Home / ComeDonChisciotte / ARCHIVIO GENCHI

ARCHIVIO GENCHI

DI SOLANGE MANFREDI
paolofranceschetti.blogspot

Il corriere della sera di oggi riporta questa notizia (http://www.corriere.it/politica/09_gennaio_24/berlusconi_intercettazioni_scandalo_e47d5e70-ea46-11dd-a42c-00144f02aabc.shtml:

«Sta per uscire uno scandalo che sarà il più grande della storia della Repubblica. Un signore ha messo sotto controllo 350mila persone, dobbiamo essere decisi a non consentire questo sistema di indagine che non deve continuare. Dobbiamo porre dei limiti certi per la sicurezza dei cittadini». Lo ha detto il premier Silvio Berlusconi durante un comizio a Olbia, parlando delle intercettazioni e riferendosi al cosiddetto archivio Genchi, che prende il nome dal consulente dell’ex pm calabrese Luigi De Magistris…”

Peccato che il quotidiano non riporti anche quanto Genchi, sull’argomento, ebbe a dire già più di un mese fa.

Lo facciamo noi.

Tratto da: http://gioacchinogenchi.blogspot.com

Guerra tra Procure

Parla Gioacchino Genchi

Misteri e misteri. Non sono uno spione.

E’ l’uomo chiave del caso de Magistris. Lo accusano di avere intercettato 007 e politici, tra cui Mastella. E di avere un archivio illegale con 600 mila “voci”. Ma lui dice: «È un pretesto per nascondere i veri abusi»

di Edoardo Montolli (OGGI, 16 dicembre 2008) Milano

La voce stanca, ma tagliente, del superconsulente informatico arriva di notte da un telefono sulla Salerno-Reggio Calabria.

Lui sta tornando a Palermo, dove vive. «Scusi l’ora, ma ho avuto da fare con il processo sull’omicidio del capomafia di Siderno».

Gioacchino Genchi, 48 anni, è l’uomo-chiave di Why Not?, l’inchiesta dell’ex pm Luigi De Magistris che ha causato in questi giorni sequestri e controsequestri degli incartamenti tra magistrati e il conseguente trasferimento di procuratori e pubblici ministeri. Mai successo prima.

Salerno che accusa Catanzaro di aver orchestrato un complotto per togliere la madre di tutte le inchieste a De Magistris.

Catanzaro che risponde tuonando proprio contro il principale artefice di quell’inchiesta: Genchi. Perché possiederebbe un misterioso archivio informatico con 578.000 richieste anagrafiche, tra cui parlamentari, giudici e 007? Un archivio «illegale», scrivono i magistrati di Catanzaro, che «attenta al diritto alla privacy» e che conterrebbe pure «utenze coperte dal segreto di Stato».

Possibile che lo schivo superconsulente Genchi, massimo esperto nell’analisi dei tabulati telefonici, diventi una figura inquietante?

La nostra intervista esclusiva comincia da qui, dall´archivio segreto.

Genchi, lei è indagato?

«A oggi mi risulta di no. Peraltro nemmeno riesco a immaginare da chi e per quale reato.

Questi polveroni si alzano ogni volta che mi occupo di indagini che riguardano i politici.

Tutti i dati che raccolgo su incarico di pubblici ministeri o giudici fanno parte dei fascicoli processuali. E ne viene data copia integrale ai difensori. Di segreto, quindi, non c’è nulla.

Quanto ai numeri, sono state agitate cifre senza senso, con l’evidente scopo di denigrare me, il dottor De Magistris e in ultimo i magistrati di Salerno, che hanno riconosciuto come perfettamente regolare il mio operato.

Se poi contiamo i dati che posso trattare io in un anno, sono pari a circa l’uno per cento del più modesto degli studi legali.

E le utenze di servizi segreti e parlamentari? E i numeri coperti da segreto di Stato?

«Questa poi… Quando trovo un numero di telefono durante un’indagine, lo accerto. E se trovo un numero dei servizi, che posso farci? Non mi pare che siano al di sopra della legge.

E nella Why Not? sono state rilevate le utenze di autorevoli soggetti dei servizi e del Ros dei Carabinieri. La fandonia delle utenze “coperte da segreto di Stato” ancora non l’avevo sentita. E mi spiace che a parlarne siano stati dei magistrati. Come si può stabilire da un tabulato che un numero di telefono è “coperto da segreto di Stato”? Dove è scritto? Questo è ridicolo».

