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CARRIERE DI STATO: GLI UOMINI DEL G8 ? TUTTI PROMOSSI

A CURA DI MISTERI D’ITALIA

La sequenza fotografica pubblicata sul Corriere della Sera all’indomani delle giornate del G8 di Genova del luglio 2001 è impressionante. E a pochi sarà sfuggita. Vi si vede un giovane a terra preso a calci da poliziotti in divisa che lo circondano e da altri in borghese, ma riconoscibili come appartenenti alle forse dell’ordine perché indossano il casco ed impugnano il manganello.

Per solerzia, ferocia e determinazione tra tutti si distingue però un uomo in borghese: jeans, camicia bianca e scarpe di camoscio. Sulle prime sembra essere un altro poliziotto in borghese, ma il suo ruolo nella polizia è molto più elevato: all’epoca era il numero due della Digos genovese. Il suo nome? Alessandro Perugini. E’ lui nella sequenza che sembra prendere addirittura la rincorsa per assestare i calci più violenti. Ad un manifestante – è bene ricordarlo – che è a terra, ormai inerme e preda della violenza dei suoi aggressori e che oltretutto non è un energumeno, ma un minorenne, un ragazzo di appena 16 anni.

Alessandro Perugini – che per i fatti di Genova è imputato anche per il lager di Bolzaneto (era il massimo responsabile della Polizia nella caserma delle sevizie) – per quel pestaggio, assieme ai quattro suoi sottoposti, è sotto processo a Genova con le accuse di lesioni personali aggravate, falso ideologico, calunnia, abuso d’ufficio, minacce e danneggiamenti, roba da dieci anni di reclusione. Nell’udienza del processo in cui è stato interrogato, con sommo sprezzo del ridicolo, ha avuto però il coraggio di negare ogni addebito, sostenendo di non aver colpito il giovane. Nonostante questo suo comportamento – che in entrambe le vicende, pestaggio e testimonianza al processo, non fa onore alla Polizia – Alessandro Perugini già da tempo è stato promosso vice-questore.
E’ questo tema delle promozioni ciò che nel dopo Genova 2001 più solleva indignazione. Innanzitutto perché ribadisce che il nostro è il Paese dell’impunità: a sette anni da quei fatti l’unica condanna riguarda i no global. In secondo luogo perché quelle promozioni sanciscono il diritto alla violenza e al sopruso di quelle che dovrebbero essere le forze dell’ordine.
Grazie al prezioso lavoro di Enrica Bartesaghi, del Comitato Verità e Giustizia per Genova, ora abbiamo la ricostruzione completa delle brillanti carriere dei poliziotti inquisiti per Genova. La semplice lettura dell’elenco è un colpo allo stomaco.

Fabio Ciccimarra è l’ultimo dei poliziotti imputati a Genova ad essere stato promosso. Di lui sembravano essersi dimenticati. E così il 30 dicembre dello scorso anno da vice questore aggiunto (già commissario a Napoli), Ciccimarra è diventato capo della squadra mobile di Cosenza. Eppure per i fatti di Genova, in particolare per la spedizione punitiva alla Diaz, risulta tra gli imputati, mentre a Napoli, per le violenze nella caserma Raniero (marzo 2001) deve rispondere di reati gravissimi come sequestro di persona, violenza e lesioni.
Ma nel proporvi questo elenco di promossi è bene cominciare dall’inizio, cioè da lui, Gianni De Gennaro, il capo della polizia buono per tutte le stagioni, gradito al centro-sinistra come al centro-destra, il quale – nonostante sia indagato a Genova per induzione alla false testimonianza in un procedimento correlato all’assalto dei suoi uomini alla Diaz – è diventato prima Capo di Gabinetto del ministro Amato all’Interno e poi supercommissario per le immondizie a Napoli. Se uscirà indenne dai rifiuti napoletani, De Gennaro può tranquillamente aspirare a diventare il capo del servizio segreto civile.

Ha fatto un doppio salto di carriera anche Gilberto Caldarozzi, un altro dei 29 imputati per la Diaz, che da numero due dello Sco, il servizio centrale operativo, prima ne ha assunto la direzione e poi è diventato dirigente superiore “per meriti straordinari” per aver partecipato alla cattura del boss Bernardo Provenzano.
Bella carriera (doppia) anche per Francesco Gratteri, anche lui tra gli accusati per i pestaggi alla Diaz: era direttore dello Sco è diventato prima questore di Bari ed ora è responsabile della Direzione anticrimine centrale, il Dac.
E che dire di Giovanni Luperi: il trampolino di lancio del sangue versato alla Diaz lo ha lanciato da vice direttore dell’Ucigos ad un prestigioso incarico europeo per poi farlo atterrare in un settore molto delicato: il Dipartimento analisi del nuovo servizio segreto civile.
Dalla graticola del processo per la Diaz (era il capo della Digos genovese) a vice questore vicario a Torino: anche a Spartaco Mortola non è andata affatto male.
Salto di qualità anche per Filippo Ferri, anche lui implicato per i fatti della Diaz, che dalla guida della squadra mobile di La Spezia e passato a quella, certamente più importante, di Firenze.

