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BUONANOTTE, NICOLA

DI CARLO BERTANI

Mi domando che madri avete avuto.

Madri feroci, intente a difendere
quel poco che, borghesi, possiedono,
la normalità e lo stipendio,
quasi con rabbia di chi si vendichi
o sia stretto da un assurdo assedio.
Madri feroci, che vi hanno detto:
Sopravvivete! Pensate a voi!
Non provate mai pietà o rispetto
per nessuno, covate nel petto
la vostra integrità di avvoltoi!

Pier Paolo Pasolini, Ballata delle madri

Ho cercato per tutta la sera un’immagine di Nicola Tommasoli, e non l’ho trovata; forse un comprensibile riserbo dei parenti: auto della Polizia, Carabinieri nella notte e poi le foto dei cinque “bravi ragazzi” che lo hanno ammazzato. Nient’altro.
Sì, perché tutti si sono sperticati ad urlarlo ai quattro venti: erano bravi ragazzi. Un po’ “fascisti”? Forse. “Nazisti”? Può darsi, ma bravi ragazzi comunque, nell’attesa d’essere interrogati per omicidio preterintenzionale.
Tutti cercano analisi e spiegazioni per capire: una sigaretta, non ce l’ho, t’ammazzo a calci.

Massimo Cacciari, dalle colonne del “Corriere della Sera”, compie un’iperbole. Che ha un senso, non è certo campata in aria, poiché Cacciari è lo scomodo enfant prodige cacciato: nei salon de la musique ou de la philosophie, ma cacciato. Troppa grazia, sant’Antonio, recitano dai loft del PD. Meglio lasciarlo dov’è.
Anche Cacciari, però, diventa un minimalista quando afferma che tutta la vicenda ha radici nella scomparsa della DC, la Balena Bianca che tutto riusciva a contenere ed a metabolizzare. Eh sì, perché la DC era solo un partito politico, mica la Madonna scesa in terra per mettere a posto tutto il sistemabile.
Se la DC, nel Veneto, poteva acquietare il troppo fermento anticomunista e le intemperanze di qualche fondamentalista, non si può far carico, alla scomparsa della Balena Bianca, chi ammazza con la scusa di una sigaretta. Bisogna andare oltre.

“Oltre”, significa guardare negli occhi quei cinque ragazzi e capire perché. La prima istanza, legittima, è quella di chi li considera “figli del sistema”, coerenti con le istanze pubblicitarie: ogni giorno, per scacciare i demoni di quello precedente, deve inventare un nuovo credo. Ad una Doretta Graneri che, oramai 30 anni fa, uccise i parenti per l’eredità hanno fatto seguito i Pietro Maso per la stessa ragione. Qui, però, non c’erano eredità e soldi, bensì una sola sigaretta. Il nuovo credo – o fatto, avvenimento, evento…quasi perversa saga – è mostrare l’inconcepibile agli occhi altrui, sbalordire, proprio come nella pubblicità, con qualcosa che – agli occhi del gruppo, clan…popolo – sia segno di grandezza, ancorché perversa, ma incoerente nel segno e nel volgere con qualsiasi pretesa di “normalità”. Uno spot assolutamente vincente, verrebbe quasi da dire.

Il Veneto, oggi, è nell’occhio del ciclone: le foto dei ricercati campeggiano su tutti i giornali ed i siti Web, Verona è nella polvere della sua arena. Non si cheta il primo colpo che, da Viterbo, ne giunge un secondo.
Qui, per fortuna, non c’è il morto ma c’è il video di un ragazzo al quale arrostiscono i capelli con l’accendino, in una scuola media. Si vede che va di moda: bisogna farne “una” sempre più eclatante rispetto a quella del giorno prima, come nella pubblicità. Altrimenti, nessuno ti nota.
Il colpevole, quattordicenne, è stato affidato ai “servizi sociali”. Lo immagino in un cascinale dell’Etruria che pascola caprette, al massimo che trasporta qualche carriola di letame: ai cavalli non lo lasciano avvicinare. Avesse mai conservato l’accendino, con quelle criniere e quelle code…

Mi chiedo, senza arrivare ad appendere la gente per i piedi, se non si potrebbe far di meglio: ma, veramente, qualcuno pensa che basti qualche colloquio (pur necessario) con lo psicologo per “rimettere in sesto” un quattordicenne che dà fuoco ai compagni?
Anzitutto, non sarebbe meglio fargli capire che c’è una relazione fra l’atto e le pena? Poniamo che, invece d’essere affidato ai servizi sociali, lo avessero precettato per qualche lavoretto da poco, qualcosa che non presenti pericoli, del tipo: vai a grattare, col raschietto, la colla che rimane nei tabelloni pubblicitari. Un mesetto, tutti i pomeriggi, sole o vento, gratta e taci: se a scuola trovavi il tempo per bruciare i capelli ai compagni, ne troverai dell’altro per studiare la sera. Poi, passa pure dallo psicologo – ne hai senz’altro bisogno – ma c’è un imprinting che resta: faccio il bullo? Gratto per un mese, fino ad avere i calli nelle mani. Non ti va di grattare? Bene: al carcere minorile c’è una branda che t’aspetta.

Invece, la cultura giuridica permissiva degli ultimi decenni (riflettiamo sul concetto pentito/sconto di pena, che ha scardinato l’ordinamento giuridico e annichilito i percorsi investigativi che non contemplano “pentiti”), ritiene il perdono prima panacea per ogni male. Al massimo, qualche pena pecuniaria (che rimpingua sempre le casse di qualche amministrazione) o amministrativa. Il carcere è riservato per lo più agli extracomunitari ed ai tossicodipendenti, e quindi non è il luogo più adatto per sanare chi ha queste pulsioni: mai sentito parlare di pene alternative?
Se ne sente parlare quasi come barzellette, trovate geniali di magistrati fantasiosi ed invece sono proprio quello di cui abbiamo bisogno: prima che si arrivi ad uccidere, a rubare, a terrorizzare. Ci sono moltissime possibilità d’applicare pene alternative, il problema è volerlo. La società permissiva non è solo figlia di una pessima sinistra: è alimentata anche da potenti soffi di destra, laddove si considerano “degni” del carcere soltanto i cittadini italiani di serie B e le serie inferiori, tossici, rumeni, marocchini, ecc. In fondo, anche se stuprano ed ammazzano, si continua ad affermare che “erano bravi ragazzi”. No, erano delinquenti mascherati della peggior risma, che da tempo erano conosciuti dalle Forze dell’Ordine, le quali non li avevano segnalati come avrebbero dovuto fare alla Magistratura, che sarebbe stata in grado (volendo) d’applicare una serie di pene alternative.

