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BROGLI ELETTORALI, DUE INCHIESTE CONGIUNTE (PARTE PRIMA)

DI GIULIETTO CHIESA E FRANCESCO DE CARLO

Violazione della privacy, intercettazioni illegali, rivelazione di segreto d’ufficio. Tra servizi deviati e polizie parallele, come emergono dal “caso Storace”, Telecom Italia si trova coinvolta in un’oscura vicenda di spionaggio politico. Proprio ora che si appresta a mettere le mani su un piatto molto succulento: la gestione elettronica delle elezioni.
Il 9-10 aprile infatti i voti di 10 milioni di italiani verranno scrutinati da operatori presenti nei seggi, inseriti in un pc e trasmessi via modem a un centro nazionale operativo. La nuova metodologia, chiamata appunto “scrutinio elettronico”, è stata introdotta a gennaio dalla legge 22/2006 e interesserà il 20 per cento dell’elettorato nazionale. Prima domanda: si tratta di un sistema sicuro? Sì. Anche se esistono ancora importanti zone d’ombra (riassunte nell’interrogazione parlamentare presentata da Fiorello Cortiana dei Verdi e Beatrice Magnolfi dei Ds), il mantenimento delle tradizionali operazioni di spoglio e la presenza di registri cartacei (decisivi su quelli informatici in caso di discrepanza) garantiscono la possibilità di verificare la validità del voto comunicato per via telematica.Tutto qui? No, perché aprile è solo una tappa verso l’importazione del “voto elettronico”. E qui, alla luce delle esperienze americane del 2000 e del 2004, c’è di che essere davvero inquieti. Anche perché questa tappa sta avvenendo in Italia in un contesto di “privatizzazione della democrazia”. La gestione elettronica delle elezioni verrà infatti affidata dallo Stato ad aziende private, prima fra tutte Telecom Italia, e già spuntano evidenti conflitti di interessi che ruotano intorno ai ministri Stanca e Pisanu.

Una sperimentazione di questo tipo può essere molto utile al potere politico per introdurre sistemi di gestione elettorale capaci di aggirare o distorcere la volontà popolare al di fuori dei controlli democratici tradizionali. Dunque non è ozioso chiedersi fin da ora come, a chi, perché, con quali costi e con quali rischi lo Stato abbia deciso di vendere il processo elettorale ai privati.

Quali sono e come sono state scelte le società che gestiranno lo scrutinio elettronico? Nel febbraio 2004 il Consiglio dei ministri approva la sperimentazione dello scrutinio elettronico, stanziando 12 milioni di euro, e conferisce a Innovazione Italia SpA (società di scopo posseduta da Sviluppo Italia SpA, di cui l’intero capitale sociale è detenuto dal ministero delle Finanze) l’incarico di realizzare il progetto in 2500 seggi per le europee del 12-13 giugno 2004. A marzo viene bandita una gara d’appalto pubblica da Innovazione Italia e risultano aggiudicatari due raggruppamenti temporanei d’imprese (rti): il primo con Ibm Italia SpA (capogruppo) e T-Systems Italia SpA, e il secondo con Telecom Italia SpA (capogruppo), Electronic Data Systems Italia SpA (Eds Italia) e Accenture SpA.

Tratte le somme, il Consiglio dei ministri autorizza la prosecuzione della sperimentazione, erogando altri 10 milioni per lo scrutinio elettronico in tutti i seggi della Liguria nelle regionali del 3-4 aprile 2005. Ma qui sorgono altre domande. Invece della massima trasparenza, lo Stato decide di procedere attraverso trattative private: nel gennaio 2005 viene rinnovato il contratto al solo rti guidato da Telecom. Perché non si è scelta una nuova gara pubblica? La legge consente di agire in deroga alle norme della contabilità generale dello Stato solo in circostanze eccezionali. È stata la fretta cattiva consigliera? Forse nel caso del 2005, certamente non nel caso del 2006, quando la situazione di urgenza è stata creata artificiosamente dilazionando l’approvazione della legge.

A meno di un mese dalle prossime elezioni non è ancora chiaro chi sia stato scelto per svolgere questo delicato compito, né con quale criterio sia stato selezionato. Tutto fa pensare che saranno coinvolte le stesse imprese che hanno gestito finora la sperimentazione dello scrutinio elettronico: Telecom Italia, Eds Italia e Accenture. Il solo fatto di assegnare un ruolo così centrale per le sorti del paese a una grande multinazionale aggiunge altre domande curiose. È normale delegare la salute della democrazia a una società che con il governo ha avuto, avrà e ha tuttora numerose intersezioni nel campo dei servizi, della telefonia, della televisione? Esistono garanzie sufficienti per evitare che le votazioni diventino una merce di uno scambio più ampio tra Telecom e settore pubblico? Telecom Italia gestirà le nostre elezioni. Ne è stato dato conto ai cittadini? Possiamo fidarci di una società il cui ex responsabile della sicurezza, Giuliano Tavaroli, è al centro di un’inchiesta della procura di Milano, sotto accusa di aver guidato un gruppo clandestino di 007 privati, capace di violare perfino i segreti delle procure? Sia chiaro che Tavaroli, collocato ancora oggi come top manager negli elenchi interni all’azienda di Tronchetti Provera (forse si sono dimenticati di cancellarlo?) è coinvolto nella vicenda di Super Amanda, una rete di contatti che, secondo l’Espresso, comprende “ufficiali dei carabinieri, della guardia di finanza, poliziotti, ex agenti Cia e giornalisti, ingaggiati con consulenze pagate a peso d’oro”. Una centrale d’intelligence cui farebbero capo tutte le intercettazioni telefoniche e via web effettuate in Italia, monitorate dal Centro nazionale autorità giudiziaria. Tavaroli c’entra anche con questo?