Accusato di concorso in lesioni, falso e calunnia per la Diaz, Vincenzo Canterini, comandante del VII Nucleo sperimentale antisommossa del primo Reparto Mobile di Roma. A Genova è imputato anche in un altro processo con le accuse di lesioni personali aggravate e violenza privata per aver lanciato una bomboletta spray di gas urticante (assolutamente illegale) contro tre dimostranti. Per le sue gesta, Canterini è stato ampiamente ricompensato. Addirittura due volte: prima è diventato questore e ora presta servizio a Bucarest, in Romania, in un organismo internazionale: il SECI (South East Cooperation and Investigation).

Ma, ovviamente, non hanno fatto carriera solo i poliziotti. Anche per gli agenti della polizia penitenziaria (ex agenti di custodia, secondini insomma) i premi per il lavoro svolto a Bolzaneto non sono mancati. Figurano tra i gratificati il colonnello Oronzo Doria, diventato generale, ed i capitani Ernesto Cimino e Bruno Pelliccia, entrambi promossi di grado a maggiori.

Ora si attendono le promozioni degli altri imputati delle forze dell’ordine nei processi di Genova.

CARRIERE DI STATO: GUIDÒ IL MASSACRO A NAPOLI ADESSO È NUMERO 2 DELLA POLIZIA

Di Anubi D’Avossa Lussurgiu

Ci sono notizie che, in Italia, non sono notizie. Il 22 scorso è stato il giorno di una di queste: la nomina del nuovo vice direttore generale della Pubblica Sicurezza con funzioni vicarie. Il nuovo numero 2 della polizia di Stato. Una nomina decisa e firmata dal ministro competente, il titolare del dicastero dell’Interno del governo Prodi dimissionario, Giuliano Amato. La nomina è avvenuta, come di prammatica, su indicazione del capo della Polizia in carica, Antonio Manganelli. Ed è avvenuta giocoforza, perché sino a quel giorno l’incarico di vicecapo vicario era stato svolto dal prefetto Luigi De Sena: nel frattempo pensionatosi, per candidarsi capolista in Calabria per il Pd alle prossime elezioni politiche. Il successore così nominato è Nicola Izzo: cinquantottenne, già capo della segreteria generale del Dipartimento di Pubblica Sicurezza dall’agosto del 2007, ossia poco dopo la nomina di Manganelli come successore (da questi suggerito e già suo vice) di Gianni De Gennaro.
Dunque, Nicola Izzo: chiamato poco meno di sei anni fa a alla carica di direttore interregionale per Lazio, Abruzzo e Sardegna, poi per Lombardia ed Emilia Romagna, quindi nel 2005 prefetto di Lodi. Ma prima? Prima del “salto” al grado prefettizio e prima ancora di quegli incarichi di “coordinamento”? Prima era stato questore, nel senso di titolare di Questure: quella di Verona, quella di Torino. Ma soprattutto e infine, sino al 2002, quella di Napoli. Lo era il 17 marzo del 2001: il giorno della prova generale della repressione del luglio successivo, al G8 di Genova .
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Sarà un caso, certo. Sarà di sicuro una distrazione di tutti i media, con gli occhi comprensibilmente rivolti alla campagna elettorale. Sarà come si vuole, venerdì scorso la notizia della nomina di Nicola Izzo a nuovo vicecapo della Polizia è stata, per tutti, la tipica non notizia. Cui non dedicare un solo titolo visibile nelle pagine nazionali dei quotidiani.
Eppure, è strano. Perché di Nicola Izzo si parlò moltissimo, sei anni fa: prima che fosse trasferito dall’incarico di Questore di Napoli. Come lui stesso aveva pubblicamente invocato quale suo «maggiore desiderio». Non fu trasferito, in realtà: fu promosso, a quel vago incarico di “direzione interregionale”, dall’allora governo Berlusconi. Dall’allora – e sino all’anno passato, dopo il primo anno di governo Prodi – capo della polizia: Antonio De Gennaro. Lui, Izzo, per la verità “sognava” Milano, per ricongiungersi alla famiglia: almeno questa era stata la motivazione che aveva dato pubblicamente. Nelle settimane di aprile e maggio, le più dure per lui: quando cioè la Procura di Napoli aveva indagato cento fra dirigenti e poliziotti, persino arrestandone otto. Tra i quali, appunto, due dirigenti: uno era il famoso Ciccimarra, inquisito poi anche a Genova per i fatti della scuola Diaz, la «macelleria messicana» – parola del vicecapo dei “celerini” del primo reparto mobile, Michelangelo Fournier.

