Di Battista dato per morto dal Corriere della Sera: Il mainstream produce notizie false che nemmeno verifica

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Di Patrizia Pisino per ComeDonChisciotte.org


Come Don Chisciotte ha seguito passo dopo passo la vicenda di Alessandro Di Battista, dal grave malore che lo aveva colpito a Cuba, al difficile percorso di cura, al rientro in Italia, al ricovero al Policlinico Gemelli di Roma e, finalmente, al ritorno a casa.

Lo abbiamo fatto con attenzione, perché quando si parla della salute di una persona non ci sono soltanto una notizia e un titolo da pubblicare. Ci sono una persona, una famiglia e una vicenda umana che meritano rispetto.
Il percorso di Di Battista era stato tutt'altro che semplice. A fine agosto, mentre si trovava a Cuba per lavoro, era stato colpito da un grave malore. Le sue condizioni avevano richiesto il ricovero e un intervento chirurgico.

Poi, lentamente, la situazione era migliorata. Il 12 settembre era rientrato in Italia ed era stato ricoverato al Policlinico Gemelli di Roma. Il 19 settembre era stato dimesso e aveva potuto finalmente tornare a casa. Pochi giorni dopo, il 22 settembre, era intervenuto in video a DiMartedì, raccontando di sentirsi ogni giorno meglio. Questa era la storia che avevamo seguito. Una storia difficile, ma con un finale che lasciava spazio alla speranza. Poi è arrivato il 26 settembre.

E qualcuno ha deciso che Alessandro Di Battista era morto. Di Battista era vivo. Il Corriere lo aveva già fatto morire

Sui canali social del Corriere della Sera è comparsa una grafica che annunciava la morte di Alessandro Di Battista. La frase era chiara: «È morto Alessandro Di Battista, ex deputato del Movimento 5 Stelle». Per fortuna era una falsa notizia. Il contenuto è stato cancellato poco dopo. Il Corriere ha parlato di un «errore tecnico» e ha chiesto scusa a Di Battista, alla sua famiglia e ai lettori.
La vicenda potrebbe finire qui.

Un errore, una spiegazione, delle scuse e pagina successiva, ma forse sarebbe un errore fermarsi all'errore.

Perché la domanda vera è un'altra: come è possibile che una notizia così grave venga pubblicata senza che qualcuno, prima, abbia controllato se fosse vera?

Ed è proprio qui che la vicenda diventa importante non soltanto per Alessandro Di Battista o per il Corriere, ma per il modo in cui oggi facciamo, leggiamo e diffondiamo informazione. Le notizie corrono. I controlli no. Un tempo una notizia doveva passare attraverso una redazione, un giornalista, una verifica e spesso una telefonata. Oggi tutto deve essere immediato. La notizia deve arrivare prima degli altri giornali, prima dei siti concorrenti, prima dei social e, soprattutto, prima che qualcuno abbia il tempo di chiedersi:

«Ma è vero?». Abbiamo strumenti capaci di far arrivare una notizia dall'altra parte del mondo in pochi secondi.
Ma continuiamo ad avere bisogno di una persona che faccia una cosa molto semplice: controllare i fatti.

Sembra una cosa ovvia e proprio per questo è inquietante doverla ricordare, perché nell'epoca in cui abbiamo più strumenti per verificare le informazioni, sembra che la fretta stia diventando più importante della verifica. Un errore non è sempre soltanto un errore, i giornalisti possono sbagliare. È sempre successo.

Si può sbagliare una data, un nome, una cifra, ma annunciare la morte di una persona che è viva è qualcosa di diverso. Non è soltanto un errore di battitura o una virgola messa male. È una notizia che entra direttamente nella vita di una persona e della sua famiglia e coinvolge migliaia di lettori che quella notizia possono prendere per vera. Per questo c'è qualcosa di ancora più importante del singolo errore: la fiducia.

