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LA GLOBALIZZAZIONE IMPAZZITA

FONTE DEDEFENSA.ORG

Parliamo oggi di un lungo, lunghissimo articolo pubblicato su Newsweek (edizione del 12 maggio), messo in rete il 3 maggio. L’autore è Fareed Zakaria, direttore della redazione di Newsweek, e l’articolo è un condensato che anticipa la pubblicazione del suo libro The Post-American World (2008, edito da W.W. Norton & Company, Inc.).
Passato dalla direzione di Foreign Affairs a quella di Newsweek, Fareed Zakaria, cittadino USA di origine indiana, è un eminente membro dell’establishment di Washington filo-globalizzazione. L’articolo di Newsweek è un manifesto alla gloria della globalizzazione con uno sguardo desolato, se non disgustato, su cosa è diventata l’America riguardo a questa stessa globalizzazione.

Zakaria passa in rassegna lo stato dell’America e lo stato del mondo. E’ molto pessimista sullo stato dell’America al punto da scrivere, come se ne annunciasse la scomparsa dai nostri schermi radar: “In America discutiamo ancora sulla natura e l’estensione dell’anti-americanismo […] ma mentre argomentiamo sul perché loro ci odiano, “loro” sono andati oltre e sono adesso più interessati ad altre, più dinamiche, parti del globo. Il mondo si è spostato dall’anti-americanismo al post-americanismo.”

Il fondo dell’articolo è dunque un panegirico della globalizzazione, dove tutto funziona in maniera formidabile – tranne che in America .. (anche la Francia sfugge a questo giudizio terribile, salvo poi … si veda la conclusione). Si percepisce quasi un risentimento senza ritorno contro i propri concittadini d’adozione da parte di questo indiano naturalizzato cittadino USA e “americanizzato” a dovere …

Per portare altri in questo mondo, gli Stati Uniti hanno bisogno di fare chiarezza sul proprio impegno verso il sistema. Finora, l’America è stata abile in entrambe le cose. E’ colui che detta le regole globali ma non sempre gioca secondo le regole. E dimentica gli standard creati da altri. Solamente tre paesi al mondo non adottano il sistema metrico decimale – Liberia, Myanmar e Stati Uniti. Perché l’America continui a guidare il modo, bisogna per prima cosa che ci uniamo ad esso.

Gli Americani – particolarmente il governo americano – non hanno davvero compreso la crescita del resto [del mondo]. Questa è una delle avventure più entusiasmanti della storia. Miliardi di persone fuggono da una povertà degradante. Il mondo sarà più ricco e più nobile quando cominceranno a diventare consumatori, produttori, inventori, pensatori, sognatori e costruttori. Tutto ciò avviene grazie alle idee e alle azioni americane. Per 60 anni gli Stati Uniti hanno spinto i paesi ad aprire i loro mercati, liberare le loro politiche ed abbracciare il commercio e la tecnologia. Diplomatici, uomini di affari e intellettuali americani hanno esortato le persone di terre lontane a non temere il cambiamento, ad unirsi al mondo avanzato, ad imparare i segreti del nostro successo. Appena cominciano a farlo, noi perdiamo fiducia in tali idee. Siamo diventati diffidenti riguardo il commercio, l’apertura, l’immigrazione e gli investimenti perchè ora non sono gli Americani che vanno all’estero ma gli stranieri che vengono in America. Ora che il mondo si apre, noi ci chiudiamo.

Tra qualche generazione, quando gli storici scriveranno della nostra epoca, potrebbero osservare che al volgere del 21° secolo gli Stati Uniti erano riusciti nella loro grande, storica missione: globalizzare il mondo. Non vorremmo che scrivessero che strada facendo ci siamo dimenticati di globalizzare noi stessi.”

Ma questo umorismo disincantato non ci sembra la parte essenziale del tema. La parte essenziale sta nell’affermazione che la globalizzazione è qualcosa che funziona (tranne che per gli USA), che il mondo risuona di un’attività fruttuosa e laboriosa, che questa è la miglior cosa possibile nel migliore dei mondi possibili e via dicendo.

