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ACQUA IN BALLO C'E' IL FUTURO DI TUTTI NOI

DI UGO MATTEI
lastampa.it

Caro Direttore,
in questi giorni il dibattito sulla privatizzazione dell’acqua, successivo all’approvazione del decreto Ronchi e alla decisione di sottoporlo a referendum ex art. 75 della Costituzione si sta arricchendo di importanti contributi. Alla vigilia della Giornata mondiale dell’acqua, il nostro Paese ha visto, sabato scorso, sfilare a Roma migliaia di persone che hanno protestato contro la nuova norma. Se è vero che invariabilmente gli ultimi referendum non hanno raggiunto il quorum del 50% dei partecipanti dimostrando stanchezza dell’elettorato per uno strumento di democrazia diretta che dovrebbe essere usato soltanto come extrema ratio, è altrettanto vero che questa volta la posta in gioco è altissima. Un dibattito serio su questo tema è dunque essenziale perché davvero ne va di mezzo il futuro di tutti noi.Infatti, la consegna definitiva del controllo delle riserve idriche a soggetti privati multinazionali, voluta dal Decreto Ronchi costituisce la più significativa resa della sovranità politica a soggetti privati multinazionali avvenuta in Italia negli ultimi vent’anni. Ciò è avvenuto con un semplice voto di fiducia (senza dibattito parlamentare) proprio mentre in tutto il mondo si sta cercando di ripensare il modello di sviluppo fondato sulla privatizzazione e sull’egemonia delle compagnie multinazionali per smussarne quantomeno i lati speculativi più inaccettabili.

Per esempio, il Comune di Parigi, dopo venticinque anni in cui due multinazionali si spartivano il controllo del mercato idrico, è tornato ad un modello di gestione pubblicistica con immediata riduzione delle tariffe ed aumento degli investimenti. Infatti, abbiamo visto come la gestione «for profit» dei servizi idrici, come peraltro di tutti i servizi di pubblica utilità resi in regime di monopolio o di oligopolio (per esempio le Autostrade), comporti storicamente una riduzione degli investimenti ed un aumento dei prezzi.

Per far fronte a questo problema strutturale occorre perciò escogitare buoni strumenti non profit (su cui la cultura giuridica sta lavorando), i soli che consentono il prevalere di una logica ecologica di lungo periodo piuttosto che di quella economica di brevissimo periodo dettata dai valori delle azioni sui mercati finanziari.

La progressiva scarsità dell’acqua sta creando in tutto il mondo una corsa delle multinazionali al controllo di ogni risorsa idrica, perché si tratta di controllare una potenziale fonte di profitto ingentissima creato da un bisogno ineludibile, quello di bere ed irrigare. Senza acqua la vita è semplicemente impossibile e ci sarà quindi sempre domanda di oro blu. Ma questa risorsa soddisfa un diritto fondamentale dell’uomo ed è troppo importante per essere gestita con a mente il solo profitto.

Il decreto Ronchi obbliga alla privatizzazione del servizio idrico costringendo ogni ente, (pubblico o privato che sia) che attualmente in modo diverso da territorio a territorio sta gestendo l’acqua a trasferire il controllo a società private entro fine 2011. Questa scelta politica, provocando la simultanea offerta sul mercato di tutte le quote di gestione, avrà come effetto naturale la svendita del servizio creando le condizioni per un ennesimo regalo dal pubblico al privato.

È singolare come il decreto sia stato voluto da una maggioranza in cui una componente assai forte fa del federalismo e dell’autonomia dei territori una propria bandiera. Esso concretizza in realtà una mossa di centralizzazione nella gestione dell’acqua irragionevole, autoritaria ed estremamente pericolosa per la stessa sopravvivenza. Molti amministratori locali, costretti a svendere strutture e tecnologie create negli anni sulla base della fiscalità generale, se ne stanno accorgendo. La speranza è che il dibattito referendario possa far capire questa drammatica realtà anche a quei cittadini che vogliono essere padroni a casa propria.

