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ASSASSINIO A FIN DI BENE

DI MARCO TRAVAGLIO
L’Unità

L’unico aspetto che stupisce, della sortita di Adriano Sofri in difesa degli assassini del commissario Luigi Calabresi e contro il figlio di quest’ultimo, Mario, è lo stupore che l’ha accompagnato. In base a una sentenza definitiva della Cassazione, che l’ha condannato a 22 anni per omicidio, Sofri è uno dei mandanti del delitto del commissario (l’altro, Giorgio Pietrostefani, è felicemente latitante all’estero). Lui, com’è suo diritto, l’ha sempre negato. Da qualche tempo, però, sembra volerci dire qualcosa di più e di diverso.

Nel maggio 2007, sul Foglio, rivelò che, dopo il delitto Calabresi (1972), “uno dei più alti esponenti” dei servizi segreti “venne a propormi un assassinio da eseguire in combutta, noi e i suoi affari riservati”. Forse Federico Umberto D’Amato, capo degli Affari riservati del Viminale, morto nel ’96. Strano che ambienti così bene informati (e disinformanti) si rivolgessero proprio a Sofri, se l’avessero creduto estraneo agli omicidi politici: forse sapevano di andare a colpo sicuro, senza temere di essere denunciati. Tant’è che Sofri attese trent’anni e parecchi funerali, prima di parlare della cosa.Ora, sempre sul Foglio, il lottatore continuo si spinge più in là: “L’omicidio di Calabresi fu l’azione di qualcuno che, disperando della giustizia pubblica e confidando sul sentimento proprio, volle vendicare le vittime di una violenza torbida e cieca”: cioè i caduti in piazza Fontana e l’anarchico Pino Pinelli. È un bel passo avanti rispetto ai bislacchi tentativi di Lc e dello stesso Sofri di affibbiare l’omicidio Calabresi ai servizi o alla destra. Poi, certo, sostiene che le persone che assassinarono Calabresi “potevano essere delle migliori”, “non certo persone malvagie”, comunque “non terroristi”.

È una tesi che confligge con la storia e col vocabolario. Cos’è, se non terrorismo, un delitto commesso da Lc, il cui giornale nei mesi precedenti scriveva: “il proletariato sa chi sono i responsabili del delitto Pinelli e saprà fare vendetta della sua morte” (14-5-1970); “questo marine dalla finestra facile dovrà rispondere di tutto. Gli siamo alle costole, è inutile che si dibatta come un bufalo inferocito… Noi di questi nemici del popolo vogliamo la morte” (6-6-1970); “Siamo stati troppo teneri con il commissario Calabresi. Egli si permette di continuare a vivere tranquillamente… Il proletariato ha già emesso la sua sentenza: Calabresi è responsabile dell’assassinio di Pinelli e dovrà pagarla cara… Calabresi ha paura ed esistono validi motivi perché ne abbia sempre di più… L’eliminazione di un poliziotto non libererà gli sfruttati; ma è questo, sicuramente, un momento e una tappa fondamentale dell’assalto del proletariato contro lo Stato assassino” (6-6-1970); “Calabresi, assassino, stia attento, il suo nome è uno dei primi della lista” (6-5-1971).

Ed è un fatto che il delitto inaugurò la lunga scia di sangue dell’eversione rossa. Ma che dovrebbe dire il mandante, se non giustificarlo come meglio può? Sta parlando di se stesso e, in veste di imputato condannato, ha pure la facoltà di mentire. Per Sofri, Calabresi fu “un attore di primo piano di quella ostinata premeditazione”: cioè della pista anarchica su piazza Fontana. Falso anche questo: Calabresi era un giovane commissario, il depistaggio nacque in ben altre e più alte stanze (l’ufficio Affari Riservati).