In ogni caso Telecom Italia è in buona compagnia: Eds e Accenture sono società molto attive nella privatizzazione dei servizi e sono specializzate nella gestione elettronica dei sistemi di voto, principalmente negli Stati Uniti. Sono proprio loro, guarda caso, parte di una task force di grosse società informatiche americane (tra cui la Sequoia e la Diebold) che è riuscita a far votare dal Congresso l’Help America Voting Act (Hava), un’importante riforma del sistema elettorale che ha introdotto il voto elettronico. L’ha firmata il presidente Bush nell’ottobre 2002. Alcune di queste multinazionali conservano un rapporto privilegiato con il Partito repubblicano e con l’industria militare, e spesso si sono presentati casi di conflitto di interessi tra i soggetti appaltanti e imprese appaltatrici dell’e-voting. Casi come quello di Bill Jones, che ha iniziato a lavorare per Sequoia, dopo aver approvato, in qualità di funzionario elettorale, la fornitura di apparecchiature di voto alla stessa società; oppure come quello di Walden O’Dell, costretto a lasciare l’incarico di amministratore delegato della Diebold, dopo la scoperta di una sua lettera indirizzata ai finanziatori del partito di Bush, in cui si impegnava ad aiutare la vittoria del presidente con i voti dell’Ohio; o infine come quello della stessa Accenture, che ha elargito ai partiti donazioni indirette per decine di migliaia di dollari, con chiara predileziome per la fazione repubblicana, e che si prepara a giocare un ruolo da protagonista anche nelle operazioni di spoglio delle elezioni italiane.

Dunque all’affidabilità e alla trasparenza, entrambe dubbie, di Telecom si aggiungono Accenture (sorta dalle ceneri della Arthur Anderson Consulting, condannata per la distruzione di prove nello scandalo Enron), registrata nel territorio esentasse delle Bermuda e in società con la Halliburton, precedentemente gestita da Dick Cheney; e la Eds, che in Italia è già stata citata in giudizio con l’accusa di violazione di diritto d’autore, violazione di impegni contrattuali e concorrenza sleale per aver copiato e rivenduto allo Stato il software open source per lo scrutinio elettronico sviluppato dalla Ales Srl, una piccola società di Cagliari (che lo ha ideato e utilizzato per la prima volta in Italia, a proprie spese, in occasione delle politiche 2001, con l’autorizzazione del ministero dell’Interno).

Lo scrutinio elettronico è il primo passo verso il voto elettronico? Intanto sono due cose diverse. Nel primo caso al termine delle elezioni un operatore informatico inserisce manualmente i dati delle schede cartacee in un pc e poi le trasmette per via telematica a un centro nazionale; nel caso del voto elettronico, invece, gli elettori votano tramite touch screen o lettore a scansione ottica: un sistema già introdotto in India, Venezuela, Estonia, Brasile e soprattutto in Usa, dove, a distanza di un anno e mezzo, è ancora difficile appurare la correttezza democratica delle presidenziali del novembre 2004, mentre è già accertata la clamorosa manipolazione di quelle del 2000 (vedi Michael Moore).

Al termine di una giornata elettorale caratterizzata da disordine e approssimazione – spesso causati dalle stesse macchine elettroniche – dopo le operazioni di spoglio, si è registrata una forte discordanza tra gli exit poll, che davano lo sfidante John Kerry vincente per 5 milioni di voti, e il risultato finale che ha confermato Bush presidente con uno scarto di più di 3 milioni. Una differenza di 8 milioni di voti: per gli statistici, un margine di errore altamente improbabile.

E infatti dopo le domande di qualche parlamentare (in particolare John Conyers, deputato democratico del Michigan) e alcune inchieste giornalistiche è emerso che le macchine del voto elettronico hanno completamente alterato le reali indicazioni dei cittadini: in molti Stati decine di migliaia di preferenze per Kerry sono state cancellate o assegnate ai candidati di altri partiti; spesso è mancata la coincidenza tra numero di voti e numero di votanti e in alcune contee sono state registrate affluenze record del 124 per cento. Fino al vaudeville: in una contea dell’Ohio ci sono stati 638 voti, Kerry ne ha presi 260, Bush 4.258. È una coincidenza il fatto che gli errori degli exit poll si siano verificati solo e soltanto in quei distretti dove non esistevano schede cartacee su cui controllare i risultati elettronici ?