Ma lei ha trattato utenze di parlamentari, cosa proibita?

«Ogni volta che ho trovato utenze di parlamentari l’ho immediatamente segnalato al pubblico ministero.

Altra cosa accade però quando i parlamentari risultano in contatto con gli indagati di cui ho acquisito i tabulati. Ebbene questo sì. Di contatti telefonici cosiddetti indiretti ce ne sono tantissimi.

Inoltre, se un deputato usa un cellulare intestato ad altri, non c’è nessun modo per stabilire a priori che si tratti di lui.

Però c’è un aspetto più grave.

Alcuni parlamentari, ed è accaduto per uno in particolare, hanno attivato decine di schede e le hanno messe in mano anche a soggetti vicini a killer mafiosi: su quelle utenze non si è potuta compiere alcuna attività di controllo.

Nel caso specifico, fu accertato che mentre il parlamentare si trovava a Roma, gli altri suoi cellulari operavano in Calabria.

Possiamo pure gridare allo scandalo, ma a vergognarsi dovrebbe essere chi consente queste cose e non io, che ho interrotto ogni attività relativa a quell’indagine».

Non può rivelare un fatto tanto grave senza precisarlo: di che parlamentare si tratta?

«Se la Commissione Antimafia m’interrogasse in proposito, non avrei alcuna difficoltà a fornirne il nome».

Lei è stato estromesso dall’indagine Why Not? e il suo posto è stato preso dai carabinieri del Ros. Nella loro relazione si sostiene che lei abbia trattato l’utenza dell’ex ministro della Giustizia Clemente Mastella (episodio che fu all’origine del braccio di ferro con De Magistris) senza la necessaria autorizzazione, visto che si trattava di una scheda intestata alla Camera dei Deputati.

«Quando trattai l’utenza poi risultata nella disponibilità di Mastella, il numero era già passato dalla Tim alla Wind e intestato al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, e da questo mai si sarebbe potuti risalire a Mastella.

Ma dico di più.

Quel numero, in sei anni di vita, mai era stato nemmeno intestato a qualcuno o qualcosa che fosse riconducibile alla sua persona, pur avendo cambiato tre schede e ben diciotto cellulari.

Chiunque, compreso il Ros, deve accertare bene gli intestatari di un’utenza o può incorrere in errori come quelli che in passato hanno portato a tragici eventi.

Il professor Marco Biagi è stato ammazzato proprio per un errore di questo tipo, poiché, a causa di una ricerca svolta male, non trovando le autorità traccia nei tabulati delle minacce telefoniche che lui subiva da tempo, non gli ridiedero la scorta. Facendolo quasi passare per un mitomane. Perciò si deve fare parecchia attenzione in queste indagini».

Tornando a Mastella, forse il ministro teneva alla privacy.

«Può darsi. Appena scoprii che quel numero lo usava lui, lo comunicai a De Magistris.

Ma le dirò ancora di più, a proposito di privacy.

Ho recentemente scoperto, analizzando le intercettazioni di Toghe Lucane [un’altra inchiesta scottante di De Magistris, ndr] che Mastella è stato anche intercettato mentre trattava faccende locali con alcuni esponenti di centrosinistra. In quel caso usava un altro telefono e ciò dimostra le difficoltà nel districarsi in questa materia, in cui il Ros non ha fatto certo una bella figura, determinando questo polverone.

E c’è ancora un fatto non proprio irrilevante: le indagini che ha svolto il Ros di Roma sul mio conto e sul dottor De Magistris sono abusive».

Abusive? In che senso?

«La Procura Generale di Catanzaro non poteva delegare al Ros di co
mpiere indagini su un magistrato del proprio ufficio.

L’accertamento per de Magistris poteva farlo solo la Procura di Salerno.

E per me, ove fossero emersi elementi di reato, quella di Palermo, dove io lavoro e dove ho svolto tutte le mie attività.

Ciò non è avvenuto perché non c’era alcun reato.

E inoltre, se nessuna indagine poteva dunque essere delegata al Ros di Roma, ancora meno poteva essere delegata a quelle particolari persone del Ros.

Se i tabulati acquisiti avevano un senso, non si potevano affidare ai soggetti che emergevano proprio dagli stessi tabulati. Quindi…».

