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ATTENTI, IMPERI IN DECLINO

DI MICHEL T KLARE
Asia Times

L’opinione comune che prevale in questo momento a Washington è che gli Stati Uniti siano troppo impantanati in Irak per prendere in considerazione un’azione militare rischiosa contro l’Iran o – Dio ce ne liberi – la Corea del Nord. Gli analisti politici descrivono l’esercito americano come “sopraffatto dai problemi” o “sul punto di crollare”. Si presume che il Pentagono dica a G.W. Bush che non puo’ intraprendere un’ulteriore operazione militare.

A queste analisi pessimiste sulle capacità militari degli USA, si aggiunge l’opinione molto diffusa che il “nuovo realismo” prevarrebbe ai più alti gradi dell’amministrazione, che i prudenti “realisti” come la segretaria di stato Condoleeza Rice si siano imposti nei confronti dei neoconservatori che soffiano sul fuoco. Quindi: nessun attacco contro l’Iran o la Corea del Nord.

Ma non mi convince.
Così come un impero in piena ascesa, e tale era quello americano alla vigilia della guerra in Irak, ha spesso la tendenza a condurre azioni imprudenti, non ponderate, lo stesso gli imperi in declino, come quelli britannico e francese dopo la seconda guerra mondiale, si sono ingaggiati in atti insensati, autodistruttori. Credo percio’che la stessa cosa possa succedere agli Stati Uniti adesso, in quanto l’impero americano è anch’esso in declino.

La fase di declino di un impero puo’ essere qualcosa di difficile e penoso per le classi dirigenti imperiali coinvolte. Coloro che sono abituati ad esigere sottomissione e rispetto dai loro subordinati e dai paesi meno potenti, sono spesso impreparati ad affrontare l’indifferenza e lo sdegno. E’ ancora più difficile per loro superare il presupposto radicato nel tempo che i loro vassalli siano inferiori: mentalmente, moralmente, e più.

La prima patologia rende le classi dirigenti in declino estremamente, straordinariamente suscettibili a quello che percepiscono come degli affronti, o degli insulti da parte degli inferiori a loro sottoposti, la seconda conduce spesso queste classi a sopravvalutare le proprie capacità e a sottovalutare quelle dei loro ex-subordinati – un errore spesso fatale. Questi due errori di valutazione si combinano spesso insieme portando ad un’estrema disposizione a colpire in risposta a cio’ che è percepito come un insulto e che coincide con un sentimento di superiorità militare (eventualmente illusorio).

L’errore di Suez

Uno degli esempi più spettacolari di un tale errore di calcolo nell’epoca moderna – un esempio particolarmente illustrativo – è la crisi del canale di Suez del 1956. La crisi cominciò nel giugno 1956 quando il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser, in collera dopo il fallimento dell’Occidente a sostenere la costruzione della grande diga di Aswan sul Nilo, nazionalizzò il Canale di Suez allora proprietà di una compagnia franco-britannica, per molto tempo vista come il simbolo dominante del suo impero.

Una risposta franco-britannica ragionevole alla decisione di Nasser sarebbe stata quella di negoziare una degna restituzione del canale (come il presidente Jimmy Carter ha fatto nel 1977 con il Canale di Panama, sopprimendo cosi’ una causa di tensione nelle relazioni USA-America Latina). Invece no: era troppo umiliante per loro negoziare con un populista come Nasser. Invece di negoziare, e con le immagini sempre vive della loro grandezza imperiale nella testa, i britannici e i francesi si imbarcarono, il 29 ottobre 1956, in un’invasione dell’Egitto (includendo saggiamente gli israeliani per sostenerli).

In quel momento subentrò la seconda patologia. Oggi, ricostruendo i fatti, risulta evidente che ai dirigenti britannici e francesi non venne mai in mente che i loro subordinati si sarebbero azzardati a resistere alle moderne armi europee; secondo loro infatti, avrebbero ottenuto la vittoria in tutta calma. Al contrario fu un vero tracollo. Gli inglesi e i francesi non erano abbastanza numerosi sul terreno, e gli egiziani non gridarono “Zio” vedendo l’Union Jack per la prima volta.

Disperati, i britannici e i francesi – che all’inizio avevano rifiutato qualunque aiuto americano – supplicarono il presidente dell’epoca, Dwight D. Eisenhower, per ottenere un’assistenza americana. Avendo visto da quale parte soffiava il vento in Medio Oriente, egli decise che sarebbe stato meglio abbandonare gli alleati della NATO, piuttosto che sostenere i vecchi imperialisti in una battaglia contro il nazionalismo panarabo (che all’epoca avrebbe potuto scegliere di allearsi con Mosca). Cosi’ i britannici e i francesi dovettero ritirarsi in modo particolarmente umiliante.

Ci sono molte similitudini tra questo episodio storico straordinario e la situazione a Washington oggi. Ancora una volta, uno stato a lungo sottomesso – in questo caso l’Iran – fa marameo ai suoi vecchi padroni imperiali – la Gran bretagna e gli Stati Uniti (che insieme avevano messo al potere nel 1953 lo Shah megalomane). Ancora una volta, il risultato è un malessere estremo e un disperato pericolo. Si, riconosco che il proseguimento da parte dell’Iran della tecnologia nucleare pone una minaccia ben diversa da quella della presa del Canale di Suez (anche se ascoltando i britannici, non era un pericolo strategico meno importante).

