ISTRUZIONE E CAPITALE (PARTE SECONDA)

ISTRUZIONE E CAPITALE (PARTE SECONDA)

DI ROSANNA SPADINI E TONGUESSY

comedonchisciotte.org

“L'eguaglianza non è più una virtù” potrebbe essere assunto come il motto che ha contraddistinto la massiccia e articolata reazione anti-keynesiana di fine secolo: dopo un cinquantennio nel quale l'eguaglianza era stata, in qualche misura, il valore sociale prevalente - l'”idea regolativa” sulla quale si erano orientate le politiche pubbliche dell'Occidente democratico e le stesse Carte costituzionali dei paesi civili -, si registrava, esplicitamente, una rottura.[1]

Tale rottura era imputabile alla diversa valutazione sull'eguaglianza, diventata improvvisamente ostacolo al “progresso economico”. Il neoliberismo si stava facendo largo, ed imponeva i propri standard.

La prima vittima di tale rottura è la credibilità, ovvero il rapporto diretto tra cittadini e Stato. Cittadini “diseguali” non hanno alcun motivo di rispettare chi causa tale diseguaglianza attraverso la mirata creazione di leggi e sistemi di valori. E' il passaggio epocale dalla modernità alla postmodernità che trascina nel fango decenni di fattiva (seppur problematica) collaborazione tra le forze in campo. Tutto l'afflato modernista viene potentemente ridimensionato: i suoi valori fondanti (ciò che ha permesso la creazione dell'Italia come potenza industriale internazionale) vengono azzerati e si assiste ad un inarrestabile deterioramento del tessuto sociale.

L'avvenuto mutamento dei precedenti rapporti di potere (che causa enormi sofferenze negli strati più bassi a causa della loro progressiva esclusione dai processi sociali), porta ad un aumento della conflittualità. Conseguentemente il nuovo standard relazionale, nato dalla cesura insanabile tra cittadini e Stato, diventa la protervia: indifferenti alle affollate manifestazioni di dissenso oggi i vertici proseguono con la realizzazione dei progetti politici in agenda.

Se l'eguaglianza prevedeva la considerazione del dissenso in quanto “uguale” al consenso, le nuove regole impongono una rivisitazione morale. Mentre le manifestazioni oceaniche nel periodo “modernista” facevano cadere i governi oggi, in piena era postmoderna, li fanno rimanere ben saldi al potere. La nuova morale insegna che il “fittest to survive” non è l'animale sociale che sa rispettare i propri limiti e solidarizzare con i propri simili, ma il bipede che si fa largo a sgomitate e sgambetti e scavalca chiunque pur di raggiungere i risultati prefissati. Qualcuno ci rimetterà ma, a quel punto, sarà colpa sua.

Se l'istruzione in Italia, come suggeriva Calamandrei, era centrale nella realizzazione del sogno modernista (quindi egualitario) in quanto asse portante della creazione della classe media, volano del sistema industriale, risulta abbastanza agevole pensare che, una volta entrati nella postmodernità, ci dovesse essere un ripensamento totale sulle sue politiche gestionali. Se l'eguaglianza non è più una virtù, il sistema che la supporta va adeguatamente modificato. E, a tutti gli effetti, l'istruzione è stata cambiata per dare ampi spazi al nuovo Nomos.

Non essendo più interessato a mantenere in vita la middle class, il capitalismo postmoderno si incarica di liquidare il sistema scolastico che, negli anni passati, ne ha permesso la creazione. Vengono così sferrati poderosi attacchi concentrici all'hard core dell'istruzione: il corpo statale che lo sostiene da una parte viene cinto d'assedio dall'informazione che lo vuole fancazzista e mangiapane a sbafo, mentre dall'altra è sottopagato e costretto a continui e spesso inutili corsi di aggiornamento per mantenere viva la speranza di quella promozione che una volta era rappresentata dallo scatto di anzianità.