È questo il sistema di voto che s’intende importare in Italia? Cosa voleva dire il ministro Stanca quando, nel giugno 2004, dichiarava a Repubblica che “il voto elettronico è un’opportunità matura dal punto di vista tecnico. Sono gli elettori a non essere pronti”? Cosa intende dire il direttore generale di Innovazione Italia Marco Monti, quando afferma che lo scrutinio elettronico elimina “la necessità di trasportare fisicamente la carta” (Monthly Vision, Finanza e Mercati, marzo 2006)? È un caso che le multinazionali scelte dal governo per la gestione dello scrutinio elettronico italiano siano le stesse che in Usa gestiscono le operazioni di voto elettronico e che, in Italia come altrove, fanno pressione sulle istituzioni per accelerare i processi di privatizzazione dei servizi pubblici e in particolare delle elezioni? Stiamo importando il sistema elettorale americano, conflitti di interessi compresi.

Quanto costa la privatizzazione delle elezioni? Lo stanziamento previsto dallo Stato per le prossime politiche è di 34 milioni di euro, ma la sperimentazione riguarda solo quattro regioni (Lazio, Liguria, Puglia, Sardegna). Quando si passerà alla totalità del territorio nazionale sarà quintuplicato, cioè 170 milioni di euro. Senza considerare che il turn-over tecnologico rende un pc già obsoleto dopo pochi anni, e che comunque i registri cartacei e molti costi tradizionali non saranno eliminati (il contrario significherebbe infatti la fine di ogni controllo).

Insomma le elezioni sono diventate un affare, sempre più appetibile ad ogni tornata. Un valore economico che si aggiunge all’evidente importanza politica, in un contesto di oscure commistioni tra società selezionate e potere esecutivo: è normale che il responsabile del Public Sector dell’Accenture sia il figlio del ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu? Senza contare poi che la procedura di selezione di tali società passa per Innovazione Italia, azienda posseduta da Sviluppo Italia: alla guida della prima vi è Andrea Mancinelli, capo di Gabinetto del ministro Stanca (fino al 2001 presidente dell’Ibm, una delle aggiudicatarie dell’appalto del 2004), mentre il direttore generale della seconda è Roberto Spingardi, che ha ricoperto a lungo ruoli cruciali all’interno della Fininvest e ha partecipato attivamente alla nascita di Forza Italia.

Siamo contro la modernità? Niente affatto. Il problema è che il mercato delle elezioni è questione troppo poco trasparente. Dopo l’acqua, l’energia, l’etere televisivo, i trasporti e altri beni di inalienabile valore pubblico, il vorace processo di privatizzazione di beni e servizi sta inghiottendo anche il processo elettorale. Dobbiamo affidare la nostra democrazia a società delle Bermuda, pronte a barattare una vittoria elettorale con un appalto?

Giulietto Chiesa e Francesco De Carlo
24.03.06
Megachip settimanale
Visto su: www.ilcantiere.org
Link: http://www.ilcantiere.org/index.php?option=com_content&task=view&id=268&Itemid=70

Pubblicato da Davide

  • Tao

    I brogli elettorali sono la sua ossessione. Silvio Berlusconi li teme, li evoca, li denuncia da quando si è buttato in politica. Da quando ha cominciato a perdere, poi, l’ossessione è diventata incontenibile. “Loro”, quelli della sinistra, “hanno un esercito di professionisti, a danno dei nostri dilettanti, che vengono puntualmente fatti fessi”, aveva gridato nel giugno 2004 dal palco di una manifestazione elettorale per le regionali nella rossa Sesto San Giovanni.

    Ora, per arginare i “professionisti” della sinistra, Berlusconi lancia alla carica i suoi “dilettanti”: si chiamano “Legionari azzurri”, si definiscono “difensori del voto” e sono coordinati nientemeno che da Cesare Previti.
    Che possa scattare un meccanismo simile a quello che in psicoanalisi si chiama proiezione, quando si attribuisce agli altri un proprio desiderio?

    Sì, perché il 9 e 10 aprile non proveremo soltanto una nuova legge bislaccamente proporzionale, definita “una porcata” da uno dei suoi inventori, con incerti premi di maggioranza, con candidati tutti imposti dai vertici dei partiti e con una scheda grande come un manifesto.

    Ci sarà anche un’altra grossa novità: nelle 12.680 sezioni di quattro regioni, oltre 11 milioni di persone (più di un quinto degli elettori italiani) saranno chiamati a votare con la tradizionale matita sulla tradizionale (benché ben più ampia) scheda, ma poi i loro voti saranno scrutinati al computer: grande modernizzazione, inevitabile aggiornamento tecnologico, prezioso risparmio di tempo. Ma anche complessa storia di rischi e commistioni. Le schede di carta resteranno in archivio, ma saranno estratte dagli scatoloni soltanto in caso di contestazioni.

    Le regioni coinvolte sono state scelte, secondo il ministro Stanca, “con il criterio del bilanciamento territoriale”: una al Nord, la Liguria; una al Centro, il Lazio; una al Sud, la Puglia; un’isola, la Sardegna. Guarda caso, però, sono tutte regioni in cui gli esiti elettorali sono incerti e che peseranno in maniera determinante per l’assegnazione dei premi di maggioranza (regionali, appunto) per il Senato.

