CARI AMICI DI CASA POUND

CARI AMICI DI CASA POUND

DI CARLO BERTANI

carlobertani.blogspot.it

Sono una persona che, un tempo, si definiva “di sinistra”: oggi, quella che viene definita “sinistra” è in gran parte un’accozzaglia di ladri impuniti, che spesso s’accompagnano in quegli ignobili rastrellamenti di denari pubblici con persone di destra. Qualcuno fa ancora riferimento ai valori tradizionali della sinistra e della destra, e per questo vale la pena parlare: altrimenti, com’era un tempo, si tornerebbe a cazzotti e pallottole. Un capitolo, spero, chiuso perché mentre noi ci scazzottavamo sulle piazze, i “democratici” si sono mangiati lo Stato come primo, la Patria come secondo e la Nazione come contorno.

Non sono d’accordo sulla vostra posizione nei confronti dei due marò – Massimiliano Latorre e Salvatore Girone – non perché sono di sinistra (o non di destra), ma perché m’intendo un poco di storie di mare e, credetemi, questa è solo una triste storia, la vicenda di uno sbaglio (o di troppo nervosismo, “grilletto facile”) che è costata la vita a due pescatori indiani.

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Per prima cosa osservate bene l’immagine (una delle tante, di repertorio) del battello da pesca coinvolto nella vicenda, il Saint Antomy. Verrebbe da dire: comprereste una barca usata dal comandante di questa unità? Oppure, accettereste un passaggio – anche gratis! – su una simile bagnarola? Nei luoghi “classici” della pirateria – la Malacca, ad esempio – le imbarcazioni usate dai pirati sono i pronipoti dei “praho” di salgariana memoria: spinti da grossi motori da camion (che esprimono 400 Cv ed oltre) si posizionano a prua della possibile preda, tendendo una cima fra due imbarcazioni pirata. E’ la prua stessa della vittima – incocciando nella cima – a tirarsele sottobordo.

Il Saint Antony poteva (oggi è affondato, non c’è da meravigliarsi!) esprimere una velocità massima di 8-9 nodi (1). La Enrica Lexie senza dubbio di più: la velocità commerciale media è di circa 8 nodi, ma la macchina può senz’altro portarla fino a 12 nodi, questa è la velocità di una media petroliera/portacontainer di quella stazza. Le due imbarcazioni procedevano quasi su rotta di collisione per 180° circa l’una nei confronti dell’altra, in pratica prua contro prua, al punto che – quando vi furono gli spari – il Saint Antony sfilava di controbordo a circa 100 metri dalla Enrica Lexie. Una delle vittime – il timoniere – fu trovato morto “appeso” al timone: s’ipotizzò addirittura che dormisse all’atto dei luttuosi eventi.

Domanda: perché il comandante mercantile – Vitelli – se era in dubbio riguardo alle intenzioni del peschereccio, non ha fatto bloccare il timone ed aumentare la velocità, richiamando il personale dalla plancia (è tutta a vetri, e se si spara possono essere colpiti), per metterlo al riparo da ogni rischio? Se il peschereccio fosse stato una nave “pirata”, avrebbe dovuto necessariamente lasciare sfilare la nave, poi invertire la rotta di 180° ed inseguire la Enrica Lexie (senza nessuna speranza di raggiungerla). Dopo pochi attimi, si sarebbe tornati in plancia e la navigazione sarebbe proseguita come di consueto: non v’erano altri bersagli sul radar, almeno a breve termine (1). Qualora il peschereccio avesse messo il “turbo” (cosa risultata a posteriori impossibile, perché era solo una vecchia carretta da pesca), a quel punto si poteva prendere in esame la risposta armata. Quando ho parlato di “grilletto facile” non ho blaterato a vanvera.