L’azione della Procura napoletana era stata lanciata con una serie impressionante di reati contestati: fra i quali uno solo era il sequestro di persona, l’unico poi derubricato nelle vicissitudini dell’indagine. Gli altri, gravi reati erano l’anticipazione di quanto, precisamente, anche a Genova sarebbe stato contestato ad altri poliziotti e ben altri dirigenti: per l’irruzione-massacro della notte del 21 luglio 2001. E per le sevizie di Bolzaneto.
L’indagine napoletana era, invece, per qualcosa che aveva preceduto l’insanguinato G8 genovese. (…) Quel giorno, il 17 marzo, nell’occasione di un appuntamento “minore”, al termine d’una manifestazione relativamente “piccola”, la repressione si abbatté su Piazza Municipio, in un crescendo di violenza rapidissimo, appena la “testa” del variopinto corteo NoGlobal, fornita di improvvisate “autoprotezioni”, inscenò un’altrettanto improvvisata “sfida”, un contatto fisico, con lo schieramento di forze dell’ordine in assetto antisommossa che presidiava un’invenzione inedita: la zona proibita a “difesa” del Forum ufficiale, la “zona rossa”.
Ci furono incidenti, una manciata di secondi di baruffa. Poi, fu nient’altro che una serie ininterrotta di cariche senza distinzione di manifestanti e passanti, senza risparmio di gas lagrimogeni, manganellate, costizione di “sacche” di contestatori e non massacrati sui marciapiedi, sui recinti dei cantieri intorno al Castello Angioino e poi, via via, per ore, in tutto il centro storico di Napoli. Il peggio, però, doveva ancora venire: arrivò a sera, di notte e dove nessuno avrebbe potuto crederlo possibile.
Il peggio di una repressione che annunciava quella ancora peggiore nella quale a Genova ci sarebbe anche “scappato il morto”, Carlo Giuliani ucciso in Piazza Alimonda da un proiettile di Stato (deviato da un sasso metafisico, come da sentenza d’archiviazione per quell’omicidio senza giustizia), a Napoli il 17 marzo arrivò nelle sale di pronto soccorso degli ospedali. Dov’erano ricoverati tanti dei feriti nella caccia all’uomo della giornata. Erano stati 200, i feriti. E decine, un centinaio anzi, la stessa polizia andò a prenderli nei letti, nelle brandine delle corsie ospedaliere. Per tradurli nel designato «centro di raccolta» dei «fermati» perché «individuati tra i violenti» cui l’autorità pubblica addossò, sul momento, la responsabilità degli scontri. Quel centro era la caserma Raniero.

(…) Ebbene, quanto avvenuto dentro Bolzaneto e che anche i pm genovesi hanno nei giorni appena scorsi ripercorso con la loro requisitoria (altrettanto relegata a non notizia, o quasi: ben diversamente dalla “salomonica” condanna nei confronti dei manifestanti anti-G8, l’unica finora emessa), avvenne già a Napoli, in quel marzo di sette anni fa. Nella caserma Raniero fu sperimentato per intero tutto il repertorio di abusi innominabili che poi colpì l’opinione pubblica internazionale con Bolzaneto, dove vittime furono anche tante e tanti manifestanti non italiani. Nella caserma Raniero la gente “fermata” fu pestata ulteriormente, minacciata di morte, umiliata fisicamente e psicologicamente, costretta a subire intimidazioni sessuali, obbligata ad assistere a inneggiamenti al fascismo o persino ad inscenarle forzosamente. Tutto questo avvenne, nella caserma Raniero. E lo fece la forza pubblica.
Il problema è che la Questura stessa mise agli atti, in quella primavera del 2002, che operare i fermi negli ospedali e tradurre i fermati alla Raniero fu un’operazione frutto d’un ordine. D’una disposizione della Questura stessa. Sulla quale, d’altra parte, non si è mai ottenuto l’indicazione d’un responsabile ultimo. Tanto meno in sede giudiziaria. Resta, al di là anzi al di qua dell’ambito penale – e d’ogni formalità – che la Questura c’era.
E il questore era, fu Nicola Izzo. Che sei anni fa fu difeso a spada tratta, anche con l’appoggio a incredibili presidi della Questura da parte dei poliziotti “in rivolta”, anche fra minacce pubbliche di morte ai pm dell’inchiesta, dalla destra: da Alleanza Nazionale. E peraltro lui stesso, Izzo, affiliato al sindacato Sap, aveva pubblicamente evidenziato la sua professione politica «di destra».

Adesso Izzo è il numero 2 della Polizia di Stato. Appunto, non è questione formale.
La domanda è un’altra: qual è l’opportunità politica d’una simile nomina? Sono forse iniziate al Viminale le prove della Grande Coalizione che tutti negano? Comunque, è una non notizia.