    In ognuna delle 12.680 sezioni coinvolte ci sarà un computer, due schermi video e un operatore informatico. Mentre gli scrutatori procederanno allo scrutinio tradizionale, contando i voti e impilando le schede, l’operatore digiterà i voti sulla tastiera e li controllerà su uno degli schermi, mentre il secondo sarà a disposizione degli scrutatori. Finita la conta, i dati di ogni sezione saranno inseriti in una “chiavetta” Usb. Le diverse “chiavette” Usb di tutte le sezioni presenti in un unico plesso (edificio) saranno portate a mano e inserite nel computer di plesso. Da qui una linea dedicata trasmetterà i dati direttamente e rapidissimamente al Viminale.

    Bello? Sì. Ma anche sicuro? Al riparo da brogli informatici? Chi ricorda le feroci polemiche seguite al voto del 2000 per le presidenziali americane in Florida non può non porsi almeno il problema. Lunedì 10 aprile, dopo le ore 15, 11 mila chiavette Usb con il voto dei cittadini italiani cominceranno a girare per l’Italia in tasca a soggetti privati. C’è da stare tranquilli?

    Gianni Barbacetto
    Visto su: http://www.ilcantiere.org/blogs/

  • Tao

    ELEZIONI: DA PISANU MANDATO A LEGALI PER QUERELA A DIARIO
    “AFFERMAZIONI GRAVEMENTE DIFFAMATORIE”

    (ANSA) – ROMA, 24 mar – Il ministro dell’ Interno, Giuseppe Pisanu, ha dato mandato ai suoi legali di sporgere querela “nei confronti del settimanale ‘Diario’ e di quanti altri divulghino le affermazioni gravemente diffamatorie contenute nel numero apparso oggi in edicola”. Il ministro si riferisce ad un articolo di ‘Diario’ in cui si afferma che la sperimentazione del voto elettronico in quattro regioni per le prossime elezioni sarebbe affidata ad alcune società, una delle quali vedrebbe il figlio di Pisanu tra i dirigenti. (ANSA).

    ELEZIONI: DIARIO, QUERELA DA PISANU PER FATTI NOTORI (V. ‘ELEZIONI: DA PISANU MANDATO…’ DELLE 13:32)

    (ANSA) – ROMA, 24 mar – “Apprendiamo che il ministro dell’ Interno ci sta per querelare per fatti notori”. Lo afferma il diretto del settimanale Diario, Enrico Deaglio. “Stupisce che Pisanu – ha aggiunto Deaglio – non abbia mai pensato di querelare il presidente del Consiglio che in ripetute occasioni si è detto sicuro che ci sono stati brogli elettorali nelle passate occasioni elettorali, in considerazione del fatto che la regolarità elettorale dipende dal Viminale”. (ANSA).

  • Tao

    In quattro regioni delicate si sperimenta il voto elettronico. Sarà gestito da Telecom, Eds e Accenture, l’indiziata numero uno per lo scandalo delle elezioni in Florida. Partner di Accenture è Gianmario Pisanu, il figlio del ministro dell’Interno. E un esercito di interinali avrà in mano la chiave dei risultati. “I brogli rientrano nella professionalità e nella storia della sinistra. Qualcuno di loro si vantò, nel 1996, di aver sottratto a Forza Italia un milione e 705 mila voti…”. Così Silvio Berlusconi ha iniziato l’intervista a Lucia Annunziata del 12 marzo, quella poi finita con la fuga dallo studio televisivo. I brogli elettorali sono la sua ossessione.

    Li teme, li evoca, li denuncia da quando si è buttato in politica. Da quando ha cominciato a perdere, poi, l’ossessione è diventata incontenibile. “Loro”, quelli della sinistra, “hanno un esercito di professionisti, a danno dei nostri dilettanti, che vengono puntualmente fatti fessi”, aveva gridato nel giugno 2004 dal palco di una manifestazione elettorale per le regionali nella rossa Sesto San Giovanni.

    Ora, per arginare i “professionisti” della sinistra, Berlusconi lancia alla carica i suoi “dilettanti”: si chiamano “Legionari azzurri”, si definiscono “difensori del voto” e sono coordinati nientemeno che da Cesare Previti. “Sì, noi pensiamo di mandare persone per bene che cerchino di far sì che la sinistra non possa cancellare la volontà degli elettori”, ha spiegato Berlusconi ad Annunziata. I “Legionari” sono una schiera di attivisti di Forza Italia che in tutto il Paese si stanno apprestando a presidiare i seggi, come rappresentanti di lista, per vigilare sulle operazioni elettorali. Arriveranno al 9 aprile istruiti politicamente e preparati tecnicamente, per evitare che “i rossi continuino con i brogli”. È già pronto un libretto di otto pagine, tascabile per poterlo portare sempre con sé, intitolato proprio I difensori del voto: sarà il manuale per i 121 mila militanti di Forza Italia chiamati a controllare i seggi. Sveglia all’alba già il sabato 8 aprile, arrivo nelle sezioni elettorali prima di tutti, contare e ricontare le schede, non perdere di vista le urne, uscire per ultimi, la sera, e non abbandonare mai, ma proprio mai, il proprio posto: questi i consigli “per non farsi fregare”. E in molte regioni sono già partiti i corsi di formazione per i “Legionari”. “In Lazio, per esempio”, spiega a Diario la coordinatrice regionale di Forza Italia Beatrice Lorenzin, “abbiamo già iniziato la preparazione dei 5.136 rappresentanti di lista che difenderanno il voto in questa regione”.

