L’ITALIA DELLE PRIORITÀ CAPOVOLTE: RISORSE ALLE ARMI, MENTRE SCUOLA, SANITÀ E LAVORO AFFONDANO

Protesta studentesca contro la guerra


Di Patrizia Pisino per ComeDonChisciotte.org


Questo articolo si unisce a quelli già pubblicati su ComeDonChisciotte per rompere il muro di gomma eretto dai media mainstream e dalle TV nazionali. Di fronte alle mobilitazioni di questi giorni, i telegiornali hanno scelto di mostrare unicamente le immagini della guerriglia urbana e degli scontri fisici, omettendo deliberatamente le ragioni profonde, le piazze pacifiche e i sacrifici dei lavoratori e degli studenti. Si tratta di una strategia precisa e ormai consolidata, mirata a spogliare di significato e a disautorare la portata storica di una presa di coscienza ormai trasversale del popolo.

Mentre il ministro Crosetto ammette che l’esecutivo ignora deliberatamente il parere della maggioranza dei cittadini sulle spese militari, il Paese reale esplode. Dalle scuole occupate ai blocchi dei tir al Sud, il messaggio è uno solo: la spesa pubblica deve tornare a servire gli italiani.

C’è un momento preciso in cui la distanza tra i palazzi della politica e le strade del Paese reale si trasforma in un baratro insondabile. Quel momento è racchiuso nelle parole pronunciate dal Ministro della Difesa italiano, Guido Crosetto, ai microfoni della BBC:

“Non possiamo cedere all'opinione pubblica quando riteniamo che l'opinione pubblica abbia torto”.


Un'ammissione di straordinaria gravità che svela la postura profonda di una classe dirigente che ha deciso di procedere a tappe forzate verso il riarmo, calpestandone il volere popolare.

I dati confermano in pieno questo squilibrio strutturale: il Documento Programmatico di Bilancio (DPB) appena approvato prevede infatti un netto balzo della spesa per la Difesa dall'1,3% del PIL nel 2026 all'1,6% nel 2027, immettendo circa 8 miliardi di euro di risorse aggiuntive nel settore bellico.

Le prime vittime di questo bilancio orientato alla difesa sono proprio i pilastri del nostro tessuto civile. Mentre gli investimenti per gli armamenti aumentano di miliardi, la sanità pubblica subisce un finanziamento parziale di appena 2,4 miliardi nel testo inviato a Bruxelles — una cifra nettamente inferiore alle attese del settore e utile appena a coprire i costi fisiologici più urgenti (pari a un impatto reale dello 0,10% del PIL). Parallelamente, il mondo della scuola e dell'università riceve briciole (circa 686 milioni), costringendo i giovani a confrontarsi quotidianamente con strutture fatiscenti, aule sovraffollate e una spesa per il carovita scolastico totalmente fuori controllo.

La risposta a questa sordità istituzionale non si è fatta attendere e sta assumendo le sembianze di una smentita radicale a qualsiasi frammentazione geografica. La protesta ha registrato un’adesione massiccia e rabbiosa in tutto il Sud Italia e nelle Isole, trasformando il Mezzogiorno nel vero motore di una mobilitazione che sta assumendo una portata autenticamente nazionale.

A Napoli, migliaia di giovani hanno sfilato da Piazza Garibaldi al grido di "La Campania non si arruola", legando il tema del pacifismo alla piaga della disoccupazione giovanile e all'opposizione all'autonomia differenziata. A Bari, i cortei hanno messo sotto accusa il collasso del trasporto pubblico e i costi proibitivi dei testi scolastici.

La mobilitazione ha toccato livelli altissimi di partecipazione anche in Sicilia: a Palermo e Catania gli studenti hanno manifestato davanti alle sedi istituzionali per denunciare le condizioni strutturali disastrose e la mancanza di riscaldamenti negli istituti dell'isola, pretendendo che i fondi per il riarmo vengano dirottati sull'edilizia scolastica meridionale.

In Sardegna, la protesta ha assunto contorni ancora più drammatici, unendo il rifiuto del carovita a una storica e radicale battaglia antimilitarista. I collettivi sardi hanno denunciato con forza non solo il fatto che l'isola ospiti oltre il 60% delle servitù militari italiane — con i colossi di Capo Teulada, Salto di Quirra e la base di Decimomannu —, ma soprattutto la concomitanza con l'avvio di Steadfast Noon 2026, la maxi-esercitazione della NATO incentrata sulla deterrenza nucleare.