Fonte: Liberazione, 28 febbraio 2008

Fonte: www.misteriditalia.com
Link: http://www.misteriditalia.com/newsletter/120/120.html#2
Anno 9 – Numero 120 – 7 marzo 2008

Pubblicato da Davide

  • fabiodellalazio

    Una nota a margine.
    Il ragazzo pestato selvaggiamente dalle “forze dell’ordine” è stato anche denunciato per resistenza a pubblico ufficiale.
    La sua fortuna è stata che c’erano parecchie telecamere a riprendere il tutto ed è stato assolto con formula piena.
    Se questi devono garantirci la sicurezza, dio ci guardi dalla polizia e dai carabinieri.

  • hobie

    da notare che il recente rapporto annuale di amnesty int. stigmatizza lo stato italiano poiche’ nel codice penale manca il reato di tortura.
    e tortura, oltre che delinquenza e violenza brutale e’ proprio il sostantivo che meglio descrive il comportamento degli sbirri italiani a genova nel 2001. e non solo li…
    e resta il fatto che una magistratura che condanna le vittime e non i macellai carnefici, un potere mediatico che nasconde cio’, un potere politico che premia i delinquenti in divisa:ebbene, tutto cio’ solleva per un momento il velo sul regime consumistico-pubblicitario in cui viviamo, e ci mostra il suo vero volto crudele.
    il regime predilige la tv, per far obbedire le masse. ma, all’occorrenza, non disdegna il randello. com’e’ sempre stato, sin dai tempi di tacito.
    il randello c’e’, ma e’ nascosto dalla pubblicita’, quindi non esiste. fin quando non ci spacca la testa. allora capiamo la verita’. ma e’ troppo tardi.

  • Tao

    Arrivato al primo piano dell’istituto ho trovato in atto delle colluttazioni. Quattro poliziotti, due con cintura bianca e gli altri in borghese stavano infierendo su manifestanti inermi a terra. Sembrava una macelleria messicana (1). Queste sono le parole di Michelangelo Fournier, all’epoca del G8 vice questore aggiunto del primo Reparto Mobile di Roma al processo per i pestaggi nella caserma di Bolzaneto.

    Dopo solo 7 anni dai pestaggi del G8 di Genova stiamo per arrivare ad un risultato giudiziario (2) su quella triste vicenda, una delle pagine più nere della storia democratica del nostro paese.

    Vi è stata una volontà diretta, hanno spiegato i pm, a vessare le persone detenute, a lederle nei loro diritti fondamentali, proprio per quello che rappresentavano, in quanto appartenenti all’area no global. I capi ed i vertici di quella caserma, hanno aggiunto, hanno permesso e consentito che in quei tristi giorni si verificasse una grave compromissione dei diritti delle persone , ancora più grave, perchè erano persone detenute.

    Stiamo parlando di mani spezzate, rotture della milza, sigarette spente sul corpo. Non proprio cose leggere. Provate a leggere qui (3), se pensate che siano tutte stupidaggini.

    Per alcuni giorni, in quell’estate, si decise di rinunciare allo stato di diritto. Donne, anziani, scout, religiosi furono picchiati senza riguardo, mentre i temuti black block si dileguavano nella folla pacifista. Colpiscine uno per educarne cento. Per mesi si agitò lo spettro del pericolo anarchico insurrezionalistico.

    Ve lo ricordate ? Per un certo periodo ogni cosa che succedeva era dovuta agli anarcici insurrezionalistici. Poi sono venute le torri gemelle e il mondo è cambiato, ma tant’è. Domani forse ci diranno che effettivamente nella scuola di via Diaz e alla Caserma Bolzaneto i poliziotti ci andarono giù pesanti, picchiarono a destra e a manca senza guardare in faccia a nessuno. Ma ehi, bello, se vuoi giocare al ribelle pacifista un po’ di manganellate le metti in conto, o no ?

    Ma perchè il vicequestore ha parlato dopo 6 anni e non subito, in quei giorni ? Semplice, perchè il suo capo gli ha detto di stare zitto. Ah, il suo capo si chiamava Giovanni de Gennaro. Il nome vi dice niente ?

    Morale della favola: in carcere, dei poliziotti, non ci andrà nessuno. Tutti i reati andranno in prescrizione. E i capi che permisero o forse addirittura ordinarono tutto questo ? Neanche.

    Ma d’altra parte, in che paese i poliziotti finiscono dietro le sbarre ?
    Sicuramente non nel nostro.

