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ASSOLUTISMO E RELATIVISMO


DI DANIELE SCALEA

Il neopapa Benedetto XVI s’è presentato con un duro attacco contro la «dittatura del relativismo», suscitando adesioni e repulsioni quasi nella stessa misura. Questi ultimi critici, in particolare, hanno sottolineato come l’opposto del relativismo sia l’assolutismo, cosa del tutto indigesta alla cultura liberale borghese. I primi, invece, gli entusiasti, hanno ammesso come il mondo moderno – in particolare quello occidentale – si trovi in un grave stato di decadenza morale e, se vogliamo, spirituale, il quale annulla, se non manda in difetto, qualsiasi progresso possa compiersi sul versante scientifico-tecnologico. La mia impressione è che entrambe le “scuole di pensiero” abbiano le loro buone ragioni per giungere alle conclusioni cui giungono: pertanto qui di seguito, tenterò d’offrire una mia personale sintesi delle due posizioni contrapposte. 
LA CRISI DEL RELATIVISMO CULTURALE

 
Personalmente, non avrei dubbi a definirmi un relativista. Credo fermamente, infatti, nel relativismo culturale: a mio parere ogni popolo con la sua tradizione è non solo pienamente dignitoso e degno d’esistere, ma persino un patrimonio dell’umanità intera. Attualmente il fenomeno della globalizzazione, ch’è non solo economico ma anche culturale, pone un serissimo pericolo, privo d’eguali nella storia, alla sopravvivenza della varietà tradizionale umana, diffondendo e spesso imponendo in tutto il mondo un singolo modello civilizzazionale, di sapore nordamericano, che comprende la struttura economica capitalista, la struttura politica liberale, e la struttura etica borghese. In effetti, il relativismo culturale è qualcosa che, pur essendo spesso formalmente dichiarato, è oggi del tutto ignorato. I nostri intellettuali o supposti tali non si sognerebbero mai – Fallaci a parte – d’individuare un popolo o una cultura o, peggio, una razza, come superiore alle altre; eppure nel momento in cui tutti o quasi indicano come necessità storica, e cosa alquanto bella per le magnifiche sorti e progressive del genere umano, la diffusione del libero mercato e di quella che loro chiamano “democrazia”, ebbene essi si spostano decisamente nel campo dell’assolutismo. Infatti, nel momento in cui individuano il modello socio-economico-politico occidentale come modello vincente, superiore, ineluttabile, ne fanno un idolo assoluto, valido ovunque, per chiunque, in qualunque situazione e tempo.

Poco importa poi che davvero s’abbia una visione mistica – come i neocons nordamericani – o più semplicemente, come Popper, si pensi essere “il meglio in circolazione”, poiché laddove non si pongano al modello limiti spazio-temporali, e soprattutto lo si trasfiguri da struttura economica, politica e sociale a valore criptoreligioso, allora s’è divenuti degli assolutisti beceri della peggior specie. La globalizzazione, in fondo, non è che il colonialismo del nostro tempo. E ne riprende non solo gli aspetti strutturali – la dialettica centro-periferia, il controllo politico occidentale, la colonizzazione culturale del Secondo e Terzo Mondo – ma pure quelli collaterali, quale il dibattito teorico di contorno. Un tempo, gl’intellettuali borghesi discutevano dandosi due possibilità: o gli indigeni delle colonie sono antropologicamente “cattivi”, “più bestie che uomini”, e dunque vanno trattati con la sferza; ovvero essi sono ontologicamente uguali a noi, ma meno progrediti, meno sviluppati, e perciò vanno convertiti alla religione, alla cultura e all’economia occidentale. Oggi, di fronte alla globalizzazione – e in particolare riguardo all’attuale crociata contro l’Islam – le sole due opzioni che si sentono ricorrenti sono: o gli Arabi, i Cinesi, ecc. sono di per sé “inferiori”, “barbari”, e perciò vanno sottomessi alla direzione occidentale; oppure essi sono esattamente come noi, solo “fuorviati” da cattive tradizioni e religioni (o interpretazioni d’esse), medievali (regredite), e di conseguenza devono solo essere aperti ai nostri splendidi valori occidentali, “democratici” (in realtà parlamentaristi) e liberali. Com’è facile notare, in un caso e nell’altra, la possibilità che gli altri vadano bene così come sono, non è neppure contemplata. La scelta è sempre tra distruggere e addomesticare, ma mai lasciare in pace. Io dico che un vero e sano relativismo culturale dovrebbe gioco forza condurre a optare per questa terza posizione; perciò esso non è veramente praticato, poiché opporrebbe un ostacolo formidabile alla globalizzazione.