Come ricorda D’Ambrosio, “il fermo di Valpreda fu ordinato dalla polizia di Roma”, non di Milano. Ma è raro trovare un omicida che tessa l’elogio della sua vittima. Solo chi per tutti questi anni ha rimosso o ignorato la condanna di Sofri, facendo finta di niente o elevandolo addirittura a maitre a penser perché “da allora è molto cambiato”, può stupirsi delle sue parole. All’indomani del delitto, Sofri titolò sul giornale Lotta Continua: “Ucciso Calabresi, il maggior responsabile dell’assassinio di Pinelli” e parlò di “un atto in cui gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia”.

Oggi, 36 anni dopo, scrive che i killer erano “mossi da sdegno e commozione per le vittime”. Molto cambiato, si fa per dire. Cambiano le parole, ma il concetto, è lo stesso. Solo che oggi non compare su un foglio della sinistra extraparlamentare. Ma su un house organ del presidente del Consiglio, che ha continuato dall’interno delle istituzioni la guerra alla “giustizia borghese” avviata in piazza trent’anni fa da Sofri & C. Le rivoluzioni- diceva Leo Longanesi – cominciano in piazza e finiscono a tavola.

Marco Travaglio
Fonte: www.unita.it
16.09.08

Pubblicato da Davide

  • radisol

    Il solito “giustizialismo bieco” di Travaglio unito ad un’antiberlusconismo di maniera …. che finisce, come spesso accade, per essere funzionale a Berlusconi.

    Io nel 1972 avevo 17 anni, gravitavo vagamente a sinistra senza particolari militanze ed anche senza un’enorme interesse per la politica.

    Eppure ricordo di aver giubilato, insieme a tanti coetanei ( tra cui un futuro dirigente democristiano) del liceo che frequentavo, alla notizia dell’uccisione di Calabresi che per me era ( ed ancora oggi è) il principale responsabile dell’uccisione di Giuseppe Pinelli, che cercò in modo ridicolo poi di far passare per suicidio.

    Certo, da allora di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia … sono un convinto non violento ormai da un quarto di secolo almeno …. ma giustizia per Piazza Fontana e per la morte di Pinelli non è ancora stata fatta …. questa la realtà incontrovertibile ….

    Ho personalemente forti dubbi su una possibile responsabilità politico/personale di Sofri nell’attentato a Calabresi …. all’epoca non dirigeva più Lotta Continua, in mano invece a Pietrostefani … non escludo invece una responsabilità materiale di L.C. …. o comunque di persone legate all’estrema sinistra di allora …..

    Ma questo non significa che L.C. sia stata un gruppo “terrorista” … casomai per una breve fase della sua vita è stata “giustizialista”, nè più nè meno … pur certo con mezzi differenti … di quanto lo sia oggi Travaglio.

    Per il resto, ricordando che per vedere un’altro omicidio politico premedidato a sinistra bisognerà che passino più di 4 anni ( il giudice Coco a Genova nell’estate 1976 da aprte delle B.R.) dall’uccisione di Calabresi, dico che è anche largamente noto che L.C. e Sofri in particolare saranno poi integerrimi avversari della strategia e degli atti delle stesse B.R. degli anni successivi.

    Quindi, il voler vedere una continuità tra l’uccisione di Calabresi e il terrorismo brigatista degli anni successivi è storicamente una notevole forzatura.

    Forzatura che non si addice proprio a Travaglio, in genere ( pur se spesso non condivisibile nelle conclusioni) giornalista attento fortemente alla documentabilità oggettiva delle proprie affermazioni.

  • cinthia

    “Forzatura che non si addice proprio a Travaglio, in genere (pur se spesso non condivisibile nelle conclusioni) giornalista attento fortemente alla documentabilità oggettiva delle proprie affermazioni.”

    Quando gli fa comodo!