Al grido di “meno Stato e più Mercato” si è da tempo scatenata una campagna denigratoria nei confronti dei dipendenti pubblici, ed in particolare contro quelli che permisero la creazione dei quadri tramite un'adeguata istruzione. L'ordine parte da lontano ed ha le parole del diktat di Draghi e Trichet che, nella famosa lettera “segreta”, così tuonano: “il Governo dovrebbe valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover (il ricambio, ndr) e, se necessario, riducendo gli stipendi.... Negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l'uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell'istruzione).”[2]

Ovviamente per performance si intende discriminazione salariale, primo passo verso il dumping.

Dal blog di Beppe Grillo una delle firme più note del giornalismo italiano, Massimo Fini, interpretando al meglio il pensiero della BCE, così sintetizza la situazione politica ed economica italiana: c'è il blocco A dei disperati e c'è “il blocco B, è costituito da chi vuole mantenere lo status quo, da tutti coloro che hanno attraversato la crisi iniziata dal 2008 più o meno indenni, mantenendo lo stesso potere d'acquisto, da una gran parte di dipendenti statali ... Ogni mese lo Stato deve pagare 19 milioni di pensioni e 4 milioni di stipendi pubblici. Questo peso è insostenibile, è un dato di fatto, lo status quo è insostenibile.” [3]

Questa doppia azione politica e propagandistica ha come risultato la demotivazione all'insegnamento da una parte e l'identificazione in quel corpo statale, nella vulgata popolare artatamente manipolata, del responsabile della mancata realizzazione del sogno di eguaglianza modernista.

Ma non solo: mentre quel corpo assumeva il ruolo chiave nell'insegnamento modernista (nella tradizione del Maestro A. Manzi l'istruzione aiutava i cittadini ad essere integrati nel nuovo sistema urbanizzato), in quello postmoderno attuale tale ruolo viene negato, dato che una certa dose di analfabetismo di ritorno è indispensabile per potere cacciare la vecchia middle class nel girone dantesco del lumpenproletariat.

Una recente ricerca internazionale mette l’Italia al primo posto in Europa per il cosiddetto «analfabetismo di ritorno». Spiega il prof T. De Mauro che “solo il 30 per cento degli adulti ha un rapporto sufficiente con lettura, scrittura e calcolo. Gli altri si muovono solo in un orizzonte ristretto, subendo quel che succede senza saper capire e reagire.”[4]

Il che è esattamente il contrario di ciò che intendeva promuovere la nostra Costituzione (e, per inciso, anche il modello modernista ed egalitario legato allo sviluppo industriale), mentre soddisfa completamente le necessità del capitale postmoderno: lo status dell'acefalo consumatore compulsivo non si misura certamente dal grado di cultura ma dalla capacità di sopravvivere alla crisi possedendo narcisisticamente gadget tecnologici che lo fanno apparire dimentico della propria ignorante solitudine, “subendo quel che succede senza saper capire e reagire.”

La scuola, dipinta da Calamandrei come “l'organo centrale della democrazia” viene così ridimensionata dato che la democrazia stessa, basata sull'uguaglianza, non è più una virtù. Le voci degli insegnanti oggi forniscono informazioni che si confondono con la ridondante massa di concetti e significati dell'attuale era postdemocratica antiegalitaria, e la loro eco si perde nel rimbombo assordante del postmoderno che confonde processi veri e virtuali, realtà e reality.

Rosanna

L’avvento della dimensione postmoderna ha certamente intasato la sacralità del sogno modernista, ciò che era ritenuto “sacro” in quel mondo ora è ritenuto “superfluo, inutile e noioso”. Scoppiava una guerra (Vietnam) e i giovani si tuffavano in quel mondo reale fetido di sangue e napalm, fino a provarne il gusto amaro della morte, manifestando per le piazze con la determinazione di chi voleva contribuire attivamente alla conclusione veloce di quelle sofferenze.

Martin Luther King, il pastore battista dell’ "I have a dream", gridava al mondo la sua rabbia, dando vita al più straordinario movimento per i diritti civili dei neri e i giovani partecipavano al suo sogno, alle sue marce oceaniche, presi dall’emozione manifestavano per una società in cui bianchi e neri potessero vivere a fianco pacificamente.