Vedere lo spazio aereo e la propria terra trasformati nella prima linea di addestramento per simulare scenari di guerra atomica, con il volo di oltre 60 caccia stealth e bombardieri B-52 pronti all'uso di ordigni nucleari, è stato vissuto dalla popolazione e dai giovani come una minaccia diretta alla propria sopravvivenza e un insulto alla vocazione di pace dell'isola.

Ma è sui nodi stradali che la rabbia del Sud si è saldata all'economia reale del Paese. Lo sciopero degli autotrasportatori, iniziato il 16 ottobre e prorogato fino al 20 ottobre 2026, sta bloccando le arterie vitali del Mezzogiorno con presidi attivi sulla A1 Milano-Napoli e la chiusura strategica del nodo con l'A30 Caserta-Salerno. Le ragioni dello sciopero risiedono nel raddoppio dei costi dei carburanti che sta spingendo le imprese della logistica verso il collasso. Lungo i blocchi autostradali di Caserta, Avellino, Gizzeria e degli imbarchi di Messina sono comparsi striscioni durissimi:


"Senza di noi l'Italia si ferma, senza di voi l'Italia respira", "Lavoriamo per pagare il gasolio, lo Stato si arricchisce e noi falliamo" e "Il Sud non è invisibile".


Il fulcro del dissenso che unisce le piazze da Nord a Sud è profondamente etico, economico e geopolitico. Nei cortei del No Meloni Day di ottobre e nelle mobilitazioni permanenti dei collettivi, gli studenti hanno gridato un no assoluto alla guerra, rifiutando l'escalation militare sia sul fronte ucraino contro la Russia, sia nei teatri di crisi del Medio Oriente.

Per le nuove generazioni, alimentare i fronti bellici mondiali accelera solo la corsa verso un'escalation distruttiva, cancellando le prospettive di futuro dei giovani.

La sintesi perfetta di questa mobilitazione è affidata alle parole scritte a grandi lettere sugli striscioni d'apertura dei cortei in oltre 40 città:


"Soldi alla scuola, no alla guerra" e "Armiamoci di istruzione e non di distruzione".


Accanto alla contrarietà per le spese militari, gli studenti hanno portato in piazza scritte di denuncia sociale e civile come

"La scuola non si arruola" ed "A scuola nessuno è straniero".


A Torino, per rispondere ai crolli infrastrutturali negli istituti, è comparso l'emblematico slogan:


Guardate cosa ci cade in testa, non cosa abbiamo in testa",


a rimarcare l'ipocrisia di un dibattito politico concentrato sul "decoro" giovanile anziché sulla reale sicurezza delle aule.


A fronte di richieste legittime volte a tutelare i diritti più elementari, la risposta delle autorità di pubblica sicurezza è tornata a percorrere i binari della massima durezza. Nelle strade di Torino, Milano e Roma, la gestione dell'ordine pubblico ha visto un ricorso sistematico a cariche di alleggerimento, manganellate e gas lacrimogeni.

Vedere le immagini di manifestanti inermi colpiti in pieno dal forte getto degli idranti e indietreggiare sotto i colpi dei bastoni d'ordinanza rievoca inevitabilmente una dolorosa memoria storica nel nostro Paese. Queste scene ricordano i fantasmi mai del tutto svaniti di altre storie di dura repressione della resistenza civile: dalle cariche brutali viste a Genova contro i portuali e i cittadini pacifici durante i recenti movimenti dell'era Covid, fino ad arrivare alla ferita più profonda della democrazia italiana, quella notte del 2001 a Genova in cui le forze dell'ordine colpirono a freddo, indiscriminatamente e con ferocia inaudita, manifestanti pacifici che dormivano all'interno della scuola Diaz.

Oggi come allora, l'uso smodato e non selettivo della forza solleva interrogativi pesantissimi sulle modalità con cui lo Stato sceglie di relazionarsi con chi esprime dissenso.

