Di Patrizia Pisino per ComeDonChisciotte.org
In questi giorni in cui il mondo fa memoria dell’ottavo centenario della sua morte (avvenuta alla Porziuncola ad Assisi il 3 ottobre 1226), la figura di colui che la storia venera come Francesco d'Assisi si rivela dotata di una stringente attualità. Nato con il nome di Giovanni di Pietro di Bernardone, il neonato ricevette il battesimo dalla madre mentre il padre si trovava all'estero. Al suo ritorno, Pietro di Bernardone decise di cambiare il nome del figlio in Francesco (ovvero "francese"): un omaggio esplicito alla terra in cui l'uomo conduceva i suoi proficui commerci di stoffe e che rappresentava la fonte della ricchezza della famiglia. Tuttavia, la vera rinascita del giovane si compì nel momento esatto in cui decise di spogliarsi non solo delle preziose stoffe paterne, ma della logica stessa del possesso.
Nel XIII secolo, la Chiesa cattolica si ergeva come un imponente colosso feudale, un'istituzione in cui il potere temporale e lo sfarzo delle cattedrali rischiavano di soffocare il soffio originario dello Spirito. La crisi che la attraversava non era semplicemente politica o morale, ma profondamente ontologica: la sacralità era stata confinata nei dogmi e nelle gerarchie, separando il Creatore dal creato. In questo scenario di opulenza e rigidità istituzionale, l'«ecologia dell'anima» francescana nasce dallo svuotamento (kenosis) dell'io, proponendo un ritorno alla nuda esistenza come unico luogo di autentica purificazione ecclesiale.
La cura che Giovanni - Francesco - di Pietro di Bernardone propose per risanare le ferite della Chiesa non poggiava su complesse speculazioni filosofiche o riforme canoniche, bensì sul collegamento totale, assoluto e letterale con i Vangeli. In un'epoca in cui la Parola di Cristo veniva spesso filtrata, allegorizzata e utilizzata per giustificare le strutture di potere e persino le Crociate, Francesco scelse la via dell'aderenza radicale alla forma vitae degli apostoli.
Per lui, il Vangelo non era un testo da commentare nelle università, ma una realtà da camminare a piedi nudi nel fango. Questo ritorno alle origini evangeliche — fatto di povertà assoluta, annuncio della pace e condivisione con gli ultimi — divenne il manifesto programmatico della sua Regola. Ponendo la povertà del Cristo evangelico al centro della sua opera, Francesco offrì alla Curia romana uno specchio urticante ma salvifico: dimostrò che l'unico modo per "riparare" la Chiesa in rovina non era accumulare nuovi privilegi materiali, ma spogliarsi di tutto per ritrovare l'essenziale.
Il punto di svolta di questa conversione evangelica e il nucleo del suo disegno riformatore risiedono in un evento storico e mistico ben preciso, avvenuto intorno al 1205. Francesco, in preghiera solitaria all'interno della chiesetta diroccata di San Damiano — un umile luogo di culto situato nella campagna umbra, poco fuori dalle mura medievali di Assisi —, si trovò al cospetto di un'antica icona bizantina a forma di croce.

Chiesa di San Damiano - Assisi- all'interno la copia del crocefisso - l'originale è custodito nella Basilica di Santa Chiara
Fu da quel Crocifisso di San Damiano che il giovane udì una voce chiara pronunciare per tre volte un mandato perentorio: «Francesco, va’ e ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina». Inizialmente, il Santo interpretò quelle parole in senso strettamente letterale e materiale: si dedicò al restauro fisico della cappella crollata, arrivando a vendere i panni della bottega paterna per acquistare calce e pietre. Solo col tempo quel gesto architettonico e faticoso si rivelò per ciò che era realmente: l'archetipo di una ricostruzione spirituale che avrebbe dovuto coinvolgere l'intera ecumene cristiana, partendo proprio dal basso, dalla polvere e dai margini geografici della società.