Ugo Mattei (Professore di Diritto civile all’Università di Torino)
Fonte: www.lastampa.it
Link: http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7121&ID_sezione=&sezione=
23.03.2010

Pubblicato da Davide

  • AlbertoConti

    Se in un paese come l’Italia, rovinata dalle privatizzazioni mafiose e selvagge, la parola “privatizzazione” non suona come una bestemmia a proposito dell’acqua potabile, cade l’ultima fiammella di speranza nel primato della ragione! Posizione ideologica? Sì, grazie, anche e non solo.
    Ma di cosa stiamo parlando? Di consegnarci legati come salamini al potere mafioso delle banche? Ma vaffanculo!

  • Allarmerosso

    Eppure nonostante i palesi effetti e le esperienze estere molti difendono questa privatizazione non si capisce bene sull abase di cosa . Così come per le autostrade (discorso che mi sta molto a cuore) tornar eindietro per molti è una bestemmia nonostante che poi siano i primi a pagare un conto salatissimo su un pedaggio truffaldino.
    Quel che è successo con le Autostrade qui nessuna persona sana di mente la farebbe mai con casa propria .

  • AlbertoConti

    Si capisce sì in base a che cosa, alla “privatizzazione” del cervello, ma del proprio cervello in favore di un anonimo privato che si nasconde dietro la TV, appena fuori dalla cornice del video. E poi diamo la colpa agli altri!

  • Kerkyreo

    Dovrebbe essere tutto pubblico! Tutti i servizi dove almeno c’e’ monopolio o che riguardano le risorse energetiche.
    Ben vengano privatizzazioni in cui esiste un mercato aperto.
    Tutti sapete che se esistono dei concorrenti allora anche il prezzo di mercato diventa concorrenziale.
    Ma quello che mi fa incazzare di piu’ sono queste privatizzazioni dove alla fine le aziende si trovano in mano un monopolio!
    Il monopolio e’ una dittatura economica dove l’acquirente non puo’ scegliere il prodotto in base al prezzo che piu’ gli conviene perche’ esiste un solo prodotto, fatto da una sola azienda, con un solo prezzo.
    Nel 95 abbiamo privatizzato Eni! In quell’ambito i PAPPONI che hanno organizzato tutto hanno creato il piu’ grande introito statale derivato da una privatizzazione.
    Il 51% della Eni e’ in mano a persone giuridiche(aziende Private) che si muovono ovviamente tutte verso un unica direzione.
    Negli anni ci hanno inculato piu’ volte!!
    Ferrovie dello stato S.p.a, Autostrade per l’italia S.p.a,Telecom,Poste Italiane eccetera eccetera.
    Detto cio’ Voi vedete benissimo che questi saccenti Signori fanno cio’ che vogliono senza chiedere nulla. Noi non contiamo un cazzo anche se le risorse sono le nostre. Basti vedere cosa succede in africa dove la gente viene derubata delle proprie risorse, ma in questo contesto avviene tutto in modo piu’ barbaro con fucili e rivoluzioni a colpi di macete. Da noi avviene tutto in forma burocratica, ma il risultato e’ lo stesso, ossia quello di appropriarsi di tutte le risorse e tecnologie di proprieta’ di tutti.

  • Nyarlathotep

    Ad una concorrenza corrisponde successivamente un cartello… sigh..

  • Earth

    Grazie a dio che te la concedono ancora per soldi

  • Kerkyreo

    sono d’accordo ,MA il cartello non ti consente di massimizzare i profitti, quindi non e’ cosi’ scontato, infatti,il discorso e’ piu’ ampio e non e’ possibile riassumerlo come fai tu in una semplice riga.

  • AlbertoConti

    E quando ti avranno rapinato anche l’ultimo cent?