Rimane comunque un aspetto simbolico di tutta questa crisi che non può essere completamente ignorato. Una nazione in via di sviluppo, in altri tempi sottomessa, si confronta con la più grande potenza mondiale che il mondo abbia mai conosciuto su basi quasi paritarie. E’ precisamente questo tipo di circonstanze ad essere in grado di far scattare un’azione non ponderata, imprudente da parte della potenza in declino.

“Come osano opporsi a noi in questo modo?” Hanno dovuto mormorare i dirigenti britannici e francesi nel 1956. E “Gli daremo una o due lezioni”!” “Aspettate un po’ e vedrete!”

“Come osano opporsi a noi in questo modo” devono dirsi in privato i dirigenti della Casa Bianca di oggi. E “Gli Daremo una o due lezioni!” “Aspettate e vedrete!”

Superare le obiezioni alla guerra

Malgrado l’incapacità israeliana a ridurre la resistenza degli Hezbollah attraverso la potenza aerea durante la guerra del Libano di quest’estate, sospetto che gli ufficiali americani della forza aerea e marittima credano di poter infliggere dei danni per punire gli iraniani usando la sola potanza aerea, e di poterlo fare senza subire in conseguenza troppe perdite. Sospetto anche che dei neoconservatori ben piazzati e senza dubbio il vice presidente Dick Cheney e il segretario della difesa Rumsfeld mormorino questo messaggio all’orecchio di Bush.

Cosa ne facciamo di tutte le forme di risposta che possiamo aspettarci da parte degli iraniani come la recrudescenza dei disordini sciiti in Irak e il caos sui mercati petroliferi? Tutto questo ed altre risposte iraniane del genere sono così considerate deterrenti per un attacco militare americano. Ma gli iraniani saranno incapaci di coordinare una tale azione dopo che la forza aerea americana li avrà sottoposti al “Colpisci e Terrorizza” e, in ogni caso, vi sono piani predisposti da mettere in atto con urgenza per rispondere ad eventuali conseguenze.

Quindi, credo che sia sbagliato pensare che cio’ che prevale oggi a Washington riguardo all’intervento militare contro l’Iran, sia il buon senso. Non è perchè le forze americane sono impantanate in Irak, e che Rice negli ultimi tempi sembra usufruire di un po’ più di autorità, e che il “realismo” prevarrà alla Casa Bianca. Ritengo che la risposta delle classi dirigenti imperiali britanniche e francesi in declino, confrontate agli atti provocatori di un anziano paese vassallo nel 1956, è un esempio più affidabile di quanto possiamo aspettarci dall’Amministrazione Bush oggi.

La tentazione di rispondere attaccando deve essere formidabile. Temo, che ben presto diventerà irresistibile.

Michael T. Klare è professore di studi sulla pace e la sicurezza mondiale al collegio Hampshire, scrive nel “Foreign Policy In Focus” ed è anche l’autore di “Blood and Oil: The Dangers and Consequences of America’s Growing Dependence on Imported Petroleum” (Metropolitan Books, 2004).

Versione originale

Michael T Klare
Fonte: http://www.atimes.com
Link: http://www.atimes.com/atimes/Middle_East/HJ19Ak01.html
19.10.2006

Versione francese

Fonte: http://www.mondialisation.ca
Link

Versione italiana

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ANNASTEF

Pubblicato da Truman

  • marko

    Ci sono due personaggi, nella storia dell’aviazione, che hanno portato un gran casino che si protrae ancora oggi: Giulio Douhet e Arthur Harris, teorici del "potere aereo", della capacità cioè di vincere una guerra con i soli aerei. Punto centrale della loro teoria è il diritto, anzi la necessità, di colpire obiettivi civili PRIMA delle industrie belliche e dei soldati al fronte. Teoria ancora oggi applicata dall’USAF, come sa chi legge Clancy.

    Ancora oggi, dopo il semi-fallimento NATO in Serbia, dopo il pantano irakeno, dopo l’inutile devastazione di Hanoi e altri mille esempi, c’è chi (nelle alte sfere) ci crede. Questi personaggi rappresentano sicuramente una variabile di cui tener conto.

  • Soviet
    Un attacco USA all’Iran e improbabile, per prima cosa questo dovrebbe avvenire per via aerea (un invasione terrestre sarebbe un massacro) e tenendo conto che la maggior perte dei siti nucleari iraniani si trova sotto terra non avrebbe alcun effetto. Secondo, anche l’intervento aereo se avvenisse avrebbe un costo altissimo in termini di vite e aerei (gli iraniani si sono dotati recentemende dei micidiali missili S400 russi tra i migliori al mondo).Terzo l’Iran pottrebbe rispondere con numerose contromosse tra cui l’interruzione dell’export di petrolio il blocco dello stretto di hormuz e l’uscita dal trattato di non proliferazione nucleare. A questo punto per gli USA ne varra la pena?