Per attuare questa rigenerazione radicale, Francesco non scelse le aule universitarie o le corti papali, ma il silenzio profondo della natura. Luoghi isolati come l'Eremo delle Carceri, arroccato ad Assisi tra i fitti boschi di lecci del Monte Subasio in Umbria, o l'asprezza rupestre del Santuario della Verna, situato sul Monte Penna nell'Appennino toscano del Casentino, non erano semplici rifugi dal mondo, ma laboratori di una meditazione mistica e sovversiva.
In questi spazi geografici liminali, sospesi tra cielo e pietra, la preghiera diventava una pratica di sospensione fenomenologica, una vera e propria epochè delle logiche feudali del potere papale e imperiale. Nel silenzio assoluto della roccia umbra e delle foreste toscane, Francesco spogliava la mente dalle categorie dogmatiche del tempo. Questa forma di meditazione non era un'alienazione disincarnata, ma l'atto teologico più rivoluzionario dell'epoca: sottrarre l'anima al frastuono delle ambizioni umane per metterla in ascolto dell'invisibile. Smantellando l'idolo di un Dio garante dei troni e dei feudi, l'isolamento geografico nei romitori ha restituito alla Chiesa la capacità di percepire il sacro non come una proprietà terriera da amministrare, ma come un mistero universale da accogliere.
Il culmine speculativo, poetico ed evangelico di questa visione si cristallizza nel Cantico delle Creature, un testo che ridefinisce radicalmente il rapporto tra umano e divino attraverso la lingua volgare, democratica e accessibile. Dal punto di vista filosofico, il perno dell'intera opera risiede nell'ambiguità feconda della preposizione «cum»:
«Laudato sie, mi' Signore, cum tucte le tue creature»
Questo «cum» non esprime un mero complemento di compagnia, né un semplice mezzo, ma una consanguineità ontologica: l'essere umano non loda Dio "al di sopra" o "a scalpito" del mondo, ma "insieme a" e "attraverso" di esso. Francesco scardina l'antropocentrismo medievale di matrice speculativa, che vedeva la natura come una selva oscura o come uno specchio sbiadito. Scrivendo «Sora nostra matre terra» e «Frate focu», il Santo istituisce una rete di parentela cosmica. Non c'è più un soggetto dominante (l'uomo) e un oggetto dominato (la natura), ma una transizione radicale verso una comunità di fratelli uguali dinanzi all'Altissimo, dove persino «Sora nostra morte corporale» entra a far parte del coro dell'essere.
La più antica stesura del Cantico di Francesco che si conosca è quella riportata nel Codice 338, f.f. 33r - 34r, sec. XIII, custodito nella Biblioteca del Sacro Convento di San Francesco, Assisi.
"Altissimu, onnipotente, bon Signore,
tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.
Ad te solo, Altissimo, se konfàno et nullu homo ène dignu te mentovare.
Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature, spetialmente messor lo frate sole, lo qual’è iorno, et allumini noi per lui. Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore, de te, Altissimo, porta significatione.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle, in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento et per aere et nubilo et sereno et onne tempo, per lo quale a le tue creature dai sustentamento.
Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.
Laudato si’, mi Signore, per frate focu, per lo quale ennallumini la nocte, et ello è bello et iocundo et robustoso et forte.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.
Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore, et sostengo infirmitate et tribulatione.
Beati quelli ke 'l sosterrano in pace, ka da te, Altissimo, sirano incoronati.
Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare: guai a cquelli ke morrano ne le peccata mortali; beati quelli ke trovarà ne le tue santissime voluntati, ka la morte secunda no 'l farrà male.
Laudate et benedicete mi’ Signore' et ringratiate et serviateli cum grande humilitate".
La Filosofia relazionale dei "Fioretti"
Questa rivoluzione biocentrica si traduce in una prassi etica ed esemplare nei Fioretti di San Francesco. Lungi dall'essere una semplice raccolta di favole moralistiche o leggende ingenue, quest'opera costituisce un vero e proprio trattato di filosofia relazionale ed ecologia profonda, in cui il superamento del confine tra specie diventa lo strumento per guarire le fratture del mondo e indicare alla Chiesa una nuova via di giustizia sociale. Nel tessuto dell'opera spiccano tre capitoli di straordinaria densità speculativa.
