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PREVISIONI CUPE SUL FUTURO DELLA PALESTINA

DI JONATHAN COOK
Dissident Voice

La Pace Avrà Bisogno Di Qualcosa Di Più Che David Grossman – o Uri Avnery

Grossman, uno dei maggiori scrittori israeliani nonché prestanome del principale movimento pacifista ebraico (Peace Now), personifica la faccia altruista ed afflitta di quel Sionismo che molti apologisti – in Israele e all’estero – vogliono disperatamente credere esista ancora nonostante le inconfutabili prove di massacri come quelli di Cana, Beit Hanouns ed altri ancora commessi dall’esercito Israeliano contro civili arabi. Grossman rende possibile credere, solo per un momento, che gli Ariel Sharon e gli Ehud Olmert non sono i veri fautori del retaggio sionista ma solo una deviazione temporanea dal suo percorso originario.

Ovviamente Grossman non fa altro che attingere dalla stessa fonte ideologica eterna dei fondatori di Israele e dei suoi combattenti; egli incarna i tormentati valori del Sionismo Laburista che ha garantito la legittimità internazionale di Israele proprio durante una delle più massicce operazioni di pulizia etnica della storia: l’espulsione di qualcosa come 750.000 Palestinesi (l’80% della popolazione nativa) dai confini del nuovo stato ebraico.(Anche gli storici più critici nascondono il fatto che la percentuale di Palestinesi espulsa dall’esercito israeliano è stata in realtà ben più elevata; molti profughi della guerra del 1948 ritornarono all’interno dei confini di Israele, sia perché vennero annessi in seguito all’armistizio con la Giordania nel 1949 (assieme ad una piccola area densamente popolata del West Bank, conosciuta come il Piccolo Triangolo), sia perché riuscirono in qualche modo ad attraversare i nuovi confini con Libano e Siria per poi nascondersi in uno dei pochi villaggi Palestinesi non distrutti all’interno di Israele.)

Levate l’aureola messa in testa a Grossman dai media liberali di tutto il mondo e scoprirete che egli non è per nulla diverso dai più distinti uomini di stato sionisti, coloro che mostrarono con ostentazione le loro mani insanguinate e le loro credenziali pacifiste, appena dopo aver espropriato al popolo Palestinese la maggior parte della loro terra; poi li espropriarono di tutto il resto e si assicurarono che l’atto di pulizia etnica non potesse essere ricostruito. Ed oggi stanno lavorando al lento genocidio dei Palestinesi attraverso una strategia combinata che prevede la loro distruzione fisica e la loro dispersione come popolo.

David Ben Gourion, ad esempio, fu il cervello della pulizia etnica della Palestina nel 1948, prima di preoccuparsi pubblicamente dell’occupazione del West Bank e di Gaza – anche se solo a causa del danno demografico che ne sarebbe derivato per Israele.

Golda Meir si rifiutò di riconoscere l’esistenza del popolo Palestinese mentre fondava l’impresa che avrebbe gestito la costruzione delle colonie nei territori occupati, ma diede molta importanza all’angosce dei soldati ebrei costretti a “sparare e piangere” per difendere le colonie. O meglio, come disse lei: “Possiamo perdonarvi [rivolto ai Palestinesi] per aver ucciso i nostri figli. Ma non vi perdoneremo mai per averci costretto ad uccidere i vostri.”

Yitzhak Rabin, la più diretta fonte di ispirazione per Grossman, può anche aver dato vita al “processo di pace” di Oslo (anche se oggi solo i più disperatamente ottimisti possono credere che la pace fosse il vero scopo), ma quando era soldato e politico ha anche lui sovrinteso alla pulizia etnica di città Palestinesi come Lid, nel 1948; ha dato ordine ai carri armati di entrare nei villaggi arabi all’interno di Israele durante le proteste del Land Day nel 1976, causando la morte di mezza dozzina di cittadini Palestinesi disarmati; nel 1988 ha ordinato al suo esercito di annientare la prima intifada “rompendo le ossa” ai Palestinesi, donne e bambini inclusi, che tiravano pietre alle truppe occupanti.

