Azzurro tenebra

Di Accattone il censore

 

Azzurro tenebra è il titolo di un grande romanzo di Giovanni Arpino sui fallimentari mondiali di calcio di Germania del 1974. Giusto cinquanta anni fa: una ricorrenza che la nostra rappresentativa nazionale di calcio ha pensato di onorare fino alla mimesi negli ultimi europei di calcio in terra teutonica.

Azzurro tenebra non è solo un libro di calcio: è  il racconto del disastro di una squadra, eliminata al primo turno, che diviene metafora della decadenza di un Paese. Calciatori-divi a fine carriera, burocrati squallidi, gambe molli: una nazione senza un progetto, aggrappata all’estro individuale e all’approssimazione. L’Italia sul crinale  di una crisi irreversibile, che oggi ha raggiunto l’ultima stazione. C’è voluto il delitto Moro, il colpo di stato di Tangentopoli, l’Unione europea, ma ci siamo arrivati.

Il calcio è prima di tutto politica. Le grandi manifestazioni sportive sono la vetrina di un Paese, non a caso le nazioni ospitanti fanno carte false – letteralmente – pur di aggiudicarsi le competizioni.  I mondiali d’Argentina del 1978, dove a pochi passi dallo stadio si torturavano i dissidenti politici (si interrompevano le sevizie soltanto durante le partite, che gli aguzzini volevano seguire in santa pace) sono l’esempio per antonomasia di quanto andiamo dicendo. Non pochi prigionieri ebbero il privilegio di sentire le urla di giubilo per i gol di Mario Alberto Kempes, prima di essere spediti a festeggiare sopra l’Atlantico e provare l’ultimo brivido di saltare da un aereo senza paracadute.

Il calcio è immagine, simbolo, specchio della salute di un Paese. Come non notare il parallelismo e l’inquietante, esatta,  analogia tra i giocatori sparpagliati per il campo senza un’idea di gioco comune e l’autonomia differenziata: ognuno per conto suo, in un plastico de profundis per la nazione italiana. Senza una guida, una direzione.

Il calcio è guerra simbolica e ritualizzata, la squadra un esercito. Non a caso grandi (e meno grandi) imprenditori hanno sempre voluto possedere una squadra, cioè, sul piano simbolico, un esercito personale. E i Paesi importanti hanno avuto grandi squadre.

Vincere una guerra simbolica ha anche un valore psicologico compensatorio, quando non si può più vincerne una vera; Churchill lo sintetizzò mirabilmente:”Gli italiani perdono le partite di calcio come fossero guerre  e le guerre come fossero partite di calcio”.

Una ex nazione in disarmo, che non può più vincere nemmeno una battaglia in effige,  che razza di esercito può avere?

Attaccanti che per toccare una palla – come avrebbe detto il Grangiuàn – devono grattarsi uno scroto; calciatori imbelli e rassegnati, che mostrano un marchiano disinteresse per le sorti della nazionale, se non addirittura il fastidio di dover posticipare le vacanze. Gente che non sta in piedi, che ha fatto più vaccinazioni che tiri in porta.

L’armata Brancaleone di un paese inesistente, che finalmente vede  compiuto il suo fulgido destino di espressione geografica.

Del resto, nel campionato cosiddetto “italiano” gli italiani non giocano quasi più. È il calcio dei debiti, delle squadre in mano agli stranieri anche a livello proprietario.

Il calcio proietta l’immagine di un Paese fantasma in svendita, con il deretano alla finestra, ma l’ano sbiancato dal chirurgo plastico e una corona di peli del culo green.

I campionati “europei” hanno mostrato il loro anacronismo, quando negri e meticci cantano l’inno di nazioni ormai scomparse,  destinate ad un  prematuro interesse etnologico. Tatuaggi ubiquitari segnalano un’appartenenza tutto al più tribale. Per quanto ci riguarda,  la cosmetica fraudolenta dell'”inno nazionale” cominciò sotto la presidenza Ciampi con il Quirinale ribattezzato “la casa degli italiani”, per  giungere, con Mattarella, all’appello alla sovranità europea, controsenso costituzionale. Ripudio implicito della sovranità italiana.

Conrad scriveva che la poesia inizia dove finisce la grammatica; invece, sentire parlare Spalletti, ci fa capire che dove finiscono la grammatica e la sintassi finisce anche la lingua italiana, massacrata e impoverita da tecnicismi e anglismi a sproposito e arricchita solo dalle consonanti doppie della presidente del consiglio.

Tre milioni il soprassoldo di Spalletti, mentre c’è chi non mangia. E, tuttavia, trova  il modo di vedere la partita e di sproloquiare in un video su internet, per vomitare lo sdegno, e chiedere la testa pelata del toscano, anno dopo anno sempre più allampanata controfigura del protagonista di Nosferatu di Murnau.

Quello sdegno che dovrebbe prorompere di fronte all’operato dei nostri governi, o ad un pronto soccorso sguarnito, al quotidiano sfascio di un Paese, che, invece, tutti accettiamo con il disinteresse e la rassegnazione dei nostri calciatori. Un Paese che non ci è mai appartenuto, che non ci riguarda neanche più,  dove alle categorie prezzoliniane dei furbi e dei fessi, si è aggiunta quella dei fessi che si reputano furbi. Miracoli della propaganda.

Bisognerebbe ripartire da zero, ma il problema è che siamo ampiamente sotto.

Tre milioni di calci in culo a Spalletti? Non bastano: ce ne vogliono venti volte tanto per tutti i nostri compatrioti, noi compresi.

Di Accattone il censore

02.07.2004

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