    Comunque Sofri quegli articoli sul foglio se li poteva proprio risparmiare.
    Tu li hai letti?
    Scritti da un altro potrebbero anche avere un senso, ma da lui che è volente o nolente parte in causa, trovo che siano una notevole e sgradevole forzatura, anche se in alcuni passaggi mi trovano d’accordo.
    Ci tengo però a dire che Lotta Continua è stato uno dei movimenti extraparlamentari più borghesi dell’epoca. Io e te abbiamo più o meno la stessa età, ed io ricordo perfettamente che erano tutti figli di papà rivestiti di Loden e borsa di Tolfa rigorosamente correlati di rigidità oltransista e rancore. C’ho litigato tante di quelle volte all’epoca che neanche le conto. Il risultato poi ce l’abbiamo sotto gli occhi. A parte Sofri su cui non mi voglio neanche pronunciare, giacché in quanto a presunzione, arroganza e privilegi non può far invidia a nessuno, ma solo per citarne due Ferrara e Lerner, guarda un po’ che sono diventati.
    Il primo un ridicolo e mostruoso rigoletto a servizio del padrone e l’altro quasi riapparentato col più becero sionismo si smanica in televisione come veltroniano. Ma poi ce ne sono tanti altri, una bella combriccola di trasformisti.
    Beninteso, neanch’io credo che Sofri sia realmente e materialmente il mandante dell’omicidio di Calabresi, ma certo fomentare l’odio dai spalti di un giornale come Lotta Continua non lo rende moralmente estraneo ai fatti e se ad oggi avesse almeno l’umiltà di lasciar scrivere gli altri su di lui sarebbe apprezzabile. A mio modesto parere.

  • radisol

    Beh, vorrei ricordare alcuni giovani di Lotta Continua morti nelle piazze in quegli anni :

    MARIANO LUPO, manovale edile, ucciso a Parma dai fascisti

    FRANCO SERANTINI, anarchico ma collaboratore di L.C., figlio di N.N. cresciuto nei brefotrofi, ucciso dalla polizia a Pisa

    TONINO MICCICHE’, operaio Fiat ed emigrato a Torino dalla Sicilia, ucciso da un fascista nel 1975

    PIERO BRUNO, studente di borgata figlio di operai, ucciso dai carabinieri a Roma nel 1975

    GIANCARLO DEL PADRONE, sottoproletario, ucciso a Firenze nel 1974 durante una rivolta nel carcere delle Murate

    Gli stessi presunti esecutori dell’omicidio Calabresi, Marino e Bompressi, erano tutti e due operai di fabbrica.

    Quindi lasciamo perdere le analisi sociali facilone … L.C. arrivò nel 1975 ad avere oltre cinquantamila militanti … dentro c’era veramente di tutto dal punto di vista sociale …. e sicuramente L.C. è stato il gruppo extraparlamentare più radicato nelle fabbriche e nei quartieri popolari delle metropoli ma anche nella provincia italiana ….

    Un’altra cosa è la critica a Sofri, per me personaggio veramente insopportabile ….. ma qui non stiamo parlando di simpatie ed antipatie … bensì di verità storiche ….. che Travaglio stravolge … e a quanto pare non solo lui …..

  • radisol

    Giuliano Ferrara poi non è mai stato di Lotta Continua …. figlio del senatore del Pci, Maurizio, è stato segretario delle Federazione Torinese dello stesso Pci, ferocemente antigruppettaro per giunta ….. arrivò a teorizzare le denuncie anonime, tramite apposito questionario, contro chiunque si potesse sospettare di “sovversione” … poi passò ai socialisti di Craxi e poi a Forza Italia con l’avvento del Berluska.

    E nemmeno Lerner è mai stato millitante di Lotta Continua, bensì del Manifesto. Nel suo caso l’equivoco nasce dal fatto che collaborò già come giornalista professionista al quotidiano “Lotta Continua” nei tardi anni settanta, se non sbaglio come corrispondente da Parigi …. quando però l’omonimo gruppo politico si era già sciolto e quando, dopo un onorevole annata come “organo ufficioso” del Movimento del 1977, il quotidiano degenerò poi nel fiancheggiamento prima ai radicali e poi ai socialisti di Craxi.

    Informarsi, please, prima di spararle grosse …..

  • uitko

    già che siamo in vena di verità storiche.
    giorgiana masi era la presidio dei radicali ma era di lotta continua.
    è da aggiungere all’elenco di assassinati.
    fa piacere leggere di gente che si ricorda certi eppisodi.
    eppisodi di strada, di politica di quartiere.
    invece delle solite pappardella general generiche.

