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ARMAGHEDDON ?

In esclusiva per comedonchisciotte.org

DI CARLO BERTANI

Recentemente, Maurizio Blondet ha pubblicato un articolo (per i soli abbonati[1]) dal titolo eloquente: L’Europa a Sion: bomb Iran, nel quale affermava che un attacco all’Iran da parte di Israele è in agenda, da oggi alla fine del corrente anno.
Ripercorrerò molto brevemente le tesi esposte per chi non l’abbia letto:

– Durante il recente G8, l’Europa avrebbe dato il “via libera” per il bombardamento dell’Iran;

Quattro navi da guerra israeliane (2 sommergibili e 2 caccia, con armamento nucleare) hanno attraversato il canale di Suez e sono in navigazione nel Mar Rosso;
– Alcun squadriglie di cacciabombardieri israeliani sono stato spostate nel Kurdistan iracheno;
– Il “ritorno” economico dell’impresa sarebbe da identificare nel nuovo oleodotto Nabucco – che non passa per la Russia, ma “raccoglie” il greggio delle ex Repubbliche sovietiche asiatiche – il quale, però, senza l’apporto del petrolio iraniano, non raggiungerebbe volumi di transito sufficienti per renderlo economicamente vantaggioso.Fin qui i dati salienti, considerando anche una dichiarazione del vicepresidente USA Biden il quale, senza mezzi termini, affermava: “Israele è libero di fare quel che ritiene necessario per eliminare la minaccia nucleare iraniana”.

Blondet presenta il quadro come un evidente approccio al bombardamento dell’Iran e, ad osservare soltanto i dati esposti, non fa una grinza. Ci sono, però, argomenti che Blondet non approfondisce e che sarebbe, invece, meglio presentare.
Ritengo che molti lettori siano stufi della “querelle” iraniana, poiché da anni va avanti questo balletto: “Una flotta USA in partenza per il Golfo!”, “Israele pronto a bombardare l’Iran con l’atomica!” e via discorrendo. Poi, non succede nulla.
Vorrei precisare che questo articolo non vuole essere assolutamente un attacco a Blondet, che per alcune doti stimo, ma più che altro una precisazione.

Mi rendo perfettamente conto che il lettore cerca risposte alla domanda “Ci sarà una guerra all’Iran?” – e così è giusto che sia – ma il lettore accorto avrà compreso che nessuno – né Blondet, né chi scrive – è in grado di fornirgli un’assicurazione in merito, certa al 100%. D’altro canto, non ho mai nascosto la mia profonda convinzione che una guerra all’Iran sia un evento troppo pericoloso per gli attuali equilibri politici e, soprattutto, economici: di conseguenza, ritengo che, prima di scatenare Armagheddon, ci sia qualcuno che ci pensa su due e più volte.
Vediamo gli attori della contesa ed i loro equilibri interni, che sono la prima cosa da porre sotto la lente d’ingrandimento quando si parla di guerra.

Iran
Le recenti elezioni iraniane – di là degli evidenti interventi esterni per mettere in crisi l’attuale governo – hanno portato all’attenzione le frizioni interne della società iraniana, più che una mera questione elettorale o di voti.
Nella storia dell’Iran (ossia della moderna Persia), soprattutto dalla metà del secolo scorso, la società iraniana ha vissuto le stesse contraddizioni che abbiamo visto in piazza a Tehran.
Gli introiti petroliferi trasformarono la società iraniana: come avvenne in Europa, una borghesia dedita al commercio, alla nascente industria petrolchimica ed alle attività corollari, affiancò le tradizionali agricoltura e pastorizia.
Ciò avvenne con Mossadeq – che cercò una sintesi meno traumatica, ma anche meno favorevole alla borghesia, e per questo fu detronizzato con l’aiuto degli americani – poi con Reza Phalavi: la rivoluzione iraniana del 1979 fu una rivoluzione popolare, sorretta proprio dai milioni di diseredati che lo Shah, corrotto e succube delle ingerenze esterne (soprattutto statunitensi), aveva necessariamente trascurato per sorreggere la borghesia. La quale, non dimentichiamo, vive soprattutto a Tehran e nelle città.

Oggi, le migliorate condizioni economiche, ci hanno mostrato il volto di una borghesia che vuole occidentalizzarsi – ossia desidera partecipare alla spartizione della ricchezza nei modi e nei termini di quelle occidentali – a scapito proprio dei ceti popolari, che a loro volta si sentono più protetti da quella specie di “socialismo reale” (riconosciamo un’evidente difficoltà nell’identificare, economicamente, il sistema iraniano) instaurato da Mahmud Ahmadinejad.
Il quadro si complica, poiché rivendicazioni di “cassetta” si mescolano con le “tinte” islamiche del regime: apparentemente, assistiamo all’appoggio ad Ahmadinejad da parte dei ceti popolari mentre, dall’altra, la borghesia cerca “sponda” anche nel clero, nella figura di un corrotto Rafsanjani. In altre parole, se si gratta via un po’ di “vernice” religiosa, appare l’eterno scontro di classe.

Le ultime elezioni, vinte da Ahmadinejad molto probabilmente con i due terzi dei voti, indicano proprio la frattura della società iraniana: semplificando, le città a Moussavi e le campagne ad Ahmadinejad.
Ciò nonostante, Ahmadinejad è uscito fortemente indebolito dalle ultime elezioni, poiché la borghesia iraniana ha compreso che opporsi con i mezzi delle borghesie internazionali – supporto mediatico, internazionalizzazione del conflitto interno, ecc – può, alla lunga, riportare il Paese ad un equilibrio più favorevole per i ceti cosiddetti “moderati”, ossia per il commercio, gli affari, ecc.
Allo stato dell’arte, non scorgiamo – però – da parte di Ahmadinejad nessun cedimento: d’altro canto, il presidente non ha scelta, se non quella di continuare ad appoggiare (ed a farsi appoggiare) dalla popolazione rurale, dai settori dello Stato, dalle industrie controllate dal governo stesso.
Una guerra, in questa prospettiva, chi avvantaggerebbe?

