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BUSH IN ARGENTINA: RIPORTARE IL TEMA DELL’IMPERIALISMO NEL DIBATTITO PUBBLICO

“L’idea che la società americana fosse non solo prospera ma che costituisse anche la “casa della giustizia”, dei diritti umani, delle opportunità per tutti etc. era condivisa da molta gente. Al giorno d’oggi l’argentino medio potrà pure non credere che il “socialismo”, o qualcosa di simile al socialismo, sia un alternativa attuabile o desiderabile. Tuttavia nessuno sosterrebbe più che la società americana costituisca un buon esempio.”

DI EZEQUIEL ADAMOVSKY

Pochi anni fa Tulio Halperin Donghi, il più illustre storico argentino, affermò che “dipendenza” e “imperialismo” non erano più parte delle discussioni della storiografia latino americana o del dibattito pubblico. Ciò non era dovuto al fatto che essi avevano perso significato come concetti politici ma perché venivano oramai considerati parte di un immutabile realtà. “Dipendenza” e “imperialismo” ci colpiscono, questo è sicuro ma non c’è motivo di discuterne oltremodo così come non dibatteremmo sull’esistenza della pioggia. E’ proprio questo il punto.
Effettivamente la stessa parola “imperialismo” (per non parlare del termine “capitalismo”) fu per la maggior parte degli anni 90’ una sorta di reliquia in Argentina, confinata agli ambienti di estrema sinistra e rifiutata egualmente da politici, accademici e giornalisti. Paragonandole a questo quadro, le ultime due settimane prima del Summit delle Americhe sembrano aver mostrato un drammatico cambiamento nella cultura argentina.

La visita di George Bush, come ampiamente previsto, è stata osteggiata dagli attivisti locali e dai movimenti socialisti. Questo già lo sapevamo. Ciò che non ci si aspettava è stato lo sciopero generale indetto dal CTA, uno dei principali sindacati argentini, che è stato osservato da numerosi lavoratori in tutto il paese. Ma nessuno avrebbe mai immaginato una così intensa partecipazione della gente comune e perfino di figure pubbliche piuttosto “ mainstream”, nelle attività anti-Bush.

La prima sorpresa è arrivata quando il calciatore Diego Armando Maradona – una sorta di Dio (politicamente scorretto) pagano in Argentina – ha annunciato di voler marciare contro Bush a Mar del Plata. “Bush mi fa star male” ha semplicemente dichiarato, dopo aver proiettato una esclusiva intervista col suo amico Fidel Castro durante il suo famosissimo show televisivo. Il suo esempio è stato seguito da numerosi personaggi pubblici che non si vedevano spesso nelle manifestazioni, fra cui anche rock star ed attori.

Giovedì notte sono saliti tutti a bordo di un treno anti-FTAA (Free Trade Area of the Americas) per Mar del Plata, città sull’Atlantico a circa 400 km da Buenos Aires, insieme con importanti attivisti di sinistra come Evo Morales, il leader boliviano in procinto di vincere le prossime presidenziali nel suo paese. A Mar del Plata essi hanno incontrato le “Mothers de Plaza de Mayo”, altri attivisti per i diritti umani, i partiti di sinistra ed i movimenti socialisti e tutti insieme hanno marciato prima di radunarsi in uno stadio di calcio per ascoltare il discorso di Hugo Chavez .

Il carismatico presidente del Venezuela ha parlato per più di due ore davanti a 40.000 persone in uno stadio adornato da immagini di Che Guevara e dei leader dell’indipendenza Latino americana. Il suo discorso, che è stato trasmesso in diretta dalla televisione, è stato un inflessibile condanna nei confronti dell’imperialismo, del neoliberismo, del capitalismo e del dominio degli USA, tutto ciò che sta portando alla distruzione del pianeta. “L’FTAA è morto e sepolto!” ha proclamato, per il piacere del suo pubblico.