  • AlbertoConti

    Si va cianciando di contrapposizione tra privato e pubblico, dove per pubblico si fa confusione con Stato. Ma se lo stato è in mano a pochi privati? Si blatera sempre di concorrenza nel libero mercato, fatto da “operatori competitivi”. Sì, competitivi su come guadagnare di più, senza guardare in faccia a nessuno. Allora se proprio vogliamo regolamentare un gioco di selvaggi, almeno ci vuole un arbitro autorevole che faccia rispettare le regole. E siamo sempre lì, allo Stato, che non c’è. Non c’è sicuramente nella concezione corrente, quella della Costituzione Repubblicana. Non c’è la sovranità del popolo, anzi non c’è proprio il popolo, perchè non ci sono più le persone, c’è solo il consumatore, come un pollo in batteria. Ma non sta scritto nelle stelle, basta che guardiamo qui vicino, alla Svizzera, perfino a quella italiana, dove si parla la nostra lingua, ma ci guardano come …. fate voi. A, noi siamo meglio degli svizzeri? Certo, abbiamo il mare, sempre buono per affogarci per come si mettono le cose. Voglio dire che ognuno ha i suoi problemi, ed oggi ci sono problemi globali terribili, ma proprio per questo che certe anomalie non possiamo più permettercele, a tutto c’è un limite, e questo limite è stato raggiunto.

  • Matt-e-Tatty

    Non esiste che acqua, energia elettrica, gas ecc. siano private in un paese con una gestione “normale”, certi beni devo tornare pubblici. Sperperi o meno in una gestione pubblica si fanno pagre le spese all’utente per captazione o acquisto, le spese di distribuzione, il tutto senza un utile e quiondi a prezzo di costo… se l’azienda pubblica ne ricava un profitto, è un profitto pubblico e và in opere pubbliche… Siamo abituati a vederle come cose non nostre, a non porci il problema se la bolletta è 50 anzichè 70 perchè ad oggi non frega nulla a nessuno come non importava a nessuno anni fà… troppo impeganati a trovar l’offerta andare a Sharm….
    Se si pensa che è stata privatizzata la Sip… la telefonia era il busines del futuro con l’avvennto di internet, si è fatta e si stà facendo gestione incredibilemte stupida dei beni…. come uno che svende la propria casa per due soldi e ci rimane in affitto, mio padre non l’avrebbe mai fatto, io non lo farei, le persone normali non lo farebbero, e anche se qualche decelebrato fà cose del genere a se stesso non è ammissibile che venga fatto da uno o più governi perchè si suppone vengano elette persone capaci e non persone con limiti tali da aver bisogno di esser seguiti dai servizi sociali… sono troppo delinquenti e disonensti poichè si suppone non siano stupidi.
    Che schifo.

  • Matt-e-Tatty

    Scusate gli errori, ho scritto “di getto” senza correggere, come sempre.

  • Earth

    Ah non chiederlo a me, tra i due sei tu l’acculturato, io sono solo manovalanza, io nella realta’ mando a quel paese chiunque tenta di disonorarmi, essere derubato cosi’ sfacciatamente e’ un disonore. Per ora ringrazio che non devo prostituirmi per un goccio d’acqua… e quando ce ne sara’ poca?
    Una domanda: dovrei essere arrabbiato con chi ci sta levando la liberta’ o con chi non combatte per essa? Ah non puoi dirmi tutti e due perche’ e’ una risposta stupida, scegline uno.

  • guido

    Il mio vecchio libro di Diritto diceva che i beni demaniali sono inalienabili perchè destinati all’uso pubblico dei cittadini e possono cessare di essere tali solo quando cessa la loro destinazione di uso pubblico.

    Con le privatizzazioni il popolo italiano è stato DERUBATO dei propri beni da parte di una casta politica di ladri.

    Sarebbe ora che tutti cominciassero a nutrire un sano disprezzo per costoro.

  • Tao

    Oggi 22 marzo è la giornata mondiale dell’acqua: un problema planetario, un milione e mezzo di bambini muoiono ogni anno per scarsa igiene o mancanza di acqua e il 10% delle malattie è dovuta alla mancanza di acqua pulita.

