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CHI HA ATTACCATO IL SANTUARIO A SAMARRA?

DA BAGHDAD DWELLER (BLOG DI UN’IRACHENA)

Pensateci in modo logico: la moschea a Samarra era lì secoli fa, non era mai stata assalita, attaccata e nessun danno era stato fatto prima d’ora all’edificio.

A partire dall’occupazione, la moschea è diventata un “bersaglio possibile” ma non è successo nulla, dunque perché adesso? E come potrà qualcuno trarre beneficio da un tale attacco?

Abbiamo due sospetti:Iran

L’Iran vuole vedere una guerra civile tra Sunniti e Sciiti. Il risultato di questa guerra civile sarebbe una regione sciita indipendente che in conclusione sarebbe una regione iraniana.

Stati Uniti

Samarra è un fallimento per gli Stati Uniti, l’hanno attaccata molte volte senza risultato, la città è ancora inaccessibile agli Statunitensi. Uomini armati li attaccano quotidianamente sia a Samarra che nelle aree confinanti, così duramente che poche settimane fa ho letto su un giornale iracheno che i checkpoint americani fuori dalla città stanno sequestrando i telefoni con le video-camere ai cittadini di Samarra in modo che gli attacchi non siano filmati e diffusi via internet.

Questo è un articolo sul fallimento Usa a Samarra (punto di vista degli Stati Uniti):

Explanations for failure in Samarra vary

Le truppe Usa sono così sconfortate all’idea di entrare nella città che Rumsfeld ha detto:

Non potete permettervi dei rifugi sicuri o una quantità consistente di cattiva condotta… Dunque dovete fare qualcosa.

Commenti dei leader Usa sul riprendersi Samarra

Creare questo assalto alla moschea è solo uno dei loro tentativi. Questa volta vogliono entrare nella città ma in un modo differente, non come occupanti ma come salvatori, un vecchio trucco che funziona (qualche volta).

Se avete bisogno di qualche informazione sui fatti di Samarra, allora visitate questo link.

Data: 22 febbraio 2006

Link: http://www.roadstoiraq.com/?p=720

LA NOTTE PRIMA DELL’ATTENTATO: DUE TESTIMONI

L’immagine sovrastante mostra dei Sunniti a Samarra che protestano condannando l’attentato al “Duomo d’oro”. L’imam nella foto è un sunnita, lo si capisce dal suo turbante bianco, mentre gli imam sciiti indossano turbanti neri.

Voglio far saperei ai lettori che per gli abitanti di Samarra la moschea non rappresenta solo un santuario sciita, ma anche l’esistenza della città ed essi ne sono molto orgogliosi, anche se i rapproti sono diventati veramente pessimi tra Sunniti e Sciiti, i pellegrini sciiti nella città non sono mai stati attaccati da alcun gruppo, è uno specie di codice di onore non scritto.

Testimonianze di due persone vicine al luogo all’attentato:

Testimone 1:

Vivo in un distretto molto vicino alla moschea e vi dirò esattamente quel che ho visto ore prima dell’attentato.

C’è un coprifuoco quotidiano nella nostra città (Samarra), che comincia alle 8.00 di sera fino alle 6.00 di mattina. Nella notte prima dell’attentato e proprio quando stava diventano scuro c’erano attività anomale della Guardia Nazionale Irachena nell’area vicino alla moschea. Ho udito le loro auto tutta la notte fino alla mattinata successiva.

Il testimone continua: dunque, vi chiedo, come potrebbero dei terroristi entrare nell’area che è solitamente circondata dalla Guardia Nazionale Irachena, entrare nella moschea e correre via senza essere presi dalla polizia?

Testimone 2:

Il secondo testimone fornisce delle informazioni più dettagliate sulla connessione degli Statunitensi agli eventi prima dell’attentato, quindi lo rendo come una timeline degli eventi:

Il mio nome è Muhammad Al-Samarrai, possiedo un internet cafè vicino alla moschea, dormo nel mio negozio perché temo che i miei computer siano rubati da ladri.

8,30 (sera) Forze Irachene (Guardia Nazionale) e Usa mi hanno chiesto di rimanere nel negozio e di non lasciare l’area.

9,00 (sera) Hanno lasciato l’area.

11,00 (sera) Sono tornati indietro ed hanno iniziato a sorvegliare l’area fino al mattino successivo.

6,00 (mattina dopo) La Guardia Nazione Irachena lascia l’area.

6,30 Gli Statunitensi lasciano l’area.

6,40 Prima esplosione.

6,41 Seconda esplosione.

Ha confermato di nuovo che il coprifuoco inizia alle 8.00 (di sera) fino alle 6.00 (di mattina) del giorno successivo e che la Guardia Nazionale Irachena insieme agli Statunitensi pattuglia la città per tutto il tempo.