Quando si legge una notizia su una grande testata, il cittadino pensa comunemente che essa abbia controllato ciò che sta pubblicando e che non possono essere certo i lettori a dover verificare ogni volta se il giornale che stanno leggendo gli sta raccontando la verità.

Invece è proprio così: il lettore deve prendere coscienza che le notizie false sono prima di tutto mainstream, semplicemente perchè esso ha i mezzi di produrle e di diffonderle, per errore o per fine politico, o per entrambi.


Prima pubblicare, poi verificare?


Il problema della velocità riguarda ormai tutto il mondo dell'informazione. La gara sembra essere diventata quella del «chi la spara prima».

Prima la notizia, poi, eventualmente, la verifica. Prima il titolo, poi la spiegazione. Prima la condivisione, poi la smentita. Ma una notizia falsa, una volta entrata in rete, non scompare semplicemente perché qualcuno la cancella.


Qualcuno l'ha già letta e condivisa. Internet funziona così:

Cancellare un post è facile. Cancellare quello che quel post ha provocato è molto più difficile. Il problema non sono soltanto i social


Sarebbe troppo facile dare tutta la colpa ai social. Facebook, Instagram, X e le altre piattaforme fanno viaggiare le informazioni a una velocità impressionante solo che il problema comincia prima. Comincia quando una redazione decide di pubblicare qualcosa senza averlo controllato abbastanza, certo la tecnologia può rendere più veloce un'informazione, ma non può sostituire la responsabilità di chi quell'informazione la pubblica. Ed è qui che entra in gioco l'etica del giornalismo.

Il Codice deontologico dei giornalisti richiama il dovere di verificare l'attendibilità delle informazioni e di diffondere gli elementi di interesse pubblico con la maggiore accuratezza possibile.

Non è una formalità. È il fondamento della professione.

Il giornalista dovrebbe essere un filtro, non un amplificatore

Oggi chiunque può pubblicare una notizia.

Basta un telefono.

Basta una fotografia.

Basta una frase.


Il giornalista, però, dovrebbe avere un compito diverso. Dovrebbe prendere quello che circola, controllarlo e separare ciò che è vero da ciò che non lo è.

Dovrebbe essere un filtro, non un semplice amplificatore. Perché se anche i giornali cominciano a comportarsi come una pagina social qualsiasi, allora il lettore non sa più quale sia la differenza tra una notizia verificata e una voce messa in circolazione da qualcuno.

E a quel punto la domanda diventa inevitabile: a che cosa serve un giornale?

La domanda più semplice è anche quella più importante
Prima di pubblicare una notizia bisognerebbe tornare a fare domande semplici:

Da dove arriva questa informazione?
Chi l'ha verificata?
Abbiamo una fonte sicura?
Possiamo confermarla con qualcun altro?
E soprattutto:
Se ci siamo sbagliati, che cosa succede?


Non sono domande complicate. Sono le domande che dovrebbero essere alla base di ogni lavoro giornalistico.
Perché tra il giornalismo e la semplice diffusione di informazioni c'è una differenza fondamentale:

il controllo dei fatti.



Prima della verità viene la responsabilità.


Ed eccoci al punto. Il problema non è soltanto il Corriere della Sera. Il problema è un sistema dell'informazione nel quale, sempre più spesso, la velocità rischia di prendere il posto della verifica. Una dichiarazione diventa una notizia.
Un comunicato diventa un articolo. Un'indiscrezione diventa una «breaking news». Un post sui social diventa una fonte.
E qualche volta una notizia falsa arriva persino a una grande testata. È qui che il giornalismo rischia di perdere la sua funzione più importante. Il giornalista non dovrebbe essere colui che semplicemente ripete ciò che gli viene consegnato.
Dovrebbe essere colui che fa domande, verifica, confronta le fonti e, quando necessario, mette in discussione la versione che gli viene proposta. Perché il giornalismo non nasce per dare voce a chi parla più forte, ma nasce per cercare ciò che è vero.
Questo significa anche avere il coraggio di fermarsi quando tutti corrono, di scrivere «non è ancora verificato» quando tutti stanno già pubblicando e di non considerare una notizia vera soltanto perché arriva da una fonte importante.