    In Italia il dibattito politico sull’acqua ha ormai superato il tema della disponibilità, che pure resta un aspetto critico in alcune zone del Sud. A conquistare il centro della discussione, soprattutto a sinistra, è invece lo slogan «giù le mani dall’acqua» contro la privatizzazione delle gestioni idriche. Rilanciata dalle associazioni ambientaliste e da Rifondazione comunista, che già scelsero questo cavallo di battaglia dentro il governo Prodi, paralizzando per 15 mesi la riforma dei servizi pubblici locali, la battaglia calamita oggi anche ampi pezzi del Pd, l’Italia dei valori di Di Pietro e molte amministrazioni locali guidate dal centro-sinistra. Prende spunto dalla riforma dei servizi pubblici locali approvata dal Parlamento a novembre con l’articolo 15 del decreto legge Ronchi-Fitto 135/2009.

    Per separare la demagogia dalla corretta analisi politica è necessario porsi alcune domande. La legge voluta dal governo Berlusconi prevede effettivamente la privatizzazione del bene acqua? È davvero la privatizzazione il problema-chiave in un paese dove il 90% delle gestioni idriche restano pubbliche? Se così non è, quali sono, invece, i problemi reali?

    La legge sui servizi pubblici locali conferma il carattere pubblico del bene acqua. Non è vero che l’acqua possa essere privatizzata, non ci sono dubbi. L’acqua resta un bene amministrato. Restano saldamente nelle mani delle autorità pubbiche l’indirizzo e il controllo amministrativo (agli enti locali e agli Ato), la formazione delle tariffe, la proprietà degli acquedotti, degli impianti di depurazione, delle fognature, degli altri impianti. Il problema è rafforzare (anche tecnicamente) e lottizzare meno queste leve pubbliche di comando del sistema. Resta pubblico anche l’organo di vigilanza (attualmente il Conviri) mentre la discussione principale oggi riguarda l’opportunità di istituire un’Autorità indipendente di settore sul modello delle tlc e dell’energia. Forse, anche qui, potrebbe essere sufficiente potenziare gli strumenti che ci sono dotandoli di maggiore autonomia.

    Possono essere affidate in concessione, oggi come ieri, a imprese private o a società miste pubblico-privato le gestioni dei servizi idrici di acquedotto, fognatura e depurazione. La riforma voluta dal governo Berlusconi innova sui criteri di affidamento delle gestioni idriche, come degli altri servizi pubblici locali. Rompe l’asfissiante predominio dell’in house (l’affidamento della gestione senza gara a una società pubblica controllata al 100% dall’ente locale che ha anche compiti di indirizzo e controllo) e generalizza il metodo della gara, creando – questo sì – maggiori spazi di mercato anche per le imprese private.

    Due le strade previste dall’articolo 15 per arrivare a una partecipazione privata nella gestione idrica.

    La prima via è una liberalizzazione moderata che punta sul principio della «concorrenza per il mercato» e affida la gestione idrica al migliore offerente, fra pubblici e privati, sulla base di una gara. Nell’offerta peseranno vari parametri attinenti al piano di ambito: gli investimenti previsti, le tariffe, la qualità del servizio.

    La seconda via è quella di una privatizzazione più strisciante, obbligatoria per le aziende pubbliche controllate dagli enti locali qualora non si proceda alla liberalizzazione. Gli enti locali devono spogliarsi di quote azionarie non inferiori al 30-40% a seconda dei casi. Oppure, nel caso in cui la società sia quotata in borsa, devono scendere sotto il 30% senza però dire come e a chi vendere.

    Strade ben diverse anche sul piano politico. La liberalizzazione moderata garantisce trasparenza, oltre che alla procedura di assegnazione del servizio, anche al dibattito pubblico.
    La privatizzazione presenta rischi maggiori perché può portare all’aggiramento delle regole di concorrenza limitandosi a «contaminare» un monopolista pubblico con un azionista privato.