Quindi che cosa ne desume?

«La vicenda dell’“archivio Genchi” è stata solo la scusa tirata fuori dal cilindro per giustificare l’assurdità commessa. E ha trovato sponda in persone ben precise e molto interessate, che si sono premurate di attaccarmi anche in Parlamento. Sa come si dice, no? La gallina che canta per prima è quella che ha fatto l’uovo».

Un’ultima domanda. Il suo lavoro, in seguito a tutti questi attacchi istituzionali, è diminuito?

«No. Continuo anche a lavorare con diversi magistrati di Catanzaro, per cui ho svolto consulenze prima e dopo l’allontamento del dottor de Magistris ».

Com’è possibile, con quello che ha scritto di lei la Procura Generale di Catanzaro?

«La Procura della Repubblica di Catanzaro non è la Procura Generale di Catanzaro. Se la legge prevede che ci siano due uffici con distinte competenze non è un caso.

In questo tengo a ribadire che a Catanzaro ci sono tantissimi magistrati per bene, che lavorano in condizioni disumane, in una realtà criminale che è in assoluto la più difficile e complessa di tutta Italia.

Palermo, in confronto, sembra la Svizzera. E consideri con attenzione il paragone che ho fatto».

Edoardo Montolli

Fonte: http://paolofranceschetti.blogspot.com
Link: http://paolofranceschetti.blogspot.com/2009/01/archivio-genchi.html
26.01.2009

Pubblicato da Davide

  • cryptone

    Monday Jan 26thHome La Rivista Salvatore Borsellino Gioacchino Genchi. Bisogna agire in fretta….
    Gioacchino Genchi. Bisogna agire in fretta….

    di Salvatore Borsellino – 25 Gennaio 2009
    Ma può un uomo mentire spudoratamente usando affermazioni false per cercare di distruggere la reputazione di un uomo come Gioacchino Genchi che ha sempre servito e continua a servire lo Stato?