    I Legionari di Previti. Ma Forza Italia non ha pensato solo ai rappresentanti di lista, da sempre arruolati dai diversi partiti tra i loro militanti. Nelle pieghe della nuova legge elettorale c’è infatti anche una novità, passata finora inosservata, che riguarda gli scrutatori e i presidenti di seggio, cioè coloro che, regolarmente remunerati, devono gestire i seggi, sovrintendere alle operazioni di voto e infine scrutinare le schede: non saranno più estratti a sorte, ma saranno scelti e nominati dalle commissioni elettorali dei Comuni, che dovranno attingere da elenchi di volontari chiusi il 30 novembre 2005. A quella data la nuova legge elettorale era stata approvata soltanto dalla Camera e doveva ancora essere votata al Senato, dove sarebbe passata il 21 dicembre; ma Forza Italia si era già portata avanti e aveva mandato i suoi militanti a iscriversi in massa nelle liste dei Comuni.

    Così ad aprile una valanga di “Legionari azzurri” s’installerà nei seggi non solo con il ruolo, volontario e di controllo, di rappresentanti di lista, ma con quello, operativo, ufficiale e remunerato, di scrutatori. La coordinatrice emiliano-romagnola Isabella Bertolini, per esempio, già il 18 novembre aveva diffuso un appello ai militanti: “Chiedete ai soci, ai simpatizzanti, agli amici e ai conoscenti di Forza Italia di presentare la domanda di iscrizione all’albo degli scrutatori del loro Comune di residenza… Non lasciamo che anche questa volta i seggi elettorali restino in mano alle sinistre… Con le modifiche introdotte dalla nuova legge elettorale ora possiamo davvero cambiare le cose”.

    Il campo avverso non è stato invece così pronto ad annusare il cambiamento legislativo prima che diventasse realtà. “Ma non siamo preoccupati”, spiega Nora Radice, responsabile organizzativa provinciale dei Ds milanesi. “Secondo le nostre informazioni, non ci sono state corse all’iscrizione negli albi. E i nostri rappresentanti di lista vigileranno in ogni seggio”. La dirigente svela un altro retroscena della spericolata legge approvata dal centrodestra. “La commissione elettorale del Comune di Milano ha estratto a sorte gli scrutatori, come prevedeva la vecchia normativa, e poi li ha nominati in blocco, come stabilisce la nuova”. Ve l’immaginate la povera commissione, se avesse dovuto votare uno a uno, nome per nome, gli scrutatori di un migliaio di seggi? E ve li immaginate cinque giudici in tutto chiamati a dirimere le controversie che possono sorgere in un parco di circa 5 milioni di schede lombarde? È un’altra novità della legge, che per il Senato ha soppresso gli uffici circoscrizionali presenti in ogni capoluogo di provincia e ha accollato l’ultima fase di controllo del voto a un ufficio regionale unico. Non per niente il presidente della commissione elettorale lombarda, Domenico Urbano, ha reclamato altri 60 giudici da aggiungere ai suoi quattro commissari.

    “Berlusconi continua a parlare di brogli. Chi parla troppo di una cosa, la pensa e la evoca”, commenta Beatrice Magnolfi, parlamentare dei Ds. Che possa scattare un meccanismo simile a quello che in psicoanalisi si chiama proiezione, quando si attribuisce agli altri un proprio desiderio? Proprio Magnolfi, che in passato è stata assessore all’Innovazione a Prato, in questa legislatura ha scelto di essere, come si definisce, “il cane da guardia del ministro dell’Innovazione Lucio Stanca” e il 10 febbraio, per chiudere in bellezza, gli ha presentato un’interrogazione sullo scrutinio elettronico che sarà sperimentato al prossimo appuntamento elettorale. Sì, perché il 9 e 10 aprile non proveremo soltanto una nuova legge bislaccamente proporzionale, definita “una porcata” da uno dei suoi inventori, con incerti premi di maggioranza, con candidati tutti imposti dai vertici dei partiti e con una scheda grande come un manifesto. Ci sarà anche un’altra grossa novità: nelle 12.680 sezioni di quattro regioni, oltre 11 milioni di persone (più di un quinto degli elettori italiani) saranno chiamati a votare con la tradizionale matita sulla tradizionale (benché ben più ampia) scheda, ma poi i loro voti saranno scrutinati al computer: grande modernizzazione, inevitabile aggiornamento tecnologico, prezioso risparmio di tempo. Ma anche complessa storia di rischi e commistioni che vale la pena di raccontare.

