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AFGHANISTAN: ARIA DI SCONFITTA

DI MIKE WHITNEY
counterpunch.org

L’ora di tagliare la corda

“Queste due visioni, una di tirannia e uccisioni, l’altra di vita e libertà, si sono scontrate in Afghanistan. E grazie alle coraggiose truppe americane e della coalizione, e grazie ai patrioti afgani, l’incubo dei talebani è finito e quella nazione sta tornando alla vita.”
– George W. Bush, The War College Address, 2004

Aspetta un attimo, George.

Gli Stati Uniti non hanno liberato l’Afghanistan. Non hanno ricostruito l’Afghanistan. Non hanno né rimosso i signori della guerra dal potere, né ridotto la produzione di oppio. Non hanno stabilito una forte istituzione democratica, né hanno migliorato la vita dei normali lavoratori. Gli Stati Uniti non hanno raggiunto nessuno degli obbiettivi strategici prestabiliti. I talebani sono più forti che mai, il governo centrale non è che una corrotta farsa, e, dopo 11 anni di guerra, il paese è in rovina.

Questo assomiglia a una sconfitta. I militari statunitensi sono stati sconfitti da una milizia scarsamente armata, che ha dimostrato un piglio superiore sulla guerra moderna e sugli scontri asimmetrici. I talebani hanno dimostrato di essere più versatili, più motivati e più furbi. Per questo hanno prevalso. Per questo hanno battuto l’esercito più celebrato del mondo.

Agli Americani non piace questo tipo di discorso. Sono molto fieri del loro esercito e sono disposti a pagare fino a un trilione di dollari l’anno per tenerlo equipaggiato con le armi più avanzate al mondo. Ma le armi non vincono le guerre da sole, nè lo fa la propaganda. Fosse il caso, gli Stati Uniti avrebbero vinto da un pezzo, ma non è così. E’ la tattica a vincere le guerre, sono le operazioni, la strategia. Ecco su cosa bisogna puntare se si vuole avere successo.

Ecco un estratto di un articolo di William S. Lind che spiega il perché del fallimento americano in Afghanistan:

“Una regola generale in guerra è che un livello superiore trionfa su un livello inferiore, e la tecnica è il livello più basso che c’è. I nostri SEALs, Rangers, Delta, SF (Special Force), e tutto il resto sono nettamente superiori ai talebani in tecnica. Ma gli avversari si sono a volte dimostrati abili nella tattica, le operazioni e la strategia. Li possiamo battere solo sorpassandoli su quei livelli più importanti. Lì, purtroppo, le Special Operation Forces (forze operative speciali) non han nulla da offrire. Non sono niente più che un altro proiettile di piombo in un arsenale obsoleto di seconda generazione.” [“What’s so special about Special Ops?”, William S. Lind, The America Conservative]

I gadget di alta tecnologia e i droni auto-pilotati dell’esercito USA mascherano il fatto che l’America sta ancora combattendo una guerra vecchia e non si è adattata alla nuova realtà.

Ecco un altro commento di Lind sullo stesso argomento:

“La più grande sfida intellettuale delle guerre di quarta generazione – guerre contro nemici che non sono nazioni – è quella di come combatterle a un livello operativo. La NATO in Afghanistan, come i sovietici tre decenni fa, non è stata efficace in questo. Mentre sembra che i talebani sì” … “L’esercito sovietico focalizzò i suoi migliori talenti sull’arte operativa. Ma in Afghanistan fallì, come abbiamo fallito noi. Come i sovietici, possiamo prendere e tenere qualsiasi sprazzo di terra afgana. Ma ciò, come per i sovietici, non ci porta neanche un passo più vicino alla vittoria strategica. Al contrario, i talebani hanno trovato un modo elegante per connettere strategia e tattica nella moderna guerra decentralizzata.
La strategia NATO sarebbe quella di addestrare abbastanza forze afgane per tenere a bada i talebani una volta che ci ritiriamo. La risposta talebana è stata quella di avere uomini in uniforme afgana – molti dei quali effettivamente poliziotti o militari del governo – che puntano fucili verso i loro colleghi della NATO. E’ un colpo fatale verso la nostra strategia perché rende impossibile la missione di addestramento. Ecco a voi l’arte operativa della guerra di quarta generazione”… “I talebani sanno che questa tecnica è operativa, non solo tattica. Ci si può aspettare che ci ripongano tutti i loro sforzi. Come possiamo opporci? Ordinando alle nostre truppe di far finta di niente, di continuare a fidarsi dei loro colleghi afgani. Quest’ordine, se applicato, metterebbe i nostri soldati in una posizione talmente insopportabile da far collassare il morale.”
[“Unfriendly Fire”, William S. Lind, The American Conservative]