Il primo è il celebre Capitolo XVI, che narra la predica agli uccelli nei pressi di Cannara. Quando Francesco si accorge della moltitudine di volatili e dice ai compagni «Voi m'aspetterete qui nella via, e io andrò a predicare a mia siocchie le farnetiche», egli compie un atto epistemologico radicale. Rivolgendosi a loro come a soggetti dotati di intelletto spirituale e invitandoli a non essere ingrati verso il Creatore per il dono del volo e delle piume, Francesco spezza il monopolio umano sulla Grazia. Gli uccelli non sono "oggetti" del paesaggio, ma una porzione di Chiesa cosmica che partecipa all'ascolto della Parola.
Ancora più denso sul piano politico e antropologico è il Capitolo XXI, incentrato sul patto con il lupo di Gubbio. La fiera che terrorizza la città non viene affrontata con la violenza della coercizione (la cultura che schiaccia la natura feroce), ma attraverso l'ascolto e il metodo della giustizia riparativa. Francesco individua la radice biologica della violenza del lupo — la fame — e si fa mediatore tra le due parti: «Frate lupo, io ti prometto che io ti farò dare il nudrimento continuamente dalle secolari persone di questa terra». Il lupo, in cambio, pone la zampa nella mano del Santo a suggello della pace. Francesco dimostra così alla società medievale e alle gerarchie ecclesiastiche che i conflitti non si risolvono sterminando il "mostro" o il nemico, ma riconoscendone i bisogni intrinseci e integrandolo nell'ordine comunitario.
Infine, il Capitolo XXII racconta l'episodio delle tortore selvatiche che un giovane aveva catturato per venderle al mercato. Francesco, mosso da una profonda empatia, le riscatta dicendo: «O suocchie mie tortole semplici e caste e innocenti, perché vi lasciate voi pigliare?».
Costruisce per loro dei nidi affinché possano moltiplicarsi e fare figli sotto la protezione dei frati. In questo fioretto emerge l'antitesi radicale all'economia del profitto e dello sfruttamento del vivente: l'animale non è una merce da monetizzare per il beneficio umano, ma una creatura la cui libertà va custodita come valore sacro.
L'evoluzione spirituale e la profonda inversione filosofica attuata da Francesco trovano una straordinaria sponda visiva nella storia dell'arte, la quale ha dovuto elaborare un linguaggio del tutto nuovo per tradurre visivamente la rivoluzione teologica del Poverello, rendendolo immediatamente identificabile alle masse dei fedeli.
Nei decenni successivi alla sua morte, l'iconografia ufficiale ha cristallizzato la figura del Santo rendendola universalmente riconoscibile attraverso due potenti attributi simbolici e fisici: le stimmate ben visibili sui palmi delle mani e sui piedi — i sigilli della Passione ricevuti sul Monte della Verna nel 1224 che lo configuravano come un alter Christus — e l'abito, il saio ruvido di panno tinto di color cenerino o terra, stretto in vita da un cordiglio con tre nodi a memoria imperitura dei voti di povertà, castità e obbedienza.
Questo codice visivo si declina in due capolavori antitetici custoditi ad Assisi. Da un lato, l'affresco di Cimabue nella Maestà della Basilica Inferiore ci consegna il ritratto più realistico e filologicamente fedele del Santo. Eseguito tra il 1285 e il 1290 sulla scorta delle memorie dei contemporanei, mostra un Francesco esile, minuto e appartato. Il recente restauro ha ripulito l'opera svelando la cruda verità del volto: i tratti dolcissimi sono segnati dagli stenti, dal digiuno e dalla cecità, con le mani piagate e i piedi nudi deformati che emergono dal saio liso. È la traduzione pittorica della kenosis.

Dall'altro lato, la celebre Predica agli uccelli di Giotto nella Basilica Superiore rappresenta il trionfo della sua visione poetico-relazionale. Qui la figura del Santo si fa plastica, solida e comunicativa. Giotto mette in scena l'azione dello slancio universale: Francesco si protende in avanti, parlando alle creature alate discese a terra. Le sue mani segnate dalle stimmate si aprono in un gesto di benedizione e ascolto paritario, scardinando l'antropocentrismo e celebrando la teologia della terra in un dialogo in cui l'uomo non domina la natura, ma ne riconosce la sacralità.

