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BANANE: DALLA PIANTAGIONE ALLA TAVOLA

DI ED HAMER
theecologist.org

Cosa potrebbe essere più buono di questo frutto presente dappertutto? Ma se non lo comprate dal mercato equo-solidale o biologico, sostiene Ed Hamer, allora state partecipando a un moderno scandalo agricolo.

Nelle prime ore del 16 marzo 2007, tre lavoratori agricoli, Alexander Zuñiga, Marco Borges e Jamie Juárez hanno iniziato la loro giornata lavorativa nel bananeto di proprietà della Chiquita a Coyol, nel nord del Costa Rica. Da circa un’ora erano impegnati nella raccolta dei grappoli acerbi quando capirotno che un’altra squadra di lavoratori era stata assegnata alla loro stessa sezione e aveva spruzzato i frutti con del nematocida per controllare i parassiti.

In pochi minuti, due degli uomini sono stati colti dagli effetti dell’avvelenamento da pesticidi e sono stati immediatamente portati dagli altri lavoratori a una clinica, dove uno di loro è rimasto in osservazione con la flebo per qualche ora. Il giorno dopo, denunciando i fatti ai loro supervisori e ritenendoli responsabili, sono stati convocati dalla direzione per un’udienza disciplinare e licenziati per cattiva condotta.Meno di una settimana dopo, i capi di stato del mondo ‘libero’ si sono uniti al governo britannico nella celebrazione del bicentenario dello Slavery Abolition Act del 1807. Parlando a un ricevimento a Downing Street, Tony Blair ha definito lo sfruttamento delle popolazioni indigene perpetuato durante il XVIII secolo come “una delle imprese più vergognose della storia”.

Duecento anni dopo l’abolizione, la moderna schiavitù è ancora una realtà per 800 milioni di poveri nelle campagne. Dove un tempo c’erano commercianti ora ci sono le multinazionali, dove c’erano gli schiavisti ora ci sono le economie di scala. La transizione dalle proprietà di zucchero del Commonwealth alle piantagioni dei giorni nostri è stata a prima vista semplice. L’infrastruttura è rimasta la solita, è cambiato il nome: da sfruttamento siamo passati ad esternalità.

La storia della Chiquita non è per niente eccezionale, è un sintomo della rapida globalizzazione delle economie agricole. Come la ricerca della produzione competitiva ha alimentato la corsa agli standard sociali e ambientali minimali, è inevitabile che quelli che sono in fondo alla catena degli approvigionamenti, alla fine pagheranno l”economia’ dei cibi con la loro salute e il loro ambiente.

La banana è per molti versi sinonimo della globalizzazione. Primo frutto tropicale a essere coltivato su scala industriale dai tempi della United Fruit Company (adesso Chiquita) nel 1873, la sua produzione è stata progressivamente ottimizzata. Ora le banane sono gli articoli con il più alto margine di profitto che sono venduti nei supermercati del Regno Unito: la Tesco realizza fa un profitto medio di 800.000 sterline alla settimana dalla sola vendita di banane.

Nonostante le disperate disuguaglianze associate alla sua produzione e vendita, la banana può dirci molto sul futuro della sicurezza alimentare globale. Pochi altri prodotti, figuriamoci alimenti, possono affermare di aver raggiunto l’efficienza di rifornimento o il riconoscimento del marchio delle banane. Un modello che l’agrobusiness è ansioso di replicare.

La banana, introdotta nelle Americhe dai portoghesi all’inizio del XVI secolo, è ora coltivata in tutte le zone tropicali umide; con il caffè costituisce il 60% dei proventi delle esportazioni della regione. Più resistenti ai parassiti e alle malattie del caffè, le banane sono tradizionalmente ritenute un sicuro investimento di agroexport per le economie emergenti del sud del mondo.

Negli ultimi anni, la potenza economica delle catene dei supermercati europei ha sfidato per la prima volta il controllo che dura da 130 anni dei fornitori sul mercato delle banane. Tra il 2002 e il 2005, nel Regno Unito Tesco e Asda sono stati impegnati in una ‘guerra dei prezzi delle banane’ senza precedenti, riducendo aggressivamente i rispettivi prezzi di vendita con l’autorità morale che ‘ogni piccolezza aiuta’.