Il movimento studentesco diventava attore sociale cosciente in grado di assumersi la responsabilità di una contestazione globale del sistema, lamentando la manipolazione culturale di massa in cui, attraverso il falso mito della “neutralità della scienza” veniva consentita la trasmissione dell’ideologia della classe dominante, cioè quella della competizione sociale e del mito selettivo della carriera.

Ma quei giovani comunque lottavano, manifestavano, si mettevano in gioco, coscienti di quello che avveniva intorno a loro, immersi corpo e anima nella densità della storia, interessati alle molteplici attività sociali. Ora invece i giovani sono abbagliati da un iperrealismo scenografico, dove scompaiono le opposizioni tra verità e inganno, tra vita quotidiana e spettacolo, dove il reale e la propria immagine si assomigliano perfettamente, sono una cosa sola, dove la realtà appare ridotta ormai ad un rimando di segni e simulacri.

Nella “società della conoscenza” dunque, dove la ridondanza delle informazioni investe ogni giorno i nostri tablet, monitor, cellulari, determinando la scomparsa di senso del reale, la scuola vecchia maniera, dotata di docenti “colti” ma pur sempre inadempienti nei confronti di “wikipedia”, con la sua la didattica “moderna” appare superata anni luce dalla cultura del progetto flessibile e modulare, indicata dalla Riforma dell’Autonomia Scolastica del 1999, diretta espressione senza ambiguità delle esigenze neoliberiste nell’ambito dell’istruzione, dove lo studente, dotato di un proprio portfolio valutativo si trova solo a dover percorrere un cammino culturale privatistico, che lo abituerà alla solitudine del cittadino, privo di diritti e di lavoro fisso. Dove in un rapporto culturale di diritto privato, vivrà relazioni “economiche” di domanda e offerta formative, debiti e crediti, somministrazione di verifiche strutturate e preconfezionate (Invalsi), valutazioni interne ed esterne.

Da ultimo arriva il progetto di Riforma scolastica del governo Renzi “La buona scuola”, simulacro operativo del massacro definitivo della cultura, governata dal principio d’incoscienza, che ha precisi scopi basilari, piuttosto significativi: - presidi che assumeranno direttamente dopo una fantomatica “consultazione collegiale” e che interverranno sulla carriera e sugli stipendi; - il Sistema Nazionale di Valutazione che imporrà i criteri invalsiani della scuola-quiz, con l’introduzione del Registro Nazionale del personale per conteggiare le sedicenti “abilità” di ognuno, fissandole in un Portfolio con i presunti “crediti” sulla cui base i presidi premierebbero i più fedeli; - la cancellazione degli scatti di anzianità sostituiti da scatti per “merito” che riceverebbe solo il 66% dei “migliori” di ogni scuola o rete di scuole (perché proprio il 66%?) sui quali la parola decisiva l’avrà il preside, come un Amministratore delegato alla Marchionne;

- poi un accorato appello agli investimenti privati, “potenziando i rapporti con le imprese”, ma anche chiedendo il “microcredito” dei cittadini, cioè un ulteriore aumento dei contributi imposti ai genitori per le spese essenziali delle scuola, visto che lo Stato, come scrive Renzi, “non ce la fa” da solo; - sedicenti “innovatori naturali”, che invece di insegnare si occupano dell’aggiornamento obbligatorio altrui, nonché il “docente mentore”, supervisore della valutazione della scuola e del singolo.

Nell’ultima legge di Stabilità poi, il governo Renzi e la maggioranza approvano gli ennesimi tagli all'istruzione pubblica (1,4 miliardi a scuola, università e ricerca), con un colpo di coda regalano ulteriori 200 milioni alle scuole private, in barba a quanto previsto dall'articolo 33 della nostra Costituzione, in base alla quale: "Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato". Da anni questo dettato costituzionale viene disatteso e aggirato. Il risultato è che, mentre abbiamo la classe di insegnanti meno pagati d'Europa, alla scuola pubblica viene chiesto di arrangiarsi, di far fronte ai tagli e il privato invece viene come sempre privilegiato.

