Focolare Eurasia – Intervista all’analista Silvia Boltuc

Focolare Eurasia – Intervista all’analista Silvia Boltuc
Silvia Boltuc

Di Alessandro Fanetti per ComeDonChisciotte.org

In quest'epoca caratterizzata dallo scontro tra grandi Potenze, dove non è semplice districarsi fra studiosi e "fattucchieri" (questi ultimi spesso incensati dal mainstream), Silvia Boltuc può davvero darci interessanti "spunti geopolitici". Spunti che, focalizzandoci sull'immenso Continente eurasiatico, ci permettono di allargare gli orizzonti anche alle altri parti del globo.

Silvia Boltuc – Fondatrice e Direttrice di SpecialEurasia. È una specialista in affari internazionali, consulente aziendale e analista politica che supporta le istituzioni pubbliche e private nel processo decisionale fornendo report e risk assesment.

1) Il continente eurasiatico è in piena ebollizione e ci sono alcuni "punti caldi" ormai sulla bocca di tutti. Da esperta dell'area quale sei, ci fai una breve panoramica della situazione?

"I teatri di tensione in cui si registrano, o si sono recentemente registrati, scontri fra due o più attori appartenenti allo spazio euroasiatico risultano molteplici e di diversa intensità. Tra i più noti figurano, senza dubbio, il conflitto russo-ucraino e quello israelo-palestinese.

In queste ore, in Ucraina, i combattimenti si concentrano attorno alla città orientale di Pokrovsk, dove Mosca ha lanciato un’offensiva ad alta intensità. Kiev, dal canto suo, ha dispiegato le proprie Forze Speciali nel tentativo di difendere quella che viene comunemente definita “la porta di Donetsk”. L’obiettivo russo riveste un valore strategico di prim’ordine poiché Pokrovsk sorge lungo una delle principali vie di rifornimento delle truppe ucraine.

Sul fronte mediorientale, Israele prosegue con gli attacchi su Gaza e ha intensificato le proprie operazioni in Cisgiordania. Il recente conflitto di dodici giorni con l’Iran ha profondamente alterato gli equilibri regionali, avvicinando in maniera inedita le monarchie del Golfo a Teheran e provocando, di fatto, l’attivazione del meccanismo di snapback contro la Repubblica Islamica. È verosimile ritenere che, in assenza dell’attacco israeliano, un nuovo accordo sul nucleare sarebbe apparso non soltanto plausibile, ma altamente probabile.

Ulteriori tensioni si sono manifestate in Siria e lungo la frontiera tra Afghanistan e Pakistan. In Siria, il recente cambio di regime ha portato al potere un ex jihadista, con il tacito consenso del blocco occidentale. Le milizie filoiraniane sono state espulse in modo massiccio, costringendole a una riorganizzazione su scala regionale, mentre Israele ha condotto ripetuti raid nel sud del Paese, occupando di fatto le alture del Golan.

Nel frattempo, tra Afghanistan e Pakistan si è registrata un’escalation delle ostilità, segnata da scontri armati lungo il confine e da presunti attacchi aerei pakistani nei pressi di Kabul. I rapporti bilaterali si sono rapidamente deteriorati, anche a causa del rinnovato interesse statunitense nell’area. Tale dinamica rischia di incidere sensibilmente sugli equilibri regionali, incrementando al contempo la minaccia terroristica che incombe su entrambi i paesi.

Merita infine attenzione la situazione nel Caucaso meridionale, ove i rapporti tra Armenia e Azerbaigian restano fragili nonostante l’accordo recentemente siglato a Washington, presentato dai media internazionali come un accordo di pace, mentre in realtà si tratta di una roadmap verso questo risultato. Sul piano della narrativa interna, Baku mantiene una retorica di confronto e di pressione. Il rischio concreto è che la pace si regga unicamente sulla buona volontà, o sull’ingenuità, di Yerevan, e sulle concessioni unilaterali che l’Armenia ha accettato, senza contropartite tangibili".

2) In Occidente assistiamo, sempre più spesso e con maggiore vigore, ad una narrazione che tende a contrapporre la popolazione sulla base delle differenze religiose. Con l'Islam additato come un nemico a prescindere, senza possibilità di dialogo.

È davvero così oppure esistono esperienze, in primis nelle aree eurasiatiche da te maggiormente studiate, che mostrano altre strade possibili rispetto al "muro contro muro"?

"La risposta, indubbiamente, è affermativa. Benché in Europa tali esempi restino rari, nell’ambito euroasiatico si possono individuare numerosi casi di collaborazione fruttuosa tra attori appartenenti a differenti tradizioni religiose.

Emblematico, a tal riguardo, è il caso delle eccellenti relazioni strategiche tra Armenia e Iran. Durante i periodi più drammatici per la Repubblica caucasica, mentre il Paese e la sua popolazione venivano sottoposti agli attacchi di Baku, l’Iran, nonostante condivida la confessione sciita con l’Azerbaigian, si è schierato in difesa dei diritti dei cristiani armeni. Un gesto altamente simbolico è stato compiuto inoltre di recente, con l’inaugurazione a Teheran di una nuova stazione della metropolitana situata di fronte alla chiesa armena dedicata alla Vergine Maria.

