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CAPITALISMO GLOBALE: LA VERSIONE SUICIDA

DI WILLIAM PFAFF
truthdig.com

La globalizzazione dell’economia internazionale avviata dagli Stati Uniti come effetto secondario della politica dell’amministrazione Clinton è stata molto osannata per aver aiutato (certe) popolazioni povere del mondo attirandole nel sistema capitalista internazionale. Ma in realtà non era stata progettata per questo.

Come il dio Giano, ha dimostrato di avere due facce. Ormai la seconda faccia si è rivelata. La globalizzazione economica ha anche impoverito (certe) popolazioni ricche del mondo.

Il libero mercato ha avuto origine nel XIX secolo in Gran Bretagna in quel periodo che gli storici hanno definito la Grande Trasformazione. Come viene descritta dal filosofo politico John Gray in “Alba Bugiarda”, un libro profetico (del 1998) sugli effetti distruttivi della globalizzazione, quella trasformazione ha strappato dalle loro radici locali i mercati economici che sin dall’epoca medievale, e ancor prima, erano stati legati alle comunità, e si è evoluta attraverso le necessità e gli adattamenti di quelle comunità e di quelle vicine.

A causa delle loro origini, questi mercati erano vincolati dalla necessità di mantenere la coesione sociale. Nell’Inghilterra medio-vittoriana, in parte a causa dello sviluppo dei trasporti e delle comunicazioni, questi mercati radicati nella comunità – “integrati nella società e soggetti a numerosi tipi di regolamentazioni e vincoli” – furono distrutti.

Furono sostituiti da mercati deregolamentati che non tenevano conto dei vincoli sociali e comunitari e funzionavano solamente secondo le regole che a loro convenivano. A causa della loro intercomunicazione e interazione, i prezzi non furono più stabiliti secondo quello che potevano sostenere il contadino, l’artigiano e la comunità. Il libero mercato creò una nuova economia nella quale i prezzi di tutti i beni, tra cui la manodopera – o, forse, si dovrebbe dire soprattutto la manodopera – furono stabiliti o modificati senza considerare gli effetti sulla società locale. Benvenuti nel mondo del capitalismo “rosso di zanne e d’artigli.” [1]

Questo fu il capitalismo che provocò le critiche e le analisi dei grandi economisti classici dell’Illuminismo scozzese e britannico, che in genere vengono letti oggi (nei centri studi di Washington) principalmente per giustificare l’ingiustizia, e con consapevole disprezzo della responsabilità sociale che fu parte del lavoro di uomini come Adam Smith e David Ricardo.

Questo fu il capitalismo che diede vita al Manifesto comunista, nel quale Marx e Engels scrivevano: “Antichissime industrie nazionali sono state distrutte e ancora adesso vengono distrutte ogni giorno… La continua incertezza e l’incessante movimento contraddistinguono l’epoca borghese da tutte le epoche precedenti“. L’epoca che diede vita al socialismo e ad ogni genere di riforma radicale e religiosa destinata a recuperare i valori umani nella vita economica. Nel corso degli anni, questa versione del capitalismo fu ingentilita, o parzialmente repressa, fino all’arrivo della globalizzazione.

Con la globalizzazione, la tecnologia ancora una volta fu utilizzata con passione per distruggere il capitalismo esistente ripetendo i due omicidi che avevano distrutto l’economia pre-capitalista: l’uso della tecnologia per espandere in modo sufficientemente ampio i mercati per poi distruggere le regolamentazioni nazionali ed internazionali esistenti e, in secondo luogo, ridurre ancora una volta la manodopera al puro concetto di merce.

La manodopera non era più un “partner” sociale o economico, vale a dire un collaboratore umano, nelle attività manufatturiere, industriali e commerciali. La manodopera diventava semplicemente un “costo”, da ridurre il più possibile, o da eliminare.

Questo atteggiamento fu razionalizzato con due eufemismi discutibili. Il primo sosteneva che si era messo in moto un processo progressivo grazie al quale l’intera forza lavoro avrebbe beneficiato dei profitti della globalizzazione.
Questo è impensabile se la forza lavoro è una merce per la quale non esiste alcun limite di offerta, come tende ad essere oggi – una caratteristica specifica della globalizzazione. La forza che il mondo del lavoro disponeva quando l’industria era obbligata ad assumere personale da un certo gruppo di lavoratori in un dato luogo fu distrutta.
Inoltre, la tendenza della globalizzazione è quella di sfruttare una determinata manodopera finché questa non abbia più margine di sopravvivenza (“la legge ferrea dei salari” di Ricardo) e poi spostarsi. Vedi le industrie della Rust Belt [2] e le ex città formate da case mobili.

La seconda delle tre caratteristiche autodistruttive (indubbiamente suicide) della globalizzazione si è dimostrata essere il dinamismo innato che la guida ad espandersi per mezzo della divisione, della suddivisione e della quasi universalizzazione della ripartizione del rischio finché questo processo si apre un varco nella barriera dell’ipocrisia professionale. Ciò significa che il rischio non ha più alcuna responsabilità perché di fatto non è più identificabile – il che era lo scopo inconsapevole e inconfessato del processo.

Questo è ciò che è avvenuto nella finanza internazionale, dove il normale e riconosciuto contesto dello scambio tra rischio e responsabilità, intrinseco del capitalismo, è diventato indecifrabile. Né le banche, né gli istituti finanziari internazionali e né i governi – e certamente non gli investitori – sono in grado di dare un valore a determinate carte o merci negoziabili, cosicché lo scambio economico si arresta. Oggi ci troviamo sull’orlo di questa fatalità.

La terza caratteristica suicida del capitalismo globalizzato è stata la sua creazione come organizzazione fatta di avidità e acquisizione individuale di potere che, a causa dell’internazionalizzazione del sistema economico globale, è diventata non solo irragionevole ma addirittura inquantificabile. Non vi è alcun valore quantificabile. Così com’è letteralmente irrazionale la ricerca di compensi oggettivamente privi da senso da parte di quei capitani della finanza che sono ora sulla strada della galera.

Benvenuti dunque alla nuova versione del capitalismo internazionalizzato: la versione suicida. Ora esposta a Washington e in altre inchieste giudiziarie e parlamentari e nei tribunali, con le conseguenze con cui noi e i nostri figli dovremo ora convivere.

William Pfaff
Fonte: www.truthdig.com/
Link originale: http://www.truthdig.com/report/item/20090324_global_capitalism_the_suicide_version/
24.03.2009

Traduzione a cura di JJULES per www.comedonchisciotte.org

Note a cura del traduttore

[1] Citazione dall’opera “In Memoriam A.H.H.” del poeta inglese Alfred Tennyson [NdT] [2] La Rust Belt è un’area geografica del nord-est degli Stati Uniti che va approssimativamente dall’Illinois fino all’Atlantico ed è caratterizzata da numerose e importanti acciaierie e industrie di manufattura pesante [NdT]

Pubblicato da Davide

2 Commenti

  1. Mi resta il dubbio che la globalizzazione sia un fatto tecnologico più che capitalistico, cioè che essa sia l’effetto di tecnologie in grado di collegare tutti i popoli del mondo. Le linee di collegamento si sono richiuse, ma probabilmente mancano ancora una politica ed un’economia avanzate quanto la tecnica. Oggi questo non è un fatto buono, ma il futuro non è per niente scontato.

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