Data: 23 febbraio 2006

Link: http://www.roadstoiraq.com/?p=723

Fonte: http://www.roadstoiraq.com/

Traduzione dall’inglese a cura di CARLO MARTINI per www.comedonchisciotte.org

Pubblicato da God

  • carlo

    Ci sono due piccolo aggiornamenti riguardo il post

    Nella time-line ho detto che la seconda esplosione si è verificata alle 6,41, mentre erano le 6.45. E’ stato un mio errore perché stavo leggendo da diverse fonti mentre scrivevo, e per di più stavo guardavo le Olimpiadi invernali.

    Secondo aggiornamento: ho detto che gli imam sunniti portano in testa turbanti bianchi, mentre gli imam sciiti usano turbanti neri.

    Non c’è nulla di errato in quel che ho detto, ma quel che intendo con Imam è l’uomo che conduce la preghiera nella moschea. I Sunniti usano sempre il bianco o il bianco con il verde. Gli Sciiti usano il nero ma questa non è una “Regola d’oro” per gli Sciiti. I religiosi sciiti di alto rango (per esempio Sistani), che possono anch’essi portare un turbante bianco.

    Parlando ancora di questo, i Sunniti chiamano i loro leader religiosi Imam, gli Sciiti usano questo titolo sono per i loro religiosi di alto rango, ma quello che conduce la preghiera nella moschea è chiamato Saiyyd.

    Ancora… i Sunniti chiamano la loro casa di preghiera “moschea”, gli Sciiti la chiamano “Hasayia”, che si traduce letteralmente in qualcosa come “dedicato ad Hussein”. Hussein è una delle principali figure religiose sciite.

    Intendiamoci, non sto scrivendo questo per incoraggiare il settarismo tra gli Iracheni, sto solo spiegando i fatti agli “stranieri”.

    Data: 23 febbraio 2006

    Fonte: http://www.roadstoiraq.com/

    Link: http://www.roadstoiraq.com/?p=725

    Traduzione dall’inglese a cura di CARLO MARTINI per https://www.comedonchisciotte.org

  • carlo

    Tensioni…

    Da Baghdad Burning (Blog di una ragazza irachena)

    Le cose non vanno bene a Baghdad

    C’è stata un’esplosione questa mattina nella moschea di Samarra, una città ad ampia maggioranza sunnita. Anche se la moschea è sacra sia per i Sunniti che per gli Sciiti, è considerata uno dei luoghi sciiti più importanti da visitare di tutto l’Iraq. Samarra è considerata una città sacra da molti Musulmani e storici perché divenne la capitale dell’Impero Abassid dopo Baghdad, sotto il Califfo Al-Mu’tasim.

    Il nome “Samarra” deriva propriamente dalla frase in arabo “Sarre men ra’a”, che si traduce “Gioia a tutti quelli che vedono”. Questo è il modo in cui la città fu nominata da Al-Mu’tasim quando stese i progetti per una città che potesse competere con le più grandi città di allora – doveva essere una gioia per tutti quelli che la vedevano. E’ rimasto la capitale dell’impero Abassid per circa 60 anni e persino dopo che la capitale tornò ad essere Baghdad, Samarra fiorì sotto la protezione di vari Califfi.

    La moschea danneggiata questa mattina con degli esplosivi è la “Moschea Askari”, importante perché si crede che sia la tomba di 2 dei 12 imam sciiti – Ali Al-Hadi e Hassan Al-Askari (padre e figlio) che vissero e morirono a Samarra. Si crede che il luogo in cui si trova la moschea sia dove Ali Al-Hadi e Hassan Al-Askari vissero e furono sepolti. Molti sciiti credono che Al-Mahdi ‘al muntadhar’ resusciterà o riapparirà da questa moschea.

    Ricordo di aver visitato la moschea molti anni anni fa – prima della guerra. Visitammo Samarra per dare un’occhiata alla famosa torre “Malwiya” e qualcuno ci suggerì di visitare anche la moschea Askari. Ero riluttante e non ero vestita in modo adeguato: jeans ed una t-shirt non sono considerati vestiti da moschea. Ci fermammo in un piccolo negozio della città e ordinammo alcuni abbay poco costosi per noi donne e ci dirigemmo alla moschea.

    Arrivammo lì proprio quando il sole stava tramontando e ricordo di essermi fermata fuori dalla moschea per ammirare il duomo d’oro e gli intricati minareti. Era brillante al tramonto e sembrava ci fossero un milione di colori – arancio, oro, bianco – era quasi radioso. La vista era incredibile e l’ambiente così pacifico e calmo. Non c’era nulla del movimento e del rumore che di solito circonda i siti religiosi – eravamo arrivati in un momento perfetto. Nemmeno l’interno della moschea deludeva – elaborate scritture arabe e ancora oro e questo sentimento di pace totale… Sono contenta che decidemmo di visitarla.