Questa analisi è molto simpatica ma ha la caratteristica di tenersi ai fatti, a fatti selezionati con cura e affermati in abstracto, ossia a cifre, e a cifre del solo campo economico, più precisamente del commercio e della produzione, e questi dati sono considerati come la misura di tutte le cose e nello stesso tempo il riflesso di una virtù quasi esclusiva. In breve, il nostro destino e la nostra felicità ci si trovano incapsulati, e stanno bene.

Così, per valutare le cose, abbiamo attivato la funzione di ricerca parole in questo articolo piuttosto consistente (5044 parole), per cercare qualche esempio di parole-chiave che riassumano le inquietudini escatologiche dei tempi attuali, per vedere cosa ne viene detto, come queste inquietudini si accordino con le trionfanti prospettive della globalizzazione. Bene, il problema viene risolto per eliminazione.

– “Food” (cibo), perché ci sembra che se ne parli molto e che la cosa sia indicativa di alcune realtà molto inquietanti. La parola viene citata una sola volta – dopotutto l’attualità lo impone – e per dirci che l’attuale penuria che scatena sommosse per fame sembrerebbe, a guardare bene, un segno di buona salute piuttosto che di altro, in quanto conseguenza della nostra abbondanza in tutto, e particolarmente in popolazione e attività di speculazione sugli stessi alimenti: “Il cibo, che solo alcuni decenni fa era a rischio di un crollo dei prezzi, è ora nel pieno di uno spaventoso aumento. Non dovuto ad un drammatico calo nella produzione. E’ la domanda, una crescente domanda globale, che rifornisce i prezzi …” L’autore ammette che si tratta di un problema grave, ma ha precisato in precedenza che è un “problema di alto-livello”, prova che siamo sulla buona strada (“Questi possono essere problemi di alto-livello, ma si tratta comunque di problemi seri.”).

– “Oil” (petrolio), viene citato tre volte di cui due di passaggio e senza implicare giudizi sulla situazione. Il solo riferimento diretto alla situazione attuale è che il costo del petrolio è una conseguenza della situazione di attività e di prosperità (“La crescita spiega anche uno degli eventi tipici dei nostri tempi, l’impennata dei prezzi delle merci base. Il petrolio a 100 dollari è solo la punta del barile”[presumo che sia da intendersi che il petrolio a 100 dollari è solo la punta dell’iceberg della corsa generalizzata all’aumento dei prezzi, ndt]). Nessuno sviluppo né sulle conseguenze economiche di questi aumenti, né sulla nostra dipendenza dal petrolio con i suoi effetti sull’ambiente, né sulla questione dell’esaurimento delle riserve e così via.

– “Water” o “water shortage” (acqua o scarsità dell’acqua): nulla.

– “Global warning” (riscaldamento globale): nulla.

– “Climate change” (cambiamento climatico): una volta, en passant, come se si trattasse di un problema tra i tanti (“Se il problema è una disputa sul commercio o una tragedia dei diritti umani come il Darfur o il cambiamento climatico, le uniche soluzioni che possono funzionare sono quelle che coinvolgono molte nazioni”).

– “Immigration” (immigrazione): se ne parla ma solo riguardo alla formazione di ingegneri o altri quadri simili … “Gli studenti stranieri e gli immigranti contribuiscono per quasi il 50% ai ricercatori scientifici del paese. Nel 2006 essi hanno rappresentato il 40% dei dottorati di ricerca. Nel 2010, il 75% dei dottorati di ricerca sarà assegnato a studenti stranieri. Quando questi laureati si stabiliscono nel paese si creano opportunità economiche. La metà di quanto viene avviato nella Silicon Valley ha un fondatore che è un immigrato o un americano di prima generazione. Il potenziale per una nuova esplosione di produttività americana non dipende dal nostro sistema educativo o dalla spesa in Ricerca & Sviluppo, ma dalle nostre politiche di immigrazione. Se a queste persone è permesso di restare e vengono incoraggiate a farlo, allora l’innovazione avverrà qui. Se partono, la porteranno con sé.” E, poco dopo, sempre riguardo la stessa occorrenza: “Siamo diventati diffidenti riguardo il commercio, l’apertura, l’immigrazione e gli investimenti perchè ora non sono gli Americani che vanno all’estero ma gli stranieri che vengono in America.” Nulla su quello che è il vero problema sociale, umano, psicologico, sistemico, in una parola di questa altra immigrazione di popolazioni povere, che si spostano a causa di sconvolgimenti economici ed ecologici, e che portano con sé questi stessi sconvolgimenti.