ASSOLUTISMO DEL RELATIVISMO

C’è però un’altra forma di relativismo, il quale gode oggi d’una grande fortuna, e cioè il relativismo etico. Esso, infatti, non solo non pone grossi ostacoli alla globalizzazione, ma anzi la supporta. Infatti, laddove ogni valore morale sia relativo, rimane un solo possibile principio universale, ch’è quello di permettere la libera scelta etica: vale a dire, il relativismo etico stesso. Ecco allora che il relativismo si traduce nel suo contrario ontologico, in un valore assoluto, da imporre nel mondo. Laddove non v’è relativismo etico vige l’assolutismo; laddove vige l’assolutismo, va portato il relativismo. La contraddizione intrinseca d’un simile modo di ragionare è palese, ma non di meno esso è portato avanti imperterrito. Perché il relativismo etico corrisponde, appunto, all’etica occidentale: pertanto, esportare il relativismo (che espressione orribile!) significa imporre i valori occidentali, considerati sufficientemente “relativi” (naturalmente i giudizi addotti dalla nostra intelligencija sono puramente strumentali). Io definisco questo modo di porsi e agire l’assolutismo del relativismo. Tale approccio va rifiutato, a mio avviso, per due motivi principali e sufficienti. Uno è quello strettamente pragmatico, per cui farsi campioni di un tal genere di relativismo (non contesto affatto la sua validità, entro certe condizioni) e auspicarne la diffusione, coincide col rendersi anche noi neocolonialisti. I popoli debbono avere la libertà di darsi valori assoluti, perché s’essi non possono neppure scegliere ciò in cui vogliono credere, allora significa che stiamo avvicinandoci a un punto nella storia in cui la libertà umana toccherà il fondo dell’abisso in cui sta precipitando.

IL RELATIVISMO DELL’ASSOLUTISMO

Ecco allora che all’assolutismo del relativismo si può rispondere col suo opposto: il relativismo dell’assolutismo, se mi permettere l’espressione. Per spiegare cosa intendo con tale espressione, debbo prima esplicitare la seconda ragione per cui, dicevo, il “relativismo assoluto” è inaccettabile. Questa è che se, invero, non esistono valori assoluti nel mondo, perfettamente eguali nella coscienza umana, essi però sussistono non in essenza ma nella forma. E cioè, in qualunque cultura di qualunque epoca noi troveremo ad esempio una concezione di giustizia. Essa, certo, varierà in modo anche sorprendente. Eppure, non possiamo negare che le categorie di “giusto” e “sbagliato” siano connaturate alla natura umana. Insomma, la giustizia esiste assoluta in forma, in significante, ma nell’essenza, nel significato, subisce infinite sfaccettature relative alle sue coordinate spaziali, temporali ed etnoculturali. Del resto, sarebbe impossibile raggiungere una giustizia in tutto e per tutto assoluta, senza ammettere la possibilità della perfezione per l’uomo – ciò che è assolutamente giusto non sarebbe di conseguenza assolutamente perfetto? – cosa che mi sento d’escludere.