Dov’è il vulnus?
Sono più d’uno.
Il primo, come ricordavamo, è l’appellativo, desueto, che sono “bravi ragazzi”. Lo erano anche Izzo, Guido e gli altri mazzolatori del Circeo di trent’anni fa. Non basta appartenere alla classica “buona famiglia” per avere la licenza d’uccidere: ad oggi, il capo d’accusa per i mazzieri di Verona è omicidio preterintenzionale. Non volevano uccidere! Non lo desideravano! Ma, quando prendi a pugni e calci una persona anche a terra, non ti rendi conto che la puoi uccidere?
Il secondo vulnus è più sottile, tanto che non viene quasi menzionato.
Stiamo diventando una società dove la permissività è diventata un valore e l’autorità un disvalore: il pater è oramai dimenticato e considerato terribilmente demodè, solo il perdono collettivo – magari ritualizzato in un talk show – è la catarsi collettiva di salvezza. Fino al prossimo morto: oramai sono troppi i casi (vedi quello di Sanremo) di gente che ammazza dopo aver compiuto, indisturbata, un primo omicidio.
Ecco come si esprimevano i magistrati di Genova[1] nei confronti di Luca Delfino, prima che uccidesse la fidanzata Maria Antonietta Multari, quando era solo “sospettato” dell’uccisione di Luciana Biggi:

“Una personalità disturbata, un uomo socialmente pericoloso”: questa la definizione data di lui dagli investigatori genovesi. Al pm, Enrico Zucca, fu presentata “una marea di indizi” a carico di Delfino, come dice il capo della mobile, Claudio Sanfilippo, ma mai prove concrete di colpevolezza, “la pistola fumante”, come lui stesso la definisce. Anche se, insiste l’investigatore, “gli elementi per metterlo in carcere c’erano tutti”. L’indagato ha sempre ammesso di avere passato quella serata finita in tragedia insieme alla donna, ma ha ostinatamente negato di averla assassinata: “L’ho lasciata pochi minuti prima che venisse uccisa”.

Se questo è il Paese che non ha saputo trovare colpevoli per Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Italicus e treni vari, la stazione di Bologna (una sentenza che non ha mai convinto nessuno), Ustica…fino al Moby Prince – ed avrò senz’altro dimenticato qualcosa e qualcuno – non possiamo credere che, nello spicciolo ed immediato incedere delle indagini per la gente comune, le cose vadano meglio.
Non starò a tediare il lettore con statistiche fuori luogo in questo momento, ma tutti sappiamo che gran parte dei delitti rimangono impuniti: uno sberleffo, per quel milione di persone che dovrebbero occuparsi della nostra sicurezza. Riflettiamo che la più lunga catena d’omicidi seriali, in Italia, ha avuto come protagonisti quelli della “Uno bianca”, il che è tutto dire. Si fa un gran parlare di “poliziotti di quartiere” e di “prevenzione”, ma li vediamo materializzarsi soltanto quando ci scappa il morto. Quando non sono loro a farlo.

La “sicurezza”, allora, viene abilmente triturata per essere somministrata – via ago e fleboclisi pubblicitario – nelle campagne elettorali: a nessuno importa un fico secco se domani ci saranno altri morti ammazzati, anzi. Meglio se la “tensione” rimane alta, perché la tensione alimenta l’attenzione, e l’attenzione ben diretta ed orchestrata finisce per scaricarsi come deve nella scheda elettorale.
Un romeno, ubriaco, uccide quattro ragazzi con l’auto impazzita, e tutti gridano alla forca per i romeni: poche settimane dopo, sono italiani ubriachi a far strage, ma in quel caso non si citano, nei TG, nemmeno i nomi dei colpevoli. L’antidoto all’insipienza non deve essere messo in commercio.

I tromboni di regime si sperticano, allora, nell’assegnare responsabilità, o peggio colpe, a destra ed a manca. La scuola: ecco dove non si fa abbastanza, ecco qualcuno che ha delle colpe. Chi sostiene tesi del genere, non comprende – perché non sa – come funziona l’oramai smarrita scuola italiana.
A Viterbo, com’è stato possibile dar fuoco ai capelli di un ragazzo in una scuola?

Anni fa, nell’Italia che era ancora un paesello di provincia, appena un insegnante telefonava per comunicare che era malato, partiva la telefonata al Provveditorato e, spesso, il supplente arrivava nella stessa mattina.
Poi, s’iniziò a considerare – per risparmiare – che potevano sostituirlo i colleghi nelle ore libere, le cosiddette “ore a disposizione”, che nascono dalla non coerenza fra l’orario di servizio (18 ore) con quello di cattedra (che può essere di 16 o 17, ad esempio). Detto fatto: risparmi ottenuti, ed il supplente viene chiamato solo dopo 14 giorni di malattia.
Arrivò la Moratti e – sempre per risparmiare – rimise “ordine” nelle cattedre: hai due ore libere? Vai ad insegnare Geografia in una prima: altri denari del contribuente risparmiati.
Va da sé che, se tutti hanno un orario di cattedra che coincide con l’orario di servizio, ore a disposizione non ne restano, o ben poche. Ma si risparmia.
Il “risparmio” – e questo è bene che i genitori lo sappiano – lo pagano i loro figli, che restano a scuola, talvolta, in situazioni sempre più precarie: “siamo usciti prima”, “non abbiamo fatto niente perché non c’era il prof”, “ci hanno messi in tre classi a guardare un film”.
E la sorveglianza? Sempre meno persone – docenti ed ATA – per sorvegliare i ragazzi durante l’intervallo: quando una persona deve sorvegliare un intero corridoio, come può prevenire qualcosa? Il più delle volte, arriva a cose fatte.

Anche a scuola, la sanzione è diventata un optional evanescente. Un tempo, dopo un’ammonizione sancita dal Preside, giungeva automatica la prima sospensione. Non ti bastava? Bene, “beccati” la seconda, così vai con tutte le materie a Settembre. Ci si pensava non due, bensì tre volte.
Oggi, complici la permissività dilagante (mai compresa, dalla sinistra, come disvalore e sempre cavalcata senza nessun provvedimento dalla destra), la mancanza di sanzioni e la ridicolizzazione del ruolo del pater, s’arriva a dar fuoco ai capelli del compagno. Il premio è la “passerella” su Youtube, che ti fa salire nell’Olimpo dei famosi per qualche ora: non sei più un signor nessuno, sei uno che ha dato fuoco ad un compagno a scuola.
Anche sul concetto di autorità, sarebbe meglio darsi una lavatina di capo e, a mente fredda, ripensarci un poco. Un conto è l’autoritarismo vuoto e bieco, quello di chi ti vessa soltanto perché ne ha il potere, un altro è quello di chi comprende che devi essere – in qualche modo – avvisato del tuo pessimo comportamento.