  • mat612000

    Inutile e deludente questo intervento di Travaglio.
    Per affrontare la questione Calabresi – Sofri – Lotta Continua no spreca una sola parola sull’allucinante iter giudiziario della vicenda che anche da un punto di vista puramente giustizialista e formale grida vendetta.
    Travaglio dimentica o forse vuole dimenticare che Sofri e gli altri nel primo giudizio d’appello furono tutti assolti (nelle democrazie garantiste che tanto gli piacciono la vicenda sarebbe finita lì) ma che il giudice incaricato di scrivere la motivazione della sentenza intenzionalmente scrisse una sentenza “suicida” che la Corte di Cassazione fu costretta ad annullare perchè motivata in modo palesemente contraddittorio e illogico, rimandando il processo ai giudici di Milano che condannarono gli imputati.
    Penso che in un caso giudiziario gestito in questo modo non ci si possa proprio nascondere dietro una sentenza passata in giudicato e sulla base di una sentenza emessa in tal modo, basare anche una presunta verità storica.

  • radisol

    I militanti di Lotta Continua uccsi in quegli anni furono certamente molti di più di quelli che ho detto, basti ricordare, per stare solo al fatidico 1977, Francesco Lorusso e Walter Rossi, oltre a Giorgiana Masi.

    Io mi ero limitato a citare soltanto quelli inequivocabilmente di estrazione proletaria e sottoproletaria, per fugare la cazzata sul “gruppo dei figli di papà” che diceva la tizia del commento precedente ……

    Comunque, è vero …. Giorgiana l’avevo dimenticata …. anche lei era una ragazza di borgata … e sì che la conoscevo pure personalmente … era la fidanzata di un mio amico ….

  • mat612000

    giorgiana masi era una militante del partito radicale non ha mai fatto parte di LC

  • radisol

    A questo punto la questione dell’appartenenza di Giorgiana Masi mi sembra poco importante e fuorviante.

    Mai stata comunque militante radicale, casomai militante femminista.

    Aveva fatto parte nella sua scuola, il Pasteur a Monte Mario, dei CPS (Collettivi Politici Studenteschi) che erano effettivamente gli organismi di massa di Lotta Continua fra gli studenti medi … e aveva frequentato negli anni precedenti, insieme al fidanzato, la sede di Lotta Continua sita in Via S.Igino Papa a Primavalle …..

    Ma Lotta Continua, principalmente proprio sulla questione femminista, implose e si sciolse al Congresso Di Rimini nel novembre 1976.

    Ed è quindi ovvio che Giorgiana, quando fu uccisa nel maggio 1977, non potesse fare parte di una L.C. che non esisteva più, se non a Bologna dove alcuni militanti tra cui Francesco Lorusso mantennero in piedi per tutto il 1977 una sede, per poi confluire nell’area dell’autonomia “diffusa” ….

    Formalmente allora nemmeno Walter Rossi, ucciso nello stesso 1977 dai fascisti, al momento della morte faceva parte di L.C. …. ma ne aveva fatto parte fino a 10 mesi prima ed il collettivo di Piazza Igea di cui faceva parte era comunque formato pressochè interamente da ex militanti di Lotta Continua che avevano anche loro, fino a qualche mese prima, fatto riferimento alla sede di Primavalle.

    Ma, formalismo per formalismo, Giorgiana Masi non era nemmeno iscritta al Partito Radicale … era una femminista che festeggiava quel giorno l’anniversario del referendum sul divorzio … e pagò questo con la vita …..

  • mat612000

    Se per te la precisione si chiama formalismo accomodati pure.
    Quanto ad accomunare gli ex LC e tutto quello che seguì allo scioglimento dell’organizzazione sotto la definizione di “non erano più LC ma è come se lo fossero ancora”, mi sembra un’operazione abbastanza ardita.
    Per quanto riguarda la povera Giorgiana Masi, in effetti, l’ho definita “militante radicale” facendomi fuorviare dal ricordo dei funerali e di Rutelli in prima fila (si proprio lui) che seguiva il feretro.