Certamente non i sostenitori di Moussavi e di Rasfanjani, poiché un attacco dall’esterno condurrebbe inevitabilmente a zittire ogni contrasto interno. Più probabilmente, il tintinnio di sciabole inscenato da Israele è indirizzato più alla borghesia iraniana – “non siete soli!” – che ad un vero e proprio attacco all’Iran.
Per riuscire a rovesciare il governo iraniano, e l’impianto stesso della Repubblica islamica, sarebbe necessaria una vera guerra con tanto d’invasione: dubitiamo che qualche bomba farebbe crollare gli Ayatollah.

USA
Blondet afferma che il vicepresidente Biden avrebbe dato il “via libera” ad Israele con la frase sopra citata: verrebbe da dire che ciascuno è libero di dire quel che vuole, perché non scorgiamo proprio quali potrebbero essere i vantaggi, statunitensi, dell’avventura israeliana.
La presenza, in Kurdistan, degli aerei israeliani implica una sostanziale indipendenza del Kurdistan dall’Iraq ed una sua alleanza con Tel Aviv? E gli USA, che cercano di calmare le acque in tutto il Paese per andarsene?
Un attacco all’Iran partendo dal Kurdistan farebbe scoppiare la polveriera irachena ancor più, considerando che il Kurdistan iracheno non confina solo con l’Iran, ma anche (a Sud-Est) con le zone interne a maggioranza sciita. E, gli sciiti iracheni, si sentono di certo più vicini a Tehran che a Baghdad.

Se non basta l’Iraq, riflettiamo sulla situazione interna americana: non ho mai creduto che Obama sia la colomba di pace che ci propinano, e lo scrissi in tempi non sospetti, addirittura nel Gennaio del 2008[2].
La situazione economica prospettata da molti analisti[3] è una sentenza priva d’appello: gli USA devono correre ai ripari – ed in fretta! – se non vogliono incorrere in traumi economici ancor peggiori. La prospettiva di Bush – ovvero compensare l’inevitabile declino economico statunitense con le avventure militari, sostenere il dollaro con l’aumento del greggio ed appropriarsi delle risorse energetiche altrui con la forza – è fallita miseramente nella bolla speculativa.
Obama, oggi, non ha altra scelta che quella di ridurre il deficit statale, ed ha già mosso i primi passi per andarsene dall’Iraq. Inoltre, ha già parlato di “exit strategy” anche per l’Afghanistan.

In definitiva, Obama ritiene più vantaggioso per gli USA ridurre l’esposizione militare nel Pianeta, per tentare difficili (e costose) ristrutturazioni industriali, per “agganciare” la “locomotiva” delle ri
nnovabili e, in futuro, sperare di tornare potenza industriale.
Tutto ciò è un sentiero colmo di dubbi, trabocchetti ed incertezze: vogliamo aggiungerci una guerra all’Iran?
Per quanto ci scervelliamo, non riusciamo proprio a trovare una sola ragione per la quale, oggi, convenga a Washington imbarcarsi in un’avventura militare – sia pure per sperare nei profitti del Nabucco – poiché è evidente che, una guerra all’Iran, non potrebbe mai essere intrapresa e sostenuta da Israele.
C’è la possibilità che gli USA restino a guardare ma, per quanto sopra esposto, l’attacco israeliano finirebbe per trasformarsi in una mera distruzione d’entrambi, che lascerebbe il Pianeta messo peggio di quanto già oggi è.

Israele
Non ci sembra che Israele, con l’avvento della nuova amministrazione statunitense, abbia di che temere: sono state fatte timide avance per la creazione del solito Stato palestinese, ma niente di più che la solita aria fritta.
Anche la cessione del West Bank, in cambio di un “via libera” per bombardare l’Iran, ci sembra un non sense: cosa rimarrebbe del West Bank – e della stessa Israele – se avvenissero attacchi reciproci con armi nucleari da un lato e batteriologiche dall’altro?

Inoltre, Israele non ha una struttura militare adatta per operazioni a vasto raggio: in tutta la sua Storia – salvo il bombardamento del quartier generale di Arafat a Tunisi, una complessa operazione di rifornimento in volo per sganciare solo poche bombe – ha sempre combattuto a ridosso dei suoi confini.
Un attacco partendo dal Kurdistan necessiterebbe di una logistica d’appoggio troppo complessa per chi non ha esperienza bellica in operazioni distanti dalle proprie basi. Inoltre, gli aerei israeliani dovrebbero vedersela con la caccia e la contraerea iraniana.
Se, invece, l’attacco dal Kurdistan fosse solo la miccia per innescare la ritorsione balistica iraniana ed il contrattacco atomico israeliano, non si comprende quale differenza facciano due sottomarini e due cacciatorpediniere in più: Israele può colpire con i missili Jericho dal territorio metropolitano.

Conclusioni
In tutta onestà, ci sembra che queste siano solo manovre militari destinate – come ricordavamo – a gettare un po’ di benzina sul fuoco, per sperare che l’opposizione iraniana “abbocchi”. Una sorta di “Naval diplomacy” e nulla più.
La strategia nei confronti dell’Iran – questo è chiaro da tempo – mira alla destabilizzazione interna, non ad un attacco militare. Perché?