Purtroppo, nel Bel Paese, conosciamo molto il primo e quasi nulla il secondo. In gioventù, fui fermato dalla Polizia Stradale francese (insieme ad un amico facevo autostop) per un controllo: non ero certo, dopo giorni sulla strada, un damerino.
Scherzando, dissi al flic: “Adesso ci portate in prigione?” Il poliziotto rispose “Se avete combinato qualcosa, sì, altrimenti no” e parve sorpreso dalla mia domanda. Chiamò con la radio della moto (anno 1972…) una centrale, dove chiese conto dei nostri documenti. Poche parole, poi restituì i documenti: “Monsieur, bon voyage” e diede il classico “calcio” alla motocicletta. Mi tornarono alla mente le provocazioni dei poliziotti italiani in borghese, i quali – mentre eri tranquillamente seduto su una panchina dei giardini – ti appellavano: “Capelli lunghi, sei ricchione?”

Infine, non dobbiamo dimenticare che la “sciatteria” italiana in termini di giustizia (i tempi di Matusalemme per una sentenza…), di sicurezza (proprio stasera, a Brescia, hanno scarcerato quattro kosovari, colpevoli di rapine in ville, per decorrenza dei termini di carcerazione preventiva) ed infine nell’educazione, sono funzionali ad una società autoritaria, non liberale.
La mano che ci consegna sudditi – e non cittadini – nelle mani di poliziotti incapaci d’indagare, e di giudici non sempre solleciti nel giudicare, è la stessa che nega diritti essenziali come la salute (con la chiusura degli ospedali, le riduzioni di personale, ecc) e che non vuole una scuola magistra vitae, bensì un’azienda che produce cervelli all’ammasso.
Di conseguenza, il povero Nicola – che immagino intento a disegnare pezzi meccanici con il CAD – è stato utile a tutti: della sua vita, a nessuno è fregato un accidente. Si potranno riempire i palinsesti televisivi, nell’attesa che sia nominato il governo e, finalmente, voltare pagina.
Nel silenzio che calerà, la sentenza di primo grado sarà forse “esemplare”, poi – siccome sono “bravi ragazzi”, e dunque ricchi – ci penseranno “buoni avvocati” a fare in modo che fra Appello, Cassazione e legge Gozzini, fra qualche anno siano nuovamente liberi. Come i massacratori del Circeo per i quali, dove non giunse la legge, arrivò la “fuga” dal carcere.

Rimani tu, Nicola, che credevi, quella sera, di passarla tranquilla a passeggio con gli amici, magari una ragazza: chissà…
Di te non è apparsa nemmeno una foto: ti hanno fatto a pezzi ed hanno pure donato gli organi. Non sia mai che si butta qualcosa.
Spero che al tuo funerale nessuno applauda – stupida catarsi per esorcizzare la morte – e che qualcuno pianga. Non i parenti, gli amici: che la gente pianga, per te e per noi, per come siamo ridotti, impotenti, di fronte a questa barbarie di Stato.
Che una canzone dolce t’accompagni, Nicola, nel tuo cammino fra le ombre: non voltarti per cercare dei perché. Almeno tu, guarda avanti.

Carlo Bertani
Fonte: http://carlobertani.blogspot.com/
Link: http://carlobertani.blogspot.com/2008/05/buonanotte-nicola.html
7.05.08

[1] Fonte: La Repubblica, 10 Agosto 2007

Pubblicato da Davide

  • alcenero

    Nel silenzio che calerà, la sentenza di primo grado sarà forse “esemplare”, poi – siccome sono “bravi ragazzi”, e dunque ricchi – ci penseranno “buoni avvocati” a fare in modo che fra Appello, Cassazione e legge Gozzini, fra qualche anno siano nuovamente liberi

    Si, e’ sempre cosi’, se hai dei bravi avvocati perche’ sei ricco hai automaticamente pene molto piu’basse, un altro motivo per cui in carcere ci stanno soprattutto disgraziati difesi dall’avvocato d’ufficio.
    A proposito vorrei ricordare anche il caso Marta Russo.

    Mi ascoltero’ in memoria del povero Nicola la bellissima canzone-poesia di Bob Dylan “ The Lonesome Death of Hattie Carroll [www.bobdylan.net]”, un bellissimo e toccante racconto di un delitto senza ragione, ma anche di ingiustizia nella giustizia, che, speriamo, almeno questa volta non si ripeta…

  • SempreIo

    Morte Nicola Tommasoli, due articoli: Blondet e Bertani.
    Per il primo è sufficiente richiamare il commento di melina ad un altro atricolo “E’ ufficiale: Blondet ha sbarellato.” Sarà perchè, da buon direttore giornalista, deve vendere Effedieffe e cerca il consenso?
    Bertani è più equilibrato e delicato, comunque pretestuoso.

    Entrambi usano la morte del ragazzo. Uno per criticare questa molle destra piegata ad Israele, la burocrazia, i giovani senza valori, la Chiesa, ecc. Quasi l’atteggiamento di un vecchio lasciato in disparte che odia tutto e tutti.
    L’altro per la scuola, che conosce bene, e la Giustizia, che non funziona proprio a meraviglia.

    La notizia, a mio parere, sta nel comportamento del padre di uno degli aggressori, che sembra, secondo le parole attribuite ad un dirigente della Digos veronese, abbia “avuto un ruolo determinante nel convincere il figlio a costituirsi”.

    Una volta che si sente di qualcuno che si prende la responsabilità del suo gesto, viene ignorato?
    Certo, ci saranno gli avvocati, anzi, si sono già mossi dopo l’autopsia: “sembrerebbe che non vi sia traccia di lesioni importanti”.
    Ma intanto, di questo padre e di suo figlio che l’avrebbe ascoltato, nulla?
    Per questo “pater” che sembra venir ancora considerato, nessuna parola?
    Se per il giornalista citato sopra penso ci sia poco da fare, mi permetto un appello al secondo, Bertani, che cerchi di rispettare fatti, comportamenti, situazioni e persone, sempre, senza usarli per altri scopi.
    Saluti,
    Alessio

  • radisol

    Sia Blondet che Bersani, anche se il primo con la solita spocchia ed il secondo con più delicatezza, cercano spiegazioni sociologiche, antropologiche, psicologiche.

    Che possono avere tutte un qualche senso.

    Ma che ignorano completamente la SPIEGAZIONE POLITICA.

    L’episodio è soprattutto, a mio giudizio, una imitazione plebea ed autogestita delle “ronde padane” messe in piedi dal sindaco leghista di Verona.

    Semplicemente finita male, altrimenti non se ne sarebbe nemmeno parlato sui giornali, nemmeno quelli locali …..