    Ci siamo svegliati questa mattina alla notizia che uomini con le uniformi delle forze di sicurezza irachene sono entrati e hanno fatto detonare gli esplosivi, danneggiando la moschea quasi irreversibilmente. Spezza il cuore ed è terrificante. Ci sono stati scontri armati in tutta Baghdad sin dal mattino. Le strade vicino al nostro quartiere erano misteriosamente vuote e calme ma c’era una tensione che ci prendeva tutti, mentre eravamo seduti sul ciglio della strada. Abbiamo sentito di problemi nelle aree come Baladiyat, dove ci sono stati scontri, atti di vandalismo etc e che molte moschee a Baghdad sono state attaccate. Penso che ciò che più ha infastidito sia la velocità dela reazione, come se stesse solo aspettando di succedere.

    Tutta la mattina abbiamo sentito/visto figure religiose sia sciite che sunnite esprimersi contro le esplosioni ed enfatizzare che questo è voluto dai nemici dell’Iraq – questo è quello che vorrebbero ottenere – divide et impera. Gli estremisti sciiti stanno accusando gli estremisti sunniti e l’Iraq sembra star cadendo a pezzi tra gli occupanti stranieri e i fanatici locali.

    Nessuno è andato al lavoro oggi, poiché le strade erano per la maggior parte chiuse. La situazione non è per niente buona. Non penso di ricordare situazioni così tese – tutti stanno solo guardando e aspettando quieti. Si parla così tanto di guerra civile, ma con le persone che conosco – sunniti e sciiti senza differenza – difficilmente posso crederlo possibile. Gli Iracheni educati e preparati sono orripilati all’idea di mettersi gli uni contro gli altri, e anche gli Iracheni non così educati sembrano consapevoli che questa sia una piccola parte di un piano più grande e sinistro.

    Molte moschee sono state occupate dalle milizie Mahdi e quelli del Badir sembrano essere ovunque. Domani nessuno andrà al lavoro o a scuola o da nessuna parte.

    La gente è spaventate e guardinga. Possiamo solo pregare.

    Data: 23 febbraio 2006

    Fonte: http://riverbendblog.blogspot.com/

    Link: http://riverbendblog.blogspot.com/2006_02_01_riverbendblog_archive.html#114064838240253479

    Traduzione dall’inglese a cura di CARLO MARTINI per https://www.comedonchisciotte.org

  • Tao

    IRAQ – «L’attentato al tempio di Samara è un colpo portato all’unità anti-USA»: sorprendente affermazione di Syed Salim Shehzad (1).
    Ma ben soppesata: capo della redazione di Asia Times in Pakistan, Shehzad ha contatti – che ammette senza esitare – con l’ISI, il servizio segreto pakistano.
    Spiega il capo-redattore: c’erano grandi preparativi in corso per «una nuova fase di azioni anti-USA su larga scala», che avrebbero dovuto scoppiare simultaneamente «dall’Afghanistan a Gerusalemme» per Nauroz, il capodanno persiano, in primavera.
    Era la risposta che Teheran stava preparando alla possibile aggressione americana, giudicata imminente.
    Lo prova «la presenza in Iran, in questi giorni, di esponenti di Hamas e della Jihad islamica palestinesi, di capi dell’Hizb-i-Islami dell’Afghanistan, e di altre discusse figure, come membri di Al Qaeda. I nostri contatti nei servizi ci hanno detto che vari membri di Al Qaeda sono stati spostati dai luoghi di detenzione in cui erano rinchiusi in Iran a ‘case sicure’ gestite dall’intelligence iraniano. Lo scopo per cui tutti costoro sono stati convocati in Iran era di coordinare una catena di resistenza antiamericana, prima che l’Occidente agisca contro Teheran come previsto, con azioni preventive militari USA».
    L’attacco alla Moschea d’oro di Samara ha «cambiato di colpo la dinamica» di questo piano.
    La moschea d’oro, ora distrutta, non è solo una moschea.
    E’ il luogo di sepoltura di due dei dodici imam sciiti, ed è anche il tempio che onora in modo specifico il 12mo imam, Al-Mahdi, la figura apocalittica che dovrà tornare alla fine del mondo. Nella tradizione popolare l’imam «nascosto», un personaggio storico che è effettivamente scomparso nell’878, attende il momento nei sotterranei della moschea di Samara.
    «Ma il tempio è ugualmente sacro per i sunniti», scrive Shahzad: «come la tomba del profeta Maometto, di Ali e di Hussein, nessuno musulmano che si rispetti, sciita o sunnita, potrebbe nemmeno pensare di far saltare un luogo simile».
    Del resto, per secoli i «custodi» del tempio, i Nakvis (discendenti di un Imam Nakvi) erano sunniti, come la maggioranza degli abitanti di Samara stessa. L’attuale custode è Syed Riyadl al-Kilidar, sunnita, arrestato dagli americani e poi rilasciato.
    E allora, chi ha colpito il tempio?

