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ANNIVERSARI DIMENTICATI: LA LIQUIDAZIONE DELL'IRI

DI ALDO BRACCIO
cpeurasia.eu

Accadde dieci anni fa : il 27 giugno del 2000 l’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale) venne messo in liquidazione, chiudendo ogni residuo di intervento pubblico volto ad assicurare una presenza attiva dello Stato nell’economia (1).

Nato nel 1933, l’Istituto rappresentò al suo sorgere la risposta del governo italiano all’onda lunga della crisi finanziaria mondiale innestata dagli USA nel 1929 : contrariamente alle ricette liberiste cui siamo abituati, lo Stato di allora non finanziò con denaro pubblico le banche private speculatrici – lasciando al loro posto azionisti e manager – ma acquisì il controllo del 94 % della Comit e del Banco di Roma, e del 78 % del Credito Italiano. L’immenso patrimonio di partecipazioni industriali delle tre banche fu trasferito all’IRI, cioè allo Stato.I fondatori dell’IRI – riconosceva un testimone insospettabile, Enrico Cuccia – erano persone “né disponibili, né utilizzabili se non avessero potuto operare al di fuori di qualsiasi interferenza da parte di interessi faziosi o estranei alla cosa pubblica” ; e l’Istituto, finanziando con prestiti obbligazionari garantiti dallo Stato le sue imprese, divenne il promotore e il garante dell’interesse pubblico nello sviluppo produttivo, sottraendo alle banche speculative il controllo e il diritto di vita e di morte sull’economia reale.

Nel dopoguerra, L’IRI contribuì – pur  tra gestioni e politiche spesso di tipo clientelare – a sviluppare le grandi infrastrutture e  l’attività produttiva del Paese, a partire dal Piano Sinigaglia del 1948 a favore di una forte ripresa della siderurgia nazionale.

L’energia a costi contenuti fornita dall’ENI di Mattei alimentava quella sorta di miracolo italiano in cui capitale privato e capitale di Stato operavano fianco a fianco:

grandi investimenti vi furono anche nel Meridione d’Italia, con la costruzione dell’Italsider di Taranto e dell’Alfa sud di Pomigliano d’Arco. L’IRI ha anche funzionato da ammortizzatore nella grande crisi industriale italiana (1975 – 1985) conseguente allo shock  petrolifero dell’epoca.

A partire dagli anni Settanta, però, crebbe enormemente l’esposizione dell’IRI verso le banche : il famigerato indebitamento, destinato a strozzare questo ente pubblico, già tacciato di “assistenzialismo” e già additato come “carrozzone” asservito alla politica. L’Economist fece naturalmente la sua parte titolando nel 1981 “Fogne aperte” un suo articolo sulle aziende pubbliche italiane.

L’anno dopo, iniziò la ristrutturazione/demolizione dell’Istituto sotto la presidenza di Romano Prodi, e, da allora la svendita (privatizzazione) del sistema aziendale pubblico italiano divenne applaudita realtà. L’accordo Andreatta – Van Miert (rispettivamente ministro del Tesoro italiano e  commissario europeo alla concorrenza) del luglio 19933 sanciva l’impegno di stabilizzare i debiti dell’IRI (così come dell’ENI e dell’ENEL), con l’inevitabile conseguente necessità di privatizzare urgentemente le aziende partecipate.

Nel giugno 2000, come ricordavamo all’inizio, la messa in liquidazione.

Con essa il tramonto definitivo (?) della funzione  di responsabilità – di governo dell’economia – svolta dallo Stato, il cui ruolo è ormai diventato soltanto di surrogazione (di ruota di scorta) del settore privato : intervenire con il denaro pubblico per riparare gli errori, le contingenze negative e le mascalzonate compiute da alcuni imprenditori e tanti speculatori privati.

Aldo Braccio
Fonte: www.cpeurasia.eu
Link: http://www.cpeurasia.eu/933/anniversari-dimenticati-la-liquidazione-delliri
16.06.2010

(1) Sulla storia dell’IRI si veda il fondamentale “I giorni dell’IRI – Storie e misfatti da Beneduce a Prodi”, di Massimo Pini, Mondadori 2000. Stretto collaboratore di Craxi e fondatore della SugarCo, Pini fece parte del comitato di presidenza dell’IRI tra il 1986 e il 1992. Una efficace sintesi delle vicende dell’Istituto è tracciata da Mario Consoli, “L’economia al servizio della nazione”, in L’Uomo libero n° 69 – maggio 2010, pp. 21 – 37.

Pubblicato da Davide

  • costantino

    Che vergogna.
    Privatizzare quella che ancora nel 1993 era la 7° azienda al Mondo per fatturato.
    Di Proprietà dello Stato Italiano (cioè tutti noi).
    Grazie Ciampi, Grazie Prodi !
    w l’Italia!

  • Sokratico

    Basta riguardare un po’ la storia economica per smontare la balla che le industrie e le aziende statali siano “fallimentari” perchè private del motore dell’interesse privato del profitto!