A Torino, in Piazza Castello una donna si è frapposta con le mani alzate direttamente davanti agli scudi sollevati della Polizia di Stato, chiedendo di arrestare l'avanzata per difendere i manifestanti indifesi e creare un cordone di protezione intorno ai minori. Un atto di coraggio civile seguito dalla formazione di catene umane spontanee di adulti e docenti nel tentativo disperato di fare da scudo e fermare i reciproci lanci e le manganellate. Questo esempio di resistenza civile dimostra come il Paese reale stia provando in ogni modo a difendere gli spazi del dissenso democratico, respingendo tanto la durezza dei manganelli quanto le derive distruttive che offrono al governo l'alibi perfetto per la repressione.


Davanti a una paralisi di questa portata, emerge un dato allarmante: la quasi totale invisibilità e il silenzio complice delle TV nazionali, che relegano le proteste nei trafiletti della viabilità o nei minuti finali dei telegiornali. Si tratta di una scelta editoriale e politica ben precisa. I telegiornali mainstream scelgono di concentrare le telecamere esclusivamente sulla "spettacolarità visiva" degli scontri urbani o sugli atti di guerriglia isolati di Torino o Roma.


L'obiettivo è evidente: ridurre una mobilitazione di massa a mero problema di ordine pubblico o a "disagi al traffico", nascondendo la natura pacifica, costruttiva e trasversale delle piazze. Censurando la solidarietà e l'unione tra i camionisti del Sud, i comitati antimilitaristi isolani e gli studenti delle università, il sistema informativo tenta di disautorare l'importanza di una presa di coscienza popolare che sta unendo l'Italia sotto le stesse rivendicazioni concrete.

In ultima analisi, ciò che emerge con disarmante chiarezza da questo autunno di tensioni è il ritratto di istituzioni blindate, arroccate nei loro centri di potere e totalmente impermeabili alle sofferenze del Paese. Mentre i cittadini affrontano quotidianamente i morsi di un’inflazione implacabile, i rincari energetici e il declino della sanità, la classe dirigente si muove in una bolla di totale sicurezza economica e materiale, al riparo da ogni disagio o perdita di potere d'acquisto.

Liquidare la contrarietà della stragrande maggioranza della popolazione come un semplice "errore" da ignorare significa, di fatto, considerare il "popolo sovrano" come un soggetto incapace di intendere e di volere, una massa non qualificata a cui sottrarre risorse per destinarle a logiche di devastazione.


Trattare i cittadini e i giovani come elementi che "non contano nulla" nelle grandi decisioni strategiche è un gioco pericoloso: quando i canali del dialogo istituzionale si chiudono e il dissenso viene derubricato a ignoranza, alla società civile non resta che la via del blocco totale. E la forza di questa protesta, che dal profondo Sud sta risalendo la penisola, dimostra che nessuna blindatura può proteggere a lungo un potere che ha deciso di fare la guerra ai propri stessi cittadini.


In definitiva, il silenzio calato sulle piazze pacifiche e la rimozione delle motivazioni reali non sono una semplice omissione di cronaca, ma rispondono a un preciso bisogno del sistema: mantenere addormentata e sotto controllo quella parte dell'opinione pubblica che sceglie deliberatamente di non svegliarsi.

Finché i media mainstream racconteranno che la protesta è solo sterile teppismo o passeggero disagio alla viabilità, chi resta comodamente seduto davanti allo schermo potrà continuare a cullarsi nella bolla dell'illusione che l'informazione televisiva sia lo specchio fedele della realtà. È proprio su questa passività, su questo fidarsi cieco delle immagini parziali passate dai telegiornali, che il potere edifica la sua stabilità. Svelare questo meccanismo e spegnere quella bolla artificiale è il primo, indispensabile passo per restituire dignità al Paese reale che ha deciso di prendere coscienza e scendere in strada.


Un consiglio al Ministro Crosetto: se è davvero convinto che la Russia attaccherà l'Italia, prenda lei le armi per primo e marci contro Mosca. Ma se persino Napoleone, che pure era un grandissimo condottiero, non riuscì a sconfiggere la Russia segnando proprio in quella terra la sua definitiva disfatta, lei chi crede di essere?


I nostri giovani rifiutano la guerra: chiedono solo un futuro di pace per realizzare i propri sogni con gioia. È troppo facile promuovere la soluzione armata e soffiare sui venti di guerra quando si è protetti da una scrivania, sapendo benissimo che a morire al fronte sarebbero i figli degli altri.