Però nonostante i modelli e i contenuti del postmoderno ci portino altrove, il mestiere dell’insegnante dovrà operare una resistenza difficile, se non impossibile, perché il suo compito resterà sempre quello di accendere le coscienze, destare emozioni, liberare le passioni, scardinare i luoghi comuni, smontare le “false flag” del mondo contemporaneo, abilitare la capacità critica, smontare l’indifferenza degli adolescenti per la realtà, facilitare l’integrazione tra le varie classi sociali ed anche tra le varie culture, e infine formare il cittadino di una democrazia che non c’è più.

E mentre la cultura umanistica diventa ogni giorno sempre più espressione di nicchia della società contemporanea, trascurata dai media distrattori delle coscienze di massa, l’insegnante dovrà anche individuare il vero nemico sociale da abbattere, quell’avvilente mondo della tv composto dai De Filippi, tronisti, veline e vite in diretta, per evidenziarne la povertà culturale e metterlo a confronto magari con la complessità emotiva della poesia di Montale o della filosofia di Nietzsche. La società dello spettacolo glielo permetterà?

Rosanna Spadini e Tonguessy

Fonte: www.comedonchisciotte.org

8.12.2014

[1] M. Revelli “La lotta di classe esiste e l'hanno vinta i ricchi” pag.4

[2] http://www.corriere.it/economia/11_settembre_29/trichet_draghi_italiano_405e2be2-ea59-11e0-ae06-4da866778017.shtml

[3] http://www.beppegrillo.it/2013/02/gli_italiani_non_votano_mai_a_caso.html

[4] http://mondodigitale.org/blog/2014/05/29/analfabetismo-di-ritorno-tullio-de-mauro-spiega-la-regola-del-meno-cinque/

Leggi anche: Istruzione e capitale (parte prima)

Commenti (45)

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    1. Rosanna 9 dicembre 2014

      @ottavino

      La tua tesi ricorda quella di Emanuele Severino, secondo il quale tutta la storia dell’Occidente è la storia del nichilismo, inteso come l’identificazione dell’essere col nulla. Il pensiero occidentale, conquistata la sua piena espressività con Leopardi, non affermerà mai direttamente l’identificazione dell’essere con il suo opposto, eppure questa identificazione scorre sotterranea lungo tutta la storia dell’Occidente. Concetti quali nichilismo, divenire, poíesis, tecnica, hýbris, volontà di potenza, arte, sono l’inconscia espressione di questa folle identità.

      La storia dell’Occidente sarebbe dunque la storia dell’inoltrarsi del pensiero lungo il sentiero della notte, dice Severino (Democrazia, tecnica, capitalismo), indicato per la prima volta da Parmenide. Il vertice di questo sentiero sarebbe la nostra epoca, quella che vede nella tecnica la nuova matrice dell’esistenza dell’uomo. La storia dell’Occidente è dunque la storia della dialettica tra l’eterno e il divenire, dialettica che, però, deve tramontare, perché il divenire sia l’unica verità. Ma perché la tecnica diventi l’espressione più coerente del divenire, gli immutabili della metafisica debbono tramontare, Dio stesso deve morire.

      La tematica verrà proposta nel terzo articolo, che dovrà sondare il rapporto esistente, più o meno invasivo, ma comunque sempre responsabile, tra la tecnologia e l'educazione ...
      come vedi anticipi sempre i tempi ...

    1. Primadellesabbie 9 dicembre 2014

      "...la logica che ci è stata inculcata e che testardamente continuiamo ad usare, è sbagliata..."


      Hai preso in pieno il centro del bersaglio.

      Uno dei rarissimi occidentali ammessi tra i conoscitori della tradizione indiana, scriveva, attorno agli anni '50, che nella notte dei tempi, quando fu introdotta la logica come meccanismo dialogico specifico, tra altri, mai si sarebbero aspettati che una cultura (a cominciare dai greci) l'adottasse come mezzo esclusivo di ragionamento oltre che di possibilità comunicativa.

