Home / ComeDonChisciotte / ASPETTANDO LA RIVOLUZIONE

ASPETTANDO LA RIVOLUZIONE

DI ALESSIO MANNINO
ilribelle.com

I partiti sono al 4% di fiducia, il minimo storico. Eppure, quando ci sono le elezioni, gli italiani che vanno a votarli sono ancora la maggioranza: nonostante astenuti, schede bianche e nulle, il 70%-60%. In questo divario sta tutta la sindrome di Stoccolma di noi sudditi, vittime e complici dei neo-feudatari di partito.

Rito cartaceo

Noi? Si fa per dire. Loro. Quelli che si ostinano a fare file sovietiche al mercato delle urne. Noi ribelli, a votare non ci andiamo più da un bel po’. Fatica inutile? No: amor di dignità. Ci teniamo a non farci prendere per il naso, non ci stiamo a dare una mano, una crocetta in più, ad una democrazia di nome ma oligarchia di fatto.Siamo sudditi pure noi che ci siamo accorti della truffa, o meglio, che ne tiriamo le conseguenze rifiutandoci di partecipare al rito di ratifica della partitocrazia. Ma lo siamo un po’ meno dei sudditi che, pur sapendo o intuendo il giochetto infame (votare=decidere, una balla astrofisica), si ostinano a tenere in piedi il circo per la felicità degli astanti. Li sopportano, li disprezzano, ne sono stufi ma dei giocolieri in scena, i partiti onnipresenti, non sanno farne a meno.

La droga elettorale

Perché? Perché, a mio avviso, scatta il meccanismo psicologico dell’assuefazione. Come con la droga, fin quando non si è già fottuta completamente il cervello di chi la assume: il tossico “se la fa” cosciente di sbagliare, sa che gli fa male ma continua imperterrito, perché non sente di essere abbastanza forte per dire basta, per smettere. Non vede alternativa, non immagina come potrebbe comportarsi diversamente. Una volta in corpo, la sostanza maledetta gli dà sollievo, benché momentaneo e foriero di danni col tempo sempre maggiori. Ha paura dell’ignoto, e così si butta nella certezza piuttosto che rischiare l’incerto, il cambiamento, la nuova disciplina tutta da costruire una volta abbandonata la gabbia sicura dell’abitudine.

Il buon cittadino democratico, ligio al dovere elettorale, è un drogato ideologico. E uno sputato conservatore in psicologicis. Siccome mettere una croce sopra alla visione comune – la destra e la sinistra, la coalizione di qua contro la coalizione di là, Berlusconi o anti-Berlusconi – equivale a perdere i comodi punti di riferimento tanto cari e tanto facili, se li tiene ben stretti e, se non gli piacciono, se li fa piacere. Andare al di là del naturale, umanissimo ma qualunquistico mugugno potrebbe portare addirittura a respingere in blocco l’intero sistema. Scherziamo? Sarebbe un terremoto, la terra franerebbe sotto i piedi, si farebbe buio pesto, e dove sarebbero gli appigli? Fronda sì, opposizione manco per idea. Si deve stare al gioco, non rovesciare il tavolo. Così la vita è tutto sommato più semplice, anche se si sceglie un partito estremo, massimalista. L’importante è restare dentro, mai uscire dai confini accettati e tollerati.

Istinto del gregge

Su questa china il partito unico del 4% si trasforma in una congerie di marchi politici – la politica di oggi? marketing, siore e siori – raggiungendo il picco dei tre quinti della popolazione votante. Dice: quel dato così esiguo riguarda la fiducia nella credibilità dell’universo-partiti, altra cosa è recarsi ai seggi e compiere una scelta per uno di essi dopo che, si spera, si è maturata un’opinione precisa, pensata, calcolata. Ribatto: ma se è il mondo della rappresentanza partitica in quanto tale a non essere considerata degna di credito dalla stragrande maggioranza, che senso logico ha attribuirgliene in proporzioni così massicce al momento del dunque? Logico, nessuno. Irrazionale, figlio della viltà e del conformismo, a iosa. Vedi sopra. Lo scarto è troppo grande perché sia spiegabile razionalmente. Qui siamo soltanto di fronte all’istinto del gregge, niente di più e niente di meno.