  • CarloBertani

    Vorrei rispondere ad Alessio: non confondiamo il ruolo del padre con quello del pater. Il compito di un povero padre, il quale sa che la polizia è già sulle tracce del figlio che ha compiuto un omicidio, quale può essere? O lo fa fuggire, oppure lo consiglia di costituirsi. Il comportamento di questo padre è stato assennato e pragmatico allo stesso tempo, anche perché – come Alessio stesso ricordava – gli avvocati si stanno già muovendo. In fin dei conti, ha consigliato al figlio il male minore. Il “pater” al quale mi riferivo è invece un concetto archetipo del padre, ossia l’autorità cui si dovrebbe fare riferimento in ambito etico e morale. Che, oggi, viene aborrita come “autoritaria” e quindi si lascia spazio a tutte le forme di permissività.
    A Radisol, vorrei ricordare che può aver ragione per Verona, ma come la mettiamo con l’infinità d’episodi minori e non che avvengono in Italia e all’estero? Perché si uccide per un motorino? Per una lite che segue un apprezzamento per una ragazza? Queste cose sono sempre successe: qualche spintone, un po’ di “virilità” mal esposta, ma non ci scappavano i morti. Perché, oggi, si valica il limite della vita umana così facilmente?
    Queste sarebbero altre riflessioni.
    Saluti a tutti
    Carlo Bertani

  • numerotre

    Fatemi solo dire, che son cose che succedono da sempre
    vivo in irlanda e ogni tanto succede, qualcuno uccide qualcun’altro
    a cacciavitate, per nessuna ragione
    rabbia piu che altro, e noia, i guess

  • numerotre

    non e’ colpa mia, e’ che non va a capo quando fai “enter”. quindi dal commento precedente sembro uno che vive in irlanda da 10 secoli, e sa l’italiano 9poco) perche’ gliel’ha insegnato la trisnonna. Nonono non e’ cosi.

  • Lestaat

    Secondo me l’errore più grave che viene ormai fatto da tutti è dare una connotazione politica a qualcosa che non lo ha affatto.
    La politica in quel che è accaduto c’è stata volontariamente messa per tentare di tornare alla logica degli opposti estremismi e, da quanto leggo qui, riuscendoci perfettamente.
    E’ un fatto di cronaca come ce ne sono tanti, da sempre a mia memoria, ricordo i coltelli per uno sguardo storto in discoteca quando ero ragazzino, o per una spallata data per errore. Sempre di machetti idioti si tratta, nazistelli o meno, poco importa. E la sinistra italiana, Menifesto in prima linea, ha abboccato subito da obbediente cagnolino, come ha sempre fatto.
    E mi spiace che anche Bertani sia cascato nel giochetto.

  • numerotre

    quoto

  • Mangudai

    Non é proprio così. Purtroppo non é un errore darne una collocazione politica a questo drammatico fatto. O meglio la politica ha giocato la sua parte. Questi cinque “Disgraziati” si sono sentiti legittimati nel compiere questa aggressione, e il più disgraziato di tutti ne ha fatto le spese. Questi giovani sono gli stessi giovani che sfilavano nelle vie di Verona con “Forza Nuova” con in testa il Sindaco Tosi (il quale anche lui proviene “…in gioventù” da questa sorgente).Gli slogan di quella manifestazione del tipo”Negro di merda”….”bianco difendi i tuoi simili” “Forza e Onore”
    La sinistra non ha abboccato a nulla, si cerca in tutti modi di non vedere la vera natura di questa aggressione deviando volutamente l’analisi e la matrice per non mettere in discussione gli errori ed orrori che ha commesso questa destra italiana e purtroppo i “sei” ragazzi di Verona ne sono le vittime.

  • radisol

    Nella antica scuola della città, dove studiavano la vittima e il carnefice

    Viaggio in una comunità che si specchia nei suoi giovani alla ricerca delle radici dell’odio

    dal nostro inviato GIUSEPPE D’AVANZO

    VERONA – Nicola e Raffaele – Nicola dieci anni prima di Raffaele, dieci anni prima di essere ucciso da Raffaele – hanno studiato nello stesso liceo, lo “Scipione Maffei”, fiero di essere il più antico liceo d’Italia. Nato nel 1804, promosso da Bonaparte, il “Maffei” è orgoglioso della sua storia bicentenaria, ma anche delle virtù custodite, generazione dopo generazione, in una carta dei valori che onora “lo spirito critico; la laboriosità; la legalità; l’assunzione di responsabilità; la coscienza dei diritti e dei doveri”.

    È un impegno che si respira nelle aule dell’antico convento domenicano annesso alla Chiesa di Santa Anastasia, a due passi da Piazza Erbe, da Piazza dei Signori, dal cuore storico di Verona. Il liceo non è un luogo abitato da svuotati, sprecati. Né è attraversato dall'”analfabetismo emotivo”, dalla “follia morale”, dall'”ospite inquietante” del nichilismo, o come più vi piace definire l’infelice condizione giovanile del nostro Paese. Al “Maffei” si discute molto. Si lavora molto. Si impara a dare forma di parola alle emozioni, nutrimento e argomenti per le passioni e le idee.

    Qui è radicata la consapevolezza che la democrazia sia “ars dubiae”. Si ha fiducia “nella tolleranza, nel rispetto, in una solidarietà generosamente disponibile, in un reale e radicale rispetto di se stessi e degli altri”. Sono pratiche quotidiane e non predicazione (gli studenti, per dire, si tassano ogni anno di 250 euro e quest’anno hanno deciso spontaneamente di aumentare l’obolo di solidarietà). E allora bisogna chiedersi dove nasce la muffa aggressiva che ha rovinato i giorni di Raffaele e spezzato la vita di Nicola?

    “Ce lo siamo chiesti – dice con “doloroso stupore” il preside Francesco Butturini – e ancora ci interrogheremo con i docenti, gli studenti, i genitori. Ci siamo chiesti se abbiamo fatto tutto quanto in nostro potere per educare gli studenti alla buona cittadinanza. Noi crediamo di aver sempre cercato attraverso l’insegnamento quotidiano e le attività educative complementari, che qui non sono poche, di inculcare negli allievi i principi della civile convivenza. Non è stato sufficiente per insegnare a Raffaele ciò che è lecito, ciò che non lo è, ciò che non è nemmeno pensabile o ipotizzabile. Mi sento sconfitto, come ho detto ai ragazzi, ma non complice. Non siamo stati né indifferenti né distratti. Quando Raffaele si rifiutò di entrare in sinagoga durante un viaggio di studio; quando affrontò il presidente dell’associazione vittime della strage di Bologna rivendicando l’innocenza di Luigi Ciavardini, segnalammo quell’atteggiamento alla famiglia. Al contrario, la questura non ci informò che Raffaele era indagato da un anno. Avremmo potuto fare di più e continueremo a farlo nel dialogo e nel confronto con i ragazzi. Senza dimenticare Raffaele. Non intendiamo abbandonarlo in questo momento e speriamo che Raffaele accolga il nostro invito; comprenda il suo tragico errore; accetti di incamminarsi su una strada radicalmente differente da quella finora seguita”.

