DI UGO MATTEI
lastampa.it
Caro Direttore,
in questi giorni il dibattito sulla privatizzazione dell’acqua, successivo all’approvazione del decreto Ronchi e alla decisione di sottoporlo a referendum ex art. 75 della Costituzione si sta arricchendo di importanti contributi. Alla vigilia della Giornata mondiale dell’acqua, il nostro Paese ha visto, sabato scorso, sfilare a Roma migliaia di persone che hanno protestato contro la nuova norma. Se è vero che invariabilmente gli ultimi referendum non hanno raggiunto il quorum del 50% dei partecipanti dimostrando stanchezza dell’elettorato per uno strumento di democrazia diretta che dovrebbe essere usato soltanto come extrema ratio, è altrettanto vero che questa volta la posta in gioco è altissima. Un dibattito serio su questo tema è dunque essenziale perché davvero ne va di mezzo il futuro di tutti noi.Infatti, la consegna definitiva del controllo delle riserve idriche a soggetti privati multinazionali, voluta dal Decreto Ronchi costituisce la più significativa resa della sovranità politica a soggetti privati multinazionali avvenuta in Italia negli ultimi vent’anni. Ciò è avvenuto con un semplice voto di fiducia (senza dibattito parlamentare) proprio mentre in tutto il mondo si sta cercando di ripensare il modello di sviluppo fondato sulla privatizzazione e sull’egemonia delle compagnie multinazionali per smussarne quantomeno i lati speculativi più inaccettabili.
Per esempio, il Comune di Parigi, dopo venticinque anni in cui due multinazionali si spartivano il controllo del mercato idrico, è tornato ad un modello di gestione pubblicistica con immediata riduzione delle tariffe ed aumento degli investimenti. Infatti, abbiamo visto come la gestione «for profit» dei servizi idrici, come peraltro di tutti i servizi di pubblica utilità resi in regime di monopolio o di oligopolio (per esempio le Autostrade), comporti storicamente una riduzione degli investimenti ed un aumento dei prezzi.
Per far fronte a questo problema strutturale occorre perciò escogitare buoni strumenti non profit (su cui la cultura giuridica sta lavorando), i soli che consentono il prevalere di una logica ecologica di lungo periodo piuttosto che di quella economica di brevissimo periodo dettata dai valori delle azioni sui mercati finanziari.
La progressiva scarsità dell’acqua sta creando in tutto il mondo una corsa delle multinazionali al controllo di ogni risorsa idrica, perché si tratta di controllare una potenziale fonte di profitto ingentissima creato da un bisogno ineludibile, quello di bere ed irrigare. Senza acqua la vita è semplicemente impossibile e ci sarà quindi sempre domanda di oro blu. Ma questa risorsa soddisfa un diritto fondamentale dell’uomo ed è troppo importante per essere gestita con a mente il solo profitto.
Il decreto Ronchi obbliga alla privatizzazione del servizio idrico costringendo ogni ente, (pubblico o privato che sia) che attualmente in modo diverso da territorio a territorio sta gestendo l’acqua a trasferire il controllo a società private entro fine 2011. Questa scelta politica, provocando la simultanea offerta sul mercato di tutte le quote di gestione, avrà come effetto naturale la svendita del servizio creando le condizioni per un ennesimo regalo dal pubblico al privato.
È singolare come il decreto sia stato voluto da una maggioranza in cui una componente assai forte fa del federalismo e dell’autonomia dei territori una propria bandiera. Esso concretizza in realtà una mossa di centralizzazione nella gestione dell’acqua irragionevole, autoritaria ed estremamente pericolosa per la stessa sopravvivenza. Molti amministratori locali, costretti a svendere strutture e tecnologie create negli anni sulla base della fiscalità generale, se ne stanno accorgendo. La speranza è che il dibattito referendario possa far capire questa drammatica realtà anche a quei cittadini che vogliono essere padroni a casa propria.