Non addentriamoci sull’analisi delle differenti versioni, perché la fantasia è sempre tanta, ma limitiamoci ad asserire, confermato da prove, che i due morti sul Saint Antony furono colpiti da munizionamento NATO (presenti i Carabinieri italiani all’autopsia), che la barca era ridotta ad un colabrodo mentre nessun colpo aveva raggiunto la Enrica Lexie. Anche perché gli indiani erano disarmati. Dove avvenne lo scontro?

Secondo la perizia del Collegio Capitani (in nota) a circa 20,5 miglia nautiche dalla costa, all’esterno delle acque territoriali, ma all’interno della Zona Contigua, che l’India ha ratificato con la convenzione di Montago Bay:
La zona contigua si estende dal mare territoriale non oltre le 24 miglia nautiche dalla linea di base. In quest'area lo Stato costiero può sia punire le violazioni commesse all'interno del proprio territorio o mare territoriale sia prevenire le violazioni alle proprie leggi o regolamenti in materia doganale, fiscale, sanitario e di immigrazione. Ciò rende la zona contigua una hot pursuit area.” (2)

L’India aveva dunque pieno diritto ad effettuare l’arresto: si è fatto molto chiasso su questa vicenda, cercando d’aggrovigliare le miglia marine come fossero capelli, ma ci si dimentica che gli israeliani assalirono la Mavi Marmara (mercantile della Freedom Flotilla) a 40 miglia dalle loro coste, in piene acque internazionali, e nessuno mosse un baffo. Quello fu, a tutti gli effetti, un vero atto di pirateria.

La vicenda è intricatissima, perché in India vige la pena di morte: più volte, però, magistrati e politici indiani hanno precisato che “per quel tipo di reato non è prevista la pena di morte”.

25 marzo 2013 - Viene costituita a Nuova Delhi la Corte Speciale che dovrà giudicare i due marò e che sarà presieduta da un "magistrato capo metropolitano" il quale, in base ai commi 1 e 4 dell'articolo 29 del Codice di procedura penale indiano, può infliggere "ogni sentenza consentita dalla legge eccetto la pena di morte, l'ergastolo e l'imprigionamento per un periodo eccedente sette anni".

Più chiaro di così...insomma, il massimo (per due omicidi, secondo gli indiani) sono 7 anni di reclusione. Quasi come in Italia.

C’è da dire che la pazienza indiana è stata più volte messa a dura prova, dalle intemperanze dell’allora Presidente Napolitano – che ricevette i due marines come se fossero stati due eroi – e dalle “scommesse” dell’allora Ministro degli Esteri Terzi, il quale dichiarò che i due militari non sarebbero più tornati in India, dopo uno dei molti “permessi” che l’India concesse (senza esser tenuta a farlo). Obbligando gli indiani a limitare la libertà del nostro ambasciatore, e facendo fare agli italiani la figura degli scugnizzi che se la fanno sotto.

Poi, sulle Tv indiane passarono le immagini delle manifestazioni a favore dei due militari, una delle quali con un colossale striscione che rappresentava la portaerei Conte di Cavour. Signori, spero che qualcuno abbia voluto scherzare: inviare la nave – non si sa bene perché – con i suoi 12 Sea Harrier contro i Mig-29 ed i Sukhoi-30 indiani? Contro le loro portaerei? Sì, scherzavano: l’India, oltre ad essere la più grande democrazia del pianeta, ricordiamo che ha l’atomica.

Tutta la vicenda, ricorda un poco una canzonetta “Tu vo’ fa l’ammericano, ‘mmericano, ‘mmericano...me sei nato in Italy...” e la cosa stupefacente è che l’Italia ha voluto giocare il ruolo imperiale degli USA, uscendone con le ossa rotte. Un proverbio tibetano recita “La volpe che vuole imitare la tigre, finisce per spezzarsi la schiena”.