      Ti accenno solamente, che, a mio parere, a questa scelta si deve gran parte della litigiosità priva di via d'uscita, la schematizzazione sistematica, il tutto o niente binario e la...feminilizzazione dei rapporti umani.
    1. ottavino 9 dicembre 2014

      Io sono d'accordo con quello che diceva: "l'approdo finale della civiltà occidentale è la follia spirituale".

      Troppo uso (sbagliato) dell'intelletto, intellettualismo, totale mancanza di ricerca della verità, enorme confusione.
      Noi dovremmo fare solo autocritiche. Niente bilanci, niente analisi (politica, sociologica, ecc).
      In breve: la logica che ci è stata inculcata e che testardamente continuiamo ad usare, è sbagliata. E' proprio quella logica che ci ha condotto in questo cul de sac in cui ci troviamo.
    1. Tonguessy 9 dicembre 2014

      Sei andato ad una profondità che l'articolo non ha voluto sondare. Certamente le osservazioni tue e degli altri sono sensate, ci mancherebbe. Ma lo scopo dell'articolo non era di scovare il marcio nel progetto modernista dal rinascimento in poi, quanto nel mettere in relazione l'istruzione ed il capitale e vedere come quest'ultimo avesse regolato l'andamento del primo.
      Poi sul fatto che l'attuale cultura sia arrivata al capolinea, non so. L'unico capolinea che riconosco è quando un'altra cultura prende il sopravvento sul sistema economico e relazionale preesistente demolendolo e sostituendolo. Oggi mi pare che siamo ancora lontani da quel capolinea, e quello che noto è una serie di wishful thinking. Forse è l'unica arma di dissenso che ci viene ancora concessa: la preghiera che tutto questo disastro crolli nel più breve tempo possibile. E' facile ed è altrettanto semplice che cliccare "Mi piace" su facebook.
      Ci sarebbe da scrivere un'altra serie di articoli al riguardo.....e no, non sto dicendo che sia stupido o inutile. E' un discorso complesso sul senso del sogno e sul valore del sacro.

    1. haward 9 dicembre 2014

      Ti ricordo che la Costituzione è stata scritta a partire dal 1946, vale a dire
      con gli Americani in casa. Io non voglio, assolutamente, sminuire la portata e
      il valore del dettato costituzionale ma, esclusivamente, far riflettere in
      merito allo scarto esistente tra l'enunciazione dei principi e la possibilità di
      applicazione.

    1. Primadellesabbie 9 dicembre 2014

      Approfitto del fatto che "mi rovesci addosso" per affermare il, non solo mio, diritto a sceglier il modo di combattere e quale battaglia combattere, e di poter comunque esprimere le mie opinioni. Forse che non puoi avere opinioni sulla guerra anche se non hai combattuto e se non intendi recarti a combattere, pur avendone diverse a disposizione?


      Nella complicata società in cui viviamo, poi, l'attitudine con cui sono svolte le varie mansioni finisce per coinvolgere immancabilmente, prima o poi, la vita di ciascuno.

      Sarebbe ora di smetterla di cercare di spiazzare l'altro, la scelta legittima e corretta é, se del caso, di non sedersi allo stesso tavolo a discutere.

      Sono sicuro che quanto affermi risponde a realtà, dati i presupposti e le ambizioni che si intravedono dalle scelte, non può che essere così.

      Guardo cosa fa notare tania e il tuo scambio con Haward che richiama qualcosa che é impossibile non vedere e che é comunque all'origine dell'impasse in cui ci troviamo.

      Osservo che siamo in una fase avanzata di accanimento terapeutico, con la partecipazione attiva di troppi attori chiaramente incompetenti ma regolarmente titolati, su un paziente che forse sarebbe il caso di lasciar guarire o morire secondo leggi che ci sfuggono, per la presunzione insita nella cultura che ci possiede (noi in particolare che detestiamo fino al disprezzo le soluzioni trovate da altri). Cultura che, così com'é, é giunta al capolinea e, da un pezzo, fa carte false pur di non prenderne atto.



