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CARO PAPA'


DI PIERO SORRENTINO
nazioneindiana.com/

Una possibile lettera di risposta del figlio di Celli immaginata da Piero Sorrentino

Caro papà,

grazie dei complimenti per la carriera universitaria che mi fai dalle pagine di uno dei principali quotidiani di questo Paese. È una fortuna non da poco. Non tutti i figli hanno il privilegio di leggerli, e non tutti i padri di scriverli. Per esempio il papà del mio compagno di corso Cesare, un metalmeccanico di Latina con tre figli e una moglie casalinga, ha acquistato nelle pagine di cronaca locale del Messaggero un piccolo box di tre righe per la laurea di suo figlio: solo per la soddisfazione di veder comparire il nome del suo pupillo – e la relativa, brillante votazione – a pag. 47, nella colonna riservata alla “piccola bacheca”, tra un annuncio di massaggi erotici e un appello per il ritrovamento di Bibo, un cucciolo di Jack Russell scomparso a Vairano Scalo la settimana scorsa.

Nella foto Pier Luigi CelliHo letto con attenzione la tua lettera. Intanto mi chiedo perché tu non me l’abbia lasciata sul tavolo della cucina, o spedita nella mia casella privata di posta elettronica. Che, per caso ti si è impallata di nuovo la rubrica, e il mio nome è andato a finire sotto l’indirizzo della redazione di Repubblica?
Non ti preoccupare; anche se fosse stato un gesto sbadato, non importa. È lo stesso una lettera bellissima. Lo sfogo di un uomo amareggiato, addolorato. Un’invettiva rabbiosa contro i poteri forti di questo Paese. Contro chi questo Paese se l’è mangiato, giorno dopo giorno, ingoiandolo a grossi bocconi o a microscopici pezzi. Contro questa “società divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un merito l’affiliazione, politica, di clan, familistica: poco fa la differenza.”. Ben detto, papà. Un Paese debole, cinico, falsamente morale ma profondamente moralista, che ama presentarsi al mondo sotto una veste seducente e amabile, salvo poi sapersi vendere in privato al miglior offerente, al più forte, al più aggressivo, al più furbo, al più ricco; un popolo capace di nascondere sotto una coltre di frizzi e lazzi il peggior sangue, le truffe più pericolose, le ribalderie della peggior specie. Bravo papà!

Gruppi bancari, università, compagnie telefoniche, aziende che fatturano centinaia di milioni di euro. Unicredit, Eni, Omnitel, Wind, Rai, Luiss Guido Carli. Tu sì che sei un esperto della materia! In questi anni sei stato immerso fino al collo nel midollo di potere italiano. Ti sei seduto su poltrone che scottavano. Sei stato per ben tre anni al vertice della Rai. Direttore generale, eh! Tre anni son tanti. Chissà quanto ti sei dovuto barcamenare tra lottizzazioni selvagge, tentativi di raccomandazione, bustarelle, intrallazzi, veleni. Non deve essere stato facile per te uscirne talmente pulito da poterti permettere di scrivere a testa alta quella lettera a Repubblica. Papà, che orgoglio mi dà la stesura di questa lettera! Che brivido mi corre lungo la schiena, a leggere il tuo appello a lasciare questo Paese martoriato da gruppi bancari, università, compagnie telefoniche, aziende che fatturano centinaia di milioni di euro all’anno. Ma come hai fatto, mi chiedo?
Hai tenuto gli occhi chiusi per tutti questi anni, papà mio? Il naso turato per non sentire il puzzo che saliva da sotto quelle potentissime poltrone che hai occupato? Quanto hai dovuto tenere stretti i tuoi occhi, papà, per non vedere il marcio che mi indichi nella tua meravigliosa lettera?
Quanto dolore, povero papà mio.
Mica come il papà di Cesare, il metalmeccanico con le ritenute fiscali in busta paga. Lui di questo Paese non sa niente. Tu no, papà. Tu sai tutto.

Ti abbraccio,

tuo figlio

p.s. Mi è arrivata una email anonima. Contiene la scheda editoriale del tuo superbo saggio “Comandare è fottere”.
Dice: “Ci sono troppe cose che si fanno ed è bene non dire. Questo è un libro che non fa giri di parole. Che magari mentre tu stai lì a farli, gli altri ti soffiano la poltrona da sotto il sedere. Il mondo del lavoro è una giungla, con poche regole e tanti aspiranti leoni. Lo sa bene Celli, che per anni è stato ai vertici delle maggiori aziende italiane. E allora risultano inutili, se non addirittura ridicoli, i discorsi buonisti e politicamente corretti sulle strategie per fare carriera.
In questo “piccolo vademecum per bastardi di professione” l’ex presidente della Rai dice tutto quello che di solito in proposito si tace. Ovvero che, alla faccia dell’utopia delle pari opportunità, “nascere bene” aiuta eccome. Così come aiuta saper scegliere la persona giusta da servire per poi abbandonarla quando serve, selezionare alleati e nemici, usare l’arte della seduzione e della finzione. E quando arrivi poi, consiglia Celli, non guardarti indietro, sii sempre pronto a succedere a te stesso o a farti rimpiangere attraverso i successori.”