  • ilBarone

    Mi chiedo, carissimi della Redazione, perchè postare ancora le polluzioni di quest’infingardo?

  • radisol

    No, erano Pannella ed Emma Bonino che seguivano il feretro … Rutelli non mi risulta proprio ….io c’ero … ed è uno dei più brutti ricordi della mia vita …. fu un funerale allucinante …. per percorrere i circa 2 chilometri che separano l’Istituto di Medicina Legale a Piazzale Tiburtino a S.Lorenzo ci mettemmo circa tre ore …. praticamente, in una situazione di schieramento di polizia addirittura armata di mitra che faceva pensare al Cile di Pinochet, il percorso del funerale, che non era stato autorizzato, fu contrattato metro per metro da Pannella con la polizia ….. solo che in Italia allora non c’erano al governo i generali fascisti ma l’intero “arco costituzionale”, “comunisti” del Pci compresi ……

  • radisol

    STRANO VOLO DI UN ANARCHICO – LA MEMORIA DI LICIA PINELLI: «PINO, VITTIMA DI CALABRESI»

    A trentotto anni dalla morte di Pino Pinelli, la moglie Licia ritorna su quei giorni e sulle «giustificazioni» oggi di moda: «Mario Calabresi ha scritto un libro che, per difendere la memoria del padre, offende la nostra»

    Licia è una donna per nulla incline a sentimenti di vendetta, che ancora oggi chiede giustizia rifuggendo dai sensazionalismi e dal clamore mediatico. Vive ancora oggi a Milano e l’intervista si svolge a casa sua, il 14 gennaio 2008.

    Volevamo chiederti qualcosa su quegli anni, sulla militanza di Pino. E sulla vostra vita a Milano, anche paragonandola con il contesto attuale.

    Sono situazioni totalmente diverse, quasi impossibili da confrontare. Un tempo c’era un clima molto più aperto, mentre oggi si ha un’impressione di estraneità, di distacco fra le persone, persino fra chi abita nello stesso condominio. Già un dialogo, un livello minimo di conoscenza, è difficile; l’idea di darsi una mano è addirittura impossibile. A questo discorso si collega pure la militanza di Pino. Alcuni mesi prima di piazza Fontana, c’erano stati altri attentati (in diverse città italiane), e già in questi casi erano stati incolpati gli anarchici. Lui si era attivato subito dopo quelle prime accuse, cercando di portare aiuto. Ricordo gli scioperi della fame, lui che andava a portare da bere a chi era impegnato in iniziative di solidarietà. Spiegare cos’era Milano e la nostra vita è davvero difficile. Quel che voglio farvi capire è che se oggi i rapporti interpersonali si mantengono al minimo essenziale, all’epoca era diverso. All’epoca io battevo a macchina le tesi per diversi studenti, quindi casa nostra era sempre aperta e piena di ragazzi, ricordo la sensazione di avere sempre gente da noi. Quegli studenti venivano per le loro tesi, quindi anche in quel caso in teoria ci si poteva limitare a un rapporto «distaccato»; invece si finiva col parlare di tutto, anche e soprattutto di politica, perché pure quella faceva parte della vita, e il confronto era normale. È vero, erano tempi di conflittualità molto dura, ma c’era un atteggiamento aperto verso l’idea stessa di politica. Pino, poi, figuriamoci!… Non gli pareva vero di poter intavolare una discussione su quegli argomenti; appena entrava in casa e trovava uno di quei ragazzi gli diceva subito «Io sono un anarchico. Voi come la pensate?». Finiva spesso che io facevo da mangiare per tutti e con noi si fermavano anche quegli studenti. Era una vita allegra, malgrado le difficoltà, le bambine piccole, il suo stipendio bassissimo. Ecco, questo mi dispiace: mi chiedevate di Milano come città, e io oggi la ricordo buia, scura, quando ci penso la vedo d’inverno, il cielo coperto come oggi. Probabilmente perché il ricordo di Milano di quell’epoca lo associo e si sovrappone proprio a quei giorni di dicembre 1969. (…)

    Dobbiamo chiederti «del fatto». Tu come e quando ne vieni a conoscenza?

