Home / ComeDonChisciotte / 100 RUBLI E 100 DOLLARI (VIAGGIO IN METROPOLITANA A MOSCA)

100 RUBLI E 100 DOLLARI (VIAGGIO IN METROPOLITANA A MOSCA)

DI GIULIETTO CHIESA
ilfattoquotidiano.it

Sono in fila, nella stazione Kropotkinskaja del metro di Mosca. Sto contando i rubli necessari per comprare un biglietto. Costa 28 rubli, ma io sono disordinato e tengo sempre monete e banconote nella stessa tasca. Così tiro fuori una manciata di soldi, a caso, con il risultato che un biglietto da 100 rubli cade a terra.

Non faccio a tempo a chinarmi a raccoglierlo. Un uomo si precipita più velocemente di me. Afferra la banconota, e me la porge con un gesto gentile e umile al tempo stesso.

Ha una barba incolta, ma non lunga, arruffata, con qualche filo bianco. Il viso è largo, scavato, russo come quello dei marinai della Corazzata Potiomkin. L’avevo notato distrattamente, con la coda dell’occhio, mentre mi guardava con intenzione. Io l’avevo catalogato frettolosamente come un candidato mendicante. Cioè come un mendicante che non si è ancora esplicitato come tale. O, peggio, come uno di quelli che colgono l’occasione, cercano il pollo, lo studiano con cura e poi colpiscono. Ce ne sono anche a Mosca, e la Kropotkinskaja, proprio vicino alla Chiesa del Salvatore, è un posto tra i più adatti per i polli.  

L’occasione gliel’ho offerta io, mostrandogli quel fascio di banconote. Penso che un tempo una cosa del genere non sarebbe stata semplicemente possibile. Parlo dei tempi sovietici, ormai così lontani che nessuno se ne ricorda più. Almeno in Occidente. Adesso l’omogeneizzazione, l’amalgama globalizzatore, è tale che i mendicanti, i borseggiatori, i poveri diavoli si vedono con la stessa triste intensità di ogni capitale del mondo. Mosca non fa più eccezione.

Non è che allora non ci fossero i miserabili. C’erano, ma non si vedevano. Erano di meno comunque, erano diversi. Quando si vedevano venivano semplicemente e velocemente tolti alla vista, come si faceva con gli ubriachi, specie d’inverno, perché non morissero assiderati….

Ma lui, questo, i 100 rubli me li ha rimessi in mano. E l’anomalia dev’essere spiegata.

Sarà lui stesso a togliermi l’interrogativo dalla testa. Il mio biglietto spegne il rosso e mi fa accedere lungo lo scalone mobile e velocissimo che mi sprofonda nelle viscere, ai treni che portano alla Biblioteca Lenin, e poi alla Tverskaja. E lui mi segue. Anzi, mi affianca. Non è spavaldo, continua a tenere il capo un po’ piegato sulla spalla sinistra, che gli dà un aspetto tra il curioso e il timido. Ma testardo.

“Lei è uno straniero, vero?” Ovvio che mi ha riconosciuto. Non conosco straniero che possa mimetizzarsi, in Russia, anche se sta zitto. Basta un paio di scarpe, una cravatta. Mille dettagli ti tradiscono. Posso solo dire che, con il tempo, sono diventato io stesso come loro. Nel senso che sono in grado di riconoscere un russo – meglio ancora una russa – a trecento metri di distanza, quando sono in un qualche posto fuori dalla Russia. Dunque siamo pari. Ed è l’unico senso in cui possiamo essere pari. Sto sulle mie. Curioso anch’io. Ma che vuole? 

“Mi fa piacere incontrare un italiano. Proprio oggi ho composto una poesia sul mare di Crimea. Voi avete un mare bellissimo. Posso dirglielo,  anche se l’ho visto solo al cinema. Le va se gliela recito?”

