, la nostra valutazione delle cose ?
Questa valutazione soggettiva era ed è la chiave della nostra persona, anche attraverso le nostre volizioni e il nostro habitus mentale 'more catholico'.
Dopotutto la chiesa richiedeva un atto intellettuale, dunque un atto di fede che era però attinente alla sfera del pensiero. Dunque riconosceva come valida e decisiva questa mia facoltà soggettiva con tutte le sue conseguenze, sia pure nell'ambito delle verità di fede ( Cartesio tentò sempre una mediazione fra queste e quelle ).
Validando l'effetto convalidi l'esistenza mia personale come modalità d'essere accetta teologicamente in quanto fondata da un atto cosciente di pensiero che recepisce le verità di fede e così le conferma.
Appunto.
'Penso dunque sono' implica l' unione delle facoltà umane nella loro interezza e non nel contrario, nella loro scissione come sembra dire l'articolista.
Ammetto che le due ipotesi non sono univoche e l' una può facilmente tramutarsi nell'altra o meglio essere interpretata nell'altra, appunto come scissione.
Ma non della 'carne', ovvero scissione del 'corpo' dalla 'mente'. Questa era la dommatica ecclesiastica di quelle epoche antiche che negava il corpo, cosa oggi facilmente dimenticata, a favore della 'spirito'.
Salvando il 'cogito' come base della persona cosciente, Cartesio salva anche l'esistenza come sua necessaria modalità di espressione e di conseguente fruizione: una relazione per l'epoca assai ardita.
Forse però Cartesio inaugura una cosa differente ed assai più importante: l' 'IO' come sede del pensiero che radica la persona.
E' l' 'io' il momento fondativo dell' Essere e lo è attraverso la facoltà di pensiero che pensa sè stesso ed accerta la propria essenza in questo atto soggettivo.
All'epoca fu davvero rivoluzionario e coraggiosissimo esprimersi in questi termini: ''Io sono colui che pensa''.
La mia identità e la mia correlativa responsabilità religiosa è nel mio 'io' fattosi pensiero e non semplicemente nell'ossequio 'semplice' alle verità di fede che comunque implicitamente di per sè lo presuppongono.
Cartesio inaugura l' IO come pensiero autoaffermatesi soggettivamente a prescindere la comunità ecclesiastica.
E' questa la scissione fondamentale: l' 'io' nel pensiero medievale non aveva da essere perchè contava solo la comunità dei fedeli di cui l'autorità religiosa era la massima interprete. Era un 'io' indiviso.
Adesso l' io' si erge da solo come costituente della 'persona' che un giorno si dirà 'moderna'.