    Dobbiamo fare un passo indietro, prima di parlare della notte del 15 dicembre. Dobbiamo partire dal 12, dal giorno di piazza Fontana. Pino viene invitato in questura, non viene arrestato. Addirittura segue l’invito accodandosi all’auto della polizia col suo motorino, senza nessuna coercizione. Nessuno mi telefona per dirmi che Pino è stato chiamato in questura, lo vengo a sapere qualche ora dopo, quando la polizia viene a casa nostra per una perquisizione. In quel momento io non solo non sapevo che mio marito era in questura, ma non ero a conoscenza nemmeno della bomba alla Banca dell’agricoltura, semplicemente perché avevo il televisore rotto e non avevo sentito i notiziari; per cui anche la perquisizione mi capita come una cosa strana, scioccante… Ricordo i poliziotti che rovistavano per casa, probabilmente alla ricerca di qualcosa di compromettente, e sono finiti con lo scartabellare fra le tesi (i ragazzi spesso me ne lasciavano una copia per ricordo, una volta finita). Fra questi lavori ce n’era uno che attirò l’attenzione dei poliziotti. Adesso non saprei dirti con sicurezza di cosa si trattasse: forse era sulla rivoluzione francese, oppure sull’epoca in cui c’era stata una rivolta contro lo Stato Pontificio nelle Marche, qualcosa del genere… Sta di fatto che gli agenti all’inizio pensavano di aver trovato chissà quale documento rivoluzionario! Spiegai che era una tesi, che io le battevo a macchina per lavoro, e uno di loro mi chiese «ma lei lavora per hobby o per bisogno?». Credo d’averlo guardato con ben poco rispetto: a quell’epoca, coi pochi soldi che giravano, uno lavorava proprio per hobby!… Ecco, ho questo ricordo della perquisizione: io che continuo a brontolare mentre i poliziotti giravano per casa. Poi, ancora più tardi, arrivò la telefonata di Pino: mi disse solo che era in questura, c’era tanta gente e avrebbe tardato. Anche se era un momento drammatico, non fu una telefonata allarmante, ma rassicurante.

    Tu riuscisti a vederlo, in quei giorni?

    No, però ci riuscì mia suocera il giorno dopo, il 13 o forse il 14. Dopo la perquisizione, o dopo la telefonata di mio marito, l’avevo chiamata, le avevo spiegato la situazione. Tra l’altro proprio il 12 Pino aveva appena ritirato la tredicesima, per cui lei andò di persona in questura a farsela consegnare. Era anche un modo per vederlo ed essere rassicurate.

    Licia, scusa la domanda, ma con tutto quello che è accaduto, negli anni successivi ti è mai venuto di pensare che la sua attività politica era la causa di quanto vi era successo? Hai mai pensato (irrazionalmente, magari) a una sorta di «rimprovero» verso tuo marito?

    No. Esiste il libero arbitrio… Capisco quel che volete dire, ma direi di no, non ho mai avuto quel pensiero. Vedi, per spiegarti bene questo aspetto devo fare un passo indietro nel tempo. C’è stato un momento, prima della militanza di Pino (prima della «militanza attiva», intendo, visto che lui comunque era ed è sempre stato anarchico), in cui avevamo le due bambine piccole, io avevo mille lavoretti, le tesi eccetera, e Pino sembrava dibattersi in quella casa che sembrava così stretta. Io allora lo incitavo a trovarsi degli interessi al di fuori della vita familiare. Gli dissi «perché non vai dagli esperantisti, perché non riallacci quei rapporti?», visto che noi ci eravamo conosciuti nel ’52, proprio a scuola di esperanto, e ricordavamo quell’ambiente come una bella esperienza. Lui accolse il mio consiglio… Solo che, invece di andare dagli amici di esperanto, andò a trovare gli anarchici del circolo. Scelse la sua passione più vera, la politica: come potrei rimproverarlo, anche irrazionalmente? No, non posso parlare di sue colpe, né di miei ripensamenti sulle sue scelte.