Poiché un attacco all’Iran significherebbe il blocco dello stretto di Hormuz per chissà quanto tempo, con prezzi del petrolio alle stelle. Altro che i 150 $/barile del record!
Inoltre, Siria ed Iran sono legate da una alleanza che prevede il mutuo soccorso in caso d’attacco: nel 2006, Israele si guardò bene dall’attaccare il territorio siriano. In caso d’attacco, sarebbe tutta la regione a saltare per aria, con scenari veramente imprevedibili.
E, con tutte le prudenze espresse nei vari G8 – per tentare di salvare quel poco che resta ai sette grandi con le pezze al sedere – la “bella pensata” è quella d’attaccare l’Iran?
Francamente, mi sembra una follia. Aggiungere Armagheddon al fallimento economico del liberismo è cosa assai diversa rispetto alla “soluzione” della crisi degli anni ’30 con la guerra mondiale: all’epoca, gli USA erano pochissimo indebitati ed erano una potenza economica in ascesa, non un paese di disoccupati senza prospettive.

Perciò – pur apprezzando la puntualità di Blondet nell’informare – le conclusioni che sottende non mi trovano d’accordo. Certo, la follia umana non ha limiti, ma continuo a credere che le guerre servano per incrementare i profitti del capitalismo, non per dargli il colpo di grazia, come avverrebbe se lasciassimo correre Armagheddon.

Carlo Bertani
Fonte: http://carlobertani.blogspot.com
Link: http://carlobertani.blogspot.com/2009/07/armagheddon.html
23.07.2009br>

Copyright 2009 © Riproduzione vietata, salvo assenso scritto dell’autore da richiedere a [email protected]

Pubblicato da Davide

  • fengtofu

    Questa si che è un’analisi lucida con previsioni assolutamente probabili, da quotare in toto. Il buon Blondet è invece un poco accecato dal viscerale odio per Israele, e non è esperto di cose militari. Intendiamoci, i sionisti ci andrebbero a nozze, colla distruzione della Rep. Islamica, ma non se lo possono permettere come detto sopra, se non col lavoro di disinformatjia in cui sono forti, grazie alla UE ed ai suoi giornalisti falsari. Il lento aggiramento poi prosegue con le basi di “istruttori”in Georgia, Turchia, Kurdistan….e tanto basterà per un bel po.

  • redme

    iran vs israele sembra veramente il match del secolo sempre annunciato e mai disputato..forse perche la presenza minacciosa di un nemico comune, i sunniti jihadisti …….in questo senso và anche la nuova distensone con la Siria….
    poi l’affermazione che – ” la rivoluzione iraniana del 1979 fu una rivoluzione popolare, sorretta proprio dai milioni di diseredati che lo Shah, corrotto e succube delle ingerenze esterne (soprattutto statunitensi), aveva necessariamente trascurato per sorreggere la borghesia” – sembra in contrasto con la vicenda Mattei, anche lo sterminio dei “milioni” di Mujaheddin del popolo e l’accantonamento di Montazeri indicano l’ inizio dell’oscura relazione statunitense con l’integralismo islamico..saluti

  • myone

    Blond puo’ dire quello che vuole, e non c’e’ via libera del G8 per scorazzare con sommergibili e altro per il mondo.
    Gia’ si e’ detto che una guerra aperta con l’ estremismo islamico, porterebbe a tavolino
    a una guerra infinita, e che il terrosismo o la guerriglia islamica, oranizzata com’e’ e distribuita volendo ovunque,
    e’ peggio che affrontare uno stato sul suo territorio.
    Se non sbalgio, si deceva pure, contrariamente a quanto si asserisce sempre, e cioe’ che: israele fa come vuole e comanda gli usa, che gli usa,
    con Bush, ha messo un veto per nessun attacco all’ iran.

    Poi le cose, spingono e si rilassano, ma creano sempre precedenti, che si accostano agli intenti fondamentali dei principi e alle dispute dei vari stati,
    per cui, tutto e’ possibile, sopratutto quando l’ iran disporra’ del nucleare, convertito militarmente,
    se allora cominceranno a fare la voce frossa su questo o quello, giusto o no che sia, a ragione o no, tutto e’ possibile, e non ci sara’ nessuna invasione di terra, ma solo attacchi dall’ alto, e nucleari, tali a tal punto
    da far desistere la stessa resistenza sparsa per il mondo, che per forza maggiore sara’ comandata a stare ferma, pena il peggio ancora del peggio.
    E vale pure e sopratutto per i confinanti con lo stato di israele.

    Se una guerra in tempo di vacche grasse incrementa di piu’ l’ economia di chi vince, ancora di piu’ una guerra a questi livelli, allarga il mondo del ricostruire e lo spazio di nuove prospettive economiche e di sviluppo,
    se cosi si pora’ trarre qualche motivazione nel dopo.
    Terre nuove da riconquistare e ricostruire, apertura di nuovi insediamenti ecc ecc, e con piu’ spazio e meno gente, sopratutto come confine di possibilita’ e di azione.
    L’ espasione rimette in moto quasi il tutto, come fosse una terra di conquista, sotto tutti i profili.
    (radiazioni permettendo) vedo che in giappone si e’ continuato uguale, in irak pure, la macchina non guarda algi effetti collaterali, va’ sempre se trova spazio.
    E’ questo il punto di vista che si guarda e che si guardera’, oltre il poi del poi.

  • Eighthdormant

    Caro Carlo Bertani,
    sono d’accordo con lei, sarebbe davverro folle attaccare l’Iran, come lo era attaccare l’Iraq, ma lo hanno fatto.
    E proprio su un articolo letto per caso pochi giorni fa su Haaretz, non proprio un giornale israeliano estremista, si dice che ci sono stati molti incontri tra gli alti vertici militari USA e israeliani sull’argomento, e ben 5 su 10 comandi americani stanno già lavorando sui piani di attacco, probabilmente per un attacco sui siti nucleari, che avranno come probabile conseguenza una nuova nuvola radioattiva ben più grossa di quella di Chernobyl.
    Ma se raddoppieranno i tumori potranno sempre dare colpa all’inquinamento o al riscaldamento del pianeta, no?

  • helios

    ci siamo dimenticati che gli iraniani hanno puntati i loro missili sulle centrali nucleari di Israele…e che Israele ha un territorio minuscolo?