L'ITALIA DISARCIONA CROSETTO

Protesta studentesca contro la guerra (4)


Di Patrizia Pisino per ComeDonChisciotte.org

20.10.2026


FONTI

• Intervista e Dichiarazioni Ministeriali: Informazioni ufficiali raccolte dall'intervista del Ministro Guido Crosetto emessa dall'emittente britannica BBC (Ottobre 2026).
• Dati Economici di Spesa Militare e Difesa: Documento Programmatico di Bilancio (DPB 2027) approvato in data 13 ottobre 2026
• Esercitazioni NATO Steadfast Noon 2026
• Fondi di Finanziamento Sanità e Scuola: Analisi sulla legge di bilancio
• Proteste Autotrasportatori al Sud: Aggiornamenti sulla viabilità e lo stato dei blocchi nel Mezzogiorno


Commenti (5)

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    1. maghi 20 ottobre 2026

      comunque c'è un'altra ipotesi e cioè che ci stiano prendendo per i fondelli per coprire l'emergenza globale dell'esaurimento delle risorse, usando le scuse delle guerre. Come disse Cossiga: "Ci vuole il terrore per convincere il popolino a fare ciò che vuole il potere". Nel medioevo usavano il bastone. Speriamo che basti il terrore.

    1. doutdes 20 ottobre 2026

      Non ne verremo fuori.
      Per quanto possiamo compiacerci dei timidi segnali di insofferenza verso le politiche del riarmo e del suicidio energetico, alla fine i “ribelli” saranno acquietati dalle lusinghe riparatrici di un provvidenziale sussidio o, laddove necessario, di poderosi calci in culo rieducativi.
      Con tutta la classe politica e i media asserviti all’impero, è ridicolo pensare vi sia speranza di cambiamento e non sarà certo lo spuntato strumento elettorale ad offrirci tale possibilità.
      Però sono ottimista.
      Non credo che l’Europa sarà distrutta da una guerra nucleare.
      Sarà solo un posto di mer.da.

    1. PietroGE 20 ottobre 2026

      Il problema delle risorse destinate alle armi c'è ma l'analisi sarebbe superficiale. Il malessere è più profondo e non riguarda tanto i trasportatori che protestano per il diesel, quanto ceti giovanili scollati dalla società, senza ideologia di riferimento , abbagliati da 'tutto e subito' e de-integrati dalla società e dalle regole del vivere comune. Questa è la faglia più pericolosa. Le analisi che si sentono sui media di regime sono ridicole, praticamente si riassumono nel 'dategli più soldi' così stanno buoni. Questa politica è stata iniziata e proseguita dai governi francesi negli ultimi 15 o più anni. I risultati si vedono ora.

    1. Martin 20 ottobre 2026

      Concordo. Che peccato che il PD sia in prima linea ancora peggio della Meloni nel supporto all' Ucraina. Infatti ha accusato la Meloni di non far parte del gruppo Germania, Francia e UK.
      Ove il PD andasse al Governo, la nostra politica estera e di difesa peggiorerebbe ulteriormente, e l'eventuale aumento della spesa sociale verrebbe finanziato con nuove tasse che colpirebbero ulteriormente la classe media italiana, ormai in costante riduzione.
      Avete mai visto un Paese crescere con la classe media in costante riduzione? Io no.

    1. Dario Lampa 20 ottobre 2026

      Cito: "Non possiamo cedere all'opinione pubblica quando riteniamo che l'opinione pubblica abbia torto”.
      Questo dimostra, se mai c'è ne fosse bisogno, che la classe politica al governo e anche in parlamento, compreso l' inquilino del Quirinale, non rappresentano più la maggioranza del popolo italiano, ma rappresentano e fanno solo gli interessi di una ristretta casta oramai delegittimata dalla maggioranza del paese (l' astensione al voto ne è una conferma).
      Tutto questo, unito alle guerre del liberal-capitalismo e alle catastrofi ambientali generate dal sistema formano la miscela esplosiva che sta incendiando le piazze di tanti paesi.
      E i media mainstream raccontano che la protesta è solo sterile teppismo o passeggero disagio alla viabilità! No è tutta altra storia! E' l' inizio di una salvifico moto insito nell' animo umano, nell' inconscio collettivo. Una rivoluzione che deve essere ben organizzata e indirizzata per salvare l' umanità dall' immensa catastrofe che si profila all' orizzonte.

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