    * * *

    Il preside non vuole e forse non può dire di più. Il deficit del circuito istituzionale e mediatico (perché la Digos non allertò la scuola? perché i giornali cittadini non diedero conto, come d’abitudine, dei nomi degli indagati?) descrive un’occasione perduta di “recupero”, di disvelamento, ma non spiega le ragioni della “caduta” di Raffaele in un “rito della crudeltà”, per nulla occasionale o impulsivo, che nel tempo si è esercitato nel cuore di Verona contro “i negri”; i capelluti “comunisti” dei centri sociali; tre paracadutisti delle Folgore nati al Sud; un povero cristo con la maglia del Lecce; un tipo che mangiava un kebab; un ragazzino maldestro nell’usare lo skateboard. Pedina, “soldatino” – Raffaele – di una cerchia che, visitata dai poliziotti, disponeva di manganelli, pugnali, coltelli, un’accetta e di libri che negavano l’Olocausto, di bandiere con la croce uncinata, di foto di Hitler e Mussolini. L’aula della II E, che Raffaele frequenta (o frequentava), è al di là dell’antico chiostro in fondo al corridoio. I compagni e le compagne di Raffaele hanno come il muso. In questi giorni i giornalisti, protestano, hanno manipolato le loro opinioni, le hanno rimaneggiate per creare uno sciocco sensazionalismo. Non vogliamo difendere Raffaele, dicono, perché quel che ha fatto è gravissimo e se ne deve assumere tutto il peso, ma se ci chiedete se fosse un mostro, allora no, noi dobbiamo rispondere che non lo era, che non si è mai comportato da mostro. Era in modo radicale di destra e discuteva con chi non lo era, o era di sinistra, senza aggressività. Si è rifiutato di entrare in sinagoga, ma siamo abbastanza certi che, se avesse avuto un compagno di banco ebreo, non lo avrebbe maltrattato o deriso a scuola, dove il suo comportamento è stato sempre corretto. Questo vuol dire, chiedono, assolvere Raffaele? Vuol dire raccontare, dicono, quel che sappiamo di lui. Che non era tutto. Purtroppo.

    * * *

    Accanto alla fontana senz’acqua del chiostro, Giulia Tombari e Simone D’Ascola provano a ragionare – ancora una volta, in questi giorni – su quei perché. Come è potuto accadere a un loro compagno di scuola? Giulia è minuta, nervosa, stanca. Dice parole secche e sincere. Le accompagna con un gesto. Indica il grande arco che dà sulla strada. “Qui non c’è spazio per l’ignoranza che produce l’ottusa violenza senza scopo di Raffaele. Raffaele è stato travolto da quel che c’è là fuori, oltre quel cancello. Se un responsabile e una responsabilità si deve cercare, va trovata non in questo liceo, ma nella città. In quella Verona dove può capitare – e capita spesso – che si senta dire in autobus “non siedo qui, accanto a questo negro” e nessuno che, intorno, disapprovi o censuri quelle parole… Magari chi le ascolta, non oserebbe mai pronunciarle, ma le giustifica”. Simone è alto, allampanato, meno disinvolto di Giulia. Come Giulia, ha idee lucide e asciutte. “In questa storia, si usano le parole per nascondere quel che è accaduto e ancora può accadere. Si dice: Raffaele era un bullo. Non lo era. Si dice: è un delinquente. Non lo era. Si dice: è solo una mela marcia, è un caso isolato. È falso che sia la sola mela marcia del cesto, il caso non è isolato ma addirittura, nella sua assurdità, ordinario. Si dice: la politica non c’entra. E invece, c’entra, eccome, se politica è l’odio per il diverso, se politica è un’ideologia diffusa là fuori – anche Simone indica l’arco, il cancello, la strada – che legittima chi vuole liberarsi di chi non è uguale a te, per colore della pelle, per convinzioni, per religione, per la lunghezza dei capelli. Tutto questo ha un nome: razzismo, xenofobia. Se si usano le parole appropriate, le ragioni della morte di Nicola – e di quel ha combinato Raffaele con i suoi amici – saranno evidenti. È quel che dovreste fare: chiamare le cose con il proprio nome”.

    * * *

    Chiamare le cose con il loro nome. È naturale pensare che sia un buon consiglio mentre si risale via Massalongo e poi corso Santa Anastasia verso Piazza Erbe. Come appare necessario rimettere insieme la realtà di un corpo sociale che solitamente si offre frammentata, sconnessa, quasi in penombra, occultata da parole accortamente ambigue. Chiamare le cose con il loro nome, dunque. Le violenze e i pestaggi nel cuore di Verona sono comuni e ritualizzati. Piazza Viviani, via Mazzini, Veronetta, Volto San Luca, Corso Cavour, piazza Erbe ne sono state le scene negli ultimi mesi.

    Puoi essere picchiato per un nonnulla. Puoi prendere una bottigliata in testa per un amen. Non importa la ragione occasionale. Non è quello che conta. Non è per lo spino rifiutato che muore Nicola. Nicola muore, dicono, “perché ha il codino”, perché dunque è diverso, perché “non è conforme” e gli (improvvisati o professionali) addetti al futuro della città e alla custodia del suo passato e delle sue risorse escludono i diversi: “diverso – dice il procuratore Guido Papalia – è non solo il diverso per razza, ma diverso perché si comporta il mondo diverso; pensa diversamente; ha un atteggiamento diverso; si veste in modo diverso e quindi non può convivere nel centro della città che i razzisti vogliono chiusa ai diversi”. In uno stato di smarrimento sociale, si radunano per difendersi le persone spaventate – la paura è coltivata con sapienza a Verona che molto ha faticato per raggiungere il benessere di oggi. Passano all’azione in nome di “un’identità minacciata”. Identità, insegna Zygmunt Bauman, è un concetto agonistico. È come un grido di battaglia. Fragile e perversamente “coraggioso”, Raffaele sente quel grido, lasciata l’aula del “Maffei” e le fatiche democratiche di “maffeiano”.

    Lo sente allo stadio dove impiccano il fantoccio di un calciatore “negro”. Lo ascolta forte nella propaganda dei “nazistoni” del “Blocco studentesco”. Lo intende nello stile di vita dei suoi compagni di bevute e di scorribande notturne tra le stradine della città. Afferra quel sentimento nella pianificazione del prossimo pestaggio, nelle risate, nella soddisfazione che segue. Raffaele avverte soprattutto che quel che fa, quel che pensa è condiviso perché in città c’è un sentimento che non lo biasima e non lo biasimerà. Hanno ragione Giulia e Simone.

    È “politico” tutto questo? Quale ipocrita può negarlo: certo che lo è. E non vuol dire che ci sia un partito politico, una fazione di un partito politico, un gruppuscolo che organizza o programma quelle violenze. Vuol dire che c’è a Verona una “cultura” dell’esclusione che irrigidisce e sorveglia il confine tra “noi” e “loro” e “loro” diventano anche quei veronesi – moltissimi, e tra i moltissimi Nicola – che rifiutano o non avvertono il “potere seduttivo” di quell'”appartenenza”.