Un No (Tav) insufficiente

Il gregge resterà sempre gregge. Il problema è liberarlo dal recinto in cui è costretto. Fuor di metafora: liberarci dei partiti e dell’arco istituzionale del pensiero unico. È troppo presto perché nasca una forza politica con lo scopo costitutivo di abbattere l’edificio nel suo complesso. Per rendersene conto è sufficiente guardare l’encomiabile, radicale fronte dei No Tav. Encomiabile per come si batte per la causa del mostro-simbolo di un modello di sviluppo sbagliato, dogmatico e repressivo. Ma radicale per modo di dire. Perché sarà pur vero che l’idea fondamentale, il no alla paranoia della crescita infinita, si è fatta largo nell’humus della resistenza al treno dei disumani desideri. Ed è altrettanto vero che la galassia antagonista, ambientalista, localista del movimento ha una sovrana sfiducia in qualsiasi partito, e la “morte del padre”, inteso come paternità politica di sinistra, è dimostrata dall’occupazione della sede romana del Pd, dallo sbertucciamento travagliesco dell’inguardabile Bersani e dall’astio verso i sindaci valsusini passati dall’altra parte con la scusa del “dialogo”. Però, oltre al merito tecnico, il mirino del No si ferma, al massimo, e parlo dei centri sociali, ad una generica rivendicazione di un’economia diversa, contestando i lucratori (imprese appaltatrici, banche) e proponendo in positivo il reddito di cittadinanza. Tutto più o meno giusto, ma anche tutto, ancora una volta, all’interno di coordinate note, in questo caso della sinistra altermondialista.

Lo stronzo sei tu

Non ci si pone il problema di una critica totale e di una proposta altrettanto totale al sistema nel suo complesso. Si discute di decrescita economica ma non la si collega col suo corrispondente politico naturale, il federalismo. Si alza la bandiera dell’autonomia e democrazia locale, ma non se ne fa tutt’uno con la negazione di questa Unione Europea dittatoriale e liberticida. Si attaccano le banche, ma non si sa nulla del signoraggio e dell’euro, che ci lega mani e piedi alla cupola finanziaria internazionale. E soprattutto: non c’è neppure un barlume di volontà di lasciarsi alle spalle gli steccati e i pregiudizi del secolo scorso. O, se c’è, sono puramente discorsi, dietro cui restano pietrificati i vecchi compartimenti stagni. E così, invece di elaborare parole d’ordine che tutti possono far proprie (riconquista della sovranità nazionale per una rifondazione europea, un altro paradigma monetario, produzione locale con un vero autonomismo) si fa comunella con la Fiom, altro soggetto meritevole per le sue lotte ma limitato e ancorato ad un operaismo e industrialismo da fabbrica vecchio stampo. Per capirci: la Fiom è per la crescita, altro che decrescita.

Così, le pur sane spinte in direzione di un radicalismo autentico rimangono nel bozzolo. E quando arriva il giorno delle elezioni, anche il più incavolato nero si presenta bel bello con la sua tessera elettorale perché una testimonianza che conta qualcosa deve pur darla a sé stesso. Deve fargliela vedere in qualche modo, agli stronzi. E invece lo stronzo è lui, che si dà la zappa sui piedi da solo aggiungendo il proprio mattoncino alla sfinge della “democrazia” del 4%.

Da ribelli a rivoluzionari

Controcanto: tu proponi idee (quelle che mancherebbero ad una realtà comunque combattiva e coraggiosa, anche idealmente, come i No Tav) e l’astensione dal voto. Tutto qua? Sì, a tutt’oggi, tutto qua. E lo ammetto: è poco. Troppo poco. Ho già scritto su queste colonne che, oltre ad un pensiero lungimirante e strutturato, serve una meta finale, un’immagine del futuro (un mito), degli obbiettivi a lungo termine ma concretizzabili. Serve la politica. È il necessario passaggio dal ribelle al rivoluzionario: il primo è una figura etica, esistenziale, e socialmente si limita al rifiuto; il secondo è un soggetto politico, organizzato, e avanza proposte con una strategia, per quanto di irrevocabile rottura con il presente. Cari ribelli, essere ribelli, adesso, è l’unica condizione possibile, ma non basterà più. Sono, siamo in attesa di una forza rivoluzionaria. Con tutti i rischi che essa comporta. Ma chi non risica non rosica. En attendant Godot? Spero di no. Voglio credere di no.