Una grande testata non dovrebbe essere importante soltanto perché ha milioni di lettori. Dovrebbe essere importante perché quei milioni di lettori possono fidarsi del lavoro che c'è dietro ogni notizia. Altrimenti il rischio è quello di trasformare il giornalismo in una semplice catena di trasmissione: qualcuno produce una versione dei fatti, qualcun altro la riprende, un altro ancora la rilancia e, alla fine, quella versione diventa «la realtà» soltanto perché è stata ripetuta abbastanza volte.

E allora la domanda diventa inevitabile: chi sta raccontando i fatti e chi, invece, si limita a ripetere quello che gli viene raccontato?
È una domanda che riguarda tutti noi. Riguarda i giornali, i giornalisti, i direttori, le redazioni e anche i lettori.

Perché in una società democratica l'informazione non dovrebbe avere il compito di dirci cosa pensare. Dovrebbe darci gli strumenti per capire. Il caso Di Battista dovrebbe quindi lasciare qualcosa di più delle battute e delle scuse.

Dovrebbe lasciare un monito:

prima di pubblicare, verificare.
Prima di rilanciare, capire.
Prima di credere, controllare.


Perché se il giornalismo smette di cercare la notizia e comincia soltanto a ripetere quella che gli viene consegnata, allora non abbiamo più bisogno di giornalisti. Abbiamo bisogno soltanto di altoparlanti. E un altoparlante può amplificare una voce, ma non può stabilire se quella voce sta dicendo la verità. Internet continuerà a far viaggiare le notizie alla velocità della luce. Noi non possiamo fermarlo, ma possiamo ancora pretendere che chi fa informazione sappia fermarsi un momento prima di premere «pubblica». Perché forse, nell'epoca delle notizie immediate, la cosa più moderna che un giornalista possa fare è ancora quella più antica:


verificare prima di pubblicare.


E magari, prima di annunciare la morte di qualcuno, fare una telefonata. Una sola. Potrebbe essere sufficiente per scoprire che è ancora vivo.


Di Patrizia Pisino per ComeDonChisciotte.org

28.09.2026


FONTI

Corriere della sera pubblica la faòsa notizia : testo link

Di Battista ringrazia Scalzi : testo link

Commenti (3)

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Mostra commenti 3 caricati
    1. peppe57 29 settembre 2026

      Avevo letto della morte di Di Battista su X, che leggo tutti i giorni. Ho seguito un semplice schema: poiché non è un tizio qualsiasi, SE E' VERO ci devono essere altri post o altri rimandi,. se non ce ne sono è un bidone di dimensioni..... da corriere della pera. E così è stato. Poi il discorso che fa Patrizia è giustissimo, solo che allo stato attuale e con le guerre che ci sono, soprattutto quelle informative, mi sembrano più principi da imparare per essere messi in pratica in un tempo futuro.

    1. PietroGE 29 settembre 2026

      "Verificare prima di pubblicare" è giustissimo, la realtà di internet è purtroppo un circo equestre di notizie false, di 'scoperte terrificanti' fatte dagli scienziati sulla Luna o su qualche altro pianeta, su articoletti scritti dalla AI con titoli roboanti per ottenere qualche click, o semplicemente con notizie false per compiacere i fans di quella parte in guerra. È il segno dei tempi, la verità è scomparsa, al suo posto è subentrata l'apparenza utile a determinati interessi, senza curarsi delle contraddizioni. Tanto il popolo marionetta crede a tutto. Ultima della serie : il presidente americano nel suo spot per le prossime elezioni invita a votare per i repubblicani perché così :"cacceremo via il Deep State e i guerrafondai".

    2. ric 29 settembre 2026

      diciamo pure che molti lo preferirebbero morto....

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