Lind non sottovaluta i talebani, né li etichetta come “ignoranti pecorari”. In realtà, sembra ammirare il modo in cui hanno interpretato la guerra 4-G e buttato fuori un nemico con tecnologia, comunicazioni e potenza di fuoco nettamente superiori. Ciò contribuisce a dimostrare la sua tesi, cioè che la tattica, le operazioni e la strategia sono quel che conta di più.
Per più di un decennio, i talebani hanno portato avanti una guerriglia impressionante, vanificando i tentativi degli Stati Uniti di stabilire una situazione sicura, di tenere territori o di aumentare il potere del governo centrale (Karzai). Nell’ultimo anno, gli sforzi della milizia sono stati ripagati essendo che gli attacchi, chiamati “green on blu”, di poliziotti e militari Afgani sulle truppe della coalizione hanno distrutto l’obbiettivo degli USA di mantenere un regime amichevole a Kabul quando le operazioni belliche americane terminano e le truppe si ritirano. I talebani hanno trovato l’anello debole nella strategia del Pentagono e l’hanno sfruttato fino in fondo. Con le parole dello specialista dell’American Security Progect Central and South Asia, Joshua Foust:

“La missione di addestramento è la base della strategia corrente. Senza quella missione, la strategia crolla. La guerra è alla deriva, ed è difficile pensare che si possa evitare un disastro totale.” [“The Day we lost Afghanistan”, Joshua Foust, The National Interest]

E’ ORA DI TAGLIARE LA CORDA?

I continui attacchi green on blu hanno convinto i leader degli Stati Uniti e della NATO che questa guerra non si potrà vincere, motivo per il quale il Presidente Barack Obama ha deciso di gettare la spugna. Ecco una parte del discorso di Obama a Maggio a una conferenza NATO a Chicago:

“Non penso ci sarà mai un momento ottimale nel quale potremmo dire: è tutto compiuto, è perfetto, abbiamo raggiunto quello che volevamo e ora possiamo fare le valigie e tornarcene a casa”… “La nostra coalizione si è impegnata nel piano di portare la nostra guerra in Afghanistan ad una fine responsabile.”

La classe politica sta annunciando che abbandonerà. Hanno deciso di tagliare le perdite e andarsene. Ecco come lo riassume il New York Times:

“Dopo più di un decennio di sangue americano versato in Afghanistan”… “è giunta l’ora per le forze statunitensi di lasciare l’Afghanistan” … “Non ci dovrebbe voler più di un anno. Gli Stati Uniti non raggiungeranno neanche gli obbiettivi rimaneggiati del Presidente Obama, e prolungare la guerra creerebbe solo altri danni.” …

“Gli Ufficiali amministrativi dicono che non considereranno una “ritirata logistica”, ma non danno nessuna speranza di raggiungere pieno controllo né gli obbiettivi di sicurezza. E l’unica missione di cui siamo a conoscenza, quella di fornire sicurezza nelle elezioni afgane del 2014, sembra quantomeno dubbiosa”…

“l’idea di realizzare le aspirazioni di sicurezza e di una più ampia democrazia diventa sempre più sfuggente”… “Altri combattimenti non consolideranno il modesto guadagno ottenuto con questa guerra, e sembrano esserci poche possibilità di garantire che i talebani non torneranno”…

“L’Afghanistan post-americano sarà presumibilmente più presentabile della Corea del Nord, meno presentabile dell’Iraq e forse al livello del Vietnam. Ma rappresenta la stessa forma di punto morto. Dobbiamo andarcene quanto più velocemente possibile mantenendo la sicurezza.”…

“Gli interessi globali dell’America ne risentono, quando essa è infangata in guerre invincibili in terre lontane.” [“Time to Pack Up”, New York Times]

Si noti come il Times non menzioni la Guerra al Terrore, al Qaida o Bin Laden, tutte ragioni usate per raccogliere supporto per la guerra. Quello che conta adesso sono gli “interessi globali dell’America”. E’ un bel capovolgimento, non credete?