    Votare Stanca. Tutto comincia il 3 gennaio 2006, quando il governo vara il primo decreto legge dell’anno, con il numero 1. Come capita spesso al gabinetto Berlusconi, nel provvedimento c’è dentro un po’ di tutto: disposizioni urgenti per il voto da casa di elettori che non possono spostarsi; ammissione ai seggi di osservatori dell’Osce (l’organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa); ma soprattutto disposizioni per lo scrutinio elettronico. Sperimentazioni erano già state compiute alle europee del 2004 e alle regionali del 2005, questa volta però è una bella fetta di elettori a essere interessata alla sperimentazione: il 20 per cento delle sezioni. E per la prima volta allo scrutinio informatizzato è stato assegnato valore giuridico. Le schede di carta resteranno in archivio, ma saranno estratte dagli scatoloni soltanto in caso di contestazioni.

    Le regioni coinvolte sono state scelte, secondo il ministro Stanca, “con il criterio del bilanciamento territoriale”: una al Nord, la Liguria; una al Centro, il Lazio; una al Sud, la Puglia; un’isola, la Sardegna. Guarda caso, però, sono tutte regioni in cui gli esiti elettorali sono incerti e che peseranno in maniera determinante per l’assegnazione dei premi di maggioranza (regionali, appunto) per il Senato.

    In ognuna delle 12.680 sezioni coinvolte ci sarà un computer, due schermi video e un operatore informatico. Mentre gli scrutatori procederanno allo scrutinio tradizionale, contando i voti e impilando le schede, l’operatore digiterà i voti sulla tastiera e li controllerà su uno degli schermi, mentre il secondo sarà a disposizione degli scrutatori. Finita la conta, i dati di ogni sezione saranno inseriti in una “chiavetta” Usb. Le diverse “chiavette” Usb di tutte le sezioni presenti in un unico plesso (edificio) saranno portate a mano e inserite nel computer di plesso. Da qui una linea dedicata trasmetterà i dati direttamente e rapidissimamente al Viminale.

    Bello? Sì. Ma anche sicuro? Al riparo da brogli informatici? Chi ricorda le feroci polemiche seguite al voto del 2000 per le presidenziali americane in Florida non può non porsi almeno il problema. Ma al ministero dell’Innovazione il portavoce di Stanca, Dario de Marchi, risponde che non c’è alcun rischio: “Le memorie Usb assegnate alle sezioni saranno inizializzate, dunque non potranno essere sostituite con altre. E la trasmissione dati a Roma sarà effettuata con una rete dedicata, assolutamente sicura”. I tecnici del ministero possono intrattenere a lungo gli interlocutori su chiavi di sicurezza, codici identificativi, doppie password, trasmissioni Dmz…

    Dopo le prime sperimentazioni di questo sistema, alle europee del 2004, il ministero ha costituito una commissione sul voto elettronico. Con quali risultati? “Avevamo segnalato diversi punti critici”, ricorda Maurizio Migliavacca, coordinatore della segreteria Ds, che ne ha fatto parte. “Il punto fondamentale riguarda la formazione di presidenti e scrutatori dei seggi, ma soprattutto degli operatori tecnici: chi li sceglie? come? che formazione ricevono? Visto che si tratta di personale di aziende private, chi li controlla e chi garantisce per loro? E dato che i risultati delle regioni coinvolte nella sperimentazione saranno definitivi prima degli altri, chi garantirà una corretta comunicazione al pubblico? Non so se tutti questi punti critici siano stati presi in considerazione per il 9 e 10 aprile”.

    Lunedì 10 aprile, dopo le ore 15, 11 mila chiavette Usb con il voto dei cittadini italiani cominceranno a girare per l’Italia in tasca a soggetti privati. C’è da stare tranquilli? “Lo scrutinio eletronico è un vantaggio perché è veloce, ma per stare tranquilli ci vorrebbe il controllo finale di una commissione presso il ministero dell’Interno, composta anche da rappresentanti dei diversi schieramenti politici”, conclude Migliavacca. “E vorrei che i dati arrivassero anche ai singoli Comuni, come già avviene per lo spoglio cartaceo”.

    Trattativa privata. Per niente tranquilla Beatrice Magnolfi, la deputata “cane da guardia del ministro dell’Innovazione”: “Il 10 febbraio 2006 ho presentato un’interrogazione a Stanca, ponendo una serie di domande. Come saranno garantite l’attendibilità e la correttezza delle procedure di rilevazione informatizzata dello scrutinio? Come possiamo essere davvero sicuri che le memorie Usb non possano essere manomesse? Perché non è prevista alcuna protezione per il trasporto di queste chiavette dalle sezioni al computer di plesso? Che tipo di linea sarà quella utilizzata per la trasmissione dei dati al Viminale?”.