    Le industrie statali italiane diventarono dei carrozzoni perchè utilizzate come vacche da latte dalla gestione democristiana prima e socialista poi, la seconda se possibile perfino peggiore della prima pur con tutte le sue vicinanze e collusioni pericolose!

    in altre parole, la questione non è “pubblico” o “privato” ma onesto o corrotto, meritocratico o clientelare, trasparente o in conflitto di interessi.

    senza questa melma, le organizzazioni criminali stesse non avrebbero sufficienti margini di manovra e di guadagno e sarebbero spazzate via.

    invece, così come stiamo, camorra, mafia, ‘ndrangheta sono la vera rappresentazione del turbo-capitalismo…ovvio che uno stato iperliberista o corrotto non le combatta, se non nella loro ormai minoritaria ala militare.

    vedremo cosa succederà con Dell’Utri…

    se la mafia si è troppo rotta le palle delle promesse non mantenute, andremo incontro a tempi movimentati.

  • bstrnt

    Credo si possa e si debba ridefinire il significato del vocabolo “culattone”, da omosessuale passivo, come riportato dai vocabolari, a individuo senza dignità che per il proprio tornaconto è disposto vendere il deretano suo, ma, con preferenza, quello degli altri.
    In Norvegia vengono definiti “Quisling”, ma il significato è più o meno lo stesso.
    Credo che nel caso dell’IRI siano ben identificabili i culattoni, ma non ostante i danni arrecati continuano a vivere felicemente con i soldi sottratti agli italiani.
    Possiamo tuttavia affermare che questo deleterio modo di proporsi, sia una caratteristica endemica nei politicanti nostrani.
    Da come si sono diffusi i casi sul territorio italiano si può sospettare che questo particolare stato sia trasmissibile come un virus, cosa poco simpatica per noi italiani che siamo già additati come portatori più o meno sani del virus di mafia.
    Il grave, purtroppo, è che sembra non esserci vaccino, o meglio, c’é, ma si chiama cultura ed è un vaccino che prevede tempi di somministrazione decisamente lunghi unitamente a una buona dose di forza di volontà e un minimo di dignità.
    Così, oltre ad essere vittime delle mascalzonate sopra descritte, siamo talmente citrulli da dare anche il voto a questi culattoni, delegandoli in tal modo a dar via ancora più a buon prezzo il nostro deretano.
    Qui non si parla di destra o di sinistra, si parla proprio di mafia al potere sancita da quella buffonata che è divenuta la “democrazya” rappresentativa, quando nessuno di quei dipendenti arroganti e supponenti che si sono arroccati in parlamento e che vivono agiatamente come parassiti del nostro sudato lavoro, rappresenta più il cittadino.
    Se l’Italia è diventata la latrina attuale, lo si deve totalmente a questa massa pervasiva di culattoni che infestano il parlamento, i consigli di amministrazione, imprenditori del nulla, dispensatori di parole vuote.
    Sottraggono ai cittadini le aziende sane che danno sostentamento alla nazione, a debito, le smembrano, vendono le parti più appetibili, poi mandano sul lastrico i lavoratori, ma non sono responsabili di nulla, le leggi se le sono fatte ad uso e consumo.
    Ma guardiamo un po’ come ci hanno ridotto; una volta, ad esempio, noi abitanti di città ci si ritrovava con gli amici che avevano delle vigne il tempo della vendemmia e oltre a raccogliere l’uva, si festeggiava e si passava qualche giornata in allegria; adesso riescono persino a multare chi si avvale di questo tipo di collaborazione non a scopo di lucro; una volta si poteva anche costruirsi una casa aiutati da degli amici, provate adesso!
    E i “servizietti” che ci preparano i culattoni per poterci far schiavizzare ancora di più?
    Il trattato di Lisbona, visto che l’abominevole costituzione europea era stata bocciata dai paesi più accorti, hanno ben pensato di servirla sotto forma di trattato, con forze di polizia antisommossa che possono essere fatte arrivare da qualsiasi altra nazione europea; così l’Italia potrà esportare i suoi corpi speciali di bassa macelleria messicana in tutto il resto d’Europa.
    Il grave è che nessuno più si mobilita, stanno erodendo i nostri diritti con una progressione geometrica impressionante e nessuno dice nulla, ci sfilano di mano i settori primario e secondario per delocalizzarli dove si paga l’operaio con una ciottola di riso e poi pretendono di darci stipendi e orari da terzo mondo per ridarci la possibilità di lavorare; si lamentano pure perché la natalità in Italia è tra le più basse del mondo pur mantenendo una forte ritrosia a integrare la popolazione in calo vistoso con immigrati, anche se le statistiche dicono che il 6,5% di immigrati produce il 9,4% del PIL Italiano.
    Insomma stiamo vivendo un nonsenso che fa presagire poco di buono … o ci si riprende la vita con una democrazia partecipativa, dove un cittadino vale uno (magari i culattoni possono valere anche zero), oppure la corda troppo tesa prima o poi si spezza!

  • AlbertoConti

    I tre commenti precedenti convergono su un punto: la lezione è stata imparata (purtroppo ancora da una minoranza). La domanda è: basta allargare questa consapevolezza per rimediare al disastro? Io dico di sì, anche se oggi sembra non esserci ancora un’alternativa credibile. La fame aguzza l’ingegno. D’ingegno ne abbiamo sempre avuto da vendere, per la fame ci stiamo attrezzando.