    È vero che c’è la nuova procedura di gara a doppio oggetto che consente di individuare il socio privato di riferimento e al tempo stesso il miglior piano investimenti/gestione del servizio, ma non sarà facile conciliare nella scelta i due livelli finanziario e industriale, mentre per le società quotate in Borsa non è fissato alcun paletto, se non che gli enti locali devono scendere gradualmente fino al 2015 sotto un tetto massimo di partecipazione del 30%, lasciando spazio anche a soggetti privati scelti non sulla base di gare o della migliore offerta.

    Questo non toglie che le polemiche attuali contro la privatizzazione dell’acqua presentino un sapore ideologico. Il gestore può essere indifferentemente una spa controllata dal pubblico o dal privato senza gravi danni, a condizione che restino in mano pubblica tutte le altre funzioni strategiche già dette.

    Le polemiche, inoltre, non affrontano il cuore del problema idrico italiano che non è certamente la presenza dei privati nella gestione. Semmai può essere il contrario, l’eccesso di presenza pubblica non solo nelle funzioni “sensibili” ma anche nella gestione industriale.

    Oltre il 50% delle gestioni attuali restano nella mani di società in house, controllate dagli stessi enti locali che dovrebbero anche vigilare sul servizio, senza alcuna procedura di trasparenza sui costi o di concorrenza nella qualità dei servizi.

    Nel Sud, in particolare, il pubblico dilaga. Come rileva il rapporto Isae sulla finanza pubblica locale per il 2009, il 76% dei 1.738 comuni di Campania, Calabria, Sicilia, Basilicata e Puglia affida attualmente i servizi connessi agli acquedotti a società per azioni a capitale pubblico o addirittura a strutture dell’amministrazione comunale con la formula della gestione diretta.

    Qual è, allora, il cuore del problema idrico italiano? Le ragioni che portarono all’approvazione della legge Galli nel 1994 restano valide, nonostante si siano fatti molti passi avanti dove la legge è stata applicata con coerenza. Gli obiettivi erano tre. Il primo: superare la frammentazione delle gestioni idriche, che allora erano 16mila, piccole e inefficienti. Risultato raggiunto, oggi le gestioni sono un centinaio anche se restano oltre 1.300 gestioni comunali “separate”, come sorta di enclave entro i nuovi grandi ambiti territoriali ottimali.

    Secondo obiettivo: integrare il ciclo idrico, associando alla gestione dell’acquedotto, quella di depurazione e fognatura, assente su larga parte del territorio. Anche questa trasformazione comporta sinergie, risparmi ed economia di scala.

    Terzo: favorire gli investimenti per migliorare lo stato degli impianti e rendere più efficiente la gestione. Il problema è passare da un regime pubblico frammentato, inefficiente e largamente sovvenzionato a un sistema industriale che consenta economie di scala e investimenti adeguati, in larga parte autofinanziati.

    Il ritardo maggiore nell’attuazione della Galli riguarda proprio gli investimenti finanziati con contributi pubblici a fondo perduto tipici del vecchio regime: solo il 36% dei programmi viene realizzato perché i fondi restano sulla carta, le finanziarie li tagliano dopo averli promessi. La percentuale di investimenti effettivamente realizzati sale invece al 56% se si considerano gli investimenti finanziati da banche e project financing (mediante la tariffa) nei nuovi ambiti della legge Galli. Ancora poco, ma è uno scatto. Anche perché oggi è ingenuo pensare che il Tesoro possa farsi carico di investimenti stimati nell’ordine di 60 miliardi entro il 2020.