Alessio Mannino
www.ilribelle.com/
20.03.2012

Per gentile concessione de “La Voce del Ribelle”

La Voce del Ribelle è un mensile – registrato presso il Tribunale di Roma,
autorizzazione N° 316 del 18 settembre 2008 – edito da Maxangelo
s.r.l., via Trionfale 8489, 00135 Roma. Partita Iva 06061431000
Direttore Responsabile: Valerio Lo Monaco
All rights reserved 2005 – 2008, – ilRibelle.com – RadioAlzoZero.net
Licenza SIAE per RadioAlzoZero n° 472/I/06-599
Privacy Iscrizione ROC – Registro Operatori della Comunicazione – numero 17509 del 6/10/2008

Pubblicato da Davide

  • melisva1

    Pensiero sulla democrazia di Carmelo Bene:

    http://www.youtube.com/watch?v=tbDnr6PuCrg

  • albsorio

    Io la penso diversamente, la democrazia fa paura ai lacchè dell’1% così tanto da mettere una nuova norma che dice che se i conti non tornano nel bilancio di uno stato europeo le elezioni si rimandano sine die. Come vedi tu spingi la gente nella direzione sbagliata, penso invece che la gente dovrebbe ricordare chi tiene il sacco a Monti & C. per poi non votali. Secondo poi della gente ha dato la vita anni fa per darmi la democrazia e per quanto possa essere logora questa parola vale più del tuo qualunquismo. Chiunque non vota dice “fate voi” quindi non si lamenti poi.

  • dana74

    già, non posso proprio dar torto a Mannino, anzi.
    Un’altra cantilena che si sente spesso dai politici per colpevolizzare gli aspiranti astenuti è: “non si rende giustizia a chi ha combattuto e dato la vita per ottenere il diritto a votare”.Se da una parte è vero, dall’altra mi chiedo, ma chi ha combattuto quella lotta, avrebbe voluto questa democrazia che è oligarchia?Avrebbe desiderato che il potere venisse gestito da una sorta di caste medievali “reloaded”?
    Forse il modo migliore per rendere onore a costoro è di rifondarla da capo una democrazia che sia tale e non emendabile.
    Ottimo anche l’intervento di Carmelo Bene..

  • rebel69

    Secondo me questo articolo non fà una piega e per ribattere a chi ancora si ostina con i discorsi della democrazia o del sacrificio dei nostri nonni per ottenere la possibilità di votare,dico che una condizione fondamentale per un popolo che si accinge a dare il suo consenso ad uno schieramento oppure all’altro,visto che in bipolarismo alla fine due sono le scelte,deve essere un popolo consapevole ed informato imparzialmente.Visto che sappiamo tutti il livello di propaganda,disinformazione e tecniche di marketing che ci somministrano in prossimità del voto,ribadisco la mia idea che recarsi alle urne è tempo perso.La vera paura che hanno i politici nostrani è proprio l’astensionismo.Votare per uno o per l’altro alla fine poco importa.Certo che chi rimane senza poltrona a differenza dell’eletto avrà meno possibilità di arraffare qualche fondo europeo qualche benefit,di avere un pò meno le mani in pasta,ma con un po’ di pazienza alla peggio dopo un lustro tocca a lui.Ed inoltre aggiungo che per noi nulla cambia visto che le scelte vitali monetarie di politiche del lavoro,insomma tutte le decisioni che decretano l’andamento della nostra nazione le prendono a Francoforte Bruxelles wall street o la city di Londra,l’importante è che il giochino non si rompa.

  • Giancarlo54

    Questa storia del presunto tradimento ai danni di “chi ha dato la vita anni fa per farci votare” suona come un neppure troppo velato ricatto morale e politico dei soliti politicanti e e loro reggicode. La democrazia, almeno come la intendo io, non comporta tanto il votare ma avere la consapevolezza di chi siamo e dove stiamo andando. Il voto ne è la conseguenza. Votare adesso, con schieramenti TOTALMENTE simili e TOTALMENTE con le stesse idee, non è solo inutile, ma proprio un tradimento, questa volta vero, verso “chi ha dato la vita anni fa per farci votare”.
    Assurdo è il discorso finale che fai, “Chiunque non vota dice “fate voi” quindi non si lamenti poi”, hai idee di quanti soldi e di quante difficoltà economiche ed organizzative comportino il presentarsi alle elezioni, anche solo amministrative? Hai mai provato ad organizzare una campagna elettorale con un partito nuovo, totalmente oscurato dai media, senza soldi e senza agganci con i vari sistemi di potere (sindacati, camere di commercio, associazioni, etc. etc.), hai mai provato? Ebbene provaci e poi mi dirai come sia facile. Io ci ho provato, mi sono sbattuto per mesi rimettendoci soldi di tasca mia per poi prendere lo 0,33%. Ed è l’ultima volta che l’ho fatto.

