Quando il senso si ritira

Quando il senso si ritira


Di Graciela Beatriz Oubiña


Non fu una catastrofe a svuotare di senso l'Occidente. Non ci furono rovine né incendi. Il senso si ritirò con la discrezione di qualcosa che non è più necessario. Come una parola antica che non si pronuncia più e che, tuttavia, continua a pesare nel silenzio.

Víctor lavorava davanti a tre schermi. I numeri si muovevano secondo una logica perfetta, ma non dicevano nulla. Ogni giorno ripeteva gesti che non conducevano ad alcun fine riconoscibile. Non costruiva, non preservava, non distruggeva: manteneva semplicemente il sistema in vita. A volte pensava che la sua funzione non fosse vivere, ma impedire che tutto si fermasse. E questo non dà un senso: serve soltanto a rimandare.

All'università, Irene insegnava filosofia morale. Parlava del bene, della verità, del fine. I suoi studenti prendevano appunti come chi trascrive una ricetta che non preparerà mai. Lei sapeva che quelle categorie erano ancora corrette, ma avevano perso il loro peso. Le parole fluttuavano. Nessuno vi cadeva dentro. Nessuno vi si infrangeva contro. Senza rischio, non c'è verità.

Un uomo pregava da solo in una chiesa quasi vuota. Non chiedeva nulla. Ringraziare era diventato impossibile; chiedere sembrava ingenuo. Rimaneva lì per inerzia, come se il corpo ricordasse un gesto che la mente non riusciva più a giustificare. Dio non era morto; aveva smesso di rispondere. E senza risposta, persino la fede diventa un'abitudine vuota.

Clara cambiava partner con la stessa facilità con cui cambiava città. Non fuggiva dall'impegno: fuggiva dalla promessa implicita che qualcosa dovesse durare. In un mondo che non garantisce alcun senso ultimo, la durata sembra una trappola. L'amore ridotto a esperienza evita il dolore, ma impedisce anche la trascendenza.

L'Occidente aveva trionfato in quasi tutto, senza però rispondere alla domanda fondamentale. Aveva sostituito il «perché» con il «come». Come produrre, come ottimizzare, come sopravvivere. Ma quando il come si svincola dal fine, l'essere umano diventa una procedura. E le procedure non soffrono: vengono eseguite.

La sofferenza, allora, rimase senza linguaggio. Non era più una prova, né una punizione, né un cammino. Era un malfunzionamento. Qualcosa da correggere o anestetizzare. Chi soffriva troppo era disfunzionale. Chi faceva troppe domande, pericoloso.

Eppure, di notte, qualcosa insisteva. Un disagio senza nome. Non l'angoscia eroica di altre epoche, ma un lento logoramento, un'erosione. Come vivere in una casa perfettamente illuminata dove nessuno ricorda perché sia stata costruita.

Forse la fine dell'Occidente non consiste nella sua distruzione, ma nella sua incapacità di giustificare la propria continuità. Vivere non come tragedia né come missione, ma come una pratica da sbrigare. Esistere senza condanna e senza vocazione. Il senso non è stato sconfitto. È stato lasciato indietro. E ciò che resta non è il vuoto, ma qualcosa di più inquietante: una vita che funziona, ma non ha significato.


Di Graciela Beatriz Oubiña


30.10.2026


Commenti (2)

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    1. Deheb 30 ottobre 2026

      "L'occidente" si trova in una situazione di suicidio assistito, sta rinnegando la propria storia, la propria cultura, le proprie diversità compresi pregi e difetti. E' diventato uno scatolone bello e luccicante ma vuoto, ogni aspetto della vita è stato svuotato a favore dell'efficienza e dell'economia, non esiste altro, tutto deve essere misurabile, materiale, tangibile. Esiste il presente e un'ipotesi di futuro utopico che sulla carta potrebbe funzionare ma nella realtà è irrealizzabile.
      Una domanda interessante potrebbe essere: chi è il becchino e perché.

      Ma forse Marx l'aveva predetto (per alcuni che ci credono).

      O forse un po di ragione ce l'aveva il cardinal Ratzinger nella sua Lectio del 2004.

    1. PietroGE 30 ottobre 2026

      L'occidente scompare perché invece di vivere passa il tempo a chiedersi il significato della vita. Noi pensiamo ai 'massimi sistemi' alle elucubrazioni (per non dire masturbazioni) mentali, agli universalismi incomprensibili al resto del mondo e invariabilmente rigettati, gli altri pensano a vivere, a garantirsi un futuro a provvedere a trasferire alla prossima generazione la propria identità etnica culturale e religiosa, compito ultimo, ma in occidente dimenticato, di ogni società. Una società senza figli e quindi senza futuro perde solo tempo a chiedersi e scervellarsi sul significato della vita.

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