    Blue, il rapporto sul sistema acqua italiano, curato da Anea (associazione nazionale autorità e enti di ambito) e Utilitatis (centro studi vicino al mondo delle aziende pubbliche) presentando i dati sul servizio idrico integrato aggiornati al 2009, tocca uno dei punti-chiave che rende giustizia delle polemiche pubblico-privato. «Le forme di gestione adottate negli Ato revisionati – dice Blue – prevedono affidamenti in house e a spa mista. Osservando la dinamica degli scostamenti delle variabili previste nei piani per le due tipologie di gestioni prescelte, è possibile ipotizzare che le gestioni in house abbiano incontrato maggiori ostacoli nella ricerca del finanziamento degli investimenti e che gli incentivi ad investire siano più efficaci nel caso di società miste».

    Ecco qualche dato tratto da Blue. Il grado di copertura del sistema acquedotto tocca oggi il 95,9% della popolazione italiana. Più bassi il grado di copertura della fognatura (84,7%) e della depurazione (70,4 per cento). Gli investimenti previsti nei piani di ambito fino al 2020 ammontano a 60,52 miliardi: la quota di finanziamento pubblico prevista è dell’11,2 per cento. Gli investimenti in acquedotti saranno 15,88 miliardi (56,2% manutenzione straordinaria su opere esistenti, compresi quelli per ridurre le perdite). Investimenti in depurazione e fognatura: 16,41 miliardi (56,4% su opere esistenti). L’investimento previsto procapite all’anno: 35 euro. Gli investimenti per volumi erogati: 9,74 €/mc.

    I costi operativi unitari della gestione, oggi a 0,90 €/mc, sono in crescita verso 0,92 €/mc. Pesa per 0,12 €/mc il canone di concessione, il funzionamento degli Ato e l’indebitamento pregresso degli enti locali. Oggi l’indebitamento pregresso degli enti locali – l’eredità del sistema delle municipalizzate e dell’in house – pesa per 7,6 euro su 100 di costi.

    Il consumo è stato di 5,34 miliardi di mc nel 2009 e dovrebbe crescere del 4,4% entro il 2020. La tariffa reale media è stata nel 2009 di 1,29 € per metro cubo. La tariffa media prevista al 2020 è di 1,57 €/mc.

    Giorgio Santilli
    Fonte: http://www.ilsole24ore.com
    Link: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Italia/2010/03/acqua-privatizzazione-problemi-conviri-passino_2.shtml
    22.03.2010

  • Kerkyreo

    Sono d’accordo!!

  • AlbertoConti

    Non ti seguo tanto. Qui stiamo parlando di un governo populista che impone per legge il nostro bene, privatizzare un servizio per risparmiare, ma sapendo a priori che se tutto va bene spenderemo il doppio di prima, per un servizio peggiore e non più uguale per tutti. Se resteremo senz’acqua in un paese ricco d’acqua sarà guerra civile, che è sempre una cosa assai incivile.

  • renatino

    Il popolo italiano non si rende conto della fortuna che ha: l’acqua.
    Io non capisco tutta quella gente che va a comprarsi l’acqua “minerale” a roma!!
    L’acqua di roma non è buona, è strabuonissima!!
    A meno che non si abbiano gravi patologie non capisco il bisogno di comprare l’acqua in bottiglia!

    Ribadisco il concetto: il popolo italiano NON SI RENDE CONTO della fortuna che ha!!
    Forse una temporanea chiusura dei rubinetti lo farà rinsavire.
    Ma si sa che abbiamo la memoria corta su tante cose!

  • Earth

    Come fai a non seguirmi, ti riprendo il messaggio di prima e te lo traduco in punti.
    1 Non mi faccio prendere in giro da nessuno
    2 Se il governo vuole privatizzare l’acqua di sicuro non e’ colpa mia, che mi informo costantemente e il popolo non si e’ mai battuto per niente, dunque penso: grazie a dio che me la concedono ancora per soldi!
    3 Allora mi domando se e’ colpa dei ricchi, che ci provano a schiavizzarci o del popolo che si fa schiavizzare, perche’ il cambio del comportamento di uno dei due evita i problemi che ci sono attualmente:
    a Se i ricchi la smettono di schiavizzarci e di iniziare a darci qualcosina, si risolve il problema
    b Se il popolo si ribella, i ricchi non possono schiavizzarci