Per questo società assolutiste sono, a mio parere, del tutto accettabili – fermo restando che possono essere giudicate in base ad altre varianti, quale il comportamento dei governanti sui governati, che prescinde il carattere assoluto o meno del sistema di governo. Concretamente, ritengo che la Repubblica Islamica dell’Iran abbia tutto il diritto d’esistere, senza rischiare d’essere da un momento all’altro aggredita dagli Yankees. Non dico che debba piacerci; anzi nego decisamente che il modello sia applicabile alla cultura europea, a quella americana, a quella russa e a molte altre. Però essa si confà alla cultura iraniana e non sarebbe giusto modificarla perché non piace a noi. S’essa deve cambiare, che lo decida il naturale divenire della società iraniana: un divenire specifico e, si spera, libero.

Qualcuno obietterà: bene, con questo tuo “assolutismo relativo” garantiresti la libera autodeterminazione politica e culturale per i popoli, ma i singoli dove li mettiamo? Critica corretta che non intendo attaccare. Ma voglio soltanto ragionare come segue: qual è il senso dell’unità degli individui nella collettività? Quella di garantire il bene comune, che poi in genere, ma non necessariamente, si ripercuote sui singoli. Non necessariamente, perché alcuni individui potrebbero doversi sacrificare per garantire il bene agli altri. Ma non necessariamente anche perché questo bene non è per forza materiale, ma può essere anche un ideale che la collettività decide di seguire. Allora l’azione del collettivo tende verso la realizzazione dell’idea, non verso la distribuzione di benefici ai singoli che lo compongono. L’individualismo di cui è permeata tutta la cultura occidentale moderna, considera quello di cui sopra un abominio, e sancisce che la libertà del singolo viene prima di quella della collettività, la quale, in fondo (vedi teoria contrattualista), esiste solo per meglio sostenere gli interessi – in genere utilitaristici – degli individui. Insomma, la collettività come una lobby! E’ una questione di punti di vista, non pretendo di distribuire la ragione agli uni o agli altri. Ma io, che tale visione individualista rifiuto (o, meglio, accetto solo a un livello spirituale, o totalmente solo in caso d’alienazione dalla società), ritengo che il singolo possa se crede tentare di modificare il registro della collettività, ma che a quella debba sempre rimettersi in ultima istanza. Se invece ognuno fa come vuole – e questo succede nelle società occidentali – la collettività perde ogni significato, e si trasforma in “Stato”, l’entità che, per dirla con Marx, serve a perpetuare la supremazia degli oppressori sugli oppressi.

 
Daniele Scalea,
12 maggio 2005

VEDI ANCHE: LA CHIESA E IL RELATIVISMO CULTURALE

 
 

Pubblicato da Davide

  • Affus

    E’ chiaro poi che per un motivo “ ontologico “ , un motivo superiore , non avendo l’uomo creato nessuna delle cose presenti nell’universo, non può essere lui a decidere il senso delle cose e a dire quale dovrebbe essere l’agire degli esseri e l’agire della stessa sua vita , anche se gli è riconosciuta questa libertà dall’alto . E quando l’uomo continua a percorre vie tutte sue , il titolare dell’opera interviene per non farsi sfuggire tutto dalle mani .
    E , anche se l’uomo può scoprire già in se stesso il senso dell’agire , il senso del bene e del male , non potrà mai essere lui a determinarlo in ultima istanza ,ma questo riguarda “ autoritativamente” chi ha creato e ha stabilito tutte le cose . Il creato ha già in se stesso la ragione del suo essere e l’uomo deve sempre e solo scoprirlo, ma questa “ragione di essere” non può essere l’uomo a determinarla in nessun modo e in nessuna maniera ma deve semplicemente applicarla . Adamo prima del peccato non offriva nessun sacrificio e non compiva nessun atto liturgico di cui tutti i popoli in seguito sentiranno il dovere , il bisogno e la necessità .
    Ma in questa visione si pone il problema di quale sia stata la missione di Cristo sulla terra . La missione di X.to è stata quella di confermare auritativamente tutta l’opera del Padre e di offrire il vero e unico sacrificio di riconciliazione dell’umanita con il Padre . Quindi una missione prima di “ servizio “ e poi di dominio assoluto su tutta l’opera a Lui affidata .