    Fonte: http://scheggedivetro.blogosfere.it
    Link: http://scheggedivetro.blogosfere.it/2008/03/forse-la-verita-sui-pestaggi-al-g8-di-genova-troppo-tardi.html#more
    12.03.07

    NOTE

    1) http://cronacaeattualita.blogosfere.it/2007/06/g8-a-genova-e-la-macelleria-messicana-de-gennaro-se-ne-va.html
    2) http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/cronaca/g8-genova-2/richieste-condanna/richieste-condanna.html
    3) http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/cronaca/g8-genova-2/bolzaneto/bolzaneto.html

  • Tao

    Martedì 11 marzo 2008 i pubblici ministeri Petruzziello e Ranieri Miniati hanno letto le loro richieste di pena per i 45 imputati per i fatti di Bolzaneto: le condanne ammontano a qualcosa come 76 anni complessivi, ma solo per 15 degli imputati la pena supera la soglia della condizionale (ventiquattro mesi) e solo per 8 di questi quella dell’indulto (tre anni). Per i restanti trenta le condanne sono di circa un anno (o meno) a testa, anche considerata la peculiarità delle condizioni che si sono verificate a Bolzaneto – hanno detto i pm. Il problema è che non c’è nulla di straordinario in Bolzaneto, se non il fatto che ciò che è accaduto sia sostanzialmente di dominio pubblico.

    La caserma del VI Reparto Mobile di Genova a Bolzaneto nel luglio 2001 era uno dei due luoghi adibiti a ricevere i fermati e gli arrestati per poi trasferirli alle carceri di destinazione (o rilasciarli nel caso dei primi). L’altro luogo era Forte San Giuliano, una caserma dei Carabinieri. A Bolzaneto per l’occasione si costruì una palazzina in cui le forze dell’ordine operanti in ordine pubblico dovevano portare i fermati, consegnarli agli uomini della Digos e della squadra mobile presenti, con i quali dovevano redigere gli atti relativi al fermo o all’arresto. Gli arrestati poi dovevano essere “passati” alla polizia penitenziaria, immatricolati, visitati e trasportati (o tradotti, come si dice in gergo) nei carceri di Alessandria, Pavia, Voghera, Vercelli.
    In realtà – come ormai tutti sanno – a Bolzaneto sin dall’arrivo le persone venivano sottoposte a una sorta di contrappasso violento e umiliante, una specie di vendetta, in cui le forze dell’ordine si autoqualificavano di fatto come avversari dei manifestanti. Questa è la prima inversione che spesso si cerca di fomentare per sminuire i fatti della caserma: nessuna delle persone in stato di “ristretta libertà” ha dato luogo a episodi di resistenza o di violenza, e quindi la decisione vigliacca e vile di esercitare la violenza anziché di svolgere il proprio compito ha una sola origine ben definita. Le persone venivano accerchiate, insultate, minacciate e picchiate nel cortile, poi venivano minacciate e percosse negli uffici della Digos e della squadra mobile, al fine di far loro firmare dei verbali redatti in italiano anche per gli stranieri. Ogni volta che le persone venivano spostate dalle celle di sicurezza all’ufficio trattazione atti e viceversa, dovevano passare in mezzo a due ali di agenti che continuavano a menare calci, pugni, sgambetti, insulti, sputi. Nelle celle di sicurezza le persone non potevano stare sedute, ma dovevano stare in piedi con la faccia al muro, le braccia alzate e le gambe divaricate, tanto che molti hanno avuto malori e conseguenze anche a medio-lungo termine per la posizione imposta. Senza contare gli episodi di violenza fisica e verbale gratuiti. A questo punto i fermati venivano rilasciati, non prima di essere stati fotosegnalati dalla scientifica (dove però non avviene nessun episodio di violenza), mentre gli arrestati passavano nelle mani della Polizia Penitenziaria, dove il trattamento nelle celle continuava: divieto di andare in bagno o l’accompagnamento con pestaggi e umiliazioni; violenze gratuite; minacce e intimidazioni continue. Dalle celle gli arrestati venivano immatricolati senza consentire loro di avvisare i familiari o i propri consolati, poi venivano perquisiti e visitati nella stessa stanza, dove agenti e medici li trattavano con violenza e scherno. Poi tornavano alle celle e infine erano tradotti alle carceri, alcuni dopo oltre 30 ore di permanenza nella struttura temporanea senza cibo e acqua. Per molti l’arrivo in carcere era praticamente una liberazione.

    Per tutto questo i pm avrebbero voluto usare il reato di tortura, che però in Italia non esiste, nonostante il nostro paese sia firmatario della convenzione delle Nazioni Unite sulla tortura del 1989, che impegna i paesi firmatari a tradurre in disposizioni di legge il contenuto della convenzione: a venti anni di distanza nessuna legislatura è stata in grado di portare a termine questo compito. Al di là di questa carenza i pm hanno deciso di individuare e punire con pene più severe il cosiddetto livello apicale, ovverosia i capi dell’ufficio trattazione atti, i capi del sito di Bolzaneto, dell’infermeria, del servizio di traduzione, dei servizi di vigilanza alle celle: in pratica hanno ritenuto che il loro ruolo di responsabilità e garanzia fosse più importante e quindi da punire con più fermezza. Da questo livello hanno deciso di escludere il responsabile formale del sito, il magistrato Alfonso Sabella che pure vi era passato e che aveva a maggior ragione un ruolo di garanzia nei confronti di chi transitava in quei siti. Ma la solidarietà di casta non conosce confini.
    Viceversa hanno ritenuto che i livelli intermedi e gli agenti che effettivamente sono stati i protagonisti dei trattamenti fossero responsabili solo di episodi da inserire in un clima di impunità da attribuire ai loro dirigenti. Eccezioni sono ovviamente gli agenti individuati e riconosciuti con chiarezza come protagonisti di singoli atti di particolare crudeltà: ad esempio Pigozzi che prende a due a due le dita della mano di un arrestato, AG, e le divarica fino a provocargli lesioni. Il risultato finale sono una richiesta di pene (da notare che spesso i tribunali comminano pene inferiori a quelle richieste del pm) di circa 76 anni, una sola assoluzione, ventinove posizioni in vista di prescrizione e comunque entro i termini della condizionale, quindici posizioni con pene un po’ più cospicue.