Come loro, Grossman si rende complice di questa congiura preferendo rimanere aggrappato a ciò che Israele ha oggi (o anche cercando di ampliarlo) piuttosto che affrontare onestamente la dolorosa verità riguardo la propria responsabilità verso il destino dei Palestinesi, tra cui le centinaia di migliaia di rifugiati e i loro discendenti.

Ogni volta che Grossman nega il Diritto di Rimpatrio per i Palestinesi (sebbene supporti la legge che ha permesso il ritorno degli ebrei in Medio Oriente), giustifica e promuove la pulizia etnica tramite la quale i rifugiati Palestinesi sono stati espropriati più di mezzo secolo fa.

Ed ogni volta che manda un messaggio di pace agli Israeliani che guardano a lui per un consiglio morale che neghi ai Palestinesi una soluzione equa (delineando come principale parametro morale la sopravvivenza di Israele come stato ebraico), egli corrompe il significato della parola “pace”.

Un altro pacifista israeliano, Uri Avnery, ha diagnosticato in un recente articolo il problema posto da Grossman ed i suoi seguaci con un’intuizione davvero notevole. Avnery osserva che, sebbene a livello astratto, Grossman voglia la pace, non offre alcuna soluzione in termini concreti per conquistarla, e non dà alcun suggerimento sui sacrifici che lui o altri israeliani dovrebbero compiere. La sua “pace” è assolutamente vuota di contenuti, un mero espediente retorico.

Piuttosto che suggerire di cosa Israele dovrebbe parlare con i leader eletti dai Palestinesi, Grossman sostiene invece la necessità di scavalcarli per poter trattare con i “moderati”, Palestinesi con cui i leader ebraici possono fare affari. L’obiettivo è di trovare qualche palestinese, qualsiasi palestinese, d’accordo con la “pace” israeliana, vale a dire il processo di Oslo sotto nuove spoglie.

Il discorso di Grossman sembra una mano tesa verso una soluzione solo perché gli attuali leader israeliani si rifiutano di parlare con chiunque sulla sponda palestinese, sia egli “moderato” o “fanatico”. Il solo interlocutore è Washington.

Se le parole di Grossman sono “cupe” come quelle di Ehud Olmert, Avenry non ci dà alcun indizio per valutare razionalmente l’ambiguità dell’autore. A dire il vero Grossman non può vendere soluzioni poiché non c’è pressoché alcun elettore in Israele a favore di un piano di pace che potrebbe rivelarsi accettabile anche per i Palestinesi “moderati”, con cui egli desidera fortemente che il governo israeliano avvii dei negoziati.

Se Grossman dovesse descrivere la propria visione di “pace” diverrebbe chiaro a tutti come il vero problema non sia l’intransigenza palestinese.

Sebbene i sondaggi indichino regolarmente che la maggioranza degli Israeliani sia a favore di uno stato palestinese, essi vengono condotti da esperti di indagini che non spiegano mai al loro campione quali sarebbero le implicazioni della creazione di tale stato. Allo stesso modo i sondaggisti non chiedono mai a chi risponde di fornire qualche informazione su come immaginano un eventuale stato palestinese. Tutto ciò rende i discorsi israeliani riguardo la questione assolutamente privi di contenuto, proprio come la seducente parola “pace”.

Dopotutto, secondo la maggior parte degli Israeliani, gli abitanti di Gaza stanno godendo dei frutti della fine dell’occupazione ebraica; ed anche Olmert pensa che la “convergenza” da lui proposta (un limitato ritiro dal West Bank) avrebbe gettato le basi per uno stato palestinese anche in quella zona.

Quando viene chiesto agli Israeliani di esprimere la loro opinione su piani di pace più specifici, le loro risposte sono nettamente negative. Nel 2003, ad esempio, il 78% degli ebrei israeliani si dichiarava favorevole ad una soluzione che prevedeva la creazione di uno stato Palestinese, ma di fronte alla domanda “Siete favorevoli alle soluzione proposte dagli Accordi di Ginevra?” (i quali prevedevano uno stato Palestinese circoscritto a nemmeno tutto il West Bank e Gaza) solo un quarto di essi rispose positivamente. Poco più di metà dei presunti elettori del Partito Laburista supportava gli Accordi di Ginevra.

