COMEDONCHISCIOTTE INTERVISTA MARC SILVER
Una traduttrice di ComeDonChisciotte, Cristina Mazzaferro, ha reso in italiano le pagine del progetto Resist - Redefining the rebel spirit of out times, ideato dal regista Marc Silver.
Come ringraziamento, Silver ha dato la sua disponibilità per un'intervista via mail.Ciao, e grazie davvero
per il tuo tempo! Potresti auto-presentarti ai nostri lettori?
Ciao! Sono Marc Silver,
regista del film-documentario “Resist” e responsabile del relativo
progetto online con Gael Garcia Bernal. Desidero realizzare un film
che esplori nella realtà il tema della resistenza, non scritturando
gente comune in quanto vittime, ma piuttosto mostrando che “è meglio
morire in piedi che vivere in ginocchio”. Per milioni di persone in
tutto il mondo il sistema non cambierà mai nell’arco della loro vita,
eppure non si rassegnano ad una sconfitta. La gente vera, a rischio
di essere alienata, ferita ed uccisa, reagisce ancora. Per me la resistenza
rappresenta lo spirito umano che si esprime al massimo della sua creatività
e della sua spontaneità.
In cosa consiste il
progetto "Resist", e com'è nato?
Al momento attuale non esiste al mondo un tema di discussione più cruciale di quello della resistenza. Noi abbiamo sviluppato questo progetto perché desideriamo esaminare in quale misura gli individui abbiano potere in un mondo che è in crisi. Se le persone che governano il mondo sono responsabili di questa crisi, dove possiamo trovare l’ispirazione per cambiare le cose? Noi non crediamo che il cambiamento arriverà dall’alto verso il basso, ma piuttosto dal basso verso l’alto. E’ necessario un grande cambiamento di mentalità per vedere le connessioni tra i problemi alla base ed i nostri sistemi economici.
Dal punto di vista visivo, vogliamo realizzare un film che mostri queste giustapposizioni, i muri reali che sono alla base e i muri intellettuali che sono nelle nostre menti che dividono ricchi e poveri. Un film che racconti una storia universale ma anche personale. Con quest’idea in mente, Resist si è sviluppato sia come film che come progetto online.
Il progetto Resist ci spinge a pensare a come le nostre azioni e le nostre decisioni possano rendere il mondo un luogo migliore. Resist unisce le persone in tutto il mondo, promuovendo una presa di coscienza della giustizia sociale ed economica, ispirando contemporaneamente all’attivismo e all’impegno civile.
Il film racconta le storie di cinque persone di cinque paesi diversi che combattono contro un sistema che abusa impunemente del proprio potere, lancia bombe in nome della pace e fa in modo che gli oppressi rimangano strategicamente oppressi. E’ un film che disegnerà un intenso ritratto di cinque persone apparentemente staccate l’una dall’altra, che di fatto sono legate dalla loro convinzione che ciò che accade oggi nel mondo sia sbagliato. Queste cinque persone, in cinque modi diversi, resistono per esistere.
In Italia associamo al termine "Resistenza" l'ampio ed eterogeneo
movimento armato (che andava dai cattolici agli anarchici) oppostosi
al nazi-fascismo durante la Seconda Guerra Mondiale... Ed oggi? Cosa si intende per Resistenza?
Beh, noi stiamo cercando questa risposta attraverso il sito internet, nel film, con il nostro viaggio! Siamo poco interessati ai movimenti di massa e alle icone, piuttosto siamo profondamente interessati ai racconti delle persone che decidono di resistere… A che tipo di forza porta un individuo ad alzarsi e dire “basta”.
Stiamo esaminando il momento in cui la gente afferma “siamo arrivati al limite”, il momento in cui difendono il confine. Ma vogliamo anche fare un film che esprima il concetto che le persone non possono esistere in uno stato di resistenza costante, ma hanno bisogno allo stesso tempo di alternative creative a ciò contro cui resistono. Quando verranno realizzate queste alternative positive, l'atto del “resistere” potrebbe smettere di incarnare il progetto.
E' possibile che i fenomeni contemporanei di Resistenza possano esprimere
una qualche forma di passatismo, un desiderio di tornare indietro e
contrastare l'odierna società di massa, per esempio ristabilendo il contatto con la propria terra?
In alcuni casi, sì. Ho l’impressione che molta gente stia diventando più “nazionalista” come conseguenza di una cultura di massa che uccide la diversità, come risultato di un sentirsi minacciati da una monocultura. Se questo nazionalismo sia positivo o meno è una grossa domanda: quale effetto ha sulla diversità, sull’uguaglianza e sulla giustizia? Il nazionalismo “che guarda al suo interno” è solo l’altra faccia di un’imponente cultura di massa globale?