Eppure tutti abbiamo sofferto e mugugnato parecchio per la vicenda del Cermis (4): una scommessa, la scommessa di passare sotto i cavi di una funivia costata la vita a 20 persone. La commissione d’inchiesta si stupì parecchio per i pochissimi danni subiti dall’impennaggio verticale dell’A-6 Intruder: praticamente, solo una modesta “intaccatura” del piano verticale. La faccenda fu spiegata con le confessioni dell’equipaggio e di altri membri dello staff americano ed italiano: era stata una scommessa. Per questa ragione l’impennaggio soffrì così lievi danni: essendo l’aereo già in fase di cabrata, “tagliò” la cima d’acciaio della funivia come la lama di un coltello. Eppure, in quella vicenda, non ci fu un solo giorno di prigione per i militari americani, che si appellarono alla famosa convenzione che regola le missioni USA all’estero: giudicati in patria, dove diedero loro un buffetto. Tutto il personale dell’A-6 tornò a volare in breve tempo, appena le acque si furono chetate; chi chiede il giudizio in Italia per i due marò, dimentica un piccolo particolare: l’India non è un Paese NATO!

Quella sentenza, quel modo di trattare degli statunitensi, ci sta bene? Ne siamo soddisfatti?
A ben vedere, l’India non ha fatto altro che chiedere un’equanimità di giudizio (pur in presenza di sistemi giuridici diversi), comprendendo che fu un tragico incidente dovuto alla paura ed alla carenza di comando e controllo del personale militare imbarcato: l’ufficiale più vicino alla Enrica Lexie era a Gibuti! Altrimenti, cosa vi sembra una richiesta di 7 anni di reclusione, peraltro da scontare in ambasciata?!?

Piuttosto, gli italiani dovrebbero indagare e punire chi lasciò soli nelle loro mortale decisione i due fucilieri: il sergente che comandava la squadra? Il comandante Vitelli? Un ufficiale distante tremila miglia marine? Siamo dei veri specialisti nel creare procedure fumose, le quali finiscono per lasciare il cerino in mano all’ultima ruota del carro. Quello può anche essere compreso in Italia (oramai, in termini di diritto, siamo dei veri pervertiti, al punto che siamo governati da anni da una classe dirigente dichiarata fasulla dalle corti Costituzionale e di Cassazione!) ma non si può chiedere che sia capito in India, Paese dal solido impianto giuridico, mutuato dal sistema britannico.

In fondo, cos’ha fatto l’India? Ha chiesto quello che dovevamo chiedere, noi italiani, all’indomani della tragedia del Cermis: si è comportata da Paese sovrano. Siamo noi che ci comportiamo da Paese subalterno agli USA: e desideriamo che le nostre scelte (opinabili) valgano erga omnes?

Un altro capitolo è, invece, la questione generale della pirateria in mare, tornata a farsi sentire nel recente ventennio: prede “succose” e disarmate, una povertà apocalittica, e la facile disponibilità d’armi portatili sono il mix che ha generato questa situazione. Dimentichiamo che, fino a metà Ottocento (praticamente, nel periodo d’affermazione degli Stati nazionali) non c’era distinzione fra marina militare e mercantile: gli ultimi a “disarmare” sono stati i russi, con la fine dell’URSS. Mentre un tempo, su qualsiasi nave, il comandante aveva in tasca le chiavi dell’armadietto delle armi – solo pistole, i sovietici avevano i Kalashnikov – oggi le navi sono completamente disarmate, gli ufficiali mercantili non vogliono saperne. Può darsi che qualche marineria sia ancora armata, soprattutto ai confini del mondo, ma in Europa no, non se ne fa nulla, perché gli equipaggi affermano che sono pagati per portare le navi, per difenderle nei fortunali, non per fare la guerra all’Olonese.

Per eliminare totalmente la pirateria basterebbe installare un cannoncino a tiro rapido (30 mm, ad es.) automatico, che consentirebbe di avvertire il bersaglio con una raffica davanti alla prua. Come si faceva un tempo. Poiché dei pirati armati con fucili mitragliatori o, al più, lanciarazzi nulla potrebbero contro un’arma del genere. E, si noti, tali armi potrebbero anche essere manovrate dal personale mercantile, senza costi ulteriori per gli armatori, giacché sono completamente automatizzate per la condotta del tiro: della serie, punto a 200 metri dalla prora e l’arma non sgarra di un solo metro.