Questa bassa percentuale di sostenitori di uno stato Palestinese a malapena vivibile contrasta fortemente con il grosso numero di ebrei israeliani che appoggiano una concreta, ma del tutto diversa, soluzione al conflitto: il “trasferimento”, o pulizia etnica. Nei sondaggi il 60% degli ebrei israeliani è costantemente favorevole all’emigrazione dei cittadini arabi che abitano i confini (tuttora indefiniti) dello stato ebraico.

Quindi quando Grossman ci avverte che “una pace senza scelta” è inevitabile e che “la terra sarà suddivisa, verrà creato uno stato palestinese”, non dobbiamo farci illudere. Lo stato di cui parla Grossman è assolutamente vacuo, proprio come il concetto di pace di chi lo ascolta.

Il fatto che Grossman rifiuti di affrontare l’antipatia dell’opinione pubblica israeliana verso i Palestinesi e non voglia proporre soluzioni per la pace che richiedano dei veri sacrifici agli Israeliani, è da condannare. Lui e gli altri guru dei movimenti pacifisti mainstream, scrittori come Amos Oz e A.B. Yehoshua, hanno fallito nella loro missione di rendere comprensibile agli Israeliani un concetto di futuro equo e pace duratura.

Dunque qual è la via d’uscita da questa situazione di stallo creata dalla beatificazione di personaggi come Grossman? Quali altre strade rimangono aperte a quelli come noi che si rifiutano di credere che Grossman è sull’orlo di un precipizio di fronte al quale ogni attivista sano di mente tremerebbe? Possiamo guardare ad altri membri della sinistra israeliana come fonte d’ispirazione?

Uri Avnery, anche in questo caso, fa un passo avanti. Sostiene che in Israele ci sono solo due organizzazioni per la pace: una di stampo sionista, radicata in Peace Now (di David Grossman) e che gode di un consenso quasi unanime; ed una “organizzazione pacifista radicale”, come la definisce lui, guidata da… beh lui stesso assieme ad un gruppo di qualche migliaia di Israeliani conosciuti come Gush Shalom.

Leggendo ciò, saremmo tentati di pensare che Avnery dia al suo movimento una linea di condotta
non-sionista o addirittura anti-sionista. Nulla potrebbe essere più lontano dalla verità: Avnery e la maggior parte, sebbene non tutti, dei suoi sostenitori in Israele sono anche membri fedeli dell’organizzazione pacifista sionista.

Per Avnery il risultato di qualsiasi processo di pace deve prevedere la continuità ed il successo di Israele in quanto stato ebraico, il che limita notevolmente le sue idee riguardo a che tipo di pace dovrebbe cercare un attivista “radicale” israeliano.

Avnery è a favore, proprio come Grossman, della soluzione che prevede i due stati, poiché, secondo loro, il futuro dello stato ebraico non può essere garantito senza uno stato palestinese al suo confine. Questo è il motivo per cui Avnery si trova d’accordo con il 90% dei discorsi di Grossman. Per permettere agli Ebrei di prosperare ed essere in maggioranza a livello demografico (ed anche democratico) nel proprio stato, è necessario che anche i non-ebrei abbiano un proprio stato in cui esercitare i propri diritti sovrani e, di conseguenza, abbandonare ogni rivendicazione verso lo stato ebraico.

A differenza di Grossman, Avnery non solo è a favore di uno stato Palestinese in astratto bensì desidera in concreto un “equo” stato Palestinese che per lui significherebbe l’evacuazione di tutti i coloni e il ritiro completo dell’esercito israeliano fino ai confini del 1967. Il piano di pace di Avnery ridarebbe ai Palestinesi Gerusalemme Est, l’intero West Bank e Gaza.

Le divergenze tra Grossman e Avnery su questo punto possono essere spiegate con il loro diverso livello di conoscenza su ciò che è necessario per garantire la sopravvivenza dello stato ebraico. Avnery è convinto che una pace duratura sia possibile solo se lo stato palestinese soddisfi almeno le aspirazioni minime del suo popolo. Sotto questo punto di vista, i Palestinesi possono essere persuasi (sotto la giusta leadership) ad accontentarsi del 22% della loro patria storica, ed in questo modo lo stato ebraico sarà salvo.