  • slump

    Blondet, come dice fengtofu, non perde occasione per mettere in mostra il suo straripante ed eccessivo (per me) antiebraismo (travestito da antiisraelismo).

    Bertani avrebbe ragione nella sua analisi se fossero dimostrate le notizie riportate da Blondet — tra le quali però mi sembrano alquanto divertenti e inverosimili sia quella del G8 che quella della squadriglia nel Kurdistan (da dove trae Blondet queste informazioni? Da Ratzinger?). Quindi è probabile che Bertani abbia fatto un’analisi giusta anche se basate su notizie assai poco probabili.

    Sarebbe sociologicamente da studiare perché sulla gran parte dei siti “alternativi” imperversino articoli “da fine del mondo” con catastrofisti che tirano in ballo le minacce più orrende — dalle guerre nucleari, alle pandemie apocalittiche, alla riduzione voluta della popolazione, alla distruzione ecologica, ecc. Che origine ha tutta questa “cupio dissolvi”?

  • Eighthdormant

    Caro Helios,
    non amo fare botta e risposta, ma ci risiamo con il solito argomento alla Calimero piccolo e nero, cioè che Israele è piccolo e quindi deve essere più cattivo per spaventare chi è più grosso.
    Però si dà il caso che è Israele che ha circa 300 testate atomiche, non l’Iran.
    E si dà il caso anche che è Israele che ha quasi 400 cacciabombardieri, di ultima generazione, mentre tanto per dire l’Italia ne ha 65, e l’Iran ne ha 200, ma mediamente molto più obsoleti, persino alcuni F14 Tomcat comprati dalla scià più di 30 anni fa e in parte inutilizzabili per l’mbargo sui pezzi di ricambio…
    E Israele ha in piano di comprarne altri 100, F35 stealth…
    Cosa se ne fa?
    E intanto il “pericoloso” Iran ha in bilancio spese militari analoghe ma non superiori a quelle di certi emirati del Golfo persico come il Kuwait, e nulla più.
    Senz’altro parecchie volte più basse di quelle Israeliane.
    Tutti sanno benissimo che quei missili iraniani, se davvero ci sono, sarebbero solo un deterrente, la risposta disperata e del tutto insufficiente a difendersi da un attacco Israeliano che, come al solito, sarà molto “Cattivo”, perchè, poverino, lui è piccolo e quindi deve essere più cattivo per spaventare chi è più grosso…
    Ma chi è più grosso, in questo caso?

  • fengtofu

    niente affatto, l’Iraq era un’oca grassa pronta ad essere cotta, collo strapotere della Coalizione, mentre contro l’Iran stiamo parlando di centrali che se distrutte libereranno radiazioni, gas letali ecc. su amici e nemici vicini (Arabia,Russia, lo stesso Vicino oriente con Israele…) e non ci sarà un altro effetto serra ma milioni di morti subito!

  • vraie

    leggo sempre volentieri bertani ma anche blondet!
    non mi pare che le argomentazioni “pacate e ragionevoli” di bertani corrispondano al metro abituale di valutazione dei poteri: la follia è la normalità;
    il progetto di governo mondiale (vedi vaccinazioni) sta procedendo e diventa più urgente che mai proprio ora che il capitalismo israelo-americano è alla frutta; tutto il mondi in ginocchio; israele (che già ha collaudato le sue armi biologiche piuttosto di recente) potrebbe scegliere questo momento per colpire in qualche modo, non necessariametne l’iran a tutto campo, ma qualche area specifica (del medesimo o prossima al medesimo!)
    quanto al prezzo del petrolio alle stelle: è sempre stato uno strumento e anche un obiettivo, chediamine!

  • Frigo

    È sempre un piacere leggerla Bertani. Tuttavia Le manca un particolare nella sua acuta e lucida analisi.
    Ha dimenticato che per imporre il “governo” AMERO devono ridurre in completa rovina gli USA?
    Questa è condizione essenziale quale preludio al governo mondiale. Tutto il mondo capitalistico deve crollare (ma solo per i ceti medi e bassi) per far accettare una entità mondiale per sicurezza, sanitá e finanza.
    Le porcate peggiori, almeno in italia, le fecero durante i periodi di ferie estivi.
    Vedremo, ma Blondet fa bene a riportare rumors di guerra. Meglio parlarne prima allertando l´opinione pubblca e quello che resta di sano negli stati ed eserciti.
    Non hanno avuto problemi a scatenare l´inferno in iraq a partire dal 1991, quindi…

  • helios

    Non ho affatto detto che Israele è piccolo e quindi deve essere più cattivo.Ho detto che Israele “ha un territorio piccolo” cioè che facilmente può essere colpito.
    Dell’arsenale di Israele credo che ci siano poche persone al corrente e non credo che sbandierino ai quattro venti quello che hanno di armamenti; allo stesso modo l’Iran.
    Comunque sia se gli USA se ne sono sempre guardati bene da attaccare l’Iran almeno un motivo l’avranno avuto!
    Non sempre le armi, nelle contese, decidono le sorti di un popolo.

  • gamma5

    “Il buon Blondet è invece un poco accecato dal viscerale odio per Israele”…solo un poco?

  • jules

    Inoltre, ha già parlato di “exit strategy” anche per l’Afghanistan.

    Veramente, il “buon” Omaba le truppe (e gli attacchi) in Afghanistan le sta aumentando. Con il serio rischio (o l’obiettivo?) di destabilizzare anche il Pakistan.

    …nel 2006, Israele si guardò bene dall’attaccare il territorio siriano.