Ma, qui, ci si scontra con notevoli questioni giuridiche: possesso d’armi nei porti, codifica della nave (mercantile o militare?), riluttanza del personale mercantile...se volete (5), c’è in nota una buona disanima sull’argomento. L’unica cosa da non fare è trasformare un evento luttuoso, uno sbaglio in una questione internazionale d’orgoglio patriottico, peraltro incomprensibile in simili frangenti: lasciamo che i due marò trascorrano la loro pena in ambasciata, in India (ciò che resterà da scontare dei 7 anni), e faremo una figura onorevole. Siamo ancora in tempo per rimediare, ricordando che l’India poteva comportarsi in ben altra maniera: altro che 7 anni!

Carlo Bertani

Fonte: http://carlobertani.blogspot.it

Link: http://carlobertani.blogspot.it/2015/10/cari-amici-di-casa-pound.html

13.10.2015

(1) Collegio Capitani: https://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=4&ved=0CDYQFjADahUKEwiQttiGsvHHAhUFtxQKHeAQAMI&url=http%3A%2F%2Fwww.collegiocapitani.com%2Ffile%2Fesposto_enricalexie_all_C_analisi_posizioni.pdf&usg=AFQjCNGHkuyLjD-9rlhx7NXDCm5JQGvmBw&sig2=ARFU3N54fLuqXEYURRimJw&bvm=bv.102537793,d.d24&cad=rjt
(2) https://it.wikipedia.org/wiki/Convenzione_delle_Nazioni_Unite_sul_diritto_del_mare
(3) https://it.wikipedia.org/wiki/Caso_dell'Enrica_Lexie
(4) https://it.wikipedia.org/wiki/Incidente_della_funivia_del_Cermis
(5) http://www.hfw.com/Pirateria

Commenti (28)

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Nascondi area commenti 8 caricati
    1. lanzo 14 ottobre 2015

      Concordo - ma perche' sta' pagina e' cosi' laarga ?

    1. theciairo 14 ottobre 2015

      io sono davvero basito dal suo articolo. ma come si fa, ad ottobre 2015, a scrivere certe cose. basterebbe leggere il libro di tony capuozzo o anche solo leggere un po di articoli degli ultimi mesi per capire che il caso non l'ha montato l'Italia ma l'India (o meglio l'India si è "vendicata" di certi pagamenti un po strani per certi contratti). comunque termino qui perché potrei diventare offensivo per uno che si definisce non più di sinistra e invece scrive un articolo permeato di idee che più a sinistra non si può oltretutto non surrogate da prove (la descrizione delle attività dei pirati è il top. ci è mai stato su una nave che fa antipirateria? e i marò devono scontare la pena in india, la erge ad un ruolo di giudice che non le compete. ). le lascio solo il link di un articolo (ce ne sono molti di più, trovarli facile, basta cercarli su Google) che avrebbe dovuto leggere prima di scrivere il suo. consiglio a lei e ai commentatori che le danno ragione anche il libro di Tony Capuozzo.

      p.s.: l’accusa indiana, non ha mai prodotto né un capo d’imputazione né un rinvio a giudizio

      http://www.ilgiornale.it/news/cronache/mar-ora-lindia-ammette-i-proiettili-non-erano-loro-e-spunta-1169475.html




    1. Hamelin 14 ottobre 2015

      Un articolo assolutamente pieno di imprecisioni da cui vengono tratte delle considerazioni discutibili ( l'india un paese civile e democratico ??? ) e conclusioni del tutto fuorvianti .

      Si cita il trattato di Montego Bay per quanto riguarda la giurisdizione delle acque territoriali ma non lo si cita nel punto chiave dell'intera questione , gli Indiani morti erano da considerarsi pescatori o da considerarsi pirati ?