    Lo Stato, quello vero, quello per cui è morto Paolo Borsellino e non l’antistato che ormai all’interno del primo si è saldamente annidato grazie proprio a quella trattativa per la quale Paolo Borsellino ha dovuto essere eliminato.
    Un uomo forse no, ma non se è qualcuno che ha dovuto essere indicato come “alfa” nel corso delle indagini di uno dei processi sui mandanti esterni di quella strage che finora sono stati sempre bloccati quando stavano per arrivare dove non si può arrivare, cioè alla verità.
    Non se è qualcuno che insieme con l’altro indagato in quel processo, “beta”, proclama pubblicamente “eroe” un essere bestiale e un assassino come Mangano, se è qualcuno che ha più volte spergiurato sui suoi figli per fare meglio passare come vere le sue menzogne, se è qualcuno capace di raccontare oscene barzellette su una delle più grandi tragedie dell’umanità come lo sterminio degli ebrei nei campi di concentramento nazisti.
    Non se è qualcuno che ha l’impudenza di dire che andrà a trovare il padre di una famiglia di martiri, come il papà dei fratelli Cervi, senza neanche sapere che è già morto.
    Non se è qualcuno che si può fidare della completa assuefazione di gran parte degli italiani a qualsiasi tipo di menzogna e di vergogna.
    Non se è qualcuno che non ha bisogno, mentendo, di simulare un’espressione adatta del viso, tanto quell’espressione, quel ghigno che avrebbe dovuto essere un sorriso accattivante è ormai consolidato da decine di interventi chirurgici.
    Allora si, se è qualcuno così può farlo e, a questo punto non possiamo sapere quanto profondo sia il baratro nel quale sta trascinando il nostro paese con la complicità e il silenzio, nel migliore dei casi, di quella che una volta si chiamava opposizione e senza la quale la vita democratica di una paese è irrimediabilmente compromessa.
    Quello dell’opposizione è un tasto tragico.
    Dopo il risultato disastroso delle ultime elezioni politiche, durante la cui campagna elettorale Veltroni ha più pensato ad eliminare la sinistra piuttosto che pronunciare anche il solo nome dell’avversario, l’intera dirigenza di quel partito avrebbe dovuto rassegnare le dimissioni riconoscendo il proprio fallimento nei confronti di chi, pur essendo nemico dichiarato della democrazia invece, i meccanismi e i difetti della democrazia sa bene sfruttare a proprio vantaggio per acquisire il potere.
    Ma dopo avere fatto vane profferte di dialogo a chi come dialogo intende soltanto il dare ordini a chi deve solo obbedire senza discutere.
    Dopo avere chiaramente dimostrato come la questione morale che avevano sempre agitata non era altro che vuote parole da parte di chi non aveva nell’armadio solo scheletri ma anche cadaveri ancora caldi.
    Dopo essersi dimostrati incapaci di condurre la benché minima forma di opposizione, preoccupati solo di appoggiare quelle leggi che potevano essere utili anche alla loro parte, come appunto il divieto delle intercettazioni e la “soluzione finale” per l’eliminazione dei magistrati con la complicità di un CSM indegno di essere definito come organo di autogoverno della magistratura.
    Dopo tutto questo oggi si è passati ad un’altra fase come risulta evidente dalle dichiarazioni di Rutelli di fronte a Bruno Vespa, il servo dei potenti, che si è prestato a fare da apripista per le dichiarazioni del giorno dopo in Sardegna del presidente del consiglio.
    Chi non è capace di agire da uomo cerca almeno di procurarsi un buon posto da servo.
    Un altro tasto tragico è quello del Presidente della Repubblica che con il suo silenzio tombale in un momento così grave per la nostra Repubblica continua a tacere in maniera tale da fare dubitare se sia ancora in vita, non assume nessuna posizione dimenticando di essere il presidente di quello che si può ormai considerare un organismo eversivo, il CSM.
    Gioacchino Genchi va difeso con ogni mezzo da chi oggi ha a cuore le sorti della Giustizia in Italia.
    Gioacchino Genchi è la persona che più di ogni altra si è avvicinato alla verità sulle stragi del 1992, è per questo che è pericolosissimo ed è per questo che si tenta di eliminarlo con ogni mezzo, anche attraverso le menzogne più spudorate.
    L’opinione pubblica in Itala ha ormai dimostrato di essere in grado di assorbire tutto, anche l’evidente contraddizione di un Presidente del Consiglio che afferma pubblicamente l’approssimarsi di “Uno scandalo sconvolgente, il più grave scandalo della Repubblica” e poi a richiesta di chiarimenti risponde “Non so nulla di preciso e di concreto. Ma se è tutto vero come sembra, è una cosa che ha dell’incredibile”.
    Quello che è veramente incredibile è come questo personaggio lanci pubblicamente degli allarmi così gravi e poi affermi di non saperne nulla, forse che i suoi esperti di disinformazione non gli hanno ancora comunicato la strategia precisa per l’eliminazione di Gioacchino Genchi e quindi, prima di rispondere, deve attendere di sapere maggiori dettagli?
    Se ha bisogno di saperne di più sui veri spioni perché non chiede aiuto a Pio Pompa che nel novembre del 2001, dopo essere entrato al SISMI come consigliere del direttore, il generale Niccolò Pollari, gli scriveva “Sarò, se lei vorrà, il suo uomo fedele e leale… Desidero averla come riferimento ed esempio ponendomi subito al lavoro.”
    Il lavoro era quello di schedare politici e magistrati, colpire, screditare, creare falsi dossier, costruire falsi indizi e finte prove.
    Allora il Vicepresidente del Comitato di controllo sull’attività dei sevizi segreti dichiarò : “Fra i documenti sequestrati in via Nazionale ci sono dossier che riguardano magistrati, uomini politici dell’opposizione e addirittura militari di alto grado. Essi erano tenuti sotto controllo e contro di loro si costruivano dossier e false informazioni. Nei documenti si progettavano interventi contro di loro e l’obiettivo era “disarticolare. Una parola che non può non evocare finalità eversive”.
    Non sono forse i dossier di Pio Pompa la vicenda Sismi-Telecom uno dei più gravi scandali della nostra Repubblica? Ma allora lo stesso Presidente del Consiglio cercò di minimizzare tutto, ora preannuncia uno scandalo senza saperne ancora nulla, forse che i questo caso le cose potrebbero riguardarlo più da vicino?
    Qualunque indagine sul “terzo livello” o sui “mandanti occulti”, non potrebbe fare a meno di Gioacchino Genchi, non del suo “archivio” che non esiste, che, nei periodi in cui dai PM gli sono stare affidate delle indagini, non ha mai riguardato intercettazioni ma solo tabulati telefonici, ma delle sue conoscenza e del suo metodo.
    E forse per questo che si è deciso di eliminarlo, non dico fisicamente, oggi sono altri i metodi usati, ma da qualsiasi contatto e possibile utilizzo da parte del contesto giudiziario?
    C’è già in fase avanzata il progetto di ridefinire il legame del PM con la polizia giudiziaria, ma magari ci vuole ancora un po´ di tempo e l’eliminazione di Gioacchino Genchi potrebbe essere diventata una cosa urgente. Magari per qualche indagine in atto a Caltanissetta, a Palermo, a Firenze, alla quale le recenti deposizioni di Massimo Ciancimino hanno dato nuovo slancio, e in una certa direzione, che rende necessario di agire in fretta, molto in fretta…….