    In compenso, il 6 settembre 2007, dei caccia israeliani violavano lo spazio aereo siriano per bomabardare una presunta installazione nucleare (in Siria!).
    Senza contare le ripetute violazioni dello spazio aereo siriano (denunciate anche dalle missioni Unifil) in cui i caccia israeliani hanno addirittura sorvolato la residenza del presidente siriano (in Siria!).

    http://www.medioriente.net/?q=siria_le_possibili_motivazioni_del_raid_israeliano_nella_ricostruzione_del_sunday_times

    http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Attualita%20ed%20Esteri/Esteri/2007/10/raid-israeliano-siria.shtml?uuid=fe8fd230-7a89-11dc-948f-00000e25108c&DocRulesView=Libero

    https://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=3794

    …cosa rimarrebbe del West Bank – e della stessa Israele – se avvenissero attacchi reciproci con armi nucleari da un lato e batteriologiche dall’altro?

    Armi batteriologiche?!? Come fai ad essere così sicuro che l’Iran sia dotato (ed abbia intenzione di usare) armi batteriologiche?

    Un attacco partendo dal Kurdistan necessiterebbe di una logistica d’appoggio troppo complessa per chi non ha esperienza bellica in operazioni distanti dalle proprie basi. Inoltre, gli aerei israeliani dovrebbero vedersela con la caccia e la contraerea iraniana.

    Blondet, nel suo articolo, scrive anche “che Mosca non abbia ancora perfezionato la consegna dei sistemi missilistici anti-aerei all’Iran, destinati proprio alla difesa ravvicinata delle centrali iraniane.” (Non me ne voglia Effedieffe per la citazione).

    In caso d’attacco, sarebbe tutta la regione a saltare per aria, con scenari veramente imprevedibili.

    Francamente, mi sembra una follia. Aggiungere Armagheddon…

    Come “volume di fuoco” non credo che Israele abbia da temere: probabilmente vogliono proprio uno risposta per avere il pretesto di utilizzare tutte le atomiche che non hanno mai potuto usare (a quel punto, l’opinione pubblica occidentale – abilmente preparata – capirebbe…).
    Dopo un olocausto nucleare (magari su di una capitale: Teheran o Damasco, poco importa) dubito che qualcun altro abbia il coraggio di mettersi contro “il cane rabbioso”.
    Infine, in tutta onestà, non mi pare proprio che le ultime aggressioni di Israele a suoi vicini (bombardamento del Libano a tappeto e Gaza rasa al suolo) abbiano avuto qualcosa di razionale.
    Infatti, oltre che sul piano militare (Hezbollah), anche in termini di consenso (nell’opinione pubblica occidentale) ci hanno perso.

    Perché quindi dovrebbero fermarsi ora?