In maniera prevedibile, questi tagli ai prezzi non sono stato assorbiti dai venditori, né dagli importatori, trasportatori o fornitori. Invece, sono passati direttamente sulla schiena lavoratori delle piantagioni, che rappresentano l’1% del prezzo al dettaglio delle banane. In Nicaragua, i lavoratori prendono meno di 75 penny per una intensa giornata di 10/12 ore lavorative. In Ecuador possono ricevere 2 sterline e mezzo o anche 4 sterline, anche se sfortunatamente non sono sufficenti per poter pagare i necessità basilari come la casa, il cibo, l’ educazione e il vestiario.

Secondo un documento di Action Aid del 2007, i casi di avvelenamento come quello di Coyol sono ‘routine’, così come l’irrorazione aerea di pesticidi e erbicidi sui lavoratori nelle piantagioni. Al fine di ‘integrare’ la catena dei fornitori, le casse per l’imballaggio sono situate nelle vicinanze e ci lavorano principalmente le donne. Qui le banane vengono lavate dai residui chimici e separate in piccoli caschi prima di essere classificate e imballate. Sebbene i paesi produttori siano soggetti a normative sul lavoro domestico, la loro applicazione non è una priorità. E’ normale per gli imballatori spendere il loro intero turno lavorativo (dalle 10 alle 12 ore) in piedi e con le mani non protette immerse nei prodotti chimici.

Nel dicembre del 2002 una causa da 250 milioni di dollari è stata concluso con successo contro Dow Chemical, Shell Oil e Dole per gli effetti tossici del pesticida chimico Nemagon. Nonostante sia stato vietato negli Stati Uniti nel 1977 per motivi di salute, il Nemagon ha continuato a essere usato nei bananeti dei tropici, in certi casi fino al 1990, causando difetti nei bambini, danni a reni, al fegato e sterilità fra i lavoratori.

A causa dell’iniziale successo del commercio delle banane, molte piccole nazioni sono state monopolizzate dalle piantagioni, con il relativo declino delle industrie secondarie e dei servizi. E’ la tragica eredità della dipendenza da queste coltivazioni che continuano a offrire la forma di reddito più stabile per le popolazioni rurali, e quindi sono raramente a corto di manodopera. In tali condizioni, diventa chiaro il perchè i proprietari delle piantagioni licenzino i dipendenti che si lamentano, invece di accettare la responsabilità della salute dei loro lavoratori.

Circa l’80% delle banane vendute nei supermercati del Regno Unito vengono dalle piantagioni dell’America Latina e, sempre più, dall’Africa Occidentale. Sebbene ci siano più di 300 varietà di banana nel mondo, la produzione su larga scala favorisce solo una di queste, la Cavendish, coltivata in enormi monocolture. Questo modello di agricoltura intensiva non potrebbe essere più differente dagli ecosistemi ricchi di diversità che sono stati abbattuti per far posto al boom del mercato delle banane.

Evolute lontane dai suoli ricchi e nutrienti delle foreste dell’Australasia, le banane sono una specie ecologicamente esigente. Una volta che le nuove piantagioni si sono stabilite su un terreno ripulito, la fertilità del suolo diminuisce rapidamente dato che la naturale caduta delle foglie non è sufficiente per alimentare i cicli nutritivi del suolo. Nel tentativo di massimizzare il nutrimento disponibile per le colture, la copertura naturale del terreno viene controllata con erbicidi, lasciando il terreno esposto alla luce del sole, al vento e alla pioggia. Di solito, le nuove piantagioni subiscono un considerevole calo dei rendimenti nei primi tre anni di produzione. La piantagione è quindi costretta a espandersi per compensare la perdita di produttività.

Questo rapido declino della salute del terreno porta inevitabilmente all’erosione e alla perdita del soprassuolo. Le intense piogge tropicali aggravano la situazione portando inondazioni localizzate e la sedimentazione dei corsi d’acqua e delle regioni costiere. Nel 1996 è stato scoperto che più del 60% della fragile barriera corallina nel Cahuita National Park, al largo della costa est del Costa Rica, ha subito un’irreversibile sedimentazione dovuta all’erosione costiera delle piantagioni di banane.

L’industria delle banane consuma più prodotti chimici di ogni altra coltura, cotone a parte. Questo è dovuto in gran parte ai requisiti estetici imposti dalle catene dei supermercati europei e americani, che richiedono banane ‘perfette’, senza macchie. Crescere una singola coltura intensiva in una zona limitata aumenta notevolmente il rischio di parassiti, funghi e malattie, incoraggiando la dipendenza da pesticidi. Si calcola che le bananeti nei tropici usino in media 30 chili di pesticidi per ettaro all’ anno, rispetto ai 2,7 usati dall’ industria dei cereali in Europa.