    tratto da: 19luglio1992.com

  • adriano_53

    case study.

    bisogna seguirlo fin dalle prime battute.
    le modalità operative della stampa, del mondo politco in genere saranno visibili come non mai in questa vicenda.
    grazie in anticipo a tutti coloro che contribuiranno con materiali, opinioni.

  • Tao

    DALLA MAFIA AL FRONTE-DE MAGISTRIS LE OMBRE DEL “SISTEMA” GENCHI

    DI GIUSEPPE D’AVANZO
    La Repubblica

    Nell’archivio del tecnico nessun dialogo, solo analisi. Nel suo ufficio di Palermo da quindici anni lavora per le principali Procure

    Berlusconi è pronto per il blitz (un decreto del governo in forma di legge?) che sottrarrà alle indagini giudiziarie l’ascolto telefonico e ai pubblici ministeri l conduzione delle inchieste (saranno “avvocati della polizia”). Per far ingoiare ai suoi alleati recalcitranti e all’opinione pubblica il provvedimento, intorbida le acque. Modifica i fatti. Capovolge la verità. Grida di “intercettazioni”. Annuncia “uno scandalo che sarà il più grande della Repubblica”.

    Qual è l'”inquietante” novità che dovrebbe farci saltare sulla sedia? La vergogna sarebbe custodita nell’archivio di Gioacchino Genchi, un vicequestore della polizia di Stato (in aspettativa sindacale da un quindicennio), consulente di un rosario di procure e, per ultimo di Luigi De Magistris nelle inchieste Why not? e Poseidone. E’ utile dunque, all’inizio di una settimana dove saranno raccontate rumorose “bufale”, fissare qualche punto fermo, illuminare il lavoro di Genchi, avanzare infine qualche domanda.

    Punti fermi, tre.
    1. Berlusconi mente. Nell’archivio di Genchi non c’è alcuna intercettazione telefonica, ma soltanto analisi di tabulati telefonici. Per le due inchieste di De Magistris, e su sua delega, Genchi ha messo insieme 1.042 tabulati, un milione di contatti, 578 mila schede anagrafiche.

    2. Berlusconi ritrova troppo tardi la parola e la memoria senza mai perdere la sua malafede. Non ha battuto ciglio quando si sono scoperti gli archivi illegali della Telecom dell’amico Marco Tronchetti Provera (anche lì, si raccoglievano abusivamente tabulati e si intercettavano mail).

    Non ha emesso un fiato quando il suo nemico Romano Prodi è stato indagato proprio alla luce dell’analisi dei “dati di traffico della sim gsm 320740… intestata alla Delta spa presso la Wind, volturata il 1 aprile 2004, all'”Associazione l’Ulivo i Democratici” di Bologna, contratto trasferito il 17 febbraio 2005 a Roma in piazza Santi Apostoli 73, sede dell’Ulivo, e due mesi dopo alla Presidenza del Consiglio, via della Mercede 96, Roma”. Scritto nero su bianco in una consulenza di Genchi. Dov’era allora l’indignazione di Berlusconi? Non ce n’era traccia. Quell’indagine poteva azzoppare il governo di centrosinistra e tutto faceva brodo. Anche il lavoro di Gioacchino Genchi.

    3. I rumorosi strepiti di Berlusconi non rivelano nulla di quanto già non si conoscesse per lo meno da sedici mesi. “De Magistris ha acquisito migliaia di tabulati telefonici di cittadini le cui utenze (cellulari e di rete fissa) erano emerse tra i contatti di diversi suoi indagati – scrive la Stampa, il 4 ottobre 2007 – .