    1. Tonguessy 9 dicembre 2014

      Personalmente reputo le intenzioni dei Padri Costituenti oneste ed interessate solo a portare benessere nella società. Poi ci sarebbero molte considerazioni da fare su come l'ossatura costituzionale sia stata tradotta nelle leggi che governano il Paese. A partire dall'art 1 sulla sovranità popolare e come sia stata trasformata in sovranità (molto) limitata e ceduta a Washington prima e Bruxelles dopo.

    1. haward 9 dicembre 2014

      Quello che voglio intendere non è sicuramente mettere in dubbio i principi, bellissimi. Come si può contestare "Ama il prossimo tuo come te stesso"? Il punto è un altro, e cioè, l'intento di chi ha imposto il sistema egualitario era genuino e disinteressato? Oppure si cercava di perseguire altri obiettivi, mascherati dai buoni principi, per arrivare ad oggi?


    1. Tonguessy 9 dicembre 2014


      L'impiego pubblico in genere ha avuto tutto il tempo di rendersi efficiente, agile, utile e gradito alla popolazione, perché ha perentoriamente seguito la direzione opposta e non accenna ad invertirla?

      Personalmente vedo nuclei di resistenza attiva un po' dappertutto. La domanda, se vuoi, te la posso rovesciare addosso: perchè non sai andato al potere per cambiare questo stato di cose terribile? Con questa domanda magari ritrovi lo stesso senso di importenza che gli operatori dell'istruzione si sentono addosso. Certamente c'è una percentuale che in qualche modo non si oppone alla deriva in atto, ma mi pare che tu parli di impiego pubblico come totalità.
      Ti invito a leggere la convrsazione con SanPap ed il mio ultimo commento con la trascrizione su come scientificamente stanno facendo funzionare il cosiddetto (ed inevitabile) sistema di valutazione: sono costi elevati per prestazioni in declino, burocratizzazione come metodo di esclusione e premialità come punizione in senso protestante (chi è più vicino a Dio ha più soldi), quindi senso di colpa per chi quella premialità non ce l'ha. E' un sistema di valori, non si tratta solo di metodi. Purtroppo chi decide oggi non subisce più alcuna critica che lo possa rimuovere (ci stiamo avviando verso un nuovo medioevo, come scrivevo nell'articolo) e quindi anche se ci fosse una contestazione globale non si raggiungerebbe granchè. Serve qualcosa di più potente della "massa critica". Succederà.....

    1. Tonguessy 9 dicembre 2014

      ogni amministrazione ha il proprio inferno in cui calare i dipendenti. Ho trovato molto interessante il libro "Valutare e punire" di Valeria Pinto che riguardo la ricerca universitaria scrive:
      "Nell'intreccio tra carriera, pubblicazioni e business delle riviste scientifiche (si paga per leggerle, ma anche per pubblicarvi e pr accedere ai data base che le indicizzano: negli ultimi anni i costi sono cresciuti di alcuni multipli) vengono a profilarsi così meccnismi che hanno similarità con quelli che hanno portato alla crisi economica attuale. Assomigliano a una bolla speculativa..di numeri tossici che minacciano la scienza si parla ormai ampiamente nella discussione internazionale" (pg65).
      Cioè si adotta il sistema speculativo (si pompa una dato fenomeno fino a farlo scoppiare) ben sapendo che non rappresenta una soluzione generale a lungo termine (come è stata l'istruzione del dopoguerra) ma un affare per pochi a brevissimo termine.
      Chi gestisce il MBO è poi chi ne beneficia in prima persona: ne determina i parametri di ingresso ed i criteri di valutazione, ne garantisce i processi e la realizzazione e ne intasca i principali benefici. Sono paraventi neoliberisti che scardinano la società dell'appartenenza per creare la società dell'esclusione che è la cifra della postmodernità.

      " Boiate, fumo negli occhi." Questo è l'indifferenziato postmoderno: non si distingue più nulla e qualsiasi cosa fa riferimento a qualsiasi significato. Per quanto il postmoderno riuscirà a prenderci per il naso?

    1. Primadellesabbie 9 dicembre 2014

      Scusatemi la franchezza ma mi sembra abbiate dato un taglio marcatamente "sindacale" a questa seconda parte.