    Chiamare le cose con il loro nome. È difficile contestare che il sindaco di Verona, Flavio Tosi, alimenti la “naturalezza” di quel grido di battaglia “identitario”. Che diffonda il presupposto che “si appartiene per effetto della nascita”. Non per altro, qualsiasi cosa tu sia e faccia. Flavio Tosi non è un fascista. È un leghista che ama i fascisti, li coccola, li asseconda, forse cinicamente se ne serve. Oggi che la tragedia si è consumata, è evasivo, a volte frivolo, a volte ringhioso quando gli si ricorda che appena in dicembre ha sfilato accanto a nazisti del Veneto Fronte Skinheads; che appena qualche anno fa (11 settembre 2005) offrì le sue parole solidali – con una visita in carcere – a cinque giovani fascisti che avevano massacrato e accoltellato due ragazzi di sinistra, frequentatori di un centro sociale.

    Tosi ha grandi ambizioni politiche (sarà il nuovo governatore del Veneto nel 2010?) e questa storia tragica, da cui non riesce a uscire senza danno pubblico o con un alleato in meno, può azzopparlo. L’opposizione gli ha chiesto che si scusi di quelle spensieratezze. Tosi non ha trovato ancora la forza di farlo. Chiamare le cose con il proprio nome. Verona – città straordinariamente generosa nella solidarietà e nel volontariato – assiste al suo incrudelimento distratta, indifferente, senza rimorso o colpa. Guarda da un’altra parte per non vedere, per non vedersi, per non interrogarsi. Come il vescovo, monsignor Giuseppe Zenti. Scrive ai giovani della città. Immagina di inviare sms per conto di Nicola. Scrive: “Abbiate fiducia nelle grandi vette. Valorizzate i giorni della giovinezza. Fatevi onore. Fateci vedere quanto valete. Realizzate una vita di grande qualità, degna dell’essere giovani”.

    Come se esistessero soltanto le scelte personali e non anche le responsabilità collettive, i modelli culturali, i quadri pubblici, l’assenza della benché minima opera di manutenzione sociale (senso civico, legalità). Come se Nicola e Raffaele non fossero caduti su quella “trincea profonda e invalicabile scavata in città tra il “fuori” e il “dentro” di un territorio e di una comunità”. Al portone del Bra, ricorda Francesco Butturini, è scolpita una frase dell’Amleto: “Non c’è mondo, fuori di questa città”. C’è a Verona chi sembra crederlo per davvero. Raffaele lo ha creduto. Troppo facile ora dirlo solo un delinquente. Troppo ingiusto dire, la morte di Nicola, “un caso isolato”.

    (8 maggio 2008)

  • SempreIo

    Sì, il mio “pater” è appunto virgolettato perchè ho voluto associare il ruolo del papà del ragazzo costituitosi, a quello del pater inteso come autorità, ancora rispettata. Mi sarò espresso male.

    Spero tu non abbia letto il mio intervento come un attacco personale, non lo è.
    Ho alta stima di te – dai tuoi interventi – e quindi mi sono permesso un’esortazione. Cioè, lascia ad altri.
    Vai a vedere le agenzie o gli articoli sui quotidiani o i blog con, peggio, i relativi commenti. E’ desolante. E’ la barbarie.

    L’accaduto è drammatico, ma star lì a tirar fuori teorie più ampie su scuola, giustizia, o sulla permissività della nosta società, mi sembra troppo. Mi sembra ingiusto tentare di trovare una spiegazione razionale alla morte.
    Perchè siamo di fronte alla morte -o dovremmo- prima che ai neofascisti, alla piccolezza dei veronesi, ai giovani senza valori, o altra, appunto, barbarie.

    Ho segnalato, nel commento all’articolo “Sicuri di essere insicuri?” pubblicato su questo sito, due rapporti (Ministero dell’Interno e Istat) nei quali si legge di diminuzione degli omicidi in Italia: 1.441 nel 1992 e 621 nel 2006.

    Non voglio negare o sminuire la tragedia in ciò che è avvenuto a Verona, però, dopo la lettura dei dati, con la ragione, andrebbe analizzato in modo diverso.
    Dinuovo, lasciamo usare la morte a chi deve vendere un prodotto editoriale, a chi deve ottenere consenso o a chi ha altri scopi.
    Perchè, se per questo evento viene detto che la società è in declino, per quei dati io la considererei in cammino verso la perfezione.
    Cogne, Novi Ligure, Erba, Gravina, Garlasco, Perugia e tutti gli altri passati alle cronache che ho dimenticato o quelli di cui non si sa nulla? Che sono, l’Apocalisse?
    No. Sono eventi, tragici, connaturati alla società. Per di più, in diminuzione.

    Piuttosto, ritorniamo a considerare la morte. E’ il momento più doloroso della vita, davanti al quale la nostra razionalità è inutile. Diamole valore, torniamo a interiorizzare la morte.
    E che ognuno lo faccia a modo suo, non ci sarà giusto o sbagliato.

    Con stima,
    Alessio

  • Lestaat

    Non sono affatto daccordo.
    Anche perchè l’aggressione in se nulla ha ache vedere con la loro connotazione politica. E lo ripeto, questo incarognirsi a volercela mettere dimostra solo la pochezza a cui la sinistra italiana è arrivata che senza l’antifascismo non è più NULLA. Essere compagni dovrebbe voler dire qualcosa di ben più importante e serio che non il commentare le idiozie di 5 decelebrati come ce ne sono a bizzeffe, che facciano o meno parte di un gruppo neonazista, tra l’altro, neonazista dei miei ciufoli se ha riferimenti in questa “destra” all’italiana. Quello che è accaduto a Verona è soltanto il solito pestaggio di 5 deficienti che nessuno avrebbe cagato se non fosse servito al potere per ricominciare con la solfa degi opposti estremismi e del pericolo terrorista (già per altro paventato da Cossiga)
    L’assenza di una rappresentanza istituzionale della sinistra vera, quella radicata nel territorio che ormai da tempo era ben lontana anche dalle varie rifondazioni, e la dipartita contemporanea del suo equivalente a destra (equivalente in tutto, anche nella distanza dalla propria base sociale) sta mettendo una paura fottuta al potere e questo bailamme mass mediatico attorno al caso di Verona altro non è che un tentativo di demonizzazione di forza nuova e compagnia, che, malgrado la assoluta distanza dal mio pensiero, essendo io un comunista convinto, resta purtroppo l’unica forza di un certo peso e radicata nel territorio ad essere profondamente antiimperialista e anti atlantista. Tirare fuori dal cilindro un fatto di cronaca che sembra sposarsi ad hoc con le chiare intenzioni del potere dovrebbe far riflettere e invece a quanto pare sono perfettamente riusciti nel loro intento di rinfocolare l’inesistente pericolo fascista e di conseguenza, l’inutile e ingenuo antifascismo militante. Pari pari agli anni di piombo.
    Qualsiasi analisi pseudo psicologica delle motivazioni che hanno spinto quei cinque idioti a commettere quell’incommensurabile nefandezza è, ovviamente, sacrosanta, e non voglio certo negare che le basi su cui poggia il loro pensiero sia quello perpetrato dal populismo di destra ma questo non riduce l’idiozia di tutto sto cancan che da sinistra si sta creando attorno a quel fatto.
    E’ da stupidi, da ingenui, da “boccaloni” mangiare questa evidentissima e stramaledetta foglia, stanno facendo di tutto per far girare lo sguardo da quella parte, e da bravi e ubbidienti cagnolini si stanno girando tutti, come se davvero, se c’è un rischio di fascismo, arrivasse da quegli ambienti antagonisti. Suvvia, un minimo di senso critico. Ben vengano i Fiore che parlano di imperialismo, di sionismo, di “dittatura delle multinazionali” (vi ricorda niente?)….ci sarà tempo e modo di sottolineare le innegabili differenze con la sinistra, dalla loro fede cattolica così pesante alle loro idee di stampo razzista…..ma per favore, prima di strillare al fascista, stiamo almeno a sentire cosa dice e perchè e cerchiamo di capire quali sono trappole e quali non lo sono o davvero si farà la fine che si è fatta negli anni settanta, a manganellersi a vicenda incolpandoci a vicenda di essere servi del potere. Verranno tempi difficili, non facciamoci distrarre di nuovo.

