Di Marilina Veca
Siamo nei giorni che precedono la memoria del genocidio armeno (gli armeni usano l’espressione Metz Yegern, Մեծ Եղեռն, ‘il grande crimine’), celebrato il 24 aprile: in questo giorno si commemorano le vittime di uno degli eventi più crudeli e disumani della storia recente dell’umanità.
Con il termine genocidio armeno, talvolta definito olocausto degli armeni, si identificano le deportazioni ed eliminazioni di armeni perpetrate dall'Impero ottomano tra il 1915 e il 1916, che causarono circa tre milioni di morti. Arresti e deportazioni di civili Armeni furono compiuti in massima parte dai ‘Giovani Turchi’. In quelle che sono state chiamate ‘marce della morte’: 1.200.000 persone furono uccise, centinaia di migliaia di persone morirono per fame, malattia, fatica, percosse, stupri. Vi sono molte prove inoppugnabili sul fatto che ci fosse una volontà determinata della classe dirigente ottomana di eliminare la popolazione armena: è noto che il Ministro dell'Interno turco, Tallat Pascià, disse all’ambasciatore Morgenthau[1] - cosa che Morgenthau ricorda nelle sue Memorie: «Ci siamo liberati di tre quarti degli armeni… L’odio tra armeni e turchi è così grande che dobbiamo farla finita con loro, altrimenti si vendicheranno su di noi».
Ricordiamo, per la cronaca, che la Turchia rifiuta di riconoscere il genocidio ai danni degli armeni, causa questa di tensione tra Unione europea e Turchia e anche con la Santa Sede. Il 12 aprile 2015 papa Francesco riferendosi agli avvenimenti ha parlato esplicitamente di genocidio, citando anche una dichiarazione del 2001 di papa Giovanni Paolo II e del patriarca armeno, in occasione della messa di commemorazione del centenario in San Pietro, dichiarando che quello armeno ‘viene definito come il primo genocidio del XX secolo’.
Ho ritenuto necessaria questa ampia premessa sul genocidio armeno, perché evidentemente la verità storica conclamata e le dichiarazioni di due Romani Pontefici, nonché l’approssimarsi della data commemorativa del genocidio armeno, non sono stati sufficienti per scongiurare una vergognosa iniziativa svoltasi il 10 aprile u.s. presso la Pontificia Università Gregoriana a Roma: si tratta della XII Conferenza Scientifica Internazionale dal titolo ‘Cristianesimo in Azerbaigian: storia e modernità dedicata al patrimonio dell’Albania caucasica’. L’evento è stato organizzato dal Baku International Multiculturalism Center, dall’A.A. Bakikhanov Institute of History and Etnology dell’Accademia Nazionale delle Scienze dell’Azerbaigian, dall’Ambasciata della Repubblica di Azerbaigian presso la Santa Sede e dalla Comunità religiosa cristiana Alban-Udi. Una iniziativa sconcertante – anche se non ufficialmente promossa dalla Gregoriana, alla quale è stato comunque consentito di svolgersi in una grande aula della Pontificia Università – senza che alcuna organizzazione di studi armeni ne fosse a conoscenza, come ha dichiarato anche il ‘Team di Monitoraggio del patrimonio culturale dell’Artsakh’ con un comunicato che spiega: “Sono stati riuniti e reclutati decine di specialisti provenienti da diversi paesi (Turchia, Kazakistan, Uzbekistan, Corea del Sud, Russia, Polonia, Italia, Georgia, Germania, Francia, Canada, Stati Uniti, Lituania) con l’obiettivo di escludere la storia armena, la cultura armena e la presenza degli Armeni nel territorio dell’Azerbaigian, quindi, in particolare quei monumenti armeni, ricoperti da centinaia di iscrizioni armene, vengono presentati come albanesi. Si tratta di Amaras, Ganadzasar, Dadivank, ecc. Per noi è anche incomprensibile che abbiano partecipato alcuni noti ricercatori del settore, visto che a questa Conferenza non ha partecipato nessun ricercatore Armeno e non è stata pronunciata una sola parola sugli Armeni. Esprimiamo la nostra protesta e preoccupazione alle organizzazioni e alle comunità armene per la conservazione della cultura, alla comunità scientifica internazionale e alle nostre autorità per aver nascosto e ignorato in questo modo la nostra memoria, la nostra storia e la nostra cultura”.