    Ma non basta. C’è un altro ordine di problemi: come mai un’operazione che verrà a costare oltre 34 milioni di euro è stata affidata a trattativa privata? E chi sceglierà gli operatori informatici (saranno circa 18 mila) che faranno lo scrutinio informatico? E con quali criteri saranno scelti? Sono tre le aziende coinvolte nell’operazione: Telecom Italia, Eds e Accenture. Telecom gestisce la fetta maggiore del budget, fa da capocommessa e fornisce le linee per la trasmissione, ma anche tutto l’hardware. Eds, multinazionale Usa, ha sviluppato il software e coordina gli operatori. Accenture, la più grande azienda di consulenza al mondo, ha ottenuto un subappalto e in questo gioco fa il suo mestiere, cioè la consulenza. Le tre aziende sono state riconfermate nel gennaio di quest’anno, dopo aver svolto insieme le sperimentazioni precedenti, alle europee del 2004 e alle regionali del 2005. Ma i 18 mila operatori informatici saranno forniti da un’altra azienda, la Ajilon, che fa parte della multinazionale del lavoro interinale Adecco.
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    “L’appalto è stato assegnato a trattativa privata per ragioni d’urgenza, perché non c’erano i tempi per fare la gara”, spiega Dario de Marchi. Il ministro Stanca lo ha ribadito nella sua risposta del 23 febbraio all’interrogazione di Beatrice Magnolfi: “Il decreto legge numero 1 del 2006 ha espressamente previsto che tale affidamento avvenga in deroga alle norme di contabilità generale dello Stato, stante il brevissimo lasso di tempo disponibile prima della consultazione elettorale; lo svolgimento delle procedure ordinarie sarebbe stato impossibile in tempi tanto ristretti”.

    Elezioni: imprevedibili? Così un appalto delicatissimo e di valore consistente, per l’avvenimento più prevedibile e programmabile che esista in democrazia, cioè le elezioni, è stato assegnato a trattativa privata al maggiore operatore telefonico italiano e a due multinazionali di origine statunitense. Eds è il colosso di gestione dati fondato da Ross Perot, il miliardario americano che in passato tentò di conquistare la Casa Bianca come candidato indipendente. Accenture è il nuovo nome assunto dalla Andersen Consulting, dopo essere stata coinvolta nello scandalo Enron. Fattura 14 miliardi di dollari con le commesse del governo americano di George W. Bush. Ha sede fiscale nelle isole Bermuda ed è notoriamente legata al Partito repubblicano, di cui è grande finanziatrice.

    I democratici americani e numerose inchieste della stampa l’accusano di aver fornito un database per le liste elettorali delle ultime presidenziali in Florida da cui erano stati espunti, in base alla loro fedina penale, neri e ispanici (solitamente orientati verso i democratici). Lo scorso anno ha ricevuto dal governo una nuova commessa da 10 miliardi di dollari per un sistema di controllo per gli stranieri che entrano ed escono dagli Usa. Negli Stati Uniti Accenture è oggi subcontractor di una società che si chiama Election.com per il trattamento generale dei dati elettorali. Una parte di questa società è stata acquistata da uomini d’affari sauditi che vogliono rimanere anonimi.

    In Italia Accenture entra di forza nelle commesse governative a partire dal 2001, quando l’ingegner Mario Pelosi, uno dei grandi manager mondiali di Accenture, diventa prima consigliere tecnico del ministro Stanca e poi capo dipartimento del ministero dell’Innovazione. Il progetto di scrutinio elettronico oggi è seguito da due manager Accenture, Carlo Loglio e Angelo Italiano, ma il nome più noto nell’azienda è un altro: Gianmario Pisanu, partner di Accenture e figlio del ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu. Già nel 2002, l’Accenture Italia del sardo Gianmario Pisanu era stata coinvolta nel megaprogetto (poi bloccato) di digitalizzazione della Sardegna: una torta da 48 milioni di euro da dividere con altri compagni di cordata. Ma nel Paese dei conflitti d’interesse, oggi nessuno sembra essersi scandalizzato per il fatto che l’appalto per lo scrutinio elettronico di un quinto degli elettori italiani sia stato concesso a trattativa privata all’azienda di cui è partner il figlio di un ministro: sarà l’azienda di Gianmario Pisanu a inviare i dati elettorali al Viminale, dove li accoglierà, paterno, Giuseppe Pisanu (candidato di Forza Italia in Puglia).

    L’altro ministro coinvolto nella partita, Lucio Stanca, è ministro “tecnico” dell’Innovazione e della tecnologia: dovrebbe essere dunque una garanzia d’imparzialità. Peccato che sia candidato di Forza Italia in Calabria, Umbria e Piemonte. Più in generale, quello che sconcerta è che – in sordina, senza adeguata informazione e senza alcun dibattito nel Paese – sia stata di fatto privatizzata una parte dello Stato, un pezzo di ministero dell’Interno, e proprio nel cuore del gioco democratico: saltate le Prefetture e il Viminale, la correttezza delle elezioni è affidata in quattro regioni italiane ai computer, alle “chiavette” Usb, alla trasmissione dati e al personale tecnico di Telecom, Eds, Accenture, Adecco. Questo proprio nel momento in cui il Paese è scosso dallo scandalo degli spioni di Francesco Storace che tentavano di falsare il voto in Lazio. In cui Telecom compra pagine di quotidiani per spiegare che l’azienda non è coinvolta nelle intercettazioni abusive. E in quattro regioni considerate “in bilico”, cruciali per la vittoria di uno dei due schieramenti in gara.