Adesso penso che non siamo pari, niente affatto pari. Come avrà fatto e sapere che sono anche italiano, oltre che straniero? Glielo dico. “Lei ha una faccia nota”, risponde laconico. E comincia a recitare la sua poesia. Io uno scalino di sotto, lui uno scalino di sopra, a voce bassa. Parla e canta, come fanno i russi quando recitano poesie. I versi sono zampillanti, veloci, ironici. Non so se ho capito tutto, ma non importa: mi piacciono. Mi piace come li recita. Il viaggio sarà lungo, c’è un passaggio di stazione, un largo corridoio affollato, che procede  come un fiume scuro,  che ignora la nostra presenza. E lui recita, una seconda poesia, poi una terza. S’interrompe, per timidezza, solo quando prendiamo il secondo convoglio. E’ pieno di gente e, forse, non vuole essere ascoltato. Infatti recita solo per me, per lo straniero, per l’italiano che si porta dietro il suo mare. E’ un regalo? E perché mai dovrebbe farmi questo regalo? Non ho risposta. Ascolto. Diffidente. Questa è una trappola, anche se non vedo da dove potrebbe venire il pericolo. Oppure è un pazzo, banalmente, che vuole parlare, comunicare, sfogarsi.

La Tverskaja con i suoi marmi sontuosi, ci accompagna verso l’uscita. Questa volta io sono sullo scalino superiore e lui, sullo scalino di sotto, ancora mi propone dei versi. “Questa è di Esenin, la conosce? Shaganè, ty mojà, Shaganè, potomu, chto ja s severa, chto li…”. S’interrompe. “No, dovrei recitare dei versi di Pushkin. Qui fuori, sulla piazza, c’è il suo monumento”. Ci ripensa. Riprende Esenin. Come avrà fatto a sapere che è una delle poche poesie russe che un pò conosco? Mistero, un caso.

“Lei, come si chiama?”, gli chiedo. “Boris”- risponde – Boris Mikhailovic”.  

E non aggiunge altro. La scala mobile è ancora lunga. E io non ho ancora capito cosa sta succedendo. Penso che dovrei ringraziarlo. In effetti mi sento in debito. Questo Boris, mi ha regalato mezz’ora di musica, che non gli avevo chiesto.

“Ha un telefono, Boris Mikhailovic? Magari domani possiamo fare colazione insieme, che ne dice?” Scuote la testa, sorride. “Il telefono ce l’ha mia moglie, ma io non vivo più da lei. Ma non importa, è stato un piacere per me”.  Lo guardo meglio. La giacca è logora. I bordi delle maniche, appoggiate sul passamano, sono palesemente lisi. Forse gli potrei fare un piccolo regalo, così per ricambiare.

Infilo la mano nella solita tasca disordinata. Là dentro ci sono, oltre ai rubli, anche quel pò di dollari che bisogna portarsi dietro, non si sa mai. L’intenzione è di dargli 100 rubli. Penso che varranno sì e no, per  comprarsi un hot dog sulla Piazza Pushkin. Sono meno di tre euro. Con i tempi che corrono non ci sta neanche un hot dog. Meglio duecento. Ma non escono duecento rubli, escono cento rubli e cento dollari. Glieli porgo, un pò rammaricato. Ma non oso trattenere la mano. Dietro di me c’è l’intero mare d’Italia. Ho di fronte la Poesia, non Boris Mikhailovic. Accidenti! Cento dollari sono tanti per cinque poesie! Mi sono fregato da solo. Lui, sorridendomi dal basso verso l’alto, mi afferra la mano, guardandosi intorno in fretta, che nessuno abbia visto. E me la chiude nella sua. “Non ho bisogno di nulla. Era un regalo”.

Poi sparisce in mezzo alla gente, senza darmi nemmeno il tempo di riavermi, di dargli il mio numero di telefono, di dirgli addio.  

Gulietto Chiesa
Fonte: www.ilfattoquotidiano.it
Link: http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/22/100-rubli-e-100-dollari-viaggio-in-metropolitana-a-mosca/389286/
22.10.2012

Pubblicato da Davide

  • Kvas

    A mosca si trova di tutto e di più. è un esempio di una delle migliaia di situazioni in cui ci si può ritrovare in questa megalopoli lanciata folle corsa verso il futuro. Non c’è nulla di particolare e soprattutto nessuna considerazione a posteriori da trarre da questo episodio.