    Dell’attentato (non rivendicato da alcuno) si possono sospettare i gruppi nichilisti simboleggiati dal cosiddetto «Al Zarkawi», il cui solo apporto alla guerriglia irachena è consistito nel massacrare sciiti e far saltare moschee sciite, come per provocare lo scontro interno.
    Ma non è stata questa la conclusione degli imam sciiti iracheni (alcuni dei quali apertamente filo-iraniani).
    L’ayatollah Al Sistani è apparso in tv (una rarità) per invitare i suoi fedeli a fare manifestazioni «pacifiche».
    Il clerico sciita Muktada Al-Sadr, che era in visita in Libano, si è precipitato a tornare per controllare la sua milizia privata, che già si abbandonava a ritorsioni.
    Ad Al-Jazeera, Muktada Al-Sadr ha detto parole inequivocabili: «non sono stati i sunniti a far saltare il tempio dell’Imam al-Hadi, ma l’occupazione».
    Ha accusato i «Takfiris» (coloro che accusano altri musulmani di essere infedeli, tipo «Al Qaeda») e i «Nawasib» (parola insultante, per indicare coloro che dichiarano ostilità ad altri: mestatori, diremmo noi) e i baatisti.
    «Non dobbiamo attaccare le moschee sannite», ha concluso (2).
    Insomma tutti i responsabili religiosi sciiti sono ben coscienti che si è trattato di una provocazione, che non solo ferisce a morte la difficile unità nazionale in Iraq (e allontana il ritiro degli occupanti), ma manda all’aria il piano dell’Iran, che stava riunendo attorno a sé forze anche sunnite.
    Naturalmente, non sono riusciti a frenare la rabbia dei loro fedeli, che si sono dati alla caccia del sunnita (migliaia di morti) e a devastare quasi 200 moschee sunnite.
    Non sarà inutile ricordare che è la strategia additata nel 1982 da Kivunim («Direttive»), la rivista del Congresso Sionista Mondiale.

    In un articolo intitolato «Strategie per Israele negli anni ’80» Oded Yinon, giornalista con un passato nell’esercito, diceva: «Israele deve puntare allo smembramento degli Stati islamici vicini secondo linee etniche e religiose».
    Specificava che l’Iraq era il candidato ideale per questo frazionamento, perché la minoranza sunnita vi dominava una maggioranza sciita e, a Nord, una componente curda. Farne tre staterelli senza forza politica significava liberare Israele da un nemico potenziale.
    Questa strategia abbisognava del sostegno indefettibile degli USA e dei suoi «cristiani rinati».
    Ma folle di cristiani rinati cominciano a pullulare anche in Europa.
    Una quantità di lettori mi informa che «i musulmani ammazzano i cristiani», che l’Islam ci attacca. L’animosità verso i cristiani è infatti in aumento nel mondo islamico.
    Forse c’entrano qualcosa i seguenti fatti:
    -due Paesi musulmani, Afghanistan e Iraq sono stati militarmente invasi sotto falsi pretesti («lotta al terrorismo», «armi di distruzione di massa») e sono tutt’ora occupati da ben quattro anni. L’occupazione ha fatto 250 mila morti nel solo Iraq.
    – Altri due Paesi islamici (Siria e Iran) vengono quotidianamente minacciati di invasione o bombardamento.
    -L’invasore è un Paese, anzi una superpotenza, che si dichiara cristianissima (evangelica), e da un Presidente che si proclama «cristiano rinato». E questi «cristiani» torturano, fanno arresti arbitrari, non riescono o non vogliono controllare la violenza endemica, ammazzano passanti ai posti di blocco, bombardano il Paese che occupano (questo fatto, bombardare dal cielo città sotto occupazione, non ha precedenti storici: dev’essere l’apice dei «nostri valori occidentali». I nazionalsocialisti non l’hanno mai fatto).
    -In questa, un giornaletto danese pubblica vignette insultanti e irridenti contro Maometto. Come per segnalare che l’attacco non è a Saddam o ai talebani, ma precisamente all’Islam nel suo complesso.
    Così, i musulmani sono caduti nella falsa sensazione di essere sotto attacco.
    Ma parte dei nostri lettori grida: «è l’Islam che ci attacca».
    Quei nostri lettori cristiani allarmati, provino a fare un esperimento mentale: immaginino che due Paesi «cristiani», poniamo Italia e Spagna (o Svezia e Danimarca) fossero sotto occupazione militare, da quattro anni, da parte di un esercito islamico; e che quelle stesse armate proclamino la volontà di aggredire anche Francia e Germania.
    Inoltre, che gli occupanti pretendano di imporre «il loro sistema di vita» e «i loro valori» a forza di torture e atrocità.
    Provino a immaginare che, in questa situazione, giornali islamici si mettano a pubblicare vignette irridenti e insultanti su Gesù, la Madonna, il Papa.
    E che in quel momento, con fine tempismo diplomatico, l’ayatollah Al-Sistani chieda al Papa, e ai suoi fedeli occupati e minacciati, di concedere la «reciprocità», e la libertà di culto per i musulmani presenti nei Paesi cristiani.
    Cosa farebbero i nostri cristiani?
    Non sarebbero tentati di far fuori l’innocuo panettiere egiziano col negozio all’angolo?
    E far saltare la moschea di via Jenner?
    Ma so che non proveranno a fare questo esperimento.
    «L’Islam ci attacca, non siamo noi che lo attacchiamo»: significa che sono completamente prigionieri dell’alone propagandistico e allarmistico  (parte integrante della guerra psicologica) creato apposta dall’invasore, e dal suo ispiratore occulto.