  • Highlangher

    Ma di quale democrazia parlate? Di quella dei voti comprati dalle camorre? Del bipolarismo a due facce della stessa medaglia falsa ? Di quella delle stragi di stato? Il sistema e’ marcio nelle fondamenta, chi non vuole vederlo ha qualche interesse che il sistema non cambi, o più semplicemente ignora la realtà. Per cambiarlo serve un popolo, unito e informato, che lotta anche a costo della vita, di molte vite. La vedo difficile, se non impossibile in un paese di individualisti disinformati e menefreghisti. La rivoluzione dal basso di grillo mi sembra una valida alternativa, ma neanche li sembra che manchino i disfattisti, lo piloteranno in lotte interne per rovinare anche quella piccola speranza di utopia di cambiamento. Reset totale e tornare alla terra, unica soluzione praticabile, prima che sia troppo tardi anche per quello. E anche al baratto, se necessario, qualunque cosa pur di non morire per dei banchieri usurai. Almeno che ne valga la pena.

  • Simulacres

    Caro Alessio, ‘sto popolo “contemporaneo” non lo schioda più manco la schiavitù!

    A meno che non si strappasse dagli occhi – una volta per tutte – “le traveggole della democrazia”, quelle che gli impedisce di vedere quanto il c.d. “suffragio universale” sia soltanto una mascheratura del peggior ceffo di dittatura. Null’altro che una enorme impostura che si traduce sempre in una social-gigantesca presa per il culo! 

    Diceva bene E.Renan: “il suffragio universale è illegittimo, poiché la stupidità non ha il diritto di governare il mondo”.

    “Da ribelli a rivoluzionari”

    L’essere rivoluzionario significa mettere alla berlina le proprie palle, il proprio culo e tutto il proprio amore; è un calvario, uno sforzo perpetuo, un raddrizzamento di palle senza fine. Ma lo sforzo affatica e il nostro “popolo sovrano” non ama più sforzarsi, preferisce rigirarsele sempre più, ama pascolare, brucare l’erbetta, sperare… Oddio, a volte, se gli molli un pò di grana, (rischiare a gratis? manco per sogno! ) ha di quegli slanci di entusiasmo che è capace di lasciarsi buttare in tutte le fiamme sapendo sa benissimo di poter uscire da tutte le finestre. Assomiglia troppo alle correnti d’aria.

  • rebel69

    Ho seguito per anni Beppe,sono stato hai Vday,a Roma per la manifestazione viola,anche se avevo già capito che probabilmente se non sicuramente anche quella è stata una manifestazione pilotata solo per screditare Berlusconi e non di cero per liberare il popolo italiano dal giogo della speculazione finanziaria.Ho comprato il Fatto quotidiano dal primo numero fino a quando,sopratutto leggendo di politica estera,ho capito che anche quello serve un padrone.Come è scritto nel vangelo secondo Matteo è la verità che ci renderà liberi e non di certo le mezze verità di Travaglio o Beppe.Posso dire che anche la loro,visto che non osano toccare certi argomenti come l’appartenenza all’euro,è disinformazione bella e buona e causa gli stessi danni che causano i telegiornali menzonieri e farlocchi.Tirando le somme secondo me siamo proprio impotenti difronte agli eventi che ci stanno succedendo.

  • rosbaol

    Siamo impotenti fino a quando avremo da mangiare. Appena ci toccheranno il pane, questi qua faranno una brutta fine. E’ sempre successo nella storia.

  • albsorio

    Qual’è la tua soluzione? Non votare? Quale partito hai creato o promosso?

  • Viator

    E’ una civiltà allo sfascio. Il comportamento della gente corrisponde esattamente a quello delle élites: riempirsi le tasche di soldi e fregarsene di qualsiasi cosa che esuli dalla propria dimensione privata e dal più stucchevole consumismo. Pensare a breve, vivere di televisione e telefonini, e domani se ci sarò ancora si vedrà. Il motivo per cui manca totalmente una risposta seria alla crisi dall’alto è lo stesso per cui manca una risposta dal basso: comporterebbe uno sforzo a lungo e lunghissimo termine che nessuno ha voglia di intraprendere. Come ogni società in totale decadenza, priva di reattività, stiamo rotolando per pura forza d’inerzia in direzione del precipizio. Tutti lo vedono e tutti cercano di non pensarci.