    Tutti soddisfatti? Direi di no, per almeno due motivi importanti (e una miriade di motivi più triviali): in primo luogo queste condanne equivalgono a meno della metà degli anni di carcere chiesti e ottenuti per le 25 persone accusate di aver partecipato agli scontri della giornata, e l’atteggiamento dei pm nei confronti degli imputati è stato improntato a un garantismo e una prudenza esasperati, tali che se non vi era prova certa del fatto e dell’identificazione di un imputato come autore di quel fatto, si sono pronunciati sempre e comunque per l’assoluzione (fermo restando l’ottimo lavoro svolto dai pm nel clima di difficoltà che un processo contro le forze dell’ordine rappresenta sempre). Non che nessuno sia interessato al fatto che queste persone passino mille anni in carcere, ma una condanna più dura in un caso come questo dove siamo alle porte della prescrizione sarebbe stata un segnale più forte da parte della procura rispetto a quanto è avvenuto e quanto avviene tutti i giorni (vedi sotto). E’ facile capire come chiunque sia passato da Bolzaneto e non abbia denunciato quello che vi avveniva lo faccia in malafede e si renda corresponsabile di ciò che è accaduto. Mettete nell’equazione i campi dove tenevano i desaparecidos in Argentina al posto di Bolzaneto e vedrete che i conti tornano. Ma la giustizia si fa garante dell’onere della prova della commissione di un reato solo quando questo reato è esercitato da chi sta tra i ranghi del potere: infatti, per le 25 persone accusate degli scontri di piazza, non vi è stato alcuno scrupolo né nell’individuare i singoli reati commessi, né nello scegliere un capo d’accusa che avesse senso: servivano pene esemplari, e si è usato il reato necessario, anche a dispetto della realtà. La conclusione amara a cui uno deve giungere è che è meglio torturare come sottoposto centinaia di persone, che non spaccare due vetrine o lanciare quattro sassi: nel primo caso prendi 10 mesi e sei libero, nel secondo prendi 10 anni di galera.

    Il secondo punto problematico è la motivazione per le pene contenute richieste per gli esecutori materiali: secondo i pm le condizioni della caserma di Bolzaneto sono state eccezionali, nella commistione di diverse forze dell’ordine, nella poca chiarezza delle direttive, nella concitazione di quei giorni. Questa straordinarietà ha convinto i procuratori a non chiedere la recidività delle condotte e a chiedere in prima persona l’applicazione della sospensione con la condizionale della pena. Il problema è che quanto è avvenuto a Bolzaneto non è per nulla eccezionale, ma è la prova vivente di quanto avviene tutti i giorni in moltissimi luoghi del paese, nelle caserme, nei centri di permanenza temporanea, nelle carceri e alle volte (si vedano i casi recenti di Aldrovandri e di Sandri per citarne due) anche nelle strade. Bolzaneto è la rappresentazione dell’anima nera di una buona parte delle forze dell’ordine, della sensazione di chi veste una divisa di essere al di sopra della legge e di poter esercitare arbitrariamente il proprio potere su tutto e su tutti, in particolare su coloro che sono detenuti (o comunque “ristretti” nella loro libertà come i migranti in un CPT o i fermati in una cella di sicurezza della questura). L’arroganza e la prepotenza di moltissimi (non tutti, ci mancherebbe, non facciamo della facile demagogia) membri delle forze dell’ordine è un dato di fatto, e qualificare Bolzaneto come eccezione forse non rende un grande servizio alla possibilità che tutto questo cambi. Ma la strada perché le persone si interessino veramente di come funziona il mondo che le circonda e di come si esercitano il potere del controllo e della repressione è ancora molto lunga. Bolzaneto in questo senso è un’occasione persa, un tentativo di infilare tutto sotto il tappeto considerandolo come un episodio terribile ma isolato. Il male è molto più ordinario di quello che piace pensare.

    Blicero
    Fonte: http://www.carmillaonline.com
    Link: http://www.carmillaonline.com/archives/2008/03/002571.html
    13.02.08

    Link:
    Comunicato di supportolegale, rassegna stampa, udienze.