Cosa è successo alla ferrea decisione di combattere la “giusta battaglia” finché sarà necessario; di liberare le donne afgane, di spargere la democrazia alla vasta Asia Centrale e di eliminare i fanatici talebani una volta per tutte? Era solo un vuoto atteggiarsi mirato a ingranare la macchina da guerra e a sbilanciare la pubblica opinione?

Guardate come è facile per il Times fare una radicale dietrofront quando solo pochi mesi fa provavano a persuadere i lettori che avremmo dovuto stringere i denti e rimanere per proteggere le donne afgane. Date un occhiata a questo editoriale datato Agosto 2012 intitolato “The Women of Afghanistan”:

“L’Afghanistan può essere una terra difficile e crudele, specie per donne e bambine. Molti temono che saranno ancora più vulnerabili alle dure tradizioni tribali e agli uomini che le impongono dopo la ritirata delle truppe americane nel 2014.
I diritti delle donne hanno avuto una modesta ma significativa evoluzione nell’ultimo decennio. Ma questa evoluzione potrebbe sparire senza un forte impegno per preservarla ed accrescerla da parte dei leader afghani, di Washington e degli altri partner internazionali”…
“…tutti gli afghani dovrebbero impegnarsi ad aumentare il potere delle donne. Come ha argomentato Mrs. Clinton, ci sono molte indicazioni che mostrano che nessun paese può crescere e prosperare nel mondo di oggi se le donne sono marginalizzate e oppresse.” [“The Women of Afghanistan”, New York Times]

Ahh, ma dare un mano alle donne afgane “marginalizzate e oppresse” non aiuta troppo gli “interessi globali americani”, eh? Come ci si può attendere, i più nobili sentimenti del Times sono modellati da interessi politici. In ogni caso, la tacita ammissione del Times prova che la guerra non ha mai avuto il proposito di liberare le donne o spargere democrazia, o neanche di uccidere Bin Laden. Era per gli “interessi globali americani”, in particolare, oleodotti, estrazione di minerali e il Grande Gioco, controllare i beni immobili nella prolificante Eurasia, il centro economico del secolo che verrà. Ecco perché gli USA hanno invaso l’Afghanistan, tutto il resto è propaganda.

C’è un’altra evidente omissione nell’articolo del Times che vale la pena notare. Gli editori girano meticolosamente intorno alla parola che meglio sintetizza la situazione: Sconfitta. Gli Stati Uniti non stanno lasciando l’Afghanistan volontariamente. Sono stati sconfitti. L’esercito degli USA è stato sconfitto proprio come fu sconfitto l’IDF da Hezbollah nell’estate del 2006, sottovalutando la tenacità, l’abilità, la ferocia, l’adattabilità e l’intelligenza del loro avversario. Ecco perché Israele ha perso la guerra in Libano ed ecco perché gli USA han perso quella in Afghanistan.
C’è un motivo per il quale i media non usano la parola “sconfitta”, adatta quant’è a descrivere la situazione. Perché l’americano medio capisce “sconfitta”, capisce la vergogna della sconfitta, ne capisce il dolore e ne capisce la rabbia. La sconfitta porta al ripudio del potere, è la prova che siamo governati da buffoni e canaglie. La sconfitta è anche un forte deterrente, l’idea si ingigantisce nella testa della gente e li rivolta contro gli interventi all’estero, le azioni della polizia e la guerra. Per questo il Times non si azzarda a pronunciare la parola, perché la sconfitta è l’antidoto contro l’aggressione, e il Times non desidera ciò. Nessuno dei media lo desidera.

La verità è che gli Stati Uniti sono stati sconfitti in Afghanistan. Se possiamo cogliere questo fatto, allora forse possiamo fermare la prossima guerra prima che abbia inizio.

Mike Whitney vive nello stato di Washington. Contribuisce a Hopeless: Barack Obama and the Politics of Illusion (AK Press). Può essere raggiunto a [email protected]

Fonte: www.counterpunch.org
Link: http://www.counterpunch.org/2012/10/31/afghanistan-the-smell-of-defeat/

31.10.2012

Traduzione per www.Comedonchisciotte.org a cura di PEREA

Pubblicato da Truman

  • Ercole

    ne con l,imperialismo americano ne con la borghesia afghana, contro tutti i nazionalismi,e le teocrazie, solidarieta al sottoproletariato afghano che da piu di 30 anni e sotto il tiro degli apetiti imperialisti, di ogni risma, guerra alla guerra, il nemico e sempre in casa nostra.

  • Tanita

    La “borghesia afghana”?
    Ercole, ma cosa dici?