  • Lestaat

    @mangudai
    Non sono affatto daccordo. Anche perchè l’aggressione in se nulla ha ache vedere con la loro connotazione politica. E lo ripeto, questo incarognirsi a volercela mettere dimostra solo la pochezza a cui la sinistra italiana è arrivata che senza l’antifascismo non è più NULLA. Essere compagni dovrebbe voler dire qualcosa di ben più importante e serio che non il commentare le idiozie di 5 decelebrati come ce ne sono a bizzeffe, che facciano o meno parte di un gruppo neonazista, tra l’altro, neonazista dei miei ciufoli se ha riferimenti in questa “destra” all’italiana. Quello che è accaduto a Verona è soltanto il solito pestaggio di 5 deficienti che nessuno avrebbe cagato se non fosse servito al potere per ricominciare con la solfa degi opposti estremismi e del pericolo terrorista (già per altro paventato da Cossiga) L’assenza di una rappresentanza istituzionale della sinistra vera, quella radicata nel territorio che ormai da tempo era ben lontana anche dalle varie rifondazioni, e la dipartita contemporanea del suo equivalente a destra (equivalente in tutto, anche nella distanza dalla propria base sociale) sta mettendo una paura fottuta al potere e questo bailamme mass mediatico attorno al caso di Verona altro non è che un tentativo di demonizzazione di forza nuova e compagnia, che, malgrado la assoluta distanza dal mio pensiero, essendo io un comunista convinto, resta purtroppo l’unica forza di un certo peso e radicata nel territorio ad essere profondamente antiimperialista e anti atlantista. Tirare fuori dal cilindro un fatto di cronaca che sembra sposarsi ad hoc con le chiare intenzioni del potere dovrebbe far riflettere e invece a quanto pare sono perfettamente riusciti nel loro intento di rinfocolare l’inesistente pericolo fascista e di conseguenza, l’inutile e ingenuo antifascismo militante. Pari pari agli anni di piombo. Qualsiasi analisi pseudo psicologica delle motivazioni che hanno spinto quei cinque idioti a commettere quell’incommensurabile nefandezza è, ovviamente, sacrosanta, e non voglio certo negare che le basi su cui poggia il loro pensiero sia quello perpetrato dal populismo di destra ma questo non riduce l’idiozia di tutto sto cancan che da sinistra si sta creando attorno a quel fatto. E’ da stupidi, da ingenui, da “boccaloni” mangiare questa evidentissima e stramaledetta foglia, stanno facendo di tutto per far girare lo sguardo da quella parte, e da bravi e ubbidienti cagnolini si stanno girando tutti, come se davvero, se c’è un rischio di fascismo, arrivasse da quegli ambienti antagonisti. Suvvia, un minimo di senso critico. Ben vengano i Fiore che parlano di imperialismo, di sionismo, di “dittatura delle multinazionali” (vi ricorda niente?)….ci sarà tempo e modo di sottolineare le innegabili differenze con la sinistra, dalla loro fede cattolica così pesante alle loro idee di stampo razzista…..ma per favore, prima di strillare al fascista, stiamo almeno a sentire cosa dice e perchè e cerchiamo di capire quali sono trappole e quali non lo sono o davvero si farà la fine che si è fatta negli anni settanta, a manganellersi a vicenda incolpandoci a vicenda di essere servi del potere. Verranno tempi difficili, non facciamoci distrarre di nuovo.

  • vraie

    responsabilità del suo gesto!
    uno che ammazza o un padre che “educa” un figlio in modo da non fargli capire bene che non si deve ammazzare, forse sono un’altra prova della bontà dell’articolo di Bertani