    Infine ti chiedevo di chi e’ la colpa tra i due? Di chi utilizza la tecnica del puttaniere, ovvero di provarci sempre (il potere) o di chi si fa mettere la mano sulla coscia e poi lo incolpa, ma continuando a farsi toccare sempre di piu’? (il popolo)

    Non resteremo senz’acqua in un paese ricco d’acqua, ma ci spolperanno per bene, faranno in modo di aumentare le tariffe, piano piano e il giorno che ti ritrovi a pagare l’acqua come l’elettricita’ oramai saranno passati una decina di anni e ti sei abituato che e’ cosi’ mentre l’acqua potabile mondiale sara’ sempre piu’ scarsa dunque avvalora il comportamento di farla pagare cara, l’unico spunto per tornare al servizio pubblico sara’ quello di guardare i nostri vicini. Io ne dubito altamente che ci sara’ una guerra civile per qualsiasi evento futuro che sara’ graduale, oramai la linea la abbiamo gia’ oltrepassata da un pezzo e nessuno ha fatto niente, al posto della guerra civile vedrai un suicidio di massa, perche’ oramai tutti hanno inculcato nel cervello: il sistema e’ cosi’, il sistema e’ giusto, sono io che ho fallito. Accadra’ la guerra civile se e solo se, ci sara’ un evento invasivo e veloce, che anche la gente addormentata puo’ capire che e’ stata una fregatura, guardasi gli eventi finanziari in america, se non c’era obama a riprendere per i capelli il sistema finanziario ci sarebbe stata gia’ da un pezzo, il paese e’ andato a picco in nemmeno un anno, noi stiamo cadendo pian piano da vent’anni, oramai ci siamo abituati al degrado, come dire… assuefatti.

  • dana74

    non dimentichiamoci della legge Galli del 1994 che fa da apripista alla privatizzazione
    Se lasciamo uno strumento come quello, il referendum potrà annullare sì il decreto ronchi MA SE rimane in piedi la legge Galli siamo al punto di partenza:

    Ricopio da Terra Nuova di Gennaio 2010:

    Conflitti d’interesse

    E’ comunque un fatto che la privatizzazione dell’acqua fosse già iniziata molto tempo fa con la gestione affidata alle Spa quotate in borsa, che devono assicurare dividendi agli azionisti e quindi garantire margini di ricavi.
    Laddove queste SPA come soci anche i Comuni, l’Ente locale si pone di fatto in un terribile conflitto d’interesse poiché da una parte deve garantire un servizio pubblico e tutelare i cittadini, mentre dall’altra gode di dividendi tanto più alti quanto più su quel servizio idrico la speculazione è forte e le bollette sono salate.
    “Giaà con la legge numero 36 del gennaio 1994” spiega Paolo Carsetti, segretario del Forum italiano dei movimenti per l’acqua “era sato sancito il principio del completo recupero dei costi, sulla base del quale tutto il costo del servizio idrico deve essere caricato sulla bolletta e ogni utente rifonde nella percentuale del 7% sempre in bolletta, ciò che il gestore ha investito.
    Nel 2000, poi, il Testo Unico degli Enti locali ha previsto tre modalità di affidamento del servizio idrico:

    1) alle Società per Azioni private scelte con gara
    2) alle SpA miste pubblico-privato
    3) alle SpA pubbliche tramite affidamento diretto

    Con un decreto del 2008 è stato sancito che solo i via derogatoria l’affidamento può essere fatto senza gara e verso società a totale capitale pubblico, le cosiddette in house”

    A causa di queste norme, già nel 1999 il servizio idrico di Arezzo, primo comune in Italia è finito in mano ad una multinazionale francese e gli utenti hanno potuto toccare con mano gli aumenti delle tariffe.