Infine, un altro passaggio, più importante, merita di essere riportato. Riguarda gli attuali conflitti e le perdite che essi provocano, sulla base della considerazione che il numero di conflitti e le loro perdite rendano bene conto dello stato del pianeta e dello stato della condizione umana. Anche qui, un esuberante ottimismo è di rigore.

Lo so. Questo non è il mondo che la gente percepisce. Diciamo di vivere in tempi oscuri, pericolosi. Terrorismo, stati canaglia, proliferazione nucleare, panico finanziario, recessione, delocalizzazione e immigrazione illegale sono spesso minacciosamente presenti nei discorsi nazionali. Al Qaeda, Iran, Corea del Nord, Cina, Russia sono tutte in un modo o nell’altro delle minacce. Ma quanto è davvero violento oggi il mondo?

Un gruppo di studiosi dell’Università del Maryland ha studiato le morti causate dalla violenza organizzata. I loro dati mostrano che le guerre di ogni tipo sono andate declinando dalla metà degli anni 1980 e che siamo attualmente ai più bassi livelli di violenza dal 1950. Le morti per terrorismo sono aumentate negli ultimi anni. Ma, ad un più attento esame, l’80% di questi eventi vengono dall’Afghanistan o dall’Iraq, che sono vere zone di guerra con continue rivolte, e il loro numero totale rimane piccolo. Stando all’evidenza, il professore di matematica di Harvard Steven Pilker azzarda che probabilmente stiamo vivendo “nel periodo più pacifico nell’esistenza della nostra specie.”

Perché non sentiamo in questo modo? Perché pensiamo di vivere in tempi spaventosi? Parte del problema è che mentre la violenza è diminuita l’informazione è esplosa. Negli ultimi 20 anni si è prodotta una rivoluzione dell’informazione che ci porta in ogni istante notizie e, ancora più importante, immagini da tutto il mondo. L’immediatezza delle immagini e l’intensità delle notizie a ciclo continuo si combinano per produrre una costante overdose. Ogni turbolenza atmosferica è “la bufera del decennio”. Ogni bomba che cade è una notizia dirompente. Poiché la rivoluzione dell’informazione è così recente, noi – giornalisti, scrittori lettori, spettatori – cerchiamo di capire come inserire tutto nel contesto.

Non potevamo vedere quotidianamente i filmati dei due milioni di persone morte in Indocina negli anni 1970, o i milioni che sono morti nelle sabbie della guerra tra Iran e Iraq dieci anni dopo. Abbiamo visto poco della guerra civile in Congo negli anni 1990 dove sono morti a milioni. Ma oggi ogni bomba che viene sganciata, ogni missile lanciato, ogni morte che ne consegue, viene documentata da qualcuno da qualche parte e rimbalza istantaneamente in tutto il mondo. Aggiungeteci gli attacchi terroristici che sono casuali e brutali. “Avrebbe potuto succedere a me”, pensate. In realtà, le probabilità di essere uccisi in un attacco terroristico sono poche per un americano, meno che di annegare nella vasca da bagno. Ma non viene percepito così.”