      É vero che la scuola pubblica ha garantito in passato un buon livello di istruzione ma non ne farei il punto di partenza del discorso perché, vista la deriva della società, bisogna chiedersi a che prezzo l'ha impartito e dove é finito oggi sia il livello che l'istruzione.

      Non ho la pretesa di esaurire l'argomento, ma non avrei esitazione ad indicare il personalismo innato degli insegnanti come un problema da prendere in considerazione (trasferisce problemi datati di generazione in generazione, favorisce un tipo umano "succube" che spiega la passività e le tensioni attuali, ecc.) , poi le pluridecennali e mai finite discussioni metodologiche, l'ambizione di impartire "cultura", la poca attenzione al patrimonio culturale degli altri popoli (é un antidoto alla globalizzazione spazzatura).

      L'impiego pubblico in genere ha avuto tutto il tempo di rendersi efficiente, agile, utile e gradito alla popolazione, perché ha perentoriamente seguito la direzione opposta e non accenna ad invertirla?

      Non può lamentarsi se verrà spazzato via.

      Diverso é il discorso per i cittadini.

      I provvedimenti che vedo descritti (indici di efficenza, ecc.), porteranno senz'altro allo sfacelo di qualsiasi servizio.



    1. Tonguessy 9 dicembre 2014

      Beh, mi pare che tu stia correndo troppo. E' stato sbagliato pensare l'istruzione come metodo democratico (chiunque poteva accedervi) per scombinare un po' le classi e dare l'opportunità ai pià meritevoli di acquisire posizioni di merito? Se pensi che sia sbagliata l'istruzione democratica forse pensi sia migliore l'istruzione medievale, relegata in buona sostanza nelle aree ecclesiastiche (In nome della rosa)? Servi della gleba analfabeti da una parte (la quasi totalità della popolazione), elites di preti e marchesi letterati dall'altra? Sarebbe questo il modello migliore per contrastare " il mito
      massonico-razionalistico-naturalista dell'Egalitè"?

    1. SanPap 9 dicembre 2014

      assolutamente d'accordo

      il numero è saltato fuori probabilmente dal calcolo statistico che ho riportato (qualcosa del genere è già utilizzato per valutare l'operato di un prof. in classe: se in una classe un terzo degli alunni consegue buoni voti, si considera che abbia raggiunto i suoi obiettivi, o se preferisci che gli altri due terzi siano dei cretini da non prendere in considerazione)

      il 66% è un "risparmio", ha segato via un terzo degli insegnanti che avrebbero diritto di essere considerati tra i migliori, e quindi ricevere il premio.

      Nella PA si sta diffondendo l'utilizzo dell'MBO (Management By Objectives) naturalmente applicato a in modo risibile perché applicarlo seriamente costa, e anche molto.

      Per mettere in atto un sistema di valutazione MBO occorre definire quali siano gli obiettivi da raggiungere (mi pare evidente), ad es. facendolo precedere da una analisi Zero Budget: si fa un elenco degli interessati all'MBO e si chiede loro di fare tre cose 1) elencare ciò produce 2) che cosa si aspetta che ciascuno degli altri faccia per lui 3) dare un voto a quanto prodotto da ciascun degli altri

      I punti 1 e 3 permettono di valutare ciò che ciascuno produce, il punto 2 a capire quali siano i risultati che ci si aspetta che siano prodotti. A questo punto si può iniziare (c'è dell'altro ad fare, ad es. insegnare ai valutatori a valutare) a costruisce un sistema MBO.

      Il metodo Zero Budget è un metodo feroce, che spesso fa scoprire a qualcuno che ciò che produce è considerato dagli altri spazzatura. Ci sono altri metodi meno drastici, ma uno occorre adottarlo se non si vuole leggere tra gli obiettivi da raggiungere: far prendere ai "sottoposti" (direbbe Fantozzi) tutte le ferie previste nell'anno. (se un "sottoposto" non fruisce entro l'anno delle ferie che gli spettano, può chiedere che gli siano pagate, e allora addio spending review !). Boiate, fumo negli occhi.