    Maurizio Blondet
    Fonte: http://www.effedieffe.com
    24.02.06

    Note

    1)Syed Saleem Shahzad, «Shrine attack deals blow to anti-US unity», Asia Times, 24 febbraio 2006.

    2)Qui di seguito il messaggio dell’ayatollah Khamenei sull’attentato, parimenti significativo. Segue il messaggio integrale di Al-Sistani. «Messaggio dell’ayatollah Khamenei in condanna del crimine di Samarrà. Col Nome di Dio, il Misericordioso, il Benevolo [in verità, noi apparteniamo ad Allah, e a Lui ritorniamo] Le scellerate ed insanguinate mani dei truci criminali, hanno provocato oggi un’immane tragedia, e profanando le cose sacre della Religione, si sono macchiati di un nuovo grave peccato […]. Questo crimine, i cui esecutori sono stati probabilmente scelti fra gretti fanatici, e sciagurati ed incoscienti mercenari, senza dubbio è stato pianificato da empi cospiratori, con abiette intenzioni sataniche. Questo è un crimine politico, le cui radici debbono essere ricercate tra i servizi segreti dei sionisti e di coloro che hanno ingiustamente occupato l’Iraq. I poteri egemonici, che vedono l’attuale situazione politica e sociale dell’Iraq in antitesi con le loro dispotiche volontà, tramano piani sinistri, tra cui, creare maggiore insicurezza ed instabilità, e gettare discordia fra i seguaci delle varie scuole e religioni. […] Considero necessario chiedere ai credenti in lutto, in Iran, in Iraq e nelle altre parti del mondo, di astenersi seriamente da ogni azione che crei inimicizia e dissenso tra i fratelli musulmani. Sicuramente ci sono mani impure desiderose di spingere, di indurre gli sciiti ad attaccare le moschee e i luoghi rispettati dai fratelli sunniti. Qualsiasi atto in questa direzione, aiuta i nemici dell’Islam, e delle nazioni musulmane, a raggiungere i loro vili obiettivi, ed è haram (illecito) in base alla Sharia (legge islamica). E la pace sia sui retti servi di Dio!» Sayyed Alì Khamenei.
    Il messaggio di Al Sistani:
    Bismillah ir-Rahman ir-Rahim «Vogliono spengere la luce di Allah con le loro bocche, ma Allah perfezionerà la Sua luce anche se ciò duole ai miscredenti (Tawbah: 32). Le mani diaboliche hanno perpetrato un orrendo crimine contro i mausolei sacri dell’Imam al-Hadi e l’Imam al-‘Askari (che Allah li benedica entrambi). […] Le parole non riescono a condannare in maniera adeguata questo crimine orrendo il cui scopo è quello di portare la discordia tra il popolo iracheno affinché le mani diaboliche degli oppressori che hanno deviato del sentiero dell’Islam possano raggiungere i loro obiettivi malefici. Il governo iracheno è chiamato oggi, ancora più di prima, ad accettare le sue responsabilità e a fermare la serie di atti criminali contro i luoghi sacri. Se le forze di sicurezza del governo non sono in grado di fornire la protezione adeguata, allora i credenti potranno farlo con l’aiuto di Allah il Benedetto e l’Onnipotente. […] Invitiamo i credenti a protestare e a condannare la violazione delle loro santità attraverso mezzi pacifici. Sottolineiamo inoltre che il tumulto di questo atroce crimine non deve indurre i nemici a portare a termine i loro scopi, e cioè la divisione settaria. In realtà i nemici stanno cercando di ridurre l’Iraq in fiamme.  Non vi è potere né forza alcuna all’infuori di Allah e presto coloro che hanno agito ingiustamente conosceranno in quale dimora finale essi abiteranno» (ah, se il Papa e i cardinali parlassero qualche volta così!).