Questi livelli straordinariamente alti sono necessari per via delle forti piogge che lavano via il pesticida dalle foglie, dal terreno e dai corsi d’acqua. In un mese, nel 1994, nella regione delle banane nel Cariari in Costa Rica sono state riportate cinque serie contaminazioni del fiume. Nonostante l’eredità del Nemagon, nelle piantagioni dell’America Latina si continuano a usare sostanze chimiche che negli Stati Uniti sono state limitate o vietate.

La biodiversità nelle aree attorno alle piantagioni di banane ha sofferto per l’uso dei pesticidi. Questo è stato aggravato dalla perdita del soprassuolo e dalla deforestazione. I residui chimici hanno impedito alle piante il naturale processo di colonizzazione dei terreni abbandonati dalle piantagioni, in alcuni dei quali sono state trovate concentrazioni di rame maggiori di 400 parti per milione. Mammiferi, uccelli e insetti sono infettati dai pesticidi accumulati nella catena alimentare.

Secondo il World Wildlife Fund l’industria delle banane produce più rifiuti di ogni altro settore agricolo al mondo, i sottoprodotti organici – germogli, fiori, corona e foglie, così come le banane scartate – tutti saturi di prodotti chimici che impediscono la naturale decomposizione da microbi e biota.

I rifiuti non biodegradabili includono quantità industriali di sacchetti di plastica, nastro e contenitori di prodotti chimici. Questi possono essere bruciati oppure trovano la loro strada lungo i canali di scolo e i corsi d’acqua. La raccolta e il riciclaggio richiederebbe uno stoccaggio, un costo di produzione considerato antieconomico. Mentre fino ad oggi i dati sono scarsi, l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura ha stimato che sono state prodotte 4.510 tonnellate di sacchetti di plastica e 4.832 tonnellate di corda in polietilene dall’industria delle banane in Costa Rica solo nel 1995.

Mentre la maggior parte di queste preoccupazioni sociali e ambientali sono state considerate a lungo come ‘fattori di produzione’, l’ultimo decennio ha visto un incremento dei controlli nella catena delle forniture alimentari da parte di gruppi di sensibilizzazione e consumatori. Nonostante la loro apparente indifferenza, i supermercati non ignorano le preoccupazioni dei loro clienti o, ancora più importante, la loro spesa.

Già nel 1990 il successo del movimento Fairtrade metteva pressione ai grandi distributori per modernizzare i loro atteggiamenti verso i produttori di ‘economia’. Come risultato, le catene di supermarket del Regno Unito hanno adottato i loro propri ‘codici di condotta’ per quanto riguarda la loro responsabilità, particolarmente per quanto riguarda i produttori del Terzo Mondo. A giudicare dalle apparenze, questi codici rappresentano un impegno su norme sociali e ambientali, controllate in modo indipendente lungo la catena di approvigionamento. In realtà questi sono volontari e spesso falliscono nel consultare gli stessi lavoratori sulle preoccupazioni sociali e ambientali collegate alla produzione e alla lavorazione.

Riconoscendo questi superficiali tentativi come greenwash, gruppi di gente comune hanno intensificato la loro campagna per esporre le realtà sgradevoli del commercio delle banane. Banana Link è una piccola cooperativa non-profit fondata nel 1996, che lavora per una industria socialmente giusta, rispettosa dell’ambiente e economicamente sostenibile. Secondo il suo coordinatore internazionale, Alistair Smith, “anche se le compagnie vorrebbero essere viste come rispettose dei diritti dei loro lavoratori e delle norme ambientali, spetta ai lavoratori, ai sindacati e ai consumatori decidere se siano socialmente responsabili.”

In aggiunta alle preoccupazioni ambientali legate alle monocolture, le specializazioni agricole che hanno creato le ‘repubbliche delle banane’ hanno anche portato gravi shock economici e sociali. L’arcipelago delle isole Windward, con una popolazione di 160.000 abitanti, ha progressivamente adottato la produzione di banane come industria primaria di esportazione in tutti gli anni ’80 su consiglio del Fondo Monetario Internazionale. Dal 1987 le isole Windward hanno goduto di un contratto di fornitura esclusiva con il colosso americano WalMart. Nel 2002, comunque, il contratto WalMart è stato appaltato e vinto dalla Del Monte. Da un giorno all’altro il sostentamento di 23.000 piccoli agricoltori e delle loro famiglie è caduta vittima della ‘natura’ del libero mercato.