L'ordine misterioso ricevuto dal Crocifisso di San Damiano — «Va', Francesco, e ripara la mia casa» — ha svelato nel tempo la sua natura autentica: non un restauro murario, ma un mutamento cosmico ed etico. La Chiesa e l'umanità del XIII secolo non potevano essere risanate con la formulazione di nuovi decreti o con l'invio di nuove crociate, ma solo attraverso il recupero radicale dell'immanenza e il definitivo rifiuto della logica del dominio.
Da questo nucleo concettuale scaturisce la lezione più squisitamente politica e universale del Poverello d'Assisi: l'abbattimento di ogni barriera protettiva e ideologica a favore di una comprensione empatica e di una collaborazione incondizionata fra tutti i popoli. La fraternità francescana non si arresta ai confini della cristianità né a quelli della specie umana; essa si spinge verso l'Alterità e lo straniero. Storicamente incarnata dal suo disarmato e pacifico viaggio a Damietta nel 1219 per dialogare con il sultano Malik al-Kamil in piena guerra, questa attitudine svela che l'unico vero risanamento del tessuto storico mondiale passa attraverso il disarmo dell'ego.
In un'epoca lacerata da conflitti geopolitici e crisi ecologiche, la teologia della terra di Giovanni di Pietro di Bernardone si erge come un manifesto assoluto contro ogni tipo di sopraffazione — sia essa l'imperialismo bellico che schiaccia i popoli, lo sfruttamento capitalista che devasta gli ecosistemi, o l'emarginazione sociale dei più vulnerabili. Riconoscersi "fratelli" e "sorelle" dell'intero creato significa comprendere che nessuno può salvarsi da solo o a scapito dell'altro. La vera pace, biologica e spirituale, fiorisce solo quando l'essere umano abdica alla sua secolare pretesa di centralità e tirannia, deponendo le armi del sopruso per riscoprirsi, finalmente, custode umile, solidale e paritario di tutto ciò che vive e respira.
I Luoghi Storici dell'Anima
• San Damiano (Assisi, Umbria): Piccola chiesa campestre poco fuori dalle mura della città. Luogo della prima teofania (il Crocifisso parlante) e in seguito primo monastero delle Clarisse fondato da Santa Chiara.
• Eremo delle Carceri (Monte Subasio, Umbria): Antico romitorio arroccato a 800 metri di altitudine nei boschi di Assisi. Luogo deputato al silenzio assoluto e alla preghiera eremitica comunitaria.
• Santuario della Verna (Chiusi della Verna, Toscana): Complesso monastico situato sul crinale del Monte Penna, immerso nelle foreste del Casentino. Fu donato a Francesco dal conte Orlando di Chiusi e divenne il luogo in cui il Santo ricevette le stimmate.
• La Porziuncola (Santa Maria degli Angeli, Assisi): Chiesetta trecentesca inglobata oggi nell'omonima imponente Basilica. Luogo eletto come centro operativo della fraternità francescana e spazio in cui Francesco morì sulla nuda terra il 3 ottobre 1226.
Di Patrizia Pisino per ComeDonChisciotte.org
10.10.2026
NOTE E FONTI
• Il Cantico delle Creature (1224-1225): Scritto in volgare umbro da Francesco stesso sul letto di malattia. È il manifesto originario e la fonte primaria della sua teologia ecologica.
• Il Crocifisso di San Damiano (Icona originale del XII secolo): L'opera pittorica romanico-bizantina dinanzi alla quale Francesco udì il mandato divino. Attualmente l'originale si trova custodito ed esposto ad Assisi nella Basilica di Santa Chiara, collocato sopra l'altare della Cappella del Crocifisso, dove fu storicamente trasferito dalle suore Clarisse nel 1257. Presso l'originaria chiesa di San Damiano ne è oggi esposta una fedele riproduzione.
• Vita Prima di Tommaso da Celano (1228): La primissima biografia ufficiale commissionata da Papa Gregorio IX in occasione della canonizzazione del Santo. È ricca di dettagli vividi sulla sua fisicità e sulla sua conversione.