Inutile sottolineare come anche in questo caso, a giustificazione di un evento dannoso e anticulturale, venga invocato un dialogo fra le religioni, che, se basato su menzogna e prevaricazione – come in questo caso – serve a diffondere odio e prevaricazione, non certo conoscenza reciproca e fraternità.
Il Consiglio per la comunità armena di Roma ha stigmatizzato l’evento con un comunicato stampa: “Il Consiglio per la comunità armena di Roma si unisce allo sgomento e rabbia di tutti gli Armeni per quanto accaduto ieri presso la Pontifica Università Gregoriana di Roma dove l’Ambasciata dell’Azerbaigian presso la Santa Sede ha organizzato un convegno dal titolo Cristianesimo in Azerbaigian, affittando un locale dell’Istituto senza rivelare alla proprietà la vera natura politica dell’iniziativa, come già accaduto anche in passato per concerti organizzati presso parrocchie romane.
Nel corso di questo evento ancora una volta gli oratori hanno ripetuto la falsa teoria sulla Chiesa Cristiana Albana che sarebbe stata spodestata da quella Armena; teoria infondata e ridicola che non ha alcun cultore al di fuori dell’Azerbaigian e che è stata riproposta per giustificare l’occupazione del Nagorno-Karabakh (Artsakh) cancellando secoli di civiltà e storia armena nella regione, dopo aver cacciato da quei territori, sotto la minaccia della pulizia etnica, più di 120 mila Armeni, che oggi, dopo aver perso tutto, persino le tombe dei loro cari, si trovano rifugiati in Armenia.
Ma non solo tali assurdità sono risuonate alla Gregoriana. Vi è stato persino chi ha attaccato gli Armeni, come l’analista politico Fuad Akhundov, accusandoli di distruggere i monumenti e i siti religiosi azeri e arrivando perfino ad affermare che “queste azioni non sono solo atti di vandalismo contro il patrimonio storico e culturale dell’Azerbaigian, ma riflettono anche una politica anticristiana volta a distorcere la vera storia della regione”.
Non possiamo che rilevare che si tratti solo di un patetico tentativo per scaricare sull’inerme popolo armeno le proprie colpe, vista l’opera di distruzione compiuta recentemente in Nagorno-Karabakh e, sul finire del secolo scorso, a Julfa.
Il Consiglio per la comunità armena di Roma, che ha provveduto ad inviare una missiva al Rettore dell’Università Gregoriana, ritiene inaccettabile che istituzioni pontificie, ancorché in buona fede, ospitino tali eventi caratterizzati da armenofobia, razzismo, intolleranza e basati su teorie prive di qualsiasi valore storico, religioso e scientifico e offensive nei confronti di un popolo che ha versato il proprio sangue per non rinnegare la propria fede Cristiana e che si sta accingendo a commemorare il prossimo 24 aprile il 110° anniversario del Genocidio del 1915 dove persero la vita più di un milione e mezzo di Cristiani Armeni.
Non è tollerabile che università, chiese e parrocchie diventino vittime della politica manipolatrice di un regime che Freedom House colloca tra le dieci peggiori dittature al mondo. Un regime che a suon di soldi e bugie cerca di annientare la millenaria civiltà̀ di un popolo che per primo, nel 301, abbracciò ufficialmente il Cristianesimo.” Il comunicato termina con un appello alla Conferenza Episcopale Italiana e alle Istituzioni vaticane a vigilare con attenzione per prevenire simili atti mistificatori e non rischiare di essere accusate di complicità con il regime dell’Azerbaigian.
Appello che lascia poco sperare in un giusto accoglimento dal momento che è difficile credere che il Rettore della Pontificia Università Gregoriana, che ha dato in affitto la sala la più grande e di rappresentanza della Gregoriana, potesse non sapere che tipo di evento o conferenza era stata organizzata. Lascia poco spazio ad una buona fede delle autorità vaticane il fatto che il Cardinale Gugerotti Prefetto del Dicastero della Santa Sede per le Chiese Orientali abbia inviato alla conferenza un messaggio sconcertante, a dir poco, di apprezzamento per il convegno.
Visto che, come diceva Andreotti, a pensar male si fa peccato ma ci s’azzecca sempre, potremmo maliziosamente pensare che possa avere a che fare con l’atteggiamento vaticano il fatto che gli azeri stiano finanziando, in occasione del Giubileo, il restauro della basilica di San Paolo fuori le Mura. Ma questa è un’altra storia. O forse la stessa.