    Nell’elenco ci sono tra gli altri, il presidente del Consiglio Prodi, l’ex-presidente del Consiglio Berlusconi, il ministro dell’Interno Amato, e della Giustizia Mastella; il viceministro dell’Interno Minniti; il presidente del Senato Marini, l’ex-presidente della Camera Casini, il segretario dell’Udc, Cesa, il vecepresidente del Csm Mancino. I movimenti dei numeri telefonici acquisiti riguardano anche il capo della polizia De Gennaro, il vicecapo vicario De Sena, il direttore del Sisde Gabrielli, il direttore del Servizio di polizia postale e telecomunicazioni Vulpiani, il direttore della Dia, Sasso, il generale di corpo d’armata Piccirillo, il presidente dell’Anm Gennaro, il procuratore aggiunto di Milano Spataro, il pm antiterrorismo di Roma Saviotti, quattro sostituti della procura nazionale antimafia, diversi membri della commissione parlamentare antimafia, deputati, senatori, questori della Camera, presidenti di commissioni di Palazzo Madama”.

    L’elenco (sempre smentito da De Magistris) mostra più di tante parole la strumentalità della sortita allarmata di Berlusconi. Ma come c’è anche il suo nome in quella classifica abusiva e Berlusconi non dice una parola, non protesta, non chiede spiegazioni? E se non si preoccupava allora, perché oggi parla di “scandalo storico”?

    Il Cavaliere oggi ha compreso che l'”affare Genchi” può essere la leva per scardinare le resistenze che An, Lega, Pd oppongono al suo progetto di cancellare le intercettazioni dagli strumenti di indagine e fare del pubblico ministero il “notaio” delle polizie. Se non si dice, dunque, di Genchi – chi è, che cosa fa, come lo fa, grazie a chi – non si comprendono le ambiguità possibili del suo lavoro.

    Il vice-questore in aspettativa Genchi, 49 anni, va su tutte le furie quando si parla di lui come di “un personaggio misterioso”. Anche se cede al narcisismo quando lo si incontra nel sotterraneo di 500 metri quadrati, ipertecnologico, di piazza Principe di Camporeale, a Palermo (è un tormento riuscire a incontrarlo). A Genchi piace mostrarsi seduto al suo scrittoio, tra gli schermi di cinque grandi computer.

    Non è parco di parole. Il suo è un flusso verbale ininterrotto impastato di allusioni, suggerimenti, accenni, avvertimenti che risultano per lo più oscuri, indecifrabili. Si compiace del mistero che sollecita. Gli piace apparire un uomo che sa troppo cose indicibili, ma dicibilissime, se gli si sta troppo addosso. Se stimolato, Genchi racconta, ricorda, precisa a gola piena.

    Spiega di come sia stato lui il primo, nella polizia, “nonostante la forte vocazione umanistica”, a darsi da fare con l’informatica, l’elettronica, la topografia applicata e i primi “teodoliti al laser”, che solo Dio sa che cosa sono. E’ un fatto che Vincenzo Parisi (capo della polizia) nel 1988 gli affida la Direzione della Zona Telecomunicazioni del ministero dell’Interno per la Sicilia occidentale.

    E’ il suo trampolino di lancio, l’inizio di una parabola che lo porterà ad essere, prima con la divisa addosso poi da libero professionista, il ricercatissimo consulente delle procure, capace di “mappare” l’intera rete di relazioni telefoniche di un indagato. Controlla, per dire, quasi due miliardi di tracce telefoniche nell’indagine di via D’Amelio. Ricostruisce 1.651.584 contatti telefonici inseguendo una scheda utilizzata in 31 cellulari diversi per dimostrare i legami pericolosi di Totò Cuffaro, allora presidente della Regione siciliana.

    “Oggi – racconta Genchi – non è che facciamo più intercettazioni di un tempo, quelli che sono aumentati sono i telefoni. Anni fa c’era solo l’Etacs, il cellulare era uno solo. Ora per trovare un numero che interessa se ne cercano tanti, senza considerare il roaming degli Umts, con schede che si possono spostare da telefono in telefono e tanti gestori diversi dove si possono agganciare gli utenti con servizi telefonici diversi – messaggi, immagini, fax, video – ecco perché le richieste si sono moltiplicate”.