• Legenda Maior di San Bonaventura da Bagnoregio (1263): Biografia teologica ufficiale che divenne l'unico testo autorizzato dall'Ordine, fungendo da traccia narrativa diretta per il ciclo di affreschi di Giotto ad Assisi.
• I Fioretti di San Francesco (XIV secolo): Antologia composta da 53 capitoli scritti da un autore anonimo in volgare toscano, derivata dalla traduzione e rielaborazione del testo latino Actus beati Francisci et sociorum eius. Si tratta di un'opera fondamentale per comprendere la ricezione popolare del francescanesimo delle origini, in quanto fissa in parabole indimenticabili la teologia dell'armonia tra uomo e animale (Capitoli XVI, XXI, XXII).
GLOSSARIO FILOSOFICO
• Kenosis (dal greco, "svuotamento"): In teologia e filosofia, esprime l'atto con cui Cristo si spoglia della sua divinità per farsi uomo. Nel pensiero francescano diventa la pratica attiva di rinunciare al proprio "io", all'orgoglio e al possesso materiale per farsi pura accoglienza dell'altro e del sacro.
• Keyword: Epoché (dal greco, "sospensione del giudizio"): Concetto cardine della fenomenologia moderna, ma già implicito nella mistica eremitica. Indica l'atto di "mettere tra parentesi" i pregiudizi, i dogmi istituzionali e le logiche sociali preconcette per accostarsi alla realtà delle cose e del creato nella loro nuda verità.
• Antropocentrismo: Orientamento filosofico e culturale che pone l'essere umano al centro dell'universo, legittimando il suo dominio e il suo arbitrio assoluto sulla natura e sugli animali, visti come mere risorse materiali al suo servizio.
• Ontologia Relazionale: Visione filosofica che teorizza come l'essere delle cose non sia isolato, ma si costituisca e si definisca unicamente attraverso la trama profonda delle sue relazioni con gli altri esseri viventi e con l'ambiente circostante. Nel testo, è esemplificata dal "cum" del Cantico.
GioCo 11 ottobre 2026
Potentissima,
che disastro che è la nostra cultura, lo stesso Francesco d'Assisi non ne era per nulla contento, in specie quando tornò dalla "missione" in Egitto, scoprendo di non essere più a capo della sua stessa confraternita da lui fondata, che poi fu usata come testa d'ariete proto-gesuita (ancora oggi basta vedere cosa ha combinato nei Balcani) perché le lucertole a capo del cattolicesimo sono sempre le stesse e se ti concedono qualcosa è sempre per combinare disastri; così come l'inquisizione che ci obbliga a vedere nella miseria la risposta. La risposta è sempre stata UNICAMENTE nell'abbraccio acritico del proprio destino, basta un confronto veloce con qualsiasi grande figura per capirlo. Francesco d'Assisi inclusa. La risposta non è mai UNA e specifica e men che meno l'esempio che è poi sfruttato dalla religione esclusivamente per la SUA perpetuazione, lo è per ogniuno in quando SFIDA PERSONALE che ci pone la Vita e che ci mette SEMPRE alla prova e di solito si fallisce regolarmente l'appuntamento giustificando la "resa" culturalmente. La cultura quindi NON E' MAI UN ORIENTAMENTO ma LA SUA NEGAZIONE, esattamente come il terreno (da cui si parte a guardare comunque e per ovvi motivi) non è il cielo. E' un rapporto che ci permette di dire che non abbiamo nulla a che fare con le cose terrene (siamo ANCHE altro) nonostante il veicolo. Ma da qui a NEGARE IL BENESSERE e speficatamente per trovarne uno spirituale ne passa, equivale a giustificare qualsiasi cosa pur di difenderlo quel benessere. Sono due rovesci della stessa medaglia: se è tuo destino sarà così come fu per il santo, se non lo è la TUA sfida è un altra. Non quella, non facile (perché TUA). La spiritualità è IL FONDAMENTO per potersi muovere. Senza o con una miserabile, sei finito, non vai da nessuna parte. Il cattolicesimo fa principalmente inquisizione, cioè distorce l'ovvio con il verosimile perché nel confronto non regge. Lo ha sempre fatto e lo farà sempre, sperare che no è ingenuo.