  • Tao

    Un processo che è scivolato via quasi ignorato dai media. E che invece ha raccontato una Guantanamo all’italiana. Dalle prime denunce dei giovani appena rilasciati alle testimonianze in aula. Un campionario di botte, minacce e inni fascisti. E la visita del ministro Castelli

    «La Guantanamo italiana», la «Caserma degli Orrori», la «banalità del male». Così un piccolo comune alla periferia della Genova marinara e montuosa, in bilico tra antiche spiagge della vicina Sampierdarena, e piccole alture dopo Pontedecimo, è assurta a simbolo di qualcosa che i propri abitanti, fino al 2001, ignoravano. Quella caserma era così vicina, ma quasi sconosciuta. A Bolzaneto la vita delle persone è da tempo intenta, per lo più, ad osservare il passaggio tra una zona anticamente di campagna e la proliferazione di uscite autostradali, bretelle ecomostruose, nuovi insediamenti prefabbricati. La caserma, nel luglio 2001, ha reso noto all’Italia intera il piccolo centro abitato della Valpolcevera ligure. L’enormità di quanto accaduto tra le mura della caserma, ha trovato – a sprazzi – spazio nelle cronache giornalistiche con appellativi diversi, macabri e memori di tempi passati o quanto meno, supposti tali. Invece. Invece Bolzaneto ha rivelato alcuni tra gli anfratti più biechi di quanto accadde a Genova nel luglio del 2001. In tempi in cui la sicurezza è al primo posto nei programmi pre elettorali, né Bolzaneto, né la Diaz, appaiono come brevi, seppure intense, grida di attenzione per i politici italiani. E’ scivolato via, il processo di Bolzaneto, come se fosse un lato minore degli eventi di quei giorni. Perché, al contrario della Diaz, non ci sono alti papaveri delle forze dell’ordine imputati: sono solo banali uomini normali, in divisa. Medica o delle forze dell’ordine. Al contrario dei processi contro i no global, sui quali con allegria si suona sempre la grancassa, Bolzaneto era meno mediatica: troppa paura, forse, che qualcosa del genere potesse capitare ai propri lettori desiderosi di sicurezza e fiducia nella forze dell’ordine. Il processo trasparente, così straziante e silenzioso, è giunto però all’epilogo. Ieri le richieste dell’accusa hanno portato una prima parziale chiusura del lungo procedimento, in attesa che la macchina della giustizia, scriva la definitiva parola fine.

    L’inizio invece, era arrivato da una denuncia pubblica. Dopo avere raccolto le testimonianze dei ragazzi arrestati, che lamentavano vessazioni a Bolzaneto, i giudici hanno ascoltato direttamente il giornalista di Panorama, Giacomo Amadori, già autore a suo tempo nell’agosto 2001, dell’articolo intitolato «C’è una crepa nel muro dei G.O.M.». Quest’ultimo, rinunciando al segreto professionale, fece i nomi delle proprie fonti, grazie alle quali era giunto a conoscenza delle violenze perpetrate ai danni delle ragazze e dei ragazzi che erano transitati a Bolzaneto. L’inchiesta partì e giunse a processo con 46 imputati tra personale di polizia, polizia penitenziaria, carabinieri e personale medico. Emergono poi riconoscimenti e angoscianti racconti. Più di tutto, nelle mattinate d’aula bunker genovese, si ha la sensazione di entrare nelle traiettorie micidiali di quella caserma, stanza per stanza, metro per metro.

    Il comitato d’accoglienza

    Della caserma di Bolzaneto si conosce la piantina. Al contrario della Diaz si sanno anche i turni di entrata e di uscita di tutto il personale. Doveva essere un luogo di smistamento degli arrestati in piazza. Prima di entrare, gli arrestati venivano fatti scendere dai pullman in un piazzale antistante l’ingresso della caserma. Di fronte a loro persone delle forze dell’ordine, ricevevano, a modo loro, gli ospiti. Prima di addentrarsi nei corridoi tra le celle e l’infermeria, una dose di sgambetti, calci, insulti e minacce si librava all’esterno. Come a fare intendere che in quel luogo, nessuno avrebbe potuto curarsi di quanto sarebbe accaduto. «Con Berlusconi, con quelli come voi, facciamo quanto vogliamo». Una tra le tanti frasi dette da un esponente delle forze dell’ordine e ricordate in aula da una delle vittime.

    Ali di corvo

    Nel campionario di termini militareschi ascoltati nei processi genovesi – qualcuno ha citato Zun Tzu, altri tecniche di guerriglia, altri minimizzato o celebrato (su tutti Francesco Gratteri quando sostenne che «le perquisizioni non si fanno con i guanti», riferendosi alla Diaz) – le «Ali di corvo» entrano tristemente agli atti del processo di Bolzaneto.
    E’ la descrizione dei primi passi all’interno della caserma: il corridoio verso le celle, percorso dai ragazzi tra le ali di poliziotti pronti a picchiare, ingiuriare, minacciare. «Ci deridevano dicendoci che ci avrebbero usato come le sagome dei poligoni di tiro».