  • Penta

    “né ridotto la produzione di oppio” Non si può prendere sul serio uno che scrive queste cose.
    La “missione compiuta” di questa guerra è proprio quella di aver riportato l’Afghanistan ad essere il primo produttore mondiale di oppio. dopo che i talebani ne avevano azzerato la produzione (e, per modernizzare il paese, stanno introducendo la canapa).

    Ricordiamoci che circa 150 anni fa i produttori di oppio riuscirono ad indurre le “potenze occidentali” (così le chiameremmo oggi) a portare guerra alla Cina che si rifiutava di far entrare l’oppio nelle sue frontiere.

  • Primadellesabbie

    In effetti il la borghesia avrebbe un percorso accidentato da compiere per potersi installare! Ricordo un lungo servizio della BBC, prima delle attenzioni da parte di Blair, a invasione imminente. Un ex colonnello dell’esercito sovietico girava in lungo ed in largo valli, greti sassosi, colli ricoperti di cespugli, villaggi e descriveva alla troupe televisiva le insormontabili difficoltà incontrate durante l’occupazione. Spiegó anche che certe colonne di grosse vetture nuove fiammanti che incrociavano di tanto in tanto lungo le strade deserte altro non erano che il ras locale che, con il suo seguito di armigeri, si recava in città per acquisti. La moneta: ovviamente droga. La trasmissione non serví a nulla, visto l’accaduto, come una precedente, analoga e quasi profetica riguardante l’Iraq.

    Il commento di Ercole é, come al solito, telegrafico ed essenziale.

  • Gracco

    Così parlò Trotzky-Zaratustra! Amen…

  • Tashtego

    La tecnica, la tattica, la strategia … nessuna menzione per la forte coesione dovuta ad una comune identità culturale e religiosa che si opponeva ad un esercito di mercenari privi di cultura e identità. La cultura Talebana è lontana anni luce dalla mia, ma E’ UNA CULTURA che combatte per il suo ideale.. che si è opposta al vuoto assoluto dei mercenari reclutati nel bronx e che ammazzano per soldi. Onore ai Talebani che in sandali e con i Kalshnikov hanno resistito alla marmaglia ipertecnologica venuta da oltre oceano.

  • haward

    Dalla fine dell’800′ (Cuba e Filippine) in poi gli Americani si installano militarmente nelle aree geografiche che, per loro, rivestono una particolare importanza strategica e, dalla seconda guerra mondiale in avanti, tale atteggiamento è andato aumentando. L’occupazione militare avviene quando gli altri tentativi di gestione degli affari interni di una determinata nazione falliscono. E’ ovvio che un’invasione militare determini una guerra ma, e questo è il punto, agli USA e soci Nato – Israele (o, meglio ancora, all’elite finanziaria che domina e si serve di USA, Nato ed Israele) non importa vincere o perdere, non è questo lo scopo per cui attuano le loro sporche e feroci strategie. Scrivere, quindi, che gli americani hanno subito una sconfitta in Vietnam o, adesso, in Afghanistan, è, nella migliore delle ipotesi, un’interpretazione degli eventi riduttiva e puerile, nella peggiore, invece, l’ennesima sottile disinformazione.

  • Delusidalbamboo

    Trovo che questo articolo sia molto ragionevole ma, come spesso accade di questi tempi, trascuri l’elemento esistenziale che contraddistingue le guerre in generale, e le guerre vinte in particolare.

    Gli Stati Uniti hanno perso in Afganistan perché la loro vittoria non aveva alcun senso.

    E ciò è accaduto perché, focalizzati sulla loro bulimia di interessi economici, non hanno voluto dargliene alcuno.

    Se avessero realmente combattuto per le donne afgane avrebbero potuto vincere ed avrebbero vinto.

    Se avessero combattuto per sé stessi, avrebbero comunque vinto as well.

    Nel momento in cui combattono per far ingrassare bulimici ed  obesi prenditori texani o di New York, la vittoria non è possibile in quanto l’arricchimento e la spoliazione del prossimo sono valori che, per loro natura, garantiscono una immediata marcescenza di ciò che si mette in campo.

    Ritengo che i militari americani siano gente per bene e piango i loro morti.

    Come d’altronde piango i morti afgani.