  • Zret

    E’ ovvio che sono stati quei sant’uomini della sianrchia a distruggere la moschea. Non occorre dimostrarlo, ma il popolo bove crede alle menzogne dei media. Sigh…

  • geopardy

    Se c’è qualche potente o gruppo di potenti(la parola potenza data ad una nazione oggi mi sembra arcaica) che vogliono far esplodere la guerra su tutto il il pianeta, temo dal profondo che l’obbiettivo sarà un altro e lo temo da molto tempo, poichè, non c’è più limite alla follia (in nessuna epoca nota si sono vissuti simili eventi di degrado interiore dell’uomo).
    Vedete una chiesa, una moschea per quanto importante siano si possono ricostruire, ma la Pietra Sacra KAABA no.
    Un saluto
    Geopardy

  • Affus

    temo che attaccado la pietra sacra KAAba, si sferra un colpo mortale a tutto l’islam. I nemici dell’islam forse vogliono questo.

  • carlo

    IRAQ LIBERO – COMITATI PER LA RESISTENZA DEL POPOLO IRACHENO

    Bollettino del 25 febbraio 2006

    http://www.iraqiresistance.info

    Questo bollettino contiene:

    1. JAMES BOND A SAMARRA – Gli Usa vogliono la guerra civile

    2. HAJ ALI A RAI NEWS 24: MERCENARI ITALIANI AD ABU GHRAIB

    3. IL 18 MARZO A ROMA PARLERA’ LA RESISTENZA IRACHENA – Uniamo le voci del Movimento e della Resistenza nella lotta di liberazione dalla guerra e dall’oppressione imperialista

    4. “KAMIKAZE CONTRO I MARINES, NON E’ TERRORISMO” – Le motivazioni della sentenza di Milano

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    JAMES BOND A SAMARRA

    Gli Usa vogliono la guerra civile

    “Hanno buttato giù la moschea d’oro di Samarra, come in un film di James Bond”. Si apre così, con questa frasetta involontariamente rivelatrice, l’articolo del Corriere della Sera sull’attentato di mercoledì scorso.

    Tre giorni fa un’esplosione di enorme violenza ha distrutto la cupola della moschea di Samarra dove si trovano i mausolei degli imam Hadi ed Askari, uno dei più importanti luoghi sacri degli sciiti, in una città che è tra le capitali della Resistenza all’occupazione americana.

    Le modalità di questo attentato sono alquanto insolite. Non lo diciamo noi, lo dicono i fatti.

    E’ la prima volta che un simbolo religioso di questa importanza viene colpito in quanto tale. L’attentato non ha fatto vittime, perché questo non era il suo obiettivo. In questo modo la provocazione è stata ancora più grande ed ha generato violenze in tutto il paese, disegnando quel quadro di una possibile guerra civile che gli americani amano tratteggiare da tempo.

    Non sempre il “cui prodest” facilita le analisi, ma in questo caso pensiamo che si debba partire da qui. L’attentato giova, eccome, alla strategia americana, messa in difficoltà oltre che dalla forza della guerriglia dallo stesso esito delle elezioni del 15 dicembre. Gli Stati Uniti, non essendo riusciti a “normalizzare” l’Iraq come nei loro piani, preferiscono il caos nel timore che perfino il futuro governo di Bagdad possa sfuggirgli di mano.

    Mentre la stampa occidentale mette l’accento sullo scontro interreligioso, altri eventi ci dicono chiaramente quali altre forze stiano agendo in questi giorni. Giovedì scorso, 50 persone di ritorno da una manifestazione unitaria sunnita-sciita contro la distruzione della moschea di Samarra, ma anche contro il tentativo di Usa e Israele di spingere l’Iraq verso la guerra civile, sono state fermate ad un check point, falso o vero della polizia non si sa, e massacrate sul posto.

    L’attuale strategia americana, pur essendo figlia di una evidente difficoltà, non deve essere sottovalutata. Come non deve essere sottovalutata l’iniziativa sionista tendente ad impedire in tutti i modi la rinascita di un Iraq unito ed indipendente.