    Le richieste.
    E’ questo lo snodo. Non c’è nulla di illegale nel lavoro di ricerca svolto da Genchi se è il pubblico ministero a chiederle per una necessità dell’indagine perché, prima o poi, dinanzi ai giudici e agli avvocati della difesa, il pm dovrà rendere conto dei suoi passi. Decisivo è allora il rapporto che Genchi crea con il pubblico ministero responsabile dell’inchiesta. O meglio, che il pm crea con il consulente.
    Romano Prodi

    Genchi ha un’alta opinione di se stesso e del suo lavoro. Non tace che le sue perizie sono “già pezzi di sentenza”. Gli piace, nei suoi resoconti alle procure, argomentare l’accusa, suggerire deduzioni, indicare nuove ipotesi investigative, chiedere il coinvolgimento nell’indagine di questo o di quello.

    Non tutti i pubblici ministero abboccano al suo amo. Nel 1993, Ilda Boccassini, quando indagava sulla strage di Capaci, non gradì che quel tecnico del pool investigativo si attardasse intorno ai contatti telefonici privati di Giovanni Falcone, che nulla avevano a che fare con l’inchiesta. E quando nel febbraio di quell’anno se lo trovò davanti che proponeva di “trattare” le carte di credito del magistrato ucciso, se ne liberò senza stare troppo a pensarci su. “O me o lui”, disse.

    “Il fatto è – racconta ancora un altro pubblico ministero – che Genchi arriva da te con un elenco di numeri di telefono che sono entrati in contatto con il cellulare o il telefono fisso del suo indagato. Ti chiede una delega per verificarli. E tu che diavolo ne puoi sapere se tra quei centinaia di numeri ce n’è uno che non ha nulla a che fare con il tuo “caso” e molto con le curiosità di Genchi? Questo è il motivo per cui preferisco non lavorare con lui, che è certamente il solo in Italia a sapere fare quelle analisi dei dati”.

    Conviene ripeterlo: tutto si decide nel rapporto tra il pm e Gioacchino Genchi. L’affare che Berlusconi vuole trasformare nel “più grande scandalo della storia della Repubblica” si riduce a queste domande: Genchi ha tradito la fiducia di Luigi De Magistris analizzando dati di traffico telefonico per cui non aveva ricevuto la delega del pubblico ministero? O ha tradito la sua fiducia facendogli firmare deleghe per numeri di telefono estranei all’inchiesta?

    O non è avvenuto nulla di tutto questo e le deleghe erano legittime e legittimi l’analisi dei dati e gli scrutinati? Lo deciderà ora la procura di Roma che, con ogni probabilità, ha ricevuto le “carte” da Catanzaro perché l’indagine coinvolge anche Luigi De Magistris, oggi giudice a Napoli (Roma è competente per i giudici di Napoli).

    In attesa del can can spettacolare che Berlusconi organizzerà nei prossimi giorni, questa storia ci dice fin da ora una verità che non dovrebbe piacere a Berlusconi. Ci indica quanto pericoloso sia separare il lavoro del pubblico ministero dall’attività della polizia giudiziaria. Una polizia, libera dal controllo della magistratura, potrà avere mano libera per ogni forma di spionaggio illegale. Naturalmente, nel caleidoscopio delle verità rovesciate di Berlusconi, questo è una ragione per privare il pm della responsabilità delle inchieste.

    Giuseppe D’Avanzo
    Fonte: www,.repubblica.it
    26.01.2009

  • myone

    O Berlusconi ci fa o ci e’. Deputati che mandano schede non rintracciabili per fare gli affari loro illegali e mafiose. Altroche’ sionismo e islamismo. Qui ce ne’ di spazzatura, e a servire, si servono loro e non servono certo il paese. La spedisco da Santoro. Non dovrebbero cacciarlo, quando una cosa e’ cosi chiara. ( a meno che, la propaganda di turno, non metta altri impicci da considerare)

  • myone

    Oggi al tg hanno fatto sentire la segreteria telefonica di Genchi (se non erro era sulla sua vicenda, passavo di sfuggita e ricordo quella foto, la sua). Voce rauca, sfinita, rocca, che diceva. Non vi conosco non so chi siate e che vogliate, non chiamate piu’ perche’ non vi conosco non conosco il vostro numero e non ho a che fare con voi. cose cosi. Che sia un’ altra trovata alla (BinLaden) ?