    1. haward 9 dicembre 2014

      E se il "Sogno egualitario modernista" fosse stato uno dei principali
      cavalli di Troia per arrivare dove stiamo giungendo, trionfalmente, oggi? E se
      la "modernità" illuministico-positivistico-marxista-liberale fosse, in realtà,
      un colossale bidone? E se, quindi, date certe premesse (tra cui il mito
      massonico-razionalistico-naturalista dell'Egalitè) non si poteva che ottenenere
      le disgustose conseguenze odierne?

    1. Tonguessy 9 dicembre 2014

      Non so da quale cappello magico sia stato tirato fuori quel numero. Comunque sia esiste un processo di matematizzazione delle prestazioni, il che è uno dei punti cardine del neoliberismo: si aumenta la discriminazione salariale per creare la società dell'esclusione. Il vecchio scatto di anzianità era impersonale, generico e non faceva discriminazioni: si supponeva che chiunque, dopo un prestabilito periodo temporale, avesse acquisito maggiori capacità. Oggi invece non è il tempo speso nel fare certe lavorazioni (reali o astratte) a generare conoscenza, ma la dimostrazione (in base a principi e metodi non negoziabili) che si è aderito al modello predisposto. E' una discriminazione su base burocratica. La matematica (e la statistica in modo particolare) sono il deus ex machina del caso.

    1. Tonguessy 9 dicembre 2014

      Apologia della classe media? Ma dove? Tutt'al più abbiamo messo in luce i meccanismi del fordismo culturale (oltre che produttivo a cui è intimamente legato).
      Potrei quindi muoverti la critica seguente: desideri forse che non si instauri alcun meccanismo perequativo per evitare che la classe operaia venga aggredita dal morbo del consumismo?

    1. Tonguessy 9 dicembre 2014

      Tania, sono assolutamente d'accordo con te. Il rapporto tra moderno postmoderno è estremamente complicato. Parlando del solo moderno è vero tanto che l'istruzione ha permesso lo slittamento di intere classi sociali verso l'alto (fordismo culturale) quanto l'inevitabilità che una gerarchia del sapere crea la gerarchia del potere. Quest'ultimo fattore è stato sintetizzato nella massima marxiana "la cultura dominante è la cultura della classe dominante". Ma tale dominio non è prerogativa di un periodo storico particolare, è piuttosto un assunto generale.
      Nei due articoli abbiamo cercato di spiegare alcuni aspetti fondamentali (e su cui è stato scritto troppo poco) del legame tra istruzione e capitale. Nel feudalesimo l'istruzione era lasciata alle elites, ed è proseguita almeno fino alla rivoluzione industriale (grand tour). Poi le fabbriche per potere funzionare hanno avuto bisogno di manodopera specializzata, e di manodopera tout court. Quindi sono state costruite enormi infrastrutture. Nello sforzo di costruire tali infrastrutture va letto la meritocrazia modernista (ed in netto contrasto con la meritocrazia brunettiana) e quindi l'allargamento dei cordoni della borsa a favore della classe operaia.
      Nanche noi stiamo facendo apologia al Moderno o Postmoderno, stiamo solo cercando di inquadrare i termini della questione con il taglio tipico del materialismo storico.

    1. tania 9 dicembre 2014

      Può essere ( ma anche no ) che il Problema Attuale sia quello , e non so cosa sia la natura degli scopi del baraccone . Io mi sono limitata a criticare l'assunto di fondo dell'articolo ( di questo articolo )


    1. MarioG 9 dicembre 2014

      Il problema attuale non e' l'enigmatico obiettivo meritocratico (che poi ha ben poco di enigmatico), e' la fattiva denaturazione degli scopi di tutto il baraccone. Che di fatti sono diventati quello di un impieghificio da un lato e un diplomificio e servizio sociale assistenziale dall'altro. Rimango dubbioso sull'enigmatica possibilita' della 'massa' di controllare le procedure amministrative (ma di quale livello?).

    1. MarioG 9 dicembre 2014

      Ebbene, sia demolito e ricostruito da zero. Cosi' com'e' resta ormai inservibile.

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