Una psicologia anti-globalizzazione

Questo testo brillante e logico è un esempio superbo, sbalorditivo, di brio e precisione ed estremamente convincente dell’abisso di chiusura mentale, di incomprensione della situazione mondiale, di ignoranza del funzionamento della specie in quanto fatta di individui che hanno bisogno nel contempo di un’identità e di un senso collettivo dell’esistenza. E’ una abbagliante dimostrazione che quando l’intelligenza si incatena in tutta libertà (insistiamo su questa parola terribile “libertà”) a una ideologia che perverte la ragione facendone uno strumento di giustificazione partigiana, è capace di offrire il contrario del buon senso in un quadro che descrive un mondo assolutamente contorto, apocalittico, spaventoso come una prospettiva quasi seducente. Il lungo passaggio sulla guerra è un buon esempio su cui esercitare l’osservazione critica.

Il passaggio in cui si dice che viviamo “nel periodo più pacifico nell’esistenza della nostra specie” ha un aspetto assurdo nella sua contraddizione – tra la tranquillità psicologica che implica un periodo di tempi pacifici e la straordinaria angoscia esistenziale che accompagna il nostro tempo e che viene effettivamente qui descritta. Sul fatto stesso, il giudizio si basa su dati statistici che si ritengono garantiti dall’esplosione delle informazioni, quando questa stessa esplosione è un concetto quantitativo e niente affatto qualitativo. Nessuno può ignorare che al momento in cui si contano così poche guerre “ufficiali”, vi è la possibilità di massacri e distruzioni dovuti a guerre che offrono poco interesse ai nostri mezzi d’informazione e quindi ignorati da essi, che sono forse in via di svolgimento. Gli anni 1990, citati da Zakaria come esempio di quando i conflitti non erano conosciuti, erano già descritti con giubilo da Clinton & Company come i tempi dell’”esplosione delle informazioni” e dove si sapeva tutto – d’altronde con le notevoli distorsioni che rendono affascinante la cosa (dai 100.000 morti kosovari massacrati dai barbari serbi nell’aprile 1999, ai meno di 4.000 scoperti sul campo a partire da agosto-settembre 1999, a “guerra umanitaria” conclusa, dopo qualche mese di “guerra delle informazioni” in Kossovo condotta sul fronte dalla NATO, a Evere); nello stesso tempo si ignoravano diversi massacri e liquidazioni in corso, oltre in Rwanda, in Congo e Sudan ad esempio, che si cominciano a conoscere adesso, con discrezione. Non c’è nessuna ragione, ma proprio nessuna, mentre ci si preoccupa per il Tibet, perché la stessa cosa non stia avvenendo anche in altri luoghi. Nell’immediato, quando Zakaria ci parla dei conflitti in Afghanistan e in Iraq per osservare, a proposito delle perdite umane: “… e il numero totale rimane piccolo”, – a cosa pensa per giustificare l’aggettivo “piccolo”, ad esempio per quanto riguarda l’Iraq? Alle perdite civili “ufficiali” (circa 30.000 morti)? Alle perdite civili ufficiosamente ufficiali (80.000-100.000 morti)? Alle perdite civili ufficiose ma calcolate minuziosamente (più di un milione di morti)? In realtà, noi viviamo “nel periodo più pacifico nell’esistenza della nostra specie” semplicemente perché la nozione di guerra tradizionale, con dichiarazione di guerra, grandi battaglie, ecc. non esiste più realmente e il nostro modo di fare è piuttosto “non teniamo il conto dei morti” (generale Tommy Franks nel 2003 a proposito dei morti civili in Iraq). Concludere che il livello di violenza si è abbassato costituisce una deduzione alquanto bizzarra.

[Fonte: http://www.warnews.it (dati riferiti al 2005)]

Lo stesso passaggio ignora completamente il fattore psicologico che deriva dalla violenza, laddove questo aspetto ci parla con evidenza dell’incomprensione dell’autore riguardo lo stato di ansietà che caratterizza (specialmente) i cittadini americani. Le nostre “guerre” di oggigiorno, nel quadro generale che abbiamo delineato, sono avvenimenti nei quali la continua violenza viene spesso subita a livello psicologico piuttosto che a livello del fuoco delle armi. Se si esamina il bilancio dei suicidi dei veterani dell’Iraq, che avvengono nello stesso tempo della guerra stessa, come non considerarli vittime dirette di questa guerra, e allora s’impone la verità che oggi la violenza uccide anche mediante la psicologia, e in misura maggiore (si veda il nostro Bloc-notes di oggi [1]).