    Gianni Barbacetto e Barbara Ciolli
    Fonte: http://www.diario.it/
    Visto su : http://www.articolo21.info
    Link: http://www.articolo21.info/notizia.php?id=3346
    24.03.06

    Pisanu Dinasty. Il ministro, i suoi figli. E un’indagine in Sardegna

    Giuseppe Pisanu è un democristiano di lungo corso e per anni è stato deputato dc. Sardo di Sassari, è amico di Armando Corona, che poi diventerà Gran Maestro della massoneria, e di Flavio Carboni, faccendiere sardo dai mille affari, che gli presenta un giovane imprenditore lombardo di nome Silvio Berlusconi e un silenzioso banchiere di nome Roberto Calvi. Pisanu, mentre è sottosegretario al Tesoro, si interessa attivamente alla vicenda Ambrosiano. Nei mesi frenetici che precedono la scoperta della bancarotta dell’Ambrosiano, incontra Calvi per quattro volte, sempre accompagnato da Carboni. Poi, il 6 giugno 1982, risponde in Parlamento ad alcune interrogazioni sulla situazione della banca di Calvi, quando già circolano voci sul crac alle porte. Pisanu sostiene però che la situazione è normale e non accenna minimamente alla gravissima situazione debitoria del Banco Andino, controllato dall’Ambrosiano. Alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2, Angelo Rizzoli dichiara: “A proposito dell’Andino, Calvi disse a me e a Tassan Din che il discorso dell’onorevole Pisanu in Parlamento l’aveva fatto fare lui. Qualcuno mi ha detto che per quel discorso Pisanu aveva preso 800 milioni da Flavio Carboni”. Dopo lo scandalo P2 e il crac Ambrosiano, nel gennaio 1983 Pisanu è costretto a dimettersi da sottosegretario.

    Ricompare nel 1994: lasciata la Dc, torna in Parlamento con il partito di Berlusconi, ex socio d’affari del suo protetto Carboni. E Berlusconi, nel 2001, pur di dargli una poltrona da ministro, inventa il curioso dicastero dell’Attuazione del programma. Quando poi il suo collega di governo Claudio Scajola è costretto alle dimissioni (dopo aver definito Marco Biagi “un rompicoglioni”), Pisanu prende il suo posto: ministro dell’Interno.

    I sardi sanno che Beppe Pisanu (originario di Ittiri, Sassari) è sempre stato molto riconoscente con compaesani, amici e parenti che lo hanno sostenuto nella lunga carriera politica. E che tiene molto alla carriera dei figli. Ne ha tre. Gigi fa l’avvocato ed è consigliere di Forza Italia al Comune di Sassari. Angelo è oggi nella segreteria nazionale di Forza Italia, dopo essere stato candidato nel 2005 in Lazio nello (sfortunato) listino di Francesco Storace. Il terzo figlio, Gianmario, è partner della multinazionale della consulenza Accenture. Beppe Pisanu in persona è stato interrogato, l’ottobre scorso, dalla procura di Cagliari: a proposito di un presunto giro di favori nel corso dell’inchiesta sulla maxi-truffa Ranno-Fideuram per corruzione, peculato, truffa e riciclaggio. Il nome di Pisanu padre, che non risulta indagato, è saltato fuori assieme a quello di Pisanu figlio – Angelo – durante l’interrogatorio a Gabriella Ranno, la promotrice finanziaria accusata numero uno dello scandalo: “Il titolare del dicastero dell’Interno si è interessato perché il piano triennale Fideuram andasse a buon fine”, ovvero premendo affinché diversi enti regionali accettassero investimenti a tassi favolosi (fino al 20 per cento del capitale speso), in cambio di “incarichi per il cognato, il fratello e il figlio”. Nei dettagli, ha raccontato Ranno, “Angelo Pisanu è stato assunto in Fideuram nel 1998, su mia esplicita richiesta. Il fratello e il cognato del ministro, ho poi saputo, sono entrati nel consiglio d’amministrazione del Cis”, il Credito industriale sardo, ora confluito in Banca Intesa.

    La spartizione dei pani e dei pesci, a detta di Ranno, sarebbe avvenuta a Roma nell’ottobre 1998, prima a casa Pisanu, in un incontro con i figli Angelo e Gigi, poi, la sera, a una cena nel ristorante Il bolognese: “Eravamo io, Andrea Pirastu, Beppe e Annamaria” (Annamaria è la moglie del ministro, già madrina della promotrice finanziaria; Pirastu è l’ex assessore all’Industria). Il tutto alla vigilia della campagna elettorale regionale del 1999, per il cui foraggiamento, secondo le dichiarazioni dell’accusata, “la banca si è avvalsa di fondi che i promotori hanno raccolto in nero e depositato nella nostra sede svizzera di Lugano, da dove poi rientravano in Italia”, sotto forma di tangenti “per finanziare Forza Italia”.

    Fonte: http://www.diario.it
    24.03.06