  • virgo_sine_macula

    Limitare l’utilizzo delle intercettazioni telefoniche sarebbe un grave errore politico da parte del premier nonche’ un’ingiustizia,sono uno degli strumenti piu’ importanti in ogni tipo di indagine e chi non ha nulla da nascondere non dovrebbe avere nulla da temere.Piu’ intercettazioni e piu’ soldati nelle strade non possono che fare bene ad uno stato che sta scivolando verso l’anarchia,che e’ il male peggiore del mondo,il rifugio di chi nella vita non ha voluto o saputo fare nulla e pretende di avere diritto a tutto.Andrebbe solo punito piu’ severamente l’utilizzo spesso fatto delle stesse intercettazioni non per fini istruttori ma per fini scandalistici e di gossip.Cavaliere attento a non fare il gioco delle sinistre cadendo in questa trappola.

  • geopardy

    L’ITALIA E’ UNA MIRIADE DI OCCASIONI PERSE, CI VORREBBE UN GORBACIOV ANCHE QUI, MA NON LO INTRAVEDO ALL’ORIZZONTE VISIBILE.
    Probabilmente, perderemo anche questa occasione come abbiamo perso quella ai tempi di tangentopoli ed il tutto avvenne attraverso l’omicidio di FALCONE E BORSELLINO.
    Non so quanti ricordano che BETA fu indagato e messo sotto processo come mandante del duplice attentato e solo durante uno dei suoi governi fece apposite leggi per “regolamentare i processi” ed impedire la loro prosecuzione.
    Chissà perchè proprio Beta.
    Forse converrebbe rileggere il COLORE DEI SOLDI di Marco Travaglio per comprendere meglio, in cui ci sono le dichiarazioni dei mafiosi coinvolti nelle due stragi.
    ORA TOCCHERA’ A GENCHI L’ESSERE MESSO IN CONDIZIONI DI NON NUOCERE CON ALTRI MEZZI (almeno speriamo per lui non mortali).
    Basterebbe ricordare l’altra “STRANA” MORTE DI LANDI, il super tecnico dei computer che svolgeva un lavoro molto simile a quello di GENCHI ed aveva indagato sul caso dell’OMICIDIO D’ANTONA e stava per farlo su quello dell’OMICIDIO BIAGI, il quale aveva rilevato le tracce telefoniche ricollegabili ai suoi assassini (di D’Antona).
    LANDI era uso dire ai suoi amici “HO SCOPERTO COSE CHE VOI UMANI NON RIUSCIRESTE NEANCHE AD IMMAGINARE”.
    Quanto il male sia profondo, probabilmente, non riusciremmo neanche ad intuirlo, superiore, addirittura, agli stessi concetti espressi da Franceschetti e con ben altre chiavi di lettura.
    Bisognerà pur iniziare, comunque, a far luce e se ci provassimo, sono sicuro che dovremmo iniziare dai veri perchè e chi della strage di CAPACI E VIA D’AMELIO.
    Probabilmente, andremmo a snodare una matassa che affonda le radici sulle tante stragi italiane irrisolte e qualche strano golpe mai attuato, bensì fosse pronto, ma non mi voglio allargare, basterà far luce sulla duplice strage di FALCONE E BORSELLINO, il resto, magari, verrà da se.
    BETA è solo uno dei tanti strumenti, forse il più visibile, ma tanti altri, aldilà di qualsiasi colore politico od attività finanziaria, fanno sicuramente parte di questo costrutto perverso.
    Ciao
    Geo

  • Biribissi

    cara macula,
    ma lei si rende conto che la mole di intercettazioni, scandali, (cuffaro,mastella..più tanti altri) sono solo e sempre usati per i politici e mafiosi e per nessun altro??( Forse per i TERRORISTI..queste entità che non si sa’ chi terrorizzino..)..Lei si rende conto che non possiamo parlare di democrazia..e che in una repubblica in cui le funzioni del parlamento sono di timbrare le idee del capo..non esiste repubblica e non esiste democrazia..per la deriva che secondo lei sta prendendo il paese..non si dice anarchia..ma stato di polizia..controllo..fisico e sociale..sottomissione, lavoro precario, militarizzazione del terriotorio..l’anarchia è tutt’altra splendida cosa..si svegli..