  • PIEROROLLA

    “Terminato l’evento su Globalizzazione e Sviluppo con la presenza di oltre 1500 economisti, famose personalità scientifiche e rappresentanti di organismi internazionali riunitisi a L’Avana, ho ricevuto una lettera ed un documento di Atilio Boron, Dottore in Scienze Politiche, Professore Titolare di Teoria Politica e Sociale, direttore del Programma Latinoamericano d’Educazione a Distanza in Scienze Sociali (PLED), oltre ad altre importanti responsabilità scientifiche e politiche. Atilio, solido e leale amico, aveva partecipato giovedì 6 al programma “Mesa Ridonda” della Televisione Cubana, insieme ad altre personalità internazionali che hanno partecipato alla Conferenza su Globalizzazione e Sviluppo.
    Ho saputo che sarebbe partito domenica ed ho deciso di invitarlo ad un incontro alle 5 del pomeriggio del giorno successivo, sabato 7 marzo.
    Avevo deciso di scrivere una riflessione sulle idee contenute nel suo documento. Utilizzerò in sintesi le sue stesse parole:
    “… Ci troviamo in presenza di una crisi capitalista generale, la prima di una grandezza paragonabile a quella esplosa nel 1929 ed alla cosiddetta “Grande Depressione” del 1873-1896. Una crisi integrale, della civiltà, multi-dimensionale, la cui durata, profondità e portata geografica saranno sicuramente di maggiore ampiezza delle precedenti.
    “Si tratta di una crisi che trascende abbondantemente l’aspetto finanziario o bancario e colpisce l’economia reale in tutti i suoi aspetti. Danneggia l’economia globale e oltrepassa le frontiere statunitensi.
    “Le cause strutturali: è una crisi di sovrapproduzione e contemporaneamente di sottoconsumo. Non a caso è esplosa negli USA, perché questo paese è da oltre trent’anni che vive artificialmente del risparmio esterno e del credito esterno; queste due cose non sono infinite: le imprese si sono indebitate al di sopra delle loro possibilità; inoltre lo Stato si è indebitato non solo al di sopra delle sue possibilità per affrontare non solo una, ma due guerre, senza aumentare le tasse, ma riducendole; i cittadini sono spinti sistematicamente dalla pubblicità commerciale ad indebitarsi per sostenere un consumismo esagerato, irrazionale e sprecone.
    “Però a queste cause strutturali bisogna aggiungerne altre: l’accelerata finanziarizzazione dell’economia, l’irresistibile tendenza all’incursione in operazioni speculative sempre più rischiose. Scoperta la “fonte della giovinezza” del capitale grazie a cui il denaro genera ancora più denaro, prescindendo dalla valorizzazione apportata dallo sfruttamento della forza lavoro e considerando che enormi quantità di capitale fittizio possono essere ottenute in pochi giorni, al massimo settimane, l’assuefazione da capitale porta a trascurare qualsiasi calcolo o qualsiasi scrupolo.
    “Altre circostanze hanno favorito l’esplosione della crisi. Le politiche neoliberali di deregolamentazione e liberalizzazione hanno reso possibile che le figure più potenti che pullulano nei mercati imponessero la legge della giungla.
    “Un’enorme distruzione di capitali su scala mondiale, caratterizzandola come una “distruzione creativa”. A Wall Street questa “distruzione creativa” ha provocato che la svalutazione delle imprese quotate in borsa giungesse quasi al 50 %; un’impresa che in borsa quotava un capitale di 100 milioni, ne ha ora 50! Caduta della produzione, dei prezzi, dei salari, del potere d’acquisto. “Il sistema finanziario nella sua totalità sta per esplodere. Le perdite bancarie ammontano ormai ad oltre $500.000 milioni ed un altro bilione è in arrivo. Oltre una dozzina di banche sono in bancarotta e centinaia in attesa della stessa sorte. Oltre un bilione di dollari è stato trasferiti dalla FED al cartello bancario, ma sarà necessario un altro bilione e mezzo per mantenere la liquidità delle banche nei prossimi anni”. Quella che stiamo vivendo è la fase iniziale di una lunga depressione e la parola recessione, tanto utilizzata recentemente, non spiega in tutta la sua drammaticità ciò che il futuro prepara al capitalismo.
    “Nel 2008 le azioni ordinarie di Citicorp hanno perso il 90% del loro valore. L’ultima settimana di febbraio valevano a Wall Street 1 dollaro e 95!
    “Questo processo non è neutro perché favorirà gli oligopoli più grandi e meglio organizzati che toglieranno i loro rivali dai mercati. La “selezione darwiniana dei più adatti” sgombrerà la strada per nuove fusioni ed alleanze imprenditoriali, mandando i più deboli al fallimento.
    “Accelerato aumento della disoccupazione. Nel 2009, il numero di disoccupati nel mondo (circa 190 milioni nel 2008) potrebbe aumentare di altri 51 milioni . I lavoratori poveri (che guadagnano appena due euro al giorno) diventeranno 1.400 milioni, cioè il 45% della popolazione economicamente attiva del pianeta. Negli Stati Uniti la recessione ha già distrutto 3,6 milioni posti di lavoro. La metà durante gli ultimi tre mesi. Nell’Unione Europea il numero di disoccupati è pari a 17,5 milioni, 1,6 milioni in più di un anno fa. Nel 2009, si prevede la perdita di 3,5 milioni di posti di lavoro. Diversi Stati centroamericani come il Messico ed il Perù, per i loro stretti legami con l’economia statunitense, saranno fortemente colpiti dalla crisi.
    “Una crisi che colpisce tutti i settori dell’economia: le banche, l’industria, le assicurazioni, l’edilizia, eccetera e si dissemina nell’intero sistema capitalista internazionale.
    “Decisioni prese in campo internazionale e che colpiscono le filiali periferiche creando licenziamenti in massa, interruzioni nelle catene dei pagamenti, crollo nella domanda di input, eccetera. Gli USA hanno deciso di sostenere le Big Three di Detroit (Chrysler, Ford, General Motors), ma solo per salvare le fabbriche presenti nel paese. Francia e Svezia hanno annunciato che condizioneranno gli aiuti alle loro industrie automobilistiche: potranno trarne vantaggio solo le fabbriche che si trovano nei loro territori. Il ministro francese dell’Economia, Christine Lagarde, ha dichiarato che il protezionismo potrebbe essere “un male necessario in tempi di crisi”. Il ministro spagnolo dell’Industria, Miguel Sebastian, chiede di “consumare prodotti spagnoli”. Barack Obama, aggiungiamo noi, promuove il “buy American!”.
    “Altre fonti di propagazione della crisi nella periferia sono la caduta nei prezzi delle commodity che esportano i paesi latinoamericani e caraibici, con le loro conseguenze recessive e l’aumento della disoccupazione.
    “Drastica diminuzione delle rimesse familiari nei paesi industrializzati da parte degli emigranti latinoamericani e caraibici. (In alcuni casi le rimesse sono la voce più importante nell’entrata di valuta internazionale, superiore alle esportazioni).
    “Ritorno degli emigranti, deprimendo ancora di più il mercato del lavoro.
    “Coincide con una profonda crisi energetica che esige un cambiamento della visione attuale basata sull’uso irrazionale e predatorio del combustibile fossile.
    “Questa crisi coincide con la crescente presa di coscienza delle catastrofiche conseguenze del cambiamento climatico.
    “Aggiungiamo la crisi alimentare, acutizzata dalla pretesa del capitalismo di mantenere un irrazionale modello di consumo, trasformando terreni adatti alla produzione alimentare e destinandoli all’elaborazione di biocombustibili.
    “Obama ha riconosciuto che non abbiamo ancora toccato il fondo e Michael Klare ha scritto nei giorni scorsi che “se l’attuale disastro economico si trasforma in quello che il presidente Obama ha chiamato “decennio perduto”, il risultato potrebbe consistere in un paesaggio globale pieno di convulsioni causate dall’economia.
    “Nel 1929 la disoccupazione negli USA è arrivata al 25% man mano che crollavano i prezzi agricoli e delle materie prime. Dieci anni dopo ed a dispetto delle radicali politiche intraprese da Franklin D. Roosevelt (il New Deal) la disoccupazione continuava ad essere molto elevata (17%) e l’economia non riusciva ad uscire dalla depressione. Solo la Seconda Guerra Mondiale ha messo la parola fine a quella tappa. Ed ora perché dovrebbe essere più breve? Se la depressione del 1873-1896, come ho spiegato, è durata 23 anni!
    “Visti i precedenti, perché ora dovremmo uscire dall’attuale crisi in pochi mesi, come prospettano alcuni pubblicisti ed i “guru” di Wall Street?
    Non si uscirà da questa crisi con un paio di riunioni del G-20, o del G-7. Se esiste una prova della sua radicale incapacità di risolvere la crisi è la risposta delle principali borse valori del mondo dopo qualsiasi annuncio o proposta di legge a favore di una nuova manovra: la risposta “dei mercati” è invariabilmente negativa.