    Nelle celle. Nei corridoi. Cantando

    Gambe larghe, in piedi, braccia alte al muro. E’ la posizione che tutti i testimoni di Bolzaneto hanno ricordato perfettamente. Costretti per ore, senza potersi muovere e sotto le minacce e le umiliazioni verbali. «Se non urlavamo viva il duce, venivamo picchiati», persone costrette a cantare canzonette oscene, come la tremenda «un due tre viva Pinochet» e ancora la «parata» cui erano costretti i ragazzi per uscire dalle celle: braccio teso e passo di marcia, sotto la minaccia di poliziotti e agenti penitenziari. Nell’aula del tribunale di Genova era piombato il silenzio, quando i testimoni sembravano ripetere quegli stessi, identici racconti. Per i pm le «costrizioni consistenti nell’obbligo imposto con violenza o minaccia alle parti offese di inneggiare con parole o gesti (saluto romano, passo dell’oca) al fascismo o al nazismo», costituiscono violenza privata, nella ricerca dei reati adatti. Perché in Italia, il reato di tortura, non c’è.
    Sui cori fascisti, anche una deposizione sui generis. Di un ragazzo, romano, capitato nei disordini genovesi, ma di idee contrarie alla maggioranza della gente giunta a Genova per protestare. Lui si definiva di destra. Un suo compagno di cella racconterà l’episodio: «Allo stadio mi denunciano se canto faccetta nera, qui mi obbligano a cantarla», gli avrebbe infatti detto il romanista di destra.

    Trattamenti inumani e degradanti

    «Gli agenti, dalla finestra della cella, ci insultavano: “puttane”, “troie”, “ora vi scopiamo tutte”». A portare in aula per prima, gli insulti a sfondo sessuale è una genovese di 25 anni, arrestata nella tarda serata del venerdì 20 luglio 2001. La sua deposizione porta alla luce tutto il repertorio di insulti e umiliazioni sessiste subito dalle ragazze, e con esso il clima di becero machismo presente nella caserma. C’è chi si ricorda le parole precise, puntate dritte sulle ragazze inermi: «gli agenti dicevano che le avrebbero dovute stuprare come in Bosnia». Le minacce di stupro, subite da molte vittime, sono state ampiamente sottolineate dai pm: «come in ogni caso di tortura – avevano già scritto nella memoria – avvennero grazie all’impunità percepita, ovvero quel meccanismo fatto di omissioni per cui i responsabili non vengono puniti e le vittime terrorizzate hanno paura di denunciare i maltrattamenti subiti».

    Il medico di Napoleone a Bolzaneto

    «Al medico avevo raccontato che mi avevano rotto il labbro, ma lui disse che erano fatti miei, che me l’ero fatto da solo». Non furono da meno i membri del personale sanitario di Bolzaneto. Il loro capo, Giacomo Toccafondi, aveva ideato per l’occasione, un sistema di visite particolare: dapprima gli arrestati dovevano sottoporsi al triage. Una visita sommaria, un’invenzione dei medici napoleonici, come ha spiegato lo stesso Toccafondi in aula, con l’aria di raccontare l’ultima scampagnata sui piani di Praglia, sulle alte genovesi. «Era il metodo, ha detto, con il quale i medici di Napoleone decidevano chi andava curato e chi lasciato morire». Niente male. Poi c’era la visita più complessiva, quella durante la quale vennero picchiate le ferite, strappati i piercing, fatte spogliare le ragazze: lì si decideva se serviva il ricovero o l’arresto. In pratica, esito scontato.

    Il ministro che non vede

    Chi avrebbe potuto vedere, ma non ha visto, fu l’allora ministro della Gustizia Roberto Castelli, giunto a Bolzaneto per assicurarsi che tutto funzionasse. Evidentemente soddisfatto, il ministro se ne andò, senza notare nulla di strano.
    In seguito Bolzaneto è venuta fuori, in tutta la sua drammatica realtà. Ieri la quantificazione giuridica degli abusi commessi, da parte dell’accusa. Un numero che conterà poco, sempre, se paragonato a quelle ore di botte e insulti, così difficili da ricordare, così impossibili da dimenticare.

    Simone Pieranni
    Fonte: http://www.ilmanifesto.it
    Link: http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/12-Marzo-2008/art26.html
    12.03.08

  • donman

    il cameratismo fascista esiste ancora ed è duro da sradicare proprio perchè insito in coloro che dovrebbero ” proteggere” il cittadino !
    Poi stendo un velo pietoso su chi chiamava ” i pacifinti” , e le generalizzazioni quali ” no-global spacca vetrine!”.