… Ma non è forse il caso della globalizazzione in sé che, oltre a condizioni economiche spaventose dal punto di vista qualitativo, per la sua disparità nei rapporti e le sue degradazioni ambientali e sociali, costituisce una universale pressione psicologica che destruttura tutta la cornice della civiltà, della vita sociale – che è necessariamente il quadro stabilizzatore della psicologia – che sradica la speranza nella vita e il senso dell’esistenza, che massacra le culture e di conseguenza la psicologia, che distrugge la solidarietà, la memoria, le radici, tutto ciò che forma l’identità di un essere umano e tutto ciò per il quale vale la pena di esistere? E che, infine, nutre la disperazione nichilista che apre la prospettiva totalmente livellatrice dell’entropia finale … (Ancora non si prendono in considerazione le ricadute delle conseguenze della globalizzazione, genocidio generale in pieno sviluppo che si manifesta con l’aumento di crisi sistemiche di cui l’autore apparentemente non si preoccupa, come abbiamo già notato).

Quindi, che gli Americani siano pessimisti e di umore così nero ci rallegra grandemente perché è senz’altro il segno che sono infinitamente migliori delle loro élites (nulla di cui stupirsi) … “Gli Americani sono al momento depressi. Intendo dire davvero depressi. In aprile, un nuovo sondaggio ha rivelato che l’81% del popolo americano pensa che il paese sia su una strada sbagliata”, constata, furioso, Zakaria. E di seguito: “Ma i fatti sul tappeto – disoccupazione, pignoramenti, paura di attacchi terroristici – non sono sufficienti a spiegare la presente atmosfera di disagio. L’ansia americana nasce da qualcosa di più profondo, dalla sensazione che grandi forze distruttive stiano imperversando per il mondo…” Giusto, yankees, su questo niente da dire.

Questo terribile giudizio degli Americani, prime vittime o primi porta-bandiera di questa psicologia inconsapevolmente (o, a volte, consapevolemente) contestatrice della globalizzazione, ribelle all’insegnamenti delle proprie élites, si unisce a questa strana frase di Joshua Muravchik, noto neocon, nella sua prefazione a “The Imperative of American Leadership” del 1996 (AEI Press); frase enigmatica nel contesto e ad opera di questo autore, inserita nell’introduzione (pag. 2) e non spiegata in alcun punto del libro; una frase sibillina ma che, in fin dei conti, potrebbe riflettere una verità fondamentale:

A parte forse i Francesi, il solo popolo recalcitrante di fronte alla leadership americana è il popolo americano”.

[1] Dalla rubrica Bloc-Notes apparsa sul sito dedefensa .org il 6 maggio 2008:

Come uccidono le “nostre” guerre: la dimensione psicologica

Torniamo su uno scandalo latente negli USA, che torna sporadicamente in superficie ma non è ancora esploso sulla “stampa ufficiale”, secondo l’abituale tendenza che consiste nel documentare il meno possibile tutti i segni di sfaldamento del sistema. Si tratta del “caso” dei suicidi di veterani USA della guerra in Iraq.

Alla fine di aprile sono apparsi molti testi sulla questione, portando conferme alle cifre rivelate da CBS News il 13 novembre 2007 e precisazioni sulle modalità con cui il Dipartimento degli Affari dei Veterani (DVA) aveva tentato di insabbiare gli sviluppi di queste rivelazioni. Le rivelazioni originano da diverse fughe di notizie (e-mail) da parte di dirigenti del DVA dove si mostra l’intenzione di insabbiare l’affare. Precisazioni sugli ultimi sviluppi si trovano particolarmente in due articoli di Jason Leopold sul sito OnLine Journal, del 22 aprile e 23 aprile e in un articolo sul sito WSWS.org del 26 aprile.