Ma egli è andato persino più lontano: citando illimitatamente Marx, Mao Tse Tung, Che Guevara e Rosa Luxemburg, nonché alcune leggende Latino americane (come Evita, Jose Martì e naturalmente Fidel Castro) Chavez ha parlato energicamente in favore di una società post capitalista che ha definito “Socialismo del 21esimo secolo”. Maradona, come ogni altro nello stadio ha applaudito fino allo sfinimento.
Nel frattempo si svolgevano dimostrazioni di massa anti-Bush nelle strade di Mar del Plata, Buenos Aires e delle maggiori città argentine nonchè altre meno imponenti manifestazioni in più di 200 città. In alcune di esse vari dimostranti hanno attaccato gli edifici delle multinazionali.

L’informazione di queste attività politiche ed anche delle discussioni che avvenivano nel corso del “ Summit of the peoples”, che si stava tenendo in quei giorni a Mar del Plata, è riuscita ad attirare l’attenzione dei media istituzionali. Durante le scorse due settimane, e per la prima volta dagli anni 70, l’anti-imperialismo è divenuto un tema all’ordine del giorno in Argentina. Come quando la famosa attrice Leonor Manso lo ha sbattuto in faccia alle telecamere mentre saliva sul treno anti-FTAA: “Ora possiamo parlare di nuovo di imperialismo. Non è bello questo?”

Un sondaggio sul Clarin di oggi (sabato 5 novembre), il più importante giornale argentino, conferma che abbiamo a che fare con un fenomeno socio culturale di ampia portata. Soltanto il 9% della popolazione ritiene che questo tipo di incontri siano di qualche aiuto per la gente. Nella classifica della popolarità Hugo Chavez ha ottenuto il 38% di giudizi positivi mentre George Bush a malapena il 5%.

In realtà è il ruolo negativo che l’America ha giocato in Argentina e nel resto del mondo che è divenuto una sorta di verità condivisa. Persino i presentatori dei media mainstream più conservatori lo espongono come un dato di fatto. Sembra essere così ovvio che non si sprecano nemmeno a spiegarlo.

Dobbiamo riconoscere che questo non è un fenomeno nuovo. Sentimenti anti-americani sono diventati sempre più diffusi durante gli anni 90, proprio mentre le colpe da parte dell’amministrazione USA e del Fondo Monetario Internazionale per l’endemica crisi economica argentina divenivano innegabili. Il livello di ostilità nei confronti del dominio USA venne fuori nella sua tragica chiarezza il giorno dell’11 settembre. In un paese praticamente senza musulmani e senza stretti legami con il Medio Oriente, numerose persone hanno festeggiato l’attacco alle Torri Gemelle. In quel periodo questo tipo di sentimenti non veniva fatto entrare nella sfera pubblica ma rimaneva confinato nel regno delle discussioni private. Oggi, solamente pochi anni dopo, questi sentimenti sono espressi apertamente nella Tv nazionale.

Da teenager di sinistra negli anni 80 ricordo come fosse difficile prevalere in un dibattito politico con i miei amici. Ogni volta che tentavo di affermare che il “socialismo” era ciò di cui avevamo bisogno per rendere migliori le nostre vite, c’era sempre qualcuno che indicava l’esempio degli Stati Uniti. L’idea che la società americana fosse non solo prospera ma che costituisse anche la “casa della giustizia”, dei diritti umani, delle opportunità per tutti etc. era condivisa da molta gente. Al giorno d’oggi l’argentino medio potrà pure non credere che il “socialismo”, o qualcosa di simile al socialismo, sia un alternativa attuabile o desiderabile. Tuttavia nessuno sosterrebbe più che la società americana costituisca un buon esempio. Inoltre, come sembra dimostrare la massiccia reazione anti-Bush in Argentina, sempre più persone cominciano a collegare gli USA alla sofferenza in ogni parte del mondo.

Il dominio imperialista americano non consiste solo nel tenere il controllo di paesi marginali ma è anche quello di vincere la battaglia sui cuori e le menti della gente. Molto tempo fa Antonio Gramsci sosteneva che il dominio è basato su una combinazione di coercizione e consenso. Se l’intellettuale italiano aveva ragione, l’imperialismo americano potrebbe volgere al termine.

Ezequiel Adamovsky
Fonte: www.zmag.org/

Link: http://www.zmag.org/sustainers/content/2005-11/
05adamovsky.cfm
5.11.05

Traduzione per www.comedonchsiciotte.org a cura di FRANCESCO SCURCI

Pubblicato da Davide