    Guido Mastrobuono – http://www.delusidalbamboo.org  [www.delusidalbamboo.org]

  • haward

    Con tutto il rispetto per chi ha una visione spirituale della vita, l’idea che le guerre vengano “vinte” o “perse” a seconda delle più o meno nobili motivazioni dei belligeranti, la lascerei ai romanzi cavallereschi od alle fiction hollywoodiane. Gli Usa Nato sono in centro Asia per tutta una serie di motivazioni economiche e strategiche: controllo di un’area cruciale tra Iran, Russia e Cina, gasdotti ed oleodotti in costruzione, traffici di droga ed armi, appalti a multinazionali di tutti i tipi, controllo diretto del Pakistan, etc., etc. I morti vanno tutti, indistintamente, pianti.

  • Tashtego

    Haward, dimmi, secondo te, perchè hanno perso? Oppure, se ritieni che non hanno perso, cosa volevano veramente e se l’hanno ottenuto.

  • Ercole

    documentati ,in ogni angolo della terra esistono rapporti di scambio capitalistici , esiste un esercito ,e una borghesia che li paga per difendere i loro interessi, non mi pare che l,afghanistan ,sia un popolo di indigeni…

  • andyconti

    E quando mai gli yankees hanno vinto una guerra da soli? In Europa intervennero sempre in situazioni gia’ sfavorevoli per il nemico, in Asia hanno sempre perso, in America Latina si sono affidati alle cricche interne ai Paesi, quando hanno provato a fare da soli (Baia dei Porci) sono stati ributtati a mare.

  • Fabriizio

    condivido

  • cardisem

    Ma le donne afghane non hanno rapporto con uomini afghani? O ne hanno solo con i “liberatori” venuti da Occidente? Io ho sempre trovato di una incredibile idiozia che per “migliorare” le condizioni delle donne di un qualsiasi paese si debba procedere rendendole vedove o orfane… Potenza della propaganda!

  • cardisem

    E poniamo pure che una donna afghana abbia delle rimostranze contro il marito, il padre, il figlio. Che fa? Chiama il soldato americano? O magari un parà italiano?

  • cardisem

    Senza nessuna voglia di fare polemica, a me non mi sembra che per realtà così lontane si possa fare uso di concetti come “sottoproletariato” che è stata parte della cultura sessantottina…

  • cardisem

    È vero! Nella prima e nella seconda guerra mondiale hanno aspettato che le potenze europee si logorassero a vicenda, e poi sono passati a raccogliere… ma…

  • cardisem

    Ed in America hanno vinto armati di cannoni e fucili contro pellerosse armate di frecce…

  • Ercole

    va bene adesso la condizione sociale e diventata una questione di cultura,e non piu di rapporti di forza, che la determinano…le condizioni sono materiali ,non astratte ,solo i preti e i padroni predicano la rassegnazione…

  • Mattanza

    Esatto,al massimo si puo’ dire che in quei luoghi non hanno riportato una vittoria totale.
    Il Vietnam lo hanno lasciato che era una rovina piena di mine e veleni.

  • Mattanza

    Leggi il commento sopra,hanno lasciato un paese in rovina,cmnq l’idea che si possa muovere guerra per nobili motivi (e quindi conseguire la vittoria per diritto divino)e’ un’idea immorale e infantile pure,e poi la storia ha ripetutamente fatto vedere il contrario…L’impero romano,gli spagnoli in SudAmerica….che vi gira per la testa?

  • haward

    Come ho già detto, bisogna andare al di là del concetto di vittoria o sconfitta ed entrare in una realtà molto meno schematica e più articolata. Ti ricordo che, oltre al Vietnam, gli americani hanno attaccato anche Cambogia e Laos. Installarsi in quella vasta area del sud est asiatico ha consentito loro, tra l’altro, di poter accedere comodamente all’ Indonesia e Birmania, Paesi ricchi di risorse minerarie e petrolifere e di circondare la Cina. Tutti questi Paesi, Vietnam, Cambogia, Laos, Indonesia, la stessa Birmania, sono oggi sotto l’influenza economica occidentale, nonostante la versione ufficiale ha celebrato la vittoria dei Viet Kong comunisti sugli Yankee.
    Per l’Afghanistan valgono le stesse ragioni. Quel martoriato Paese si trova tra Pakistan, India, Cina, Iran e, anche se tramite le repubbliche ex sovietiche, Russia. Ti par poco? Proprio in quell’area si sta giocando la partita decisiva del controllo delle vie dell’energia (sopratutto gas) tra tutte queste grandi nazioni. Chi controlla l’Afghanistan, controlla, di fatto, l’accesso al gas. Poi, esistono mille altri buoni motivi per stare lì: dal controllo del traffico di droga (come in passato accadeva per il Triangolo d’oro) alla vicinanza del confine iraniano, oltre agli appalti e forniture mlitari ed infrastrutturali che fanno girare miliardi di dollari. Ha ancora senso, significato, interesse, parlare di vittoria?