Dì per sé non c’è nulla di sbagliato nell’opinione di Avnery; lo ha aiutato ad assumere un ruolo di prim’ordine nel movimento israeliano per la pace per diversi decenni. Egli ha coraggiosamente sfidato il braccio di ferro israelo-palestinese visitando la leadership araba allora sotto assedio mentre gli altri israeliani stavano ben alla larga. Ha audacemente preso posizione contro il muro di separazione affrontando l’esercito israeliano assieme a Palestinesi, Israeliani e pacifisti stranieri, e, grazie ai suoi articoli, ha evidenziato le problematiche palestinesi educando tutte le parti in causa sul conflitto in corso. Per questi motivi Avnery dovrebbe essere elogiato come un vero pacificatore.

Ma c’è un grave pericolo: siccome i movimenti per la solidarietà in Palestina hanno male interpretato le ragioni di Avnery, potrebbe accadere che essi continuino a farsi condurre da lui ben oltre il punto in cui egli contribuisce ad una soluzione pacifica del conflitto o ad un giusto futuro per i Palestinesi. E quel momento potrebbe essere molto vicino.

All’epoca degli Accordi di Oslo Avnery era disperato nel vedere Israele completare il proprio (presunto) accordo di pace con il leader palestinese Yasser Arafat. Avnery ha sempre creduto che Arafat fosse l’unico a poter unire i Palestinesi e persuaderli ad accettare la soluzione dei “Due Stati”: un grande Israele a fianco di una piccola Palestina.

A dire il vero la posizione di Avnery non era così distante da quella dei negoziatori non-radicali a Oslo (Rabin, Peres e Yossi Beilin); tutti e quattro guardavano ad Arafat come l’uomo forte in grado di salvaguardare il futuro di Israele: Rabin sperava che Arafat mantenesse l’ordine pubblico nei ghetti della Palestina per conto di Israele, mentre Avnery confidava nel leader arabo per forgiare una nazione, democratica o meno, che frenasse le ambizioni territoriali dei Palestinesi e garantisse un’equa soluzione al problema dei rifugiati.

Con la morte di Arafat, Avnery e Gush Shalom hanno perso la loro “preconfezionata” soluzione al conflitto. Attualmente sostengono ancora la soluzione dei “Due Stati” ed incoraggiano il governo a trattare con Hamas. Essi non hanno neppure rinunciato alle loro storiche posizioni sui temi principali (Gerusalemme, i confini, le colonie e gli esuli) nonostante non abbiano più a disposizione la colla (Arafat) che avrebbe dovuto tenere tutti questi elementi uniti tra loro.

Ma senza Arafat, il Gush Shalom non ha idea di come trattare le incombenti problematiche di una potenziale guerra civile che l’ingerenza israeliana nel processo politico palestinese sta per scatenare.

Essi non avranno alcuna risposta da dare se la marea che affolla le strade della Palestina dovesse opporsi al miraggio dei “Due Stati” offerto dagli Accordi di Oslo. Se i Palestinesi dovessero cercare altri modi per uscire dall’attuale stallo, come stanno incominciando a fare, Avnery diventerebbe rapidamente un ostacolo alla pace e non più un suo grande sostenitore.

Uno sviluppo in questa direzione è, in realtà, tutt’altro che certo. Pochi osservatori internazionali credono che la soluzione dei “Due Stati” basata sui confini del 1967 sia tuttora fattibile, vista la trincea di coloni Israeliani (oramai circa mezzo milione) a Gerusalemme e nel West Bank. Anche gli Americani hanno pubblicamente ammesso che la maggior parte delle colonie non possono essere evacuate, ed è solo questione di tempo prima che anche i Palestinesi arrivino alla stessa conclusione.

Cosa faranno in questa situazione Avnery e il nocciolo duro di Gush Shalom? Come reagiranno se il popolo palestinese dovesse cominciare a chiedere a gran voce un unico stato che includa Israeliani e Palestinesi, ad esempio?