    Le forze della Resistenza e dell’opposizione agli occupanti sono chiamate ad una prova difficile, quella di riuscire a respingere la trappola mortale dello scontro interreligioso tra sciiti e sunniti. Fortunatamente vi sono forze, in entrambi questi campi, che mettono al centro la lotta antimperialista, la difesa degli interessi nazionali, la priorità della cacciata degli occupanti.

    Se in Iraq si svolge una partita decisiva per il futuro della lotta di liberazione, in occidente è necessario denunciare con forza la matrice imperialista della provocazione di Samarra, una provocazione che si inserisce appieno nella logica dello “Scontro di civiltà” continuamente alimentata da Washington e ripresa in Italia da importanti cariche dello Stato come il presidente del Senato Marcello Pera con il suo “Appello per l’Occidente”.

    Contro le criminali provocazioni degli imperialisti americani e sionisti

    Con la Resistenza, per la liberazione dell’Iraq unito ed antimperialista

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    HAJ ALI A RAI NEWS 24: MERCENARI ITALIANI AD ABU GHRAIB

    Un pò di memoria

    Ali Shalal al Kaisi, più noto come Haj Ali, è l’uomo incappucciato simbolo dei torturati di Abu Ghraib.

    Affinché potesse venire in Italia ed in Europa per parlare della sua vicenda e delle terribili condizioni dei prigionieri nelle carceri americane in Iraq, ci siamo battuti in tutti i modi, anche con lo sciopero della fame che 8 nostri compagni hanno fatto per 15 giorni davanti alla Farnesina nel settembre scorso.

    Come noto, il governo italiano gli negò il visto con assurde motivazioni burocratiche. Un mese dopo anche l’Austria gli impedì di arrivare in Europa. Un’Europa ormai senza principi, senza dignità, subalterna agli Usa arrivava così ad imbavagliare un torturato pur di prostrarsi ai voleri di Washington.

    Ma se gli italiani hanno potuto ascoltare Haj Ali solo con un’intervista realizzata ad Amman, dove vive attualmente, non lo si deve solo allo smisurato servilismo del governo Berlusconi, lo si deve anche alla sordità del centrosinistra che ha accuratamente evitato di prendere posizione su questo scandalo, su questa incredibile violazione dei più elementari diritti umani.

    La novità

    La novità di questa intervista è la denuncia del ruolo di torturatori svolto nel carcere di Abu Ghraib da “contractors”, cioè mercenari italiani assoldati da ditte americane.

    La prima risposta del governo italiano a questa accusa è stata quanto mai debole: “Non risulta la presenza di nostri connazionali in quella prigione”. Ancora peggiore la successiva dichiarazione di Berlusconi: “Il governo non è al corrente di nulla. Se poi c’è qualche mercenario non è un problema che ci riguarda”. Ma come, non erano i mercenari, pardon “contractors”, eroi che sanno morire (e torturare?) da “italiani”? Personaggi ai quali intitolare vie e corsi di paracadutismo?

    C’è poco da fare, è la solita ipocrisia italiana, largamente bipartisan, per cui le truppe sono a Nassyria in “missione di pace”, ma guai a parlare della strage (più esattamente delle stragi) dei ponti.

    Meglio allora ascoltare cosa dice Haj Ali (intervista a Radio Popolare che chiede spiegazioni sulle affermazione fatte a Rai News 24).

    “Quando hai sentito parlare di interrogatori fatti da italiani?” chiede l’intervistatore. Ed Haj Ali risponde: “L’ho sentito da persone di fiducia delle quali ho la certezza della loro serietà. In ogni caso le torture sono avvenute anche da parte degli italiani. Ex poliziotti e militari in pensione che hanno provveduto alle operazioni di interrogatorio e tortura. Loro strappavano confessioni ai detenuti per poi rivenderle agli americani. C’era una società olandese, il cui proprietario è stato anche denunciato dalla nostra associazione, che si chiama Kaisi Group che ha provveduto alla raccolta e alla gestione del personale di Abu Ghraib in merito a quello che era il servizio di mensa e in merito a quello che riguarda la tortura”.

    Non sarà anche per queste ragioni che l’Italia e l’Europa, molto più coinvolte di quel che appare nella guerra americana, hanno negato il visto al torturato Haj Ali?

    Haj Ali conclude l’intervista facendo appello al popolo italiano perché impedisca il coinvolgimento del paese nella repressione degli iracheni.

    A questo proposito ci sembra utile ripubblicare la lettera che Haj Ali ci inviò nel novembre scorso (dopo la negazione del visto anche da parte dell’Austria) affinché la diffondessimo.

    LETTERA DI HAJ ALI

    Ai popoli dell’Italia e dell’Austria

    Dalle ferite della terra tra i due fiumi, la nazione che chiama a lottare per la dignità e la libertà delle vittime irachene – donne, bambini, anziani e giovani.