[Fonte:http://video.thinkprogress.org/2007/11/suicidevets.320.240.jpg]

Per ricordare e fissare l’ampiezza del fenomeno, che sta prendendo l’aspetto di un disastro sociale:

– Le precisazioni sui suicidi sono spaventose. L’attuale tasso medio di suicidi presso i veterani dell’Iraq è di 18 al giorno, 127 alla settimana, 6.570 all’anno. (Si tratta di suicidi di soldati che hanno terminato il loro servizio in Iraq e sono rientrati negli Stati Uniti, in accordo con la definizione di “veterano”). Si conviene, secondo i documenti del DVA divenuti pubblici, che vi siano 1.000 tentativi di suicidio al mese negli istituti dove i veterani vengono curati, e dove la sorveglianza dovrebbe per definizione impedire questo tipo di comportamenti.

– I danni psicologici generali causati dalla guerra sono altrettanto terribili. Jason Leopold precisa: “Questi [suicidi] sono ora supportati da uno studio comprensivo divulgato dalla RAND Corporation la scorsa settimana che indica in circa 300.000 i soldati USA, mandati a combattere in Iraq e in Afghanistan, che soffrono di depressione maggiore o PTSD [Sindrome da stress postraumatico] e in 320.000 quelli che hanno riportato danni da traumi cerebrali.”

Rimane molto difficile determinare il numero totale dei suicidi (quelli dei veterani tornati dalla guerra e quelli dei soldati al fronte) ma è palesemente manifesto che sia di molte volte superiore alla stima ufficiale dei soldati USA uccisi in combattimento in Iraq, poiché in un solo anno, secondo il ritmo attuale, si arriva a un numero di morti quasi doppio di tutte le perdite ufficiali USA dall’inizio del conflitto.

Sembrerebbe evidente che le morti per suicidio direttamente successive al conflitto, a causa delle circostanze e della simultaneità dei fatti, dovrebbero essere contate come perdite dirette del conflitto. Questa nuova regola permetterebbe di stabilire un fatto nuovo e senza precedenti nel caso di guerre importanti: le morti per gli effetti psicologici della guerra, tra le forze che hanno scatenato la guerra stessa ed invaso il territorio nemico, rappresentano la parte sostanzialmente maggiore delle perdite. Ciò porta a considerare questo nuovo fondamentale aspetto della guerra post-moderna, o guerra di quarta generazione (G4G), almeno per quanto riguarda gli Stati Uniti (precisazione importante): questa guerra uccide più attraverso la psicologia che attraverso la violenza diretta (le perdite per cause psicologiche sono evidentemente il prodotto della particolare forma di violenza di questa guerra). Vediamo questo insegnamento di capitale importanza come una conferma dell’onnipresenza, al giorno d’oggi, del fatto psicologico nel fenomeno della violenza e la destabilizzazione della nostra epoca, dovuto alle varie forme di comunicazione, che si tratti di sovrainformazione, di sovvertimento dell’informazione, di virtualità, fino ai metodi di guerra determinati dalle preoccupazioni riguardo le pubbliche relazioni (anch’esse nel campo della comunicazione), dove tutto è sacrificato alla “protezione delle forze” (atteggiamento USA) al prezzo di spaventose violenze esercitate ciecamente contro l’avversario e contro le popolazioni civili. Queste violenze giocano un ruolo considerevole nei disturbi psicologici che riguardano i soldati. (Un film come “Nella valle di Elah” mostra bene il processo psicologico).

Il fenomeno della violenza e, di conseguenza, il fenomeno della “guerra” stessa, meritano oggi una ridefinizione completa, in conformità all’“era psicopolitica” in cui siamo entrati.

Titolo originale: “La globalisation à la folie

Fonte: dedefensa.org
Link: http://www.dedefensa.org/article.php?art_id=5103
6.05.08

Scelto e tradotto per Comedonchisciotte.org da MATTEO BOVIS

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