Può esserci una Resistenza... "istituzionale"? O è necessaria
almeno la disobbedienza civile?
Non sono sicuro cosa intendi con “istituzionale”, ma vogliamo sicuramente esaminare la questione della disobbedienza civile, se un cambiamento possa realizzarsi senza violenza, ed anche ciò che viene dopo la violenza… Come si può costruire una società civile una volta che la parte violenta dello scontro è terminata? Cosa accade allo spirito di una persona se questa rimane sempre nella parte violenta dello scontro? Ed ancora, in che modo la disobbedienza civile - per esempio le milioni di persone che hanno marciato contro la guerra in Iraq - viene inghiottita da coloro che detengono il potere, in che modo è stata ignorata questa pubblica opinione di massa, dato che le persone che marciavano non sono state minacciate in alcun modo dal potere? Coloro che detengono il potere avevano previsto quello che sarebbe successo, sapevano che certi elettori avrebbero marciato ed avevano già preparato una strategia per far fronte a tutto ciò!
Nel mondo arabo per Resistenza si intendono movimenti armati come Hamas
a Gaza, Hezbollah in Libano, i Talebani in Afghanistan, gli Islamisti
in Iraq. Questi movimenti non si adeguano certo ad una prospettiva progressista
tipicamente occidentale, ma rappresentano la speranza di un mondo migliore
per milioni di persone. Emergeranno in qualche modo nel tuo film?
Questi problemi sono sempre stati molto attinenti al nostro progetto. Daremo spazio a queste realtà perché dalla nostra ricerca e dai colloqui che abbiamo tenuto finora sembra che anche queste “organizzazioni” si interroghino sugli effetti della violenza, sul potere del ciclo della violenza, e su “ciò che viene dopo la violenza”.
Stiamo sviluppando questa linea di indagine; per esempio, stiamo parlando con dei soldati israeliani che stanno per finire in prigione perché si sono rifiutati di combattere nei territori occupati: loro stanno uscendo dal ciclo della violenza. Vogliamo capire se, sebbene questi movimenti ed azioni che hai citato nella tua domanda rappresentano la speranza di milioni di persone, l’uccisione di molta gente è davvero rappresentativa di queste speranze? Ho l’impressione che, sebbene il simbolismo degli atti violenti rappresenti la speranza, la realtà dell’uso della violenza estrema non lo sia. Ad esempio molti hanno “gioito” nel veder cadere le Twin Towers, ma erano disgustati ed inorriditi per la morte di quelle 3.000 persone.
Mi permetto un consiglio: è meglio evitare l'ennesimo documentario in cui c'è una camera fissa su degli esperti che parlano, e soprattutto sarebbe bene non focalizzarsi su alcuni "guru". Noam Chomsky e Naomi Klein sono pensatori di grande importanza, ma – come ben sai - c'è un mondo intero di ribelli che non vede l'ora di potersi esprimere!
Non potrei essere più d’accordo!
Le conversazioni presenti sul sito sono parti montate della nostra ricerca. Stiamo chiedendo a molti scrittori e pensatori politici la loro visione sulle strutture del potere, sulla resistenza e sul futuro e, piuttosto che tenerle private, abbiamo voluto condividere ciò che stavamo apprendendo. Queste interviste non saranno presenti nel film. Ma sono interessanti per noi come punto di partenza… Ciò che ascoltiamo ed impariamo da queste persone è per noi come un punto di partenza. E’ proprio là dove finiscono questi “guru” che a noi piacerebbe iniziare il nostro viaggio!
Grazie ancora, e buon lavoro!
Domande di Carlo Martini, traduzione di Cristina Mazzaferro
www.comedonchisciotte.org & www.resistnetwork.org/
settembre 2008
gatto2003 7 dicembre 2008
1. il problema non è certo quante donne ci sono in parlamento.
2. non ti suona strano che alle donne sia concessa una piccola porzione di potere, ti sei mai chiesto perchè?
3. riesci ad immaginarti le ripercussioni che ci sarebbero nella società e nel modo di amministrare i potere se venissero dati pari diritti alle donne?
4. il 19% di donne in parlamento è il conto della serva, è evidente e davanti agi occhi di tutti. Le giornaliste + impegnate oggi riecono a vedere quello che succede a 4000 km da qui ma non vedono quello che hanno davanti agli occhi. Ad esempio la mercificazione del corpo femminile e poi si lamentano di stupri e violenze!
5. sarebbe una rivoluzione che inizia veramente dal basso ed incentrata sui diritti.
6. probabilmente sono fuori di testa......e mi scuso se mi sono spinto troppo oltre.