    Avrei voluto ricevere un visto per entrare in Italia e in Austria, ma non me lo hanno concesso. Mi fa male, e si aggiunge al doloro psicologico e fisico che ho sofferto ad Abu Ghraib. A quanto pare, negare la parola a chi difende la propria dignità, la propria casa e il proprio onore fa parte della democrazia che ci vogliono portare.

    Il mio cuore è pieno di pace e di amore, anche se mi hanno rifiutato l’opportunità di venire nei vostri paesi, dove avrei potuto esprimere quello che pensavo mentre venivo reso invalido sotto le torture delle forze occupanti americane.

    Decine di migliaia di vittime delle prigioni americane parlano alla vostra coscienza. Tutti voi sapete quello che è successo in queste carceri, come in quelle gestite dalle milizie di alcuni dei partiti attualmente al potere. Ma questa è solo una piccola parte degli orrori commessi nel nome dell’umanità e della religione.

    Per chi si trova in carcere a dover affrontare diversi tipi di tortura, umiliazione e offesa, essere detenuti si trasforma in una scuola di resistenza, come reazione alla sofferenza.

    Nell’occasione della visita del presidente iracheno ai vostri paesi, ci vorremmo rivolgere ai vostri popoli, parlamenti, governi, organizzazioni, partiti e movimenti politici nel nome delle vittime irachene. Talabani dovrebbe immediatamente rilasciare tutti gli arrestati e i detenuti nelle carceri dell’occupazione statunitense e anche nelle carceri di alcune delle milizie che lavorano con il governo. Vi chiediamo di ricordargli la solidarietà che i popoli del mondo hanno offerto al popolo curdo.
    La prova che ho perdonato il rifiuto del visto sta nel fatto che io chiedo ai vostri popoli di agire per fermare la tortura e l’occupazione.

    Lo spirito della rivoluzione è come un seme che cresce nel cuore e nella mente dell’essere umano, come ci ricorda il grande rivoluzionario Ernesto Che Guevara.

    Potete avere tutto l’amore, il rispetto e ancora il rispetto.

    Nel nome della libertà e della pace per tutti i popoli del mondo.

    Haj Ali, fondatore e coordinatore

    Associazione delle vittime delle carceri dell’occupazione americana

    registrata come 1h1050 ngo

    (novembre 2005)

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    IL 18 MARZO A ROMA PARLERA’ LA RESISTENZA IRACHENA

    Uniamo le voci del Movimento e della Resistenza nella lotta di liberazione dalla guerra e dall’oppressione imperialista

    Il 18 marzo, terzo anniversario dell’inizio dell’aggressione all’Iraq, il movimento contro la guerra sarà nuovamente in piazza per manifestare contro l’occupazione dell’Iraq e per il ritiro immediato di tutte le truppe straniere.

    Sarà questa l’occasione per accomunare la voce del movimento a quella della Resistenza popolare.

    Al termine del corteo di Roma, in piazza Venezia, parlerà Jabbar al Kubaysi, presidente dell’Alleanza Patriottica Irachena, da sempre impegnato nella costruzione di un ampio fronte di liberazione nazionale che unisca le forze dell’opposizione e della Resistenza in un progetto di liberazione ed autodeterminazione del popolo iracheno.

    Per questa sua attività, al Kubaysi, dopo essere stato sequestrato dalle forze speciali americane il 3 settembre 2004, è stato detenuto per un anno e tre mesi in un carcere USA a Bagdad fino alla sua scarcerazione avvenuta nel dicembre scorso.

    Per la prima volta dunque, dopo l’incredibile negazione del visto ad Haj Ali, simbolo dei torturati di Abu Ghraib, un prigioniero iracheno potrà finalmente parlare in Italia.

    I Comitati Iraq Libero sono impegnati per la massima riuscita della manifestazione, particolarmente importante quest’anno nel nostro paese anche per dare vita ad un’opposizione politica e sociale assolutamente necessaria chiunque vada al governo con il voto del 9 aprile.

    La sfida che il movimento contro la guerra è chiamato a raccogliere è quella della costruzione di ampio fronte antimperialista internazionale come quello proposto al Forum Sociale di Caracas dal presidente del Venezuela Hugo Chavez.

    Le resistenze all’imperialismo crescono, in varie forme, in diverse parti del mondo. In Medio Oriente, anche come riflesso dei risultati raggiunti dalla resistenza irachena, il popolo palestinese ha detto a chiare lettere, con le elezioni del 25 gennaio scorso, di voler continuare a lottare per i propri diritti, rifiutando il negoziato a perdere (la cosiddetta “Road