      Secondo Montego Bay da Art 100 a 111 , l'atteggiamento degli Indiani ( messa in rotta sulla stessa traiettoria dell'Enrica Lexie , mancate comunicazioni via radio e segnalazioni sonore e visive , nessuna manovra di allontanamento dalla rotta ) potrebbe essere interpretato come atto di pirateria .

      Erano pirati ? Probabilmente no ma si sono comportati come tali .

      Il vero punto focale di tutta la questione è l'ingaggio , pero' di questo nessuno parla in modo chiaro.

      L'altro punto importante è la reazione dei militari Italiani .

      Hanno segnalato via radio agli Indiani di cambiare rotta ? Hanno segnalato visivamente ed acusticamente la loro presenza , hanno cambiato rotta con una manovra elusiva ?

      Probabilmente no e sono ricorsi alla fuoco d'avvertimento e forse al fuoco diretto sulla nave volontario od involontario ( da grandi distanze ci possono essere carenze sulla precisione delle raffiche ) .

      A parer mio è stato un incidente in cui entrambi le parti hanno colpa con pesi diversi .

      La responsabilità piu' grave è quella degli Indiani di aver mantenuto un atteggiamento che rientra nella pirateria .

      La colpa meno grave è l'inadeguatezza dell'atteggiamento degli Italiani nella risposta ad un possibile atto di pirateria presunto ( hanno reagito piu' all'Americana sparando subito ) .



    1. Nieuport 14 ottobre 2015

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      Pur essendo patriottico e amico dei militari, condivido anch’io in buona parte.

      Un dettaglio: Francesco Baracca nel gennaio 1918, quando ebbe la sua prima licenza, aveva sul petto una riga e mezza di nastrini di medaglie dopo 2 anni e mezzo di guerra e 30 vittorie. Il fuciliere di Marina ha sul petto quattro file di nastrini: ma quante decorazioni si danno oggi?

    1. clausneghe 14 ottobre 2015

      Restringere pagina, per favore.

    1. AlbaKan 14 ottobre 2015

    1. SanPap 14 ottobre 2015

      Tutto vero e condivisibile quello che lei dice.
      C'è un aspetto che sin dal primo momento mi ha lasciato perplesso: partiamo da quando l' Enrica Lexie è rientrata in porto, sale a bordo la polizia e ferma i due marò.
      I fucilieri di marina a bordo erano sei, perchè la polizia ha arresto proprio quei due ? Si sono auto denunciati ? Li hanno indicati ai poliziontti gli altri quattro commilitoni ? Il comandante della nave ? Alcuni uomini dell'equipaggio ?
      C'è stata una grande e dotta discussione sui fatti (diritto internazionale della marina, armi nato, miglia marine, regole d'ingaggio, comandi troppo distanti per prendere decisioni, unità di crisi, ministri che si danno alla fuga, altri a cui sono spuntate le ventose sui polpastrelli a forza di arrampicarsi sui vetri) ma nessuno cita i testimoni, che non possono non esserci.

      La cosa più banale: ma che hanno detto i testimoni ?

      Mi ricorda il delitto di Perugia (ma posso sbagliarmi, non seguo la cronaca nera): c'è una persona ch'è stata condannata per il delitto (e quindi era presente al delitto), poi ci sono altre due persone che sono in giudizio per lo stesso delitto; mi sembra ovvio che il principale testimone dovrebbe essere quello già condannato, e invece praticamente nessuno lo nomina; e anche li sei (otto ?) anni di dotte disquisizioni su tutto, ma il testimone che ha detto ?
      Probabilmente non ho seguito con attenzione la vicenda.

    1. dancingjulien 14 ottobre 2015

      Finalmente un articolo che condivido al 100% sulla questione maró.

      Noi italiani abbiamo reagito in maniera ridicola proprio come una volpe che gioca a fare la tigre. Indegna tutta la classe politica MSS compreso purtroppo che si è distinta anche in questa occasione per il suo rinomato opportunismo

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