Secondo me è quello stronzo di Cesare. Adesso lo chiamo e gliene dico quattro.

Piero Sorrentino
Fonte: www.nazioneindiana.com/
Link: http://www.nazioneindiana.com/2009/11/30/caro-papa/#more-26926
30.11.2009

Pubblicato da Davide

  • maristaurru

    hanno la faccia come il .. fanno venire l’urto sbieco. Il caro papà e tutta la cricca li manderei a lavorare, a farsi un mazzo come un operaio o un sedere quadrato come molti che lavorano sulla seggiola anche 10 ore al giorno e questo nonostante una salute malferma e la proibizione del medico..ma ci sono le belle tasse da pagre per poter dare gli stipendi ai caro papa’ ed ai loro figli, futura classe dirigente, ragazzotti che prendono come se noente fosse, centinaio di migliaia di euro in gettoni di presenza per sinecure ben retribuite… tutti a spaccare pietre, altro che fuffe indegne!

  • francefar

    Non lo vuoi dire tu maristarru, lo dico io “a parole mie”

    http://omissis.blog.kataweb.it/files/2008/07/hanno-la-faccia-come-il-culo1.gif

  • alinaf

    Complimentoni a Celli che ha perso un’occasione d’oro per stare zitto !

  • Truman

    Preferivo la lettera alla risposta. A volte bisognerebbe non sapere l’autore di uno scritto e leggerlo solo per trarne la propria verità.

  • apocalyx

    Citando il noto superavvocato:
    mavalàmavalaàààmavalaàààà
    mavalaaaaaaaà
    mavalaaààààà

  • Tonguessy

    Decontestualizzare aiuta i miti a sopravvivere. Senza contestualizzazione nessun mito resiste. Per questo l’uomo ha creato il divino, ovvero ciò che non può essere contestualizzato.

  • dr34m1ng

    concordo. se provenzano mi scrive una lettera piena di pace e solidarietà, io dovrei tranne le mie verità? prova a chiederlo a quanti sono morti per il suo messaggio di pace..

  • roberto_fiordaliso

    Quanta gente in Italia non sa di essere viva per il semplice motivo che l’omicidio è ( ancora ) illegale !

  • backtime

    fare una bella colletta e pubblicare codesto testo su Repubblica come la vedete? penso sia la migliore risposta per chi senza internet, non avrebbe l’opportunità di venire a conoscenza di chi è senza coscienza, ma putroppo ha la “facoltà” più che la parola, per scagliare la prima pietra.

  • sguirdo

    come dice il proverbio: sneti da che pulpito viene la predica…

  • stonehenge

    “Una possibile lettera di risposta del figlio di Celli immaginata da Piero Sorrentino”…
    Ecco…bella immaginazione.VERGOGNA!

  • Tao

    Caro papà, perché non te ne vai tu? La risposta di un precario a Celli

    La lettera aperta inviata al figlio dal direttore generale della Luiss necessita di una replica. Magari un po’ colorita, ma sincera.

    Caro raccomandato politico, perché se ha diretto la Rai deve per forza essere stato affiliato, o quantomeno simpatico a qualche partito, nonché attuale direttore della Luiss, che per chi non la conoscesse è la più esclusiva università privata di Roma a cui accedono soltanto i figli di persone facoltose, vista la retta che viene chiesta per l’iscrizione, le scrivo per chiederle se non le sembra stucchevole, ipocrita e in un certo senso crudele propinarci una lettera a suo figlio in cui gli consiglia di cambiare nazione perché la nostra è marcita e dentro non ci troverà opportunità per esprimere il suo valore. Vede, dottor Pierluigi Celli, non solo non riesco a provare la minima empatia per quello che dovrebbe essere un supposto dramma, ma non riesco a vederla nemmeno come vittima e con lei non vedo come vittima suo figlio, sicuramente persona degna di lode che non mi permetto di giudicare, non conoscendolo. Il problema è che, con rispetto parlando, lei e quelli come lei siete la metastasi, il tumore che andrebbe rimosso per ricreare quella speranza ormai patrimonio dei dormienti. Lei vede un’Italia diversa da quella che aveva sognato, ma quanto ha fatto per cercare di renderla somigliante al sogno? Quante volte ha rifiutato il compromesso pur di non tradirla? Oppure, vista la posizione che ricopre, è soltanto uno di quelli che, arrivati a un’età veneranda avendo succhiato il succhiabile, ora sente la necessità di sentirsi un ribelle a un sistema di cui è uno dei mattoni? Perché invece di scrivere una lettera del genere non abbandona il suo posto? Perché ha accettato in passato tutti i compromessi del caso per raggiungerlo? In quanta di quella malattia che oggi denuncia si è imbattuto nel suo percorso professionale o, più semplicemente, di vita? Quante volte ha cercato di essere medicina e ha rifiutato di mettersi dalla parte del virus? Mi dica per favore, sono sinceramente curioso di saperlo. Come sono curioso di sapere perché, compreso il dramma, non fa qualcosa per trasformarsi in simbolo del cambiamento.