Ricordiamo anche, sempre per dovere di cronaca, che questo non è il primo evento che si svolga a Roma, offendendo la verità storica e colpendo gravemente l’Armenia. Si è trattato della mostra del febbraio scorso al Colosseo, “Göbeklitepe: L’enigma di un luogo sacro”, dove la storia viene mistificata e l’Armenia semplicemente cancellata dalla cartina geografica.
In quell’occasione fu inviata una lettera di protesta al Ministro della Cultura Giuli che riteniamo utile riproporre in quest’occasione:
“Egr. sig. Ministro, stiamo ricevendo da qualche giorno proteste provenienti da varie parti del mondo relative a una mostra, allestita al Colosseo, dal titolo “Göbeklitepe: L’enigma di un luogo sacro”. L’evento è patrocinato dal Suo dicastero, dall’omologo ministero turco e dall’ambasciata di Turchia a Roma.
Ci viene segnalato che l’allestimento è stato utilizzato per manifestare le più deprecabili teorie nazionaliste genocidiarie e anti armene. Nei pannelli illustrativi l’Armenia – la grande Armenia storica che si estendeva dal mar Caspio al Mediterraneo – è stata omessa. Così come l’attuale repubblica di Armenia. Al suo posto i curatori hanno pensato bene di collocare un “grande Azerbaigian”, Paese inesistente fino al 1918 il cui autocratico Presidente continua ancora oggi a minacciare la repubblica di Armenia accampando pretese su fantomatiche “terre storiche azerbaigiane” (sic!).
Anche se l’evento terminerà a breve riteniamo opportuno, anzi indispensabile, un Suo autorevole sollecito intervento per allontanare subito qualsiasi sospetto che la mostra sul sito archeologico sia stato solo un pretesto per dar spazio alle più bieche teorie nazionaliste turche degne di un membro dei “Lupi grigi”.”
Evidentemente non è bastato, il secondo evento è più grave del primo. Dobbiamo aspettare un terzo step di malafede, incultura ed ignoranza storica? Noi pensiamo che possa bastare così. Lo speriamo.
Di Marilina Veca
Marilina Veca. giornalista e scrittrice Associazione WebCattolici Free Lance International Press
NOTE
[1] Henry Morgenthau, nato a Mannheim, Germania, 1856, Avvocato di origine ebraica, naturalizzato americano, nel 1913, nominato ambasciatore degli Stati nell’Impero Ottomano, Presso Talaat Pascià, Ministro degli Interni, intervenne per scongiurare la totale distruzione del popolo armeno in Turchia, non appena fu informato delle deportazioni e dei massacri. Raccoglie lettere e petizioni dei deportati, riceve rapporti sistematici dai consoli americani dislocati nelle varie città dell’Anatolia, li invia a Washington, senza tuttavia ricevere il sostegno diretto del suo Paese. I consolati degli USA all'interno dell'Impero ottomano cominciarono subito ad inviare notizie allarmanti riguardo il reale obiettivo delle misure prese contro gli armeni. Malgrado le difficoltà di comunicazione durante la Prima guerra mondiale, i consoli Oscar Heizer da Trebisonda, Leslie Davis da Harput e Jesse Jackson da Aleppo, inviavano notizie e documentazioni dirette sul trattamento subito dagli armeni. Jackson, in un incontro con Morgenthau, evidenziava che le persecuzioni contro gli armeni costituivano uno schema preparato accuratamente per eliminare completamente l’etnia armena. Il 16 luglio 1915, Morgenthau inviò un dispaccio al Dipartimento di Stato denunciando che la campagna di sterminio dei sudditi cristiani stava progredendo notevolmente. La consapevolezza di non avere potuto evitare il disastro degli armeni gli aveva procurato uno stato di amarezza, di inquietudine e di prostrazione. Nel 1916 lascia la Turchia e torna in America dove si dedica a raccogliere fondi per gli armeni sopravvissuti. Solo nel 1918 riesce a rendere pubbliche le documentazioni e i rapporti sul massacro degli armeni, a tenere conferenze e a pubblicare il libro Ambassador Morgenthau’s Story, che, prima dell’entrata in guerra degli USA, era stato sottoposto a censura. Nel capitolo che riguarda gli armeni, intitolato “The murder of a Nation”, Morgenthau analizza la metodologia genocidaria appresa dai turchi alla scuola dei consiglieri tedeschi e denuncia il ruolo e le responsabilità della Germania alleata dell'impero ottomano nella prima guerra mondiale.
ric 14 aprile 2025
genocidio degli ARMENI... si ripete in PALESTINA , ma gli assassini sino sempre gli stessi...
DUNMEH----