    “Come testimonia George Soros “l’economia reale soffrirà gli effetti secondari che ora stanno prendendo forza. Dato che in queste circostanze il consumatore statunitense non può servire ormai da locomotiva dell’economia mondiale, il Governo statunitense deve stimolare la domanda. Visto che affrontiamo le sfide minacciose del riscaldamento del pianeta e della dipendenza energetica, il prossimo Governo dovrebbe promuovere dei piani per stimolare il risparmio energetico, lo sviluppo di fonti di energia alternative e la costruzione di infrastrutture ecologiche.
    Si apre un lungo periodo di tira e molla e di negoziati per definire in quale maniera s’uscirà dalla crisi, chi ne beneficerà e chi dovrà pagarne i costi.
    “Gli accordi di Bretton Woods, concepiti nell’ambito della fase keynesiana del capitalismo, coincisero con la creazione di un nuovo modello d’egemonia borghese che, come conseguenza della guerra e della lotta antifascista, aveva come nuovo ed inaspettato base il rafforzamento dell’area dei sindacati operai, dei partiti di sinistra e delle capacità regolatrici e di controllo degli stati.
    “Ormai non esiste più l’URSS, la cui sola presenza, insieme alla minaccia dell’espansione ad Occidente del suo esempio, inclinava la bilancia della negoziazione a favore della sinistra, dei settori popolari, dei sindacati, ecc.
    “La Cina occupa attualmente un ruolo incomparabilmente più importante nell’economia mondiale, ma senza raggiungere un’importanza parallela nella politica mondiale. Viceversa l’URSS, a dispetto della sua debolezza economica era una formidabile potenza militare e politica. La Cina è una potenza economica, ma con scarsa presenza militare e politica nelle questioni mondiali, sebbene stia cominciando un cauto e graduale processo di riaffermazione nella politica internazionale.
    “La Cina può arrivare a svolgere un ruolo positivo nella strategia di ricomposizione dei paesi della periferia. Pechino sta gradualmente orientando le sue enormi energie nazionali verso il mercato interno. Per una serie di ragioni che sarebbe impossibile discutere qui, è un paese che ha bisogno di una crescita economica annuale pari all’8% , sia come risposta agli stimoli dei mercati mondiali o a quelli originati dal suo immenso mercato interno- solo parzialmente sfruttato. Se si conferma questa svolta, si può pronosticare che la Cina continuerà ad avere bisogno di molti prodotti provenienti da paesi del Terzo Mondo, quali il petrolio, il nichel, il rame, l’alluminio, l’acciaio, la soia ed altre materie prime ed alimenti.
    “Viceversa, durante la Grande Depressione degli anni 30, l’URSS era poco inserita nei mercati mondiali. La Cina è differente: potrà continuare a svolgere un ruolo molto importante e, come la Russia e l’India (anche se queste in misura minore), comprare all’estero le materie prime e gli alimenti di cui ha bisogno, a differenza di ciò che accadeva con l’URSS ai tempi della Grande Depressione.
    “Negli anni 30 le soluzioni della crisi sono state il protezionismo e la guerra mondiale. Oggi il protezionismo troverà molti ostacoli per la penetrazione dei grandi oligopoli nazionali nei diversi spazi del capitalismo mondiale. La conformazione di una borghesia mondiale presente in gigantesche imprese che, nonostante la loro base nazionale, operano in un’infinità di paesi, rende la scelta protezionistica nel mondo sviluppato di scarsa effettività nel commercio Nord/Nord; le politiche tenderanno – almeno per adesso e non senza tensioni – a rispettare i parametri stabiliti dall’OMC. La carta protezionistica appare molto più probabile quando sarà applicata, e sicuramente succederà, contro il Sud globale. Una guerra mondiale sospinta dalle “borghesie nazionali” del mondo sviluppato disposte a lottare tra di loro per la supremazia nei mercati è praticamente impossibile, perché tali borghesie sono state soppiantate dall’ascesa e dal consolidamento di una borghesia imperiale che si riunisce periodicamente a Davos e per la quale la scelta di un confronto militare costituisce un fenomenale sproposito. Non vuole dire che questa borghesia mondiale non sostenga, come l’ha fatto finora con le avventure militari degli Stati Uniti in Iraq ed Afghanistan, la realizzazione di numerose operazioni militari nella periferia del sistema, necessarie per la preservazione dei profitti del complesso militare-industriale nordamericano ed indirettamente dei grandi oligopoli degli altri paesi.
    “La situazione attuale non è uguale a quella degli anni trenta. Lenin diceva che “il capitalismo non cade se non c’è una forza sociale che lo faccia cadere”. Oggi quella forza sociale non è presente nelle società del capitalismo metropolitano, gli Stati Uniti compresi.
    “Gli Usa, il Regno Unito, la Germania, la Francia ed il Giappone dirimevano nel terreno militare la loro lotta per l’egemonia imperiale.
    “Oggi, l’egemonia e la dominazione si trovano chiaramente nelle mani degli Usa. Sono l’unico garante del sistema capitalista su scala mondiale. Se gli Usa cadessero si produrrebbe un effetto dominò che provocherebbe il crollo di quasi tutti i capitalismi metropolitani, senza menzionare le conseguenze nella periferia del sistema. Nel caso in cui Washington fosse minacciata da un moto popolare tutti accorrerebbero in aiuto, perché è il sostegno ultimo del sistema e l’unico che in caso di necessità può aiutare gli altri.
    “Gli USA sono un attore insostituibile ed il centro indiscusso del sistema imperialista mondiale: solo loro dispongono di oltre 700 missioni e basi militari in circa 120 paesi, costituendo la riserva finale del sistema. Se le altre opzioni falliscono, la forza apparirà in tutto il suo splendore. Solo gli USA possono dispiegare le loro truppe ed il loro arsenale militare per mantenere l’ordine su scala planetaria. Sono, come direbbe Samuel Huntington, “lo sceriffo solitario”.
    “Questo puntellamento del centro imperialista si basa sull’incommensurabile collaborazione degli altri soci imperiali, o dei suoi concorrenti in campo economico, comprendendo la maggioranza dei paesi del Terzo Mondo che accumulano le loro riserve in dollari statunitensi. Né la Cina, il Giappone, la Corea o la Russia, per indicare i maggiori possessori di dollari del pianeta, possono liquidare il loro stock di quella moneta perché sarebbe una mossa suicida. E’ chiaro che è una considerazione che deve essere presa con molta cautela.
    “La condotta dei mercati e dei risparmiatori di tutto il mondo rafforza la posizione nordamericana: la crisi si approfondisce, le manovre dimostrano d’essere insufficienti, il Dow Jones di Wall Street scende sotto la barriera psicologica dei 7.000 punti – meno del record del 1997! – e nonostante tutto la gente cerca rifugio nel dollaro e scendono le quotazioni dall’euro e dell’oro!
    “Zbigniev Brzezinski ha dichiarato: sono preoccupato perché avremo milioni e milioni di disoccupati, molta gente starà veramente male. E questa situazione continuerà per un po’, prima che eventualmente le cose migliorino.
    “Siamo in presenza di una crisi che è molto più di una crisi economica o finanziaria.
    Si tratta di una crisi integrale di un modello di civiltà che è insostenibile economicamente, politicamente, che deve ricorrere sempre di più alla violenza contro i popoli; insostenibile anche ecologicamente, vista la distruzione, in alcuni casi irreversibile, dell’ecosistema; insostenibile socialmente, perché degrada la condizione umana fino a limiti inimmaginabili e distrugge la trama stessa della vita sociale.
    “La risposta a questa crisi, pertanto, non può essere solo economica o finanziaria. Le classi dominanti faranno esattamente questo: utilizzare un vasto arsenale di risorse pubbliche per socializzare le perdite e riassestare i grandi oligopoli. Rinchiusi nella difesa dei loro interessi più immediati non hanno nemmeno la visione per concepire una strategia più integrale.
    “La crisi non ha toccato fondo”, dice. “Ci troviamo in presenza di una crisi capitalista generale. Nessuna altra è stata così grande. Quella tra 1873 ed il 1896 durò 23 anni e si chiamò Grande Depressione. L’altra molto grave è stata quella del 1929. E’ durata altrettanto, non meno di 20 anni. L’attuale crisi è integrale, di civiltà, multidimensionale”.
    Immediatamente aggiunge: “È una crisi che trascende abbondantemente l’aspetto finanziario e bancario, colpisce l’economia reale in tutti i suoi aspetti”.
    Se qualcuno prende questa sintesi e la se la mette in tasca, la legge ogni tanto o l’impara a memoria come una piccola Bibbia, sarà più informato, su ciò che succede nel mondo, del 99% della popolazione, dove il cittadino vive assediato da centinaia d’annunci pubblicitari e saturato da migliaia d’ore di notizie, romanzi e film con storie vere o false.