    La notte fra il 15 e il 16 dicembre, che Pino è precipitato dalla finestra lo vieni a sapere dai giornalisti…

    Sì, vengono a bussare da me verso l’una. Io, le bambine e mia suocera eravamo già a letto. Te lo dico perché in seguito ci fu persino chi disse che dormivo con un amante. Non è una cosa poi così strana: se devi infangare una vittima è meglio infangare anche i suoi parenti… Comunque sono andata ad aprire e ho trovato questi due giornalisti. Sembravano affannati, dopo 4 piani di scale senza ascensore, e soprattutto davano l’impressione di farsi forza l’un altro, cercavano le parole per dirmelo: «sembra che suo marito sia caduto da una finestra». Gli chiusi la porta in faccia e mi precipitai a telefonare alla questura. Chiesi di Calabresi e me lo passarono. Dissi che c’erano due giornalisti alla mia porta, gli riferii cosa m’avevano detto, chiesi perché non m’avevano avvertito. «Sa, signora, noi abbiamo molto da fare», mi rispose… Non so se gli ho detto ancora qualcosa, sicuramente gli ho sbattuto la cornetta in faccia. Dalla questura non seppi nulla: mentre Pino era all’ospedale, invece di chiamarci loro avevano indetto la famosa conferenza stampa… Mia suocera si vestì e si precipitò all’ospedale, al Fatebenefratelli. Io dovevo aspettare, c’erano le bambine da guardare, non avevo altra scelta. A tanti anni di distanza i ricordi sono confusi, ma rammento bene mia suocera, alla sua età e senza una lira in tasca, precipitarsi in piena notte all’ospedale, dove nessuno le dice nulla, dove non le fanno nemmeno vedere il figlio. Mi telefonò dall’ospedale, dicendomi che c’era un sacco di polizia e non la facevano passare. Poi mi disse «non so cosa sta succedendo, ma temo che…». Aveva capito che era morto perché aveva visto un inserviente tirare fuori i moduli.

    La tua reazione quale fu?

    Dopo un po’ ero riuscita a far portare via le bambine, che si fecero svegliare e vestire senza dire nulla. Sempre quella notte, o poco più tardi, arrivarono a casa mia Camilla Cederna, Stajano, un dottore dell’università cattolica per cui avevo lavorato (che sulla vicenda in seguito scrisse un lungo articolo sull’ Europeo ), e qualcun altro ancora. Ad un certo punto non ce la facevo più a stare in quella stanza, volevo andarmene da sola in camera. Mi venne dietro mia suocera. Mi disse: «Vedrà, domani daranno a lui la colpa di tutto». «Va bene», risposi, «ma ci siamo anche noi, con cui dovranno fare i conti». Il giorno successivo, in tribunale, ricordo i capannelli di gente… C’era davvero tantissima gente, la strage di piazza Fontana e la morte di Pino avevano destato uno scalpore enorme. C’erano dei giovani avvocati, che chiedevano (loro a me…) cosa si poteva fare. «Denunciare tutti quelli che erano in quella stanza», rispondevo. E da lì comincia tutta la storia delle varie istruttorie, che è finita come sai…

    Licia, tu hai letto il libro di Mario Calabresi (figlio del commissario), «Spingendo la notte più in là»?