  • RicBo

    Incontri così si possono fare in qualsiasi capitale del mondo. Ricordo bene l’emozione che provai a parlare con un griot nigeriano a Parigi. Non so dove vuole arrivare questo articolo.

  • kenoby

    bellissima esperienza… ma inutile per un articolo… li dai a me i 100 verdoni a questo punto che sono proprio a zero?? ;).

  • ericvonmaan

    Giulietto Chiesa anche poeta adesso…

  • luca

    semplicemente grande l’anima russa…
    e fortunatamente, mi accogliera’ di nuovo…
    e dal mio appartamento,
    guardero il sole di tardo novembre
    tramontare dietro allo sputnik di проспекте Мира…

  • Tonguessy

    La splendida gratuità del regalo vista con gli occhi dell’Occidente: mi sta fregando.
    Forse perchè, dal piano Marshall in avanti e indietro, l’Occidente non ha saputo regalare niente se non dietro cospicui compensi?

  • ottavino

    Ah, di sicuro cose così non capitano a quegli idioti che vanno in giro con le cuffie….

  • cirano60

    La sigla KGB non ricorda nulla al buon Chiesa ?. i servizi segreti cambiano nome ma non scompaiono. Il romantico Giulietto pensava di essere libero durante il suo viaggiare in russia, secondo me è stato “agganciato sin dal suo arrivo.
    Il personaggio incontrato ha recitato la commedia propagandistica del contadino russo da personaggio Cekoviano , anche in tal modo Putin fa politica.

  • Eshin

    Bello!

  • Jor-el

    Troppo russo per essere vero? Ci ho pensato anch’io 😉

  • nigel

    Io avrei insistito. Probabilmente gli avrei infilato i cento dollari in tasca e sarei scappato via. I ricordi più belli della mia mia vita sono quelli in cui ho potuto tangibilmente dimostrare la mia solidarietà a un essere vivente, uomo o animale che fosse. Ricordo ancora il viso stravolto dalle privazioni di un ragazzo di 12-13 anni, che trascinava per qualche spicciolo i bagali di micragnosi viaggiatori. Misi la mano in tasca d’impulso e gli diedi 10.000 delle vecchie lire, la metà esatta di quanto avevo in tasca. Lo sguardo e il “grazie” che ricevetti mi ripagarono con gli interessi

  • Denisio

    penso che sia quello che ha magistralmente saputo trasmettere questo Boris Mikhailovic al buon uomo al suo cospetto

  • Nauseato

    Alquanto vero.

  • albsorio

    Siamo talmente abituati a dover dare per avere che quando qualcuno, come in questo caso, ci da qualcosa liberamente e senza motivo ci lascia sconvolti, quello che ha perso Giulietto è la possibilitá di conoscere una persona incontrata casualmente. La vita è un insieme di casualita, buone e cattiive.

  • BaronCorvo

    “I miserabili erano di meno comunque, erano diversi”

    Non è vero, trattasi di oleografia gratuita. A che serve non si sa.

  • Elisenda

    Capisco la necessità di scrivere un articolo su questa bellissima esperienza, ma forse quel che sbaglia Chiesa è che non è necessario porsi troppe domande.

    “E non aggiunge altro. La scala mobile è ancora lunga. E io non ho ancora capito cosa sta succedendo. Penso che dovrei ringraziarlo. In effetti mi sento in debito. Questo Boris, mi ha regalato mezz’ora di musica, che non gli avevo chiesto.”

    Non è necessario chiedere quanto non è necessario porsi domande. Il caso è padrone dei nostri incontri – o scontri.