    Fidel Castro
    8 Marzo 2009
    11 e 16 a.m”.

  • lucamartinelli

    è vero. il dramma di israele è che basta una bomba. troppo piccolo come stato

  • rosarossa

    Blondet è un ipocrita. Ho letto i suoi libri ed è un ottimo giornalista, nonché capace di focalizzare molti aspetti del dietro le quinte con ottima capacità deduttiva. Ma ..c’è un MA. Oltre alla sua nota posizione “anti-issareliana” ciò che dovrebbe far preoccupare di più non è cosa lui attacca (per cui ha anche validissime ragioni): ma cosa lui difende.

    Un uomo che sente il valore della giustizia e della sensatezza in questioni internazionali, se tale si considera, non deve cambiare sistemi di misura a seconda dei gusti.

    Quando gli venne fatto notare che la questione della Pedofilia nella Curia cattolica (soprattutto americana) aveva raggiunto livelli “pandemici” (visto che ora và di moda questo termine) e su come il Vaticano con spregiudicata, mafiosa, e vergognosa politica avesse messo a tacere questioni su nomi altisonanti, e avesse spostato il problema spostando i preti, nascondendoli così alla Legge.. lui cosa ha detto?

    ..che in una questione così delicata, spetta a Dio la comprensione di chi porta certe vesti (questo in soldoni).. e già, come ho già detto, perché i bambini se li INCULANO e questa è la verità, perché bisogna parlare come si mangia.. Ma il giudizio divino ha altre prospettive per il mondo cattolico che il buo Blondet sostiene..

    ..quindi da un’uomo così, non mi aspetterei empatia e giudizi di valore sensati, sul perché di una guerra o su come determinate conseguenze possano essere interpretate. Bisogna essere marci dentro per riuscire a dare colori diversi al dolore.. a seconda di chi lo promuove

  • marcello1950

    Assolutamente daccordo con Bertani.


    il conflitto IRAN ISRAELE SERVE PER TENERE SOTTO SCACCO I PAESI ARABI DEL GOLFO, allineati e coperti sotto le insegne degli Stati Uniti ed amici ed alleati di fatto di Israele,
    Un nemico così se non ci fosse bisognerebbe INVENTARLO, se ci saranno delle scaramucce saranno a beneficio dei mass media e per rafforzare i falchi in IRAN.
    E con buona pace per i moderati iraniani,
    ed infatti vi ricordate l’ambiguita delle ong Americane che mentre facevano dichiarizioni pro Mossawi facevano uscire sondaggi nei quali avvallavano la vittoria di Ahmadinejad.
    ora tutto verrà fatto per non far cadere i falchi Iraniani che più che gli stati uniti e israele minacicano gli stati del golfo perchè sparita la minaccia atomica iraniana gli stati del golfo potrebber pensare di sottrarsi alla Tutela Americana, cosa assolutamente da non permettere.
    In conseguenza di ciò ritengo che la notizia che le spese della missione piombo fuso contro Hamas (filo iraniana) a Gaza siano state pagate dall’Arabia Saudita, dal mio punto di vista mi sembra una notizia assolutamente credibile.