Ugo Mattei (Professore di Diritto civile all’Università di Torino)
Fonte: www.lastampa.it
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23.03.2010
Tao 24 marzo 2010
Oggi i media sono invasi dalle pubblicità delle multinazionali dell’energia e dell’acqua, che vogliono convincerci del loro contributo alla nostra qualità di vita e del loro ruolo indispensabile per rendere il nostro mondo migliore. Si tratti di lottare per la sopravvivenza degli orsi bianchi, di evitare il saccheggio delle risorse naturali o di migliorare il livello di vita di tutti, i meglio posizionati, ci dicono questi messaggi, sono i grandi gruppi multinazionali. A parole essi vogliono un nuovo diritto internazionale, che protegga i beni comuni dell’umanità. Non si oppongono, all’occorrenza, a che la legge consacri nuove norme, purché ostacolino poco la loro crescita e i loro profitti. Da questo punto di vista, i progetti del governo che limitano il ricorso al giudice sono musica per le loro orecchie.
Tra questi nuovi «benefattori dell’umanità» le società idriche sono all’avanguardia. Hanno perfettamente capito che l’acqua, fonte indispensabile ed eterna di vita, li legittima a convincerci che sono loro i migliori difensori dell’ambiente. Arrivano fino a mettere le mani sull’unica organizzazione di governo dell’acqua (il Consiglio mondiale sull’acqua è diretto da un alto quadro di Veolia) e pretendono pure di contribuire a definire giuridicamente quali siano i beni comuni dell’umanità. Ma è bene ricordare che, nel corso dell’ultimo Forum dell’acqua a Istanbul, proprio quel Consiglio ha rifiutato di riconoscere nella dichiarazione finale che l’acqua è un diritto, limitandosi a scrivere che è un «bisogno fondamentale». Un giro sui siti Internet di Veolia Eau e di Suez può dare l’illusione che siano più ecologisti degli ecologisti. Questo si chiama «green washing»: passare una mano di verde, sottolineando gli interventi di sviluppo durevole per nascondere la realtà dei contratti e le loro conseguenze.
Questa strumentalizzazione molto abile del messaggio ecologico non può che lasciare perplessi. I grandi gestori dell’acqua, nei Paesi del Sud, usano e abusano di messaggi compassionevoli nei confronti delle popolazioni delle bidonville dove intervengono, e dove a volte la realtà è davvero tragica. Come in certi quartieri poveri di La Paz, in Bolivia, dove la popolazione ha voluto denunciare, anche al prezzo di rivolte e di sangue, come non le fosse più garantito un sistema di distribuzione dell’acqua potabile giusto e universale.
Anche la corruzione e le sue conseguenze sui mestieri legati all’acqua sono motivo di turbamento. A Bruxelles Veolia ha costruito, all’inizio degli Anni 2000, un immenso impianto di depurazione delle acque nere per il milione di abitanti della capitale. Ora è scoppiato uno scandalo che infiamma tutto il Belgio, dato che pare siano stati ignorati i principi minimi di precauzione ambientale. Recentemente diverse Ong, tra cui l’associazione Sherpa e la Fondazione France Libertés, hanno interpellato Gérard Mestrallet, presidente del gruppo francese Gdf-Suez, sui grandi rischi associati alla costruzione della diga per la centrale idroelettrica di Jirau sul rio Madeira, il secondo fiume dell’Amazzonia brasiliana. Le popolazioni sono esasperate per quella che denunciano come una deforestazione selvaggia, in barba alla legge locale.
La logica del chiudere gli occhi per non vedere permette ogni doppiezza. Questo nuovo piffero magico che ci suonano Veolia e Suez Environnement deve stimolare la nostra vigilanza. È indispensabile cercare l’informazione là dov’essa è dissimulata perché non si veda che smentisce violentemente i discorsi etici di facciata.
Danielle Mitterand ( PRESIDENTE DELLA FONDAZIONE FRANCE LIBERTÉS) e William Bourdon ( AVVOCATO, PRESIDENTE DELL’ASSOCIAZIONE SHERPA)
Fonte: www.lastampa.it
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24.03.2010
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