Un altro esempio significativo proviene dalla Federazione Russa, dove il presidente Vladimir Putin, già alcuni anni or sono, ebbe a definire la Russia come un “Paese anche musulmano”, riconoscendo ufficialmente la ricchezza etnico-religiosa della nazione. In tale contesto, egli sostenne e inaugurò la Moschea Cattedrale di Mosca (Moskovskaya Sobornaya Mechet’), definendola un “simbolo dell’Islam russo tradizionale” e un emblema della pacifica coesistenza tra le fedi.

Nel Regno Unito, la Banca Islamica rappresenta un ulteriore esempio di integrazione tra principi religiosi e istituzioni laiche: un’istituzione che non avrebbe potuto nascere senza il sostegno e la regolamentazione favorevole delle autorità britanniche.

In Iraq, i cristiani caldei siedono in Parlamento, partecipando attivamente alla vita politica del Paese. Certo, si tratta di una realtà segnata da tragiche persecuzioni che hanno drasticamente ridotto la presenza cristiana; tuttavia, è essenziale non confondere le popolazioni musulmane locali con deviazioni estremiste come lo Stato Islamico, di cui gli stessi musulmani sono stati tra le prime vittime.

Infine, un’esperienza personale può offrire una prospettiva concreta di convivenza: a Roma, mi capita per motivi di lavoro di frequentare la moschea sciita, luogo accogliente in cui anche i non musulmani sono invitati a partecipare a momenti di preghiera e convivialità. Analoga apertura si riscontra nella moschea sunnita della medesima città, dove il parroco cattolico del quartiere, di concerto con l’imam, organizza annualmente l’interruzione del digiuno durante il Ramadan. È un momento di condivisione autentica, al quale prende parte l’intera comunità, senza distinzione di fede o di appartenenza.

Tali esperienze, pur isolate, testimoniano che il dialogo interreligioso non è un’utopia, ma una realtà concreta laddove prevalgano il rispetto, la conoscenza reciproca e la volontà politica di costruire ponti anziché muri".

3) È stata da poco pubblicata, dalla testata giornalistica e portale di consulenza "SpecialEurasia" una raccolta di contributi sull'Asia Centrale e la sua importanza per l'Italia e nel panorama geopolitico globale dal titolo: "Geopolitica dell'Asia centrale". Di cosa si tratta e perché quest'area è così importante?

"L’Asia Centrale è da secoli crocevia di interessi internazionali e teatro di competizione geopolitica. I settanta anni di dominio sovietico avevano sostanzialmente precluso a soggetti esterni la possibilità di accedere liberamente alle immense risorse della regione. Oggi, tuttavia, in un contesto segnato dalle conseguenze del conflitto ucraino, la parola d’ordine per l’Occidente è divenuta “diversificazione”.

Bruxelles intende infatti affrancarsi dalla dipendenza energetica dal gas russo e ridurre l’utilizzo della rotta settentrionale che attraversa la Federazione. In tale prospettiva, l’Asia Centrale rappresenta un partner di valore strategico: essa possiede esattamente ciò di cui l’Europa ha più urgente bisogno, a cominciare dagli idrocarburi. Per rendersi conto del valore dei rapporti bilaterali con questi paesi basti considerare che il Kazakistan detiene 21 delle 34 materie prime critiche individuate nella lista elaborata dalla Commissione Europea.

In questo quadro si inserisce anche il programma Global Gateway, lanciato ufficialmente dall’Unione Europea nel dicembre 2021, concepito per rafforzare la proiezione economica, infrastrutturale e diplomatica dell’UE su scala globale. L’iniziativa si propone come alternativa al modello cinese della Belt and Road Initiative (BRI) e sottende un chiaro obiettivo politico: accrescere la presenza occidentale in Asia Centrale, contenendo al contempo l’influenza economica e strategica di Pechino e Mosca.

La visita del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni nei paesi dell’Asia Centrale, così come la celebrazione del primo summit Asia Centrale–Italia, attestano in modo inequivocabile come la regione sia ormai divenuta un polo di interesse primario nella politica estera e nella strategia economica italiana. A margine di tali incontri sono stati siglati numerosi memorandum d’intesa, e un numero crescente di imprese italiane manifesta l’intenzione di operare in quel contesto, attratte dalle sue prospettive di sviluppo e dal suo potenziale di crescita.

Il volume pubblicato da SpecialEurasia si inserisce in un vuoto editoriale su un tema che è diventato prioritario per la politica estera italiana. Esso si propone dunque come strumento di orientamento per i decisori politici e gli operatori economici, offrendo una chiave di lettura approfondita delle sfide, delle opportunità e dei principali competitor che caratterizzano l’attuale scenario dell’Asia Centrale".

Di Alessandro Fanetti per ComeDonChisciotte.org

13.11.2025

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