  • Tao

    Oggi i media sono invasi dalle pubblicità delle multinazionali dell’energia e dell’acqua, che vogliono convincerci del loro contributo alla nostra qualità di vita e del loro ruolo indispensabile per rendere il nostro mondo migliore. Si tratti di lottare per la sopravvivenza degli orsi bianchi, di evitare il saccheggio delle risorse naturali o di migliorare il livello di vita di tutti, i meglio posizionati, ci dicono questi messaggi, sono i grandi gruppi multinazionali. A parole essi vogliono un nuovo diritto internazionale, che protegga i beni comuni dell’umanità. Non si oppongono, all’occorrenza, a che la legge consacri nuove norme, purché ostacolino poco la loro crescita e i loro profitti. Da questo punto di vista, i progetti del governo che limitano il ricorso al giudice sono musica per le loro orecchie.

    Tra questi nuovi «benefattori dell’umanità» le società idriche sono all’avanguardia. Hanno perfettamente capito che l’acqua, fonte indispensabile ed eterna di vita, li legittima a convincerci che sono loro i migliori difensori dell’ambiente. Arrivano fino a mettere le mani sull’unica organizzazione di governo dell’acqua (il Consiglio mondiale sull’acqua è diretto da un alto quadro di Veolia) e pretendono pure di contribuire a definire giuridicamente quali siano i beni comuni dell’umanità. Ma è bene ricordare che, nel corso dell’ultimo Forum dell’acqua a Istanbul, proprio quel Consiglio ha rifiutato di riconoscere nella dichiarazione finale che l’acqua è un diritto, limitandosi a scrivere che è un «bisogno fondamentale». Un giro sui siti Internet di Veolia Eau e di Suez può dare l’illusione che siano più ecologisti degli ecologisti. Questo si chiama «green washing»: passare una mano di verde, sottolineando gli interventi di sviluppo durevole per nascondere la realtà dei contratti e le loro conseguenze.

    Questa strumentalizzazione molto abile del messaggio ecologico non può che lasciare perplessi. I grandi gestori dell’acqua, nei Paesi del Sud, usano e abusano di messaggi compassionevoli nei confronti delle popolazioni delle bidonville dove intervengono, e dove a volte la realtà è davvero tragica. Come in certi quartieri poveri di La Paz, in Bolivia, dove la popolazione ha voluto denunciare, anche al prezzo di rivolte e di sangue, come non le fosse più garantito un sistema di distribuzione dell’acqua potabile giusto e universale.

    Anche la corruzione e le sue conseguenze sui mestieri legati all’acqua sono motivo di turbamento. A Bruxelles Veolia ha costruito, all’inizio degli Anni 2000, un immenso impianto di depurazione delle acque nere per il milione di abitanti della capitale. Ora è scoppiato uno scandalo che infiamma tutto il Belgio, dato che pare siano stati ignorati i principi minimi di precauzione ambientale. Recentemente diverse Ong, tra cui l’associazione Sherpa e la Fondazione France Libertés, hanno interpellato Gérard Mestrallet, presidente del gruppo francese Gdf-Suez, sui grandi rischi associati alla costruzione della diga per la centrale idroelettrica di Jirau sul rio Madeira, il secondo fiume dell’Amazzonia brasiliana. Le popolazioni sono esasperate per quella che denunciano come una deforestazione selvaggia, in barba alla legge locale.

    La logica del chiudere gli occhi per non vedere permette ogni doppiezza. Questo nuovo piffero magico che ci suonano Veolia e Suez Environnement deve stimolare la nostra vigilanza. È indispensabile cercare l’informazione là dov’essa è dissimulata perché non si veda che smentisce violentemente i discorsi etici di facciata.

    Danielle Mitterand ( PRESIDENTE DELLA FONDAZIONE FRANCE LIBERTÉS) e William Bourdon ( AVVOCATO, PRESIDENTE DELL’ASSOCIAZIONE SHERPA)
    Fonte: http://www.lastampa.it
    Link: http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7130&ID_sezione=&sezione=
    24.03.2010

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