Semplicemente i pacifisti “radicali” avrebbero urgentemente bisogno di trovare un’altra soluzione per proteggere il proprio stato ebraico, e non ce ne sono molte disponibili:

– C’è l’opzione “Continuiamo l’occupazione fregandocene del resto” proposta da Binyamin Netanyahu e dal Likud;
– C’è l’opzione “Segreghiamo i Palestinesi nei loro ghetti e speriamo che la smetteranno di reclamare il loro accordo” nelle sue versioni intransigenti (Kadima) o più morbide (Partito Laburista);
– E per finire c’è l’opzione “Espelleteli tutti” propugnata da Avigdor Lieberman, il nuovo Ministro delle Opportunità Strategiche del governo di Olmert

Paradossalmente una variazione all’ultima opzione potrebbe essere la più appetibile ai pacifisti disillusi di Gush Shalom. Lieberman ha le sue posizioni moderate o fanatiche, a seconda del suo pubblico e delle situazioni in cui si trova. Ad alcuni dice di volere tutti i Palestinesi espulsi dal Grande Israele in modo da renderlo una nazione esclusivamente ebraica. Ma ad altri, soprattutto in campo diplomatico, suggerisce una sorta di scambio demografico e territoriale tra Israele e Palestinesi in modo da creare una “Separazione delle Nazioni”. Israele riavrebbe le colonie in cambio di alcune piccole aree del proprio stato, ad esempio il Piccolo Triangolo, zona densamente popolata da Palestinesi.

Una versione più generosa di questo scambio (sebbene sia una violazione del diritto internazionale) porterebbe ad un risultato simile ai tentativi condotti da Gush Shalom per creare una Palestina vivibile a fianco di Israele. Sebbene è poco probabile che sia stato Avnery a mettere a punto un piano del genere, c’è pericolo che, nell’organizzazione pacifista radicale, altre persone preferiscano questo tipo di soluzione piuttosto che sacrificare il proprio impegno per lo Stato Israeliano ad ogni costo.

Fortunatamente, al di là di ciò che sostiene Avnery, la sua organizzazione pacifista non è la sola alternativa all’ipocrita e agonizzante Peace Now. Oggi Avnery non è più vicino al bordo del precipizio di quanto lo sia Grossman; l’unico abisso in cui sta guardando è il crosso del suo stato ebraico.

Altri ebrei sionisti, in Israele e all’estero, sono alle prese con lo stesso tipo di problemi di Avnery ma hanno cominciato a muoversi in una direzione diversa, lontano dall’ormai spacciata soluzione dei “Due Stati” avvicinandosi alla concezione di un unico stato binazionale. Alcuni importanti intellettuali come Tony Judt, Meron Benvenisti e Jeff Halper hanno iniziato pubblicamente a mettere in discussione la propria fedeltà al sionismo ed a considerare se esso non sia parte del problema piuttosto che la soluzione.

Non sono soli in questo processo: piccoli gruppi di israeliani (meno numerosi di Gush Shalom) stanno abbandonando il sionismo per fare capannello attorno a nuove idee su come gli ebrei israeliani ed i Palestinesi potrebbero vivere assieme in pace all’interno di un unico stato. Tra di essi ci sono Ta’aush, Anarchist Against The Wall, Zochrot ed alcuni elementi all’interno del Comitato Israeliano contro le Demolizioni e di Gush Shalom stesso.

Avnery spera che la sua organizzazione pacifista sia la piccola ruota che spinge quella più grande (organizzazioni come Peace Now) in una nuova direzione, al fine di spostare l’opinione pubblica israeliana verso la soluzione dei “Due Stati”. Viste le premesse tutto ciò sembra davvero improbabile. Ma un giorno le ruote che adesso sono più piccole di Gush Shalom potrebbero cominciare a spingere Israele nella direzione che porta alla pace vera.

Jonathan Cook, giornalista britannico che vive a Nazareth, è l’autore di “Blood and Religion: The Unmasking of the Jewish and Democratic State” (Pluto Press, 2006). www.jkcook.net

Jonathan Cook
Fonte: http://www.dissidentvoice.org
Link: http://www.dissidentvoice.org/Nov06/Cook17.htm

17.11.2006

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ANDREA GUSMEROLI

Pubblicato da Andrea