    No. Non voglio leggerlo, non m’interessa. Non potrei mai riconoscermi in quel testo. A volte penso che c’è stato un momento in cui se avessi incontrato per strada la vedova, con i bambini, forse avremmo potuto parlarci, avere un rapporto. Ma così, con tutto quello che è successo, no. C’è una distinzione netta, fra noi. Io ho avuto la netta impressione che Calabresi eviti di affrontare la storia di Pino, se non di striscio, e questo mi ha dato fastidio. Capisco l’esigenza di difendere la memoria del padre, però penso che con quell’operazione si neghino almeno due fatti: in primo luogo che le due vicende, piaccia o meno, sono strettamente collegate; in secondo luogo che, indipendentemente dalle implicazioni sul fatto in sé, sul commissario gravano comunque responsabilità «sul dopo», sulle menzogne che raccontarono, il «Pinelli gravemente indiziato»… Direi non solo sul dopo: ricordiamo che Calabresi era titolare dell’ufficio da cui cadde mio marito. Dunque, indipendentemente dalla sua presenza, la responsabilità, anche diretta, c’era. Poi viene il resto, le menzogne su Pino gravemente indiziato eccetera… Tornando sulla presenza o meno di Calabresi nella stanza, non voglio riaprire polemiche, ma mi sembra giusto ricordare che uno degli anarchici fermati, Pasquale Valitutti, sostenne di non aver visto Calabresi uscire dalla sua stanza prima che Pino cadesse, e successivamente confermò sempre la stessa versione: non solo non aveva visto Calabresi uscire dalla stanza, ma affermò pure che (considerata la posizione che occupava nel corridoio) avrebbe senz’altro notato se il commissario fosse uscito. Quella dichiarazione la sostenne di fronte alla magistratura, ma non fu mai chiamato a deporre nuovamente davanti a D’Ambrosio, mi disse, nel corso dell’istruttoria decisiva.

    Tornando alle menzogne successive alla morte di Pino, alla sentenza D’Ambrosio almeno una cosa bisogna riconoscerla: esclude che Pino si sia suicidato, quindi conferma che tutti quelli che erano nella stanza e dichiararono il contrario mentirono. I 4 poliziotti e il carabiniere presenti hanno avuto conseguenze?

    Che io sappia no, la storia si è chiusa così. Anzi, per quanto ho saputo alcuni, se non tutti, sono stati promossi. Quando succede un fatto del genere, che vede coinvolti elementi delle forze dell’ordine, alla fine oltre a non arrivare alla verità si finisce con le promozioni. Lo stiamo vedendo anche oggi, per i fatti di Genova.

    Negli anni successivi, hai mai avuto altre notizie, anche da fonti «strane» (voci, telefonate dei soliti «bene informati») che ti facessero pensare di poter essere vicina a una nuova svolta?

    Una volta mi arrivò una lettera anonima di questo tipo. La consegnai all’avvocato Carlo Smuraglia, ma non ne facemmo nulla, era una cosa totalmente delirante.

    Sono passati 38 anni da quei giorni, ma ne sono passati anche 25 da quando hai raccontato la tua storia a Piero Scaramucci in «Una storia quasi soltanto mia». È cambiato qualcosa nella tua opinione circa lo svolgimento dei fatti?

    Quello che penso sia successo lo raccontai innanzitutto al magistrato e te lo confermo ora. È difficile da spiegare, ma si tratta di una convinzione talmente radicata in me che la sento come si trattasse di un avvenimento accaduto con me presente; se ci penso è come se io fossi stata lì, in quella stanza. Quando sono stata interrogata da Bianchi d’Espinosa (procuratore generale a Milano, che poi assegnò il fascicolo a D’Ambrosio) mi chiese proprio quale opinione mi fossi fatta sull’accaduto, e la stessa domanda in seguito me la pose lo stesso D’Ambrosio. Risposi molto semplicemente, come rispondo a voi ora: l’hanno picchiato, creduto morto e buttato giù; oppure l’hanno colpito al termine dell’interrogatorio, facendolo poi precipitare incosciente, e questo spiegherebbe anche il suo volo silenzioso, senza neppure un grido, e spiegherebbe pure che dei 5 agenti solo uno (il carabiniere) si precipita giù per accertarsi delle sue condizioni. Di questo racconto sono convinta ancora oggi. Alla tesi del suicidio, poi, non ho mai creduto. Pino non l’avrebbe mai fatto, era un’eventualità che non ammetteva. Una volta avevamo parlato di una ragazza che conoscevamo, che aveva tentato il suicidio, e lui era stravolto. Non era una scelta che concepiva, amava la vita, non l’avrebbe mai fatto.

    FRANCESCO BARILLI e SERGIO SINIGAGLIA
    Fonte: http://www.ilmanifesto.it
    Link: http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/23-Settembre-2008/art79.html
    23.0908