  • Santos-Dumont

    “Sottoproletariato afghano”?!
    Il sottoproletariato é tipico delle società industriali e di contesti urbani, ti pare che il termine possa essere applicato agli afghani?

  • Santos-Dumont

    Ormai gli USA importano tutto, se gli togli l’unica esportazione residua (la “democrazia”) che gli resta? 😉

  • Santos-Dumont

    Quoto.

  • imsiddi

    a far la guerra si guadagna di +, e questo gli USA lo sanno bene. Perché mai dovrebbero vincere e finire la guerra? quando invece possono stare li’, vicino alla Russia, all’India e Cina, intanto fanno girare le fabbriche di armi.

    il non vincere la guerra, é il loro obiettivo!!!

  • terzaposizione

    Mi hai levato la parole di bocca.Creare aree di instabilità è il fine.

  • Jor-el

    Quello degli USA è un imperialismo di tipo commerciale che prospera nell’instabilità, ove trova terreno fertile per privatizzazioni, affari, traffici legali e contrabbando. Il progetto americano per il MO è di estendere il modello dei territori occupati (Gaza e Cisgiordania), solo più in grande. Quello che stanno (STIAMO) facendo in Afghanistan non è la guerra ai Talebani, ma terrorismo contro la popolazione civile in modo che la pubblica opinione non ficchi il naso nei loschi affari. Con questo non intendo certo disprezzare gli sforzi eroici della Resistenza, le cui capacità “strategiche” sono state, però, grandemente gonfiate a scopo propagandistico, per giustificare ieri e oggi l’invio di nuovi soldati e, domani, trattare la permanenza di basi e di reparti di contractors, da impegnare nella “difesa” dei coraggiosi “investitori occidentali” che andranno ad aprire fast food, palestre di fitting e altri sollazzi per ricconi a Kabul dopo essersi accaparrati i cospicui raccolti di oppio da inviare alle raffinerie del vicino Pakistan. Per capire la strategia USA, basta seguire il percorso dell’eroina, dalle piantagioni afgane alle piazza europee e americane: è costellato di basi militari USA e NATO. Tanto per dire, sotto il nefasto regime “comunista” di Majibullah e persino durante l’occupazione sovietica, erano stati vietati i matrimoni forzati, le donne avevano accesso ad ogni grado di istruzione e potevano lavorare. Nell’89, le donne costituivano la maggioranza delle impiegate e funzionarie statali, degli insegnanti, dei medici ed erano presenti in tutte le professioni, dalle forze armate alle banche, dai trasporti e comunicazioni alle organizzazioni sociali e politiche. C’erano annunciatrici alla radio e alla televisione. Si trovavano donne nei servizi di sicurezza, nella polizia, nei servizi segreti, tra i paracadutisti e persino tra i veterinari ed erano tutte iscritte ai sindacati. Tutto ciò cambiò dopo la caduta del governo di Najibullah e la presa di Kabul da parte dei Mujiahidin (i combattenti della libertà foraggiati dalla CIA) nel 1992. Le donne vennero espulse dai loro posti di lavoro. Una campagna di molestie sessuali venne lanciata contro le studentesse all’Università e il burqa, il mantello che copre completamente la figura, divenne obbligatorio. Tutto questo PRIMA dei talebani e sotto il benevolo sguardo della CIA, che dai “combattenti della libertà” riceveva oppio grezzo in cambio di missili stinger. Ricordate la marea di eroina che si riversò nelle città italiane negli Anni Ottanta? Ringraziamo gli USA, Ronald Reagan e la lotta contro l’Impero del male.

  • Kvas

    Non ho le fonti, ma sono pronto a scommettere che l’impennata della produzione di oppio e di conseguenza quella dell’eroina, siano un preciso progetto politico del governo ameriKano ber destabilizzare la gioventù russa, che negli ultimi anni ha visto aumentare in modo endemico il consumo di eroina, facendo raggiungere il triste primato per la russia di maggior consumatore di eroina al mondo, la duma non riesce ad arginare il problema e guarda caso la maggior parte dei carchi arrivano (se non tutti) dall’afghanistan….