  • Mangudai

    Infatti nel post precedente ho scritto che la politica ha fatto la sua parte, non ho scritto che é una chiara aggressione politica. Per quanto mi riguarda non mi stò incarognendo con nessuno, anzi.Inoltre il commentare questo fatto, come lo hai fatto tu, lo può fare chiunque. Ritengo che questo episodio sia la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Voglio dire per assurdo che se vado in moto ( 7 giorni su 7) in un centro abitato ai 180 all’ora prima o dopo qualcosa succede e non credo nulla di piacevole. Se ho ben capito dal tuo post, tutto questo turbillon nasce da una volontà mediatica di “…volgere lo sguardo dall’altra parte…non ci si deve distrarre….”. In tutta franchezza e senza polemica é la tua analisi distratta. Il fatto che io ritenga che la politica abbia avuto un suo ruolo non implica che io sia di sinistra. Ora veniamo al caso, 5 ragazzi per strada chiedono una sigaretta ad un’altra persona la quale rifiuta, quest’ultimo passa avanti, ed i 5 ragazzi lo aggrediscono alle spalle malmenandolo, con il tragico epilogo.
    Racconto un altro fatto che forse sarà noto a tutti. Sempre a Verona un anno fa due ragazzi e tre ragazze del Centro Sociale “La Chimica” vengono aggrediti da una ventina di ragazzi. I due ragazzi vengono portati all’ospedale, uno dei due presenta dei profondi tagli all’addome, conclusione per non tirarla tanto lunga, prognosi riservata per una settimana e due interventi all’addome per salvargli la pelaccia.
    Te ne racconto un’altro, riportato sui giornali di cronaca circa un’anno e mezzo fà.
    Via Mazzini, via centrale del centro di Verona, un ragazzo cammina per i fatti suoi, nel mezzo della via vi sono circa una decina di ragazzi, chi con capelli rasati, chi con tatuaggi di croci celtiche, chi con la Felpa del Dux, il ragazzo chiede il permesso di poter passare, lo lasciano passare e sempre alle spalle viene aggredito con bottigliate al cranio, risultato centoventi punti di sutura ed un intervento di chirurgia plastica. Potrei raccontarne altri ma sarei noioso. Tu mi dirai che minchia c’entra? Per come la vedo io c’entra eccome. Tre protagonisti di questi tre episodi li ritroviamo nel tragico episodio di Porta Leoni il 1 Maggio dove ha perso la vita Nicola. Ora questi tre ragazzi noti alla Digos per questi ed altri fatti, quando erano nelle patrie galere il sindaco Tosi fece loro una visita portando la sua solidarietà a queste povere vittime dei magistrati e credo che (lo stesso sindaco) non abbia nemmeno speso due righe di solidarietà al povero ragazzo della Chimica finito in prognosi riservata per le varie ferite da arma da taglio. Uno di questi ragazzi, noto e ripeto noto Naziskin, quando la Digos fece la perquisizione nell’abitazione trovarono una decina di coltelli bandiere con croci celtiche, edizioni del Mein Kampf, un’ascia ed altro materiale. Un’altro ragazzo dei cinque, era candidato nelle ultime elezioni con Forza Nuova, certo sarà stato messo per riempire le liste, quindi nessuno in sede di elezione lo avrebbe votato, ma perche non si é candidato con la Pro Loco o con le Acli (…tanto per dire).
    Ora é vero o non é vero che la destra ha vinto le elezioni con lo slogan della sicurezza? Secondo te questi ragazzi, sono protagonisti o vittime o protagonisti e vittime? Secondo te a questi ragazzi frega qualcosa dell’imperialismo, del sionismo o delle multinazionali? Nessuno qui a Verona a voglia di vendette contro le aggressioni fasciste o pseudofasciste si é abbastanza intelligenti da non cadere nelle provocazioni di questa portata e non mi stò riferendo all’episodio di Porta Leoni che é tutt’altra cosa. Ma una cosa é sicura che questi Cinque ragazzi si sono sentiti legittimati a reagire in quel modo e nessun politico ha avuto la sensibilità di ammettere che forse un pò di responsabilità c’é l’ha anche la classe politica di questa città. Ora i mezzi busti politici di Verona sono preoccupatissimi per l’attenzione a loro dovuta per questo tragico episodio, ma come ho detto prima se si và ai 180 all’ora…..
    Non sto dicendo che la matrice politica abbia avuto un ruolo centrale, ma ha contribuito a creare un clima violento e pieno di livore nei confronti del “diverso”.
    Inorridisco ogniqualvolta succedono episodi simili, inorridisco ogniqualvolta il politico di turno difende la città dopo questi episodi e urla la “tolleranza zero”.
    Ma sono ragazzi, di 19 anni e allora mi chiedo che cazzo abbiamo insegnato? come gli abbiamo cresciuti? gli abbiamo ascoltati nei loro momenti di necessita? Questo Lestaat é il fascismo che mi preoccupa e per come la vedo io l’antifascismo é un valore da difendere con tutte le proprie forze.

  • Lestaat

    nununu Mangudai.
    Perdonami, mi sono espresso male. Non mi riferivo a te in particolare quando parlavo di incarognirsi con la politica in quell’atto. Era un discorso generale, scusami tanto per l’incompresione.
    Inoltre.
    Anche io non volevo decontestualizzare. Ma pur sapendo che l’ambiente di Verona non è estraneo a quello che è successo, insisto nel dire che quei dementi fossero nazi o meno, è del tutto irrilevante ai fini della comprensione di ciò che è accaduto. Perchè non c’è una motivazione “politica” ma meramente da IDIOTI che non sanno distinguere tra bene e male. Che poi questo sia dovuto all’esternazione violenta dell’ideologia fascista è del tutto secondario. Non è la politica sciocca e peracottara fatta da sti quattro deficienti che riporterà il fascismo in italia, ne altrove. E ideologizzare un evento di cronaca che come protagonisti 5 idioti che gridano viva il duce, se mi permetti, non li rende un movimento fascista reazionario, ma li rende dei dementi e basta, senza nessun fine, nessuno scopo utile, senza nemmeno una pur minima possibilità di concretizzare le loro idiozie e sta a chi osserva, racconta e commenta tali eventi non elevarli ad uno scontro politico che non c’è, perchè quella sera, quei 5 decerebrati giocavano a chi ce l’ha più lungo con il loro ego machista, niente di più.

  • Lestaat

    Aggiungo una nota
    “nessun politico ha avuto la sensibilità di ammettere che forse un pò di responsabilità c’é l’ha anche la classe politica di questa città”

    politico-sensibilità-responsabilità-ammettere
    mmmm
    Quale parola è di troppo?
    Scusa se mi permetto una battuta ma davvero la cosa ti scandalizza ancora?
    E questo tra l’altro dmostra proprio quel che sto dicendo: a loro fa comodo che si fomentino queste cose e un’ammissione di responsabilità non farebbe che aquitare gli animi, ed è quello che nessuno vuole.
    O non ti basta la “questione sicurezza” del tutto inventata a tavolino?
    Spero anche di essermi spiegato perchè non vorrei sembrare in totale disaccordo con te. Sono cosciente del ruolo “diseducativo” che la politica ha avuto uìin questi anni, ma è appunto su questo che dobbiamo continuare a parlare e non di 5 imbecilli che non sanno quel che fanno.

  • Mangudai

    In questo contesto concordo.Comprendo la tua battuta e giusto per puntualizzare,le esternazioni dei pubblici mezzi busti non mi hanno mai scandalizzato, anzi mi schifano.
    Purtroppo é con questa educazione che qui a Verona, ci si deve confrontare e credimi,
    non é per niente facile.

  • Lestaat

    Ci credo ci credo.
    Capita proprio a fagiUolo una notiziola di oggi.

    “Napolitano ricorda le vittime del terrorismo
    Si commuove: “Tragedia di tutto il Paese”
    Al Quirinale la celebrazione del “giorno della memoria”. Arnoldo Foà legge i testi di Aldo Moro, rapito e ucciso dalle Br 30 anni fa. Il discorso del capo dello Stato: “Non devono esserci tribune per gli assassini”. Poi, tra gli applausi, attacca il ritorno “di rozze ideologie comuniste””

    Come volevasi dimostrare.

  • Lestaat

    Ripropongo anche qui una risposta Mandugai che ritengo interessante.
    Casualmente oggi cosa è successo?
    “Napolitano ricorda le vittime del terrorismo
    Si commuove: “Tragedia di tutto il Paese”
    Al Quirinale la celebrazione del “giorno della memoria”. Arnoldo Foà legge i testi di Aldo Moro, rapito e ucciso dalle Br 30 anni fa. Il discorso del capo dello Stato: “Non devono esserci tribune per gli assassini”. Poi, tra gli applausi, attacca il ritorno “di rozze ideologie comuniste”

    Ma guarda le coincidenze.

  • Mangudai

    Si! sono sulla tua strada.
    Ciao