“Quando la Del Monte è diventata la fornitrice unica di Asda/WalMart, tutto si basava su un prezzo incredibilmente basso”, spiega Alistair Smith: “Questo ha scatenato una corsa al ribasso, mentre altri venditori cercavano di abbassare i prezzi dei fornitori per competere. I primi a soffrire furono gli agricoltori delle Isole Windward, i quali hanno visto i prezzi crollare al di sotto del costo di produzione.”

L’Europa si procura per tradizione le banane e gli altri prodotti tropicali dalle ex colonie dei Caraibi, pagando prezzi garantiti superiori a quelli dei mercati globali. Anche se questa non è sempre l’opzione più economica, si è continuato per rispetto, dopo la concessione dell’indipendenza. Dal 2005, tuttavia, tali accordi sono stati considerati illegali dall’Organizzazione Mondiale del Commercio a seguito delle lamentele degli Stati Uniti che li ritengono un ‘ostacolo al mercato’.

Come risultato, i produttori minori della Giamaica, della Repubblica Dominicana e di Haiti hanno dovuto abbandonare i loro sistemi di coltura biologici ed estensivi per competere con le piantagioni industriali del Centro America. Non è una coincidenza che i tre maggiori esportatori del Centro America – Dole, Chiquita e Del Monte – siano statunitensi.

Banana è potere. Le banane sono indicate dai rivenditori come ‘oggetti dal valore noto’, nel senso che i consumatori riconoscono il loro costo come un indicatore della competività dei prezzi fra i vari supermercati. E’ per questo che occupano i primi spazi sugli scaffali negli ingressi dei negozi e hanno solitamente prezzi promozionali.

Questo potere, comunque, è vulnerabile alla manipolazione. Se i rivenditori sentono uno spostamento della spesa dei consumatori verso un ‘oggetto dal valore noto’, avrà un immediato e significativo impatto sulla fornitura. Quindi, se i consumatori si impegnano a comprare solo banane dal mercato equo, la domanda passerà alla catena di approvigionamento e fornirà condizioni migliori ai lavoratori della piantagione grazie ai certificati di Fairtrade.

Per il momento le alternative al mercato equo non sono ovunque disponibili, essendo formato principalmente da commercianti che intendono capitalizzare su un ‘mercato etico’. Prove recenti, tuttavia, mostrano la potenza della richiesta dei consumatori, con due dei di cinque grandi supermercati del Regno Unito che al momento trattano solo banane Fairtrade. Il mercato equo delle banane nel Regno Unito ora rappresenta il 20%, e questo assicura il pagamento di un salario a più di cinque milioni di lavoratori e contadini nel mondo.

Optare per acquisti biologici può anche essere vista come una scelta etica. Anche se la certificazione biologica non può essere interpretata come un indicatore di responsabilità sociale, le piantagioni bio offrono una reale soluzione allo sfruttamento insostenibile a livello ambientale delle monocolture intensive. Il mercato equo delle banane rappresenta per ora il 2% del mercato globale, principalmente in Ecuador, Perù e Repubblica Dominicana.

Sebbene le banane, come prodotto commerciale, abbiano subito un maggior grado di industrializzazione rispetto alle altre colture, è solo questione di tempo prima che caffè, cacao, te e zucchero subiscano un destino simile. Tuttavia è da notare che queste cinque colture, che rappresentano l’85% delle esportazioni dei paesi tropicali, sono tutti alimenti non essenziali.

Cosa ancor più notevole – e anche un po’ inquietante – è che questi paesi in via di sviluppo, con la popolazione rurale più povera al mondo, sono stati incoraggiati a dedicare le loro terre più fertili per la coltivazione di prodotti di lusso per l’Occidente.

Non è più una questione di ‘lavoro forzato’. In epoca coloniale, gli schiavi erano di fatto incoraggiati a essere autosufficienti per quanto riguarda il cibo. Invece, quello di cui siamo testimoni è l’erosione senza precedenti dei mezzi di sostentamento, dovuta alla nostra dipendenza dai cibi artificialmente a buon mercato.

Ed Hamer

Fonte: http://theecologist-test.net-genie.co.uk
Link: http://theecologist-test.net-genie.co.uk/Investigations/FoodandFarming/465260/bananas_from_plantation_to_plate.html
2.06.2008

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di REIO

Pubblicato da Davide