    In effetti ammetto che potrei sbagliarmi. Non conoscendola direttamente, ammetto anche che lei potrebbe essere la persona migliore del mondo. Magari sono soltanto io il problema e mi sto lasciando trascinare dal rancore. È che vedere le ingiustizie che quotidianamente devo mandare giù e che devono mandar giù persone che mi sono vicine, denunciate da chi sembra tutt’altro che innocente nell’averle fatte diventare sistema, anche solo avendolo accettato in quanto tale, fa male. Come fa male vedere un quotidiano come La Repubblica che le dà voce, quella voce negata a tanti altri nessuno che non possono permettersi di consigliare ai figli di emigrare perché non avrebbero mezzi per aiutarli. Quella voce negata alla vita di tante persone ridotte a un silenzio che sta creando una massa d’odio profondo e non mediato. Sa da quanti anni va avanti quello che lei chiama “schifo”? Conosco grandi persone diventate nulla e delle nullità assurte alla gloria spinte dal cognome. Ma sto diventando banale… e sa perché sto diventando banale? Perché sono anni che sento questi discorsi e sono anni che di tanto in tanto trovo denunce come la sua fatta da gente come lei sulla pelle di persone come me. Ormai la denuncia dello schifo fa parte della retorica dello schifo stesso e non riesco più ad accettarla in quanto tale, perché non produce alcun cambiamento. È un lamentarsi fine a se stesso. O forse è un modo per far notare a chi di dovere che suo figlio è sul mercato e ha bisogno di un lavoro che non sia in un call center a 600€ al mese per otto ore al giorno di lavoro?

    Immagino che se suo figlio ottenesse una raccomandazione per qualche posto di prestigio, lei gli consiglierebbe di non accettarla. Immagino anche che farebbe nulla per favorirlo o per fargli ottenere un ruolo di rilievo in questa società che gli consiglia di lasciare, come nulla fanno tanti padri come lei che denunciano per poi farci trovare i loro ‘cari’ in mezzo ai piedi, lasciando agli altri solo le briciole. È piuttosto recente una campagna elettorale in cui si è parlato spesso di meritocrazia e non credo di doverle illustrare com’è andata a finire. Sinceramente non le voglio chiedere lo sforzo eccessivo di tornare sui propri passi e nemmeno voglio chiederle di aspirare al martirio per fare contenti i morti di fame come me. Le chiedo soltanto il silenzio e il rispetto dovuto ai molti a cui la vita non dà accesso a Repubblica per i propri sfoghi familiari.

    In fede

    Un blogger precario

    Fonte: http://www.giornalettismo.com
    1.12.2009

  • fernet

    Talis pater, talis filius…

  • eumeo

    E pensate un po’, qualche figlio putativo si è pure irritato:
    http://www.demoscapoterra.org/articoli/ALM/coccodrillo.html

  • egoland

    Quelli di Repubblica sanno benissimo che l’Italia è il Paese del mugugno, come si dice a Genova. Tradotto: lamentarsi e non fare un cazzo per cambiare le cose. Quindi sapevano che questa lettera avrebbe avuto un’eco immediata di visite, commenti, passaparola ecc. In sintesi: ci stanno prendendo per il culo due volte.

  • harth88

    Sicuramente le tante visite erano prevedibili e Repubblica ha sfruttato la situazione. Ma in questo caso “rimboccarsi le maniche” (inteso come il contrario di mugugnare) vuol dire fare commenti acidi sui blog, oppure preparare le valigie e partire?

  • egoland

    Io faccio entrambi, dal momento che me ne sono andato 4 anni e mezzo fa… Per vari motivi, ovvio. Non certo per colpa del governo. Peró almeno una buona scusa per non tornare ce l’ho. Non credevo che sarebbero riusciti a darmela.