    In ogni istante la genuina spontaneità e bellezza della natura e degli animali ci regalano degli spettacoli fantastici. Beh, anche l’uomo è un animale, e quando se ne ricorda è capace di fare dei regali del genere…

    A mio avviso, in questi casi, un grazie, uno sguardo o un sorriso sono più esplicativi e sinceri di un paio di banconote – con le quali probabilmente tra un po’ potremo letteralmente pulirci i fondelli, per la cronaca -, idea che affiora nella mente del giornalista semplicemente perché nota la giacca lisa e logora. Poteva fermarsi alla colazione.

  • Allarmerosso

    no dice che la poesia gliel’hanno raccontata, evidentemente non era attentoa

  • Allarmerosso

    Vale per tutti i paesi del mondo o solo per la Russia ? Solo per chi cambia nome o anche per chi tiene lo stesso ?

  • BaronCorvo

    Il mio più bel ricordo di queste cose invece è quando di notte accanto a piazza Barberini vidi una povera nera piccolina seduta, con i vestiti messi molto male, sola su un gradino di un negozio con una faccia sconsolata. Mi avvicinai e le diedi cinque euro ma lei quasi li rifiutava e glieli ho dovuti mettere in mano; non mi guardava negli occhi, quasi non li voleva e aveva un’aria scontenta. Allora ho capito; le ho sorriso, le ho dato una carezza sul viso, lei si è illuminata e mi ha guardato negli occhi stringendomi forte la mano.

  • Firenze137

    io invece dico grazie molte dell’articolo. Che poi secondo me non è un articolo ma qualcosa di più. E’ il cuore che parla e racconta. Il cuore che i 100 rubli non sono riusciti a comprare.

    Almeno a me piace pensarla così. Grazie Giulietto.

  • cirano60

    Se non è stato il parto della fantasia di Chiesa , che ha creato un piacevole racconto,
    con reminiscenza di letture dei grandi romanzieri russi, tra l’altro l’atmosfera ricorda un pò il Gogol del Il Cappotto, propendo per la mia ipotesi: uno che chiede l’elemosina non può permettersi di fare un gesto di risentito amor proprioi,anche se l’avesse voluto,quale scrupolo di accettare una somma da un turista benestante?.
    Non c’è da meravigliarsi, il Grande Fratello è ovunque, voglio dire che lo stato poliziesco ha germinato enormemente con innumerevoli delatori a libro paga,specialmente qui in italia.
    Forse in altri paesi di meno, ma con la globalizzazione della criminalità ormai è un fenomeno che investe tutte le società dell’occidente.

  • maristaurru

    Credo che Giulietto Chiesa abbia voluto a suo modo evidenziare come in Occidente abbiamo perso il concetto del dono. Possiamo al massimo arrivare a concepire la carità, ma non siamo in grado di immaginare che si possa ricevere qualcosa senza pagare. Il piacere del dono lo abbiamo dimenticato, forse perchè dobbiamo pagare persino quello che non consumiamo realmente, paghiamo, credo unici al mondo persino il consumo presunto e il guadagno presunto viene tassato. Nessuno ti regala nemmeno un saluto per nulla e lo stesso Chiesa calcola quanto del suo tempo ha speso il russo per recitargli la sua poesia.. siamo intrisi di calcolo e contabilità persino dei sentimenti. Un racconto da conservare.

  • Mondart

    … un test di Rorschach.

  • Giovina

    Giulietto forse non si e’ accorto che lui stesso ha fatto un dono a quell’uomo, seppure tutto diffidente lo ha ascoltato, gli ha tenuto compagnia.

    Quanto numerosi e quanto fugaci e inavvertiti gli incontri umani! Come i nostri pensieri.

  • Earth

    disse il vecchietto di un’altra generazione

  • nuvolenelcielo

    è quasi sempre negli emarginati dal sistema che si trova l’umanità

  • nigel

    Non possiamo lenire il Dolore del mondo, ma forse possiamo manifestare un briciolo di solidarietà verso chi ha l’unico torto di essere stato meno fortunato di noi. Infatti “…un uomo privo di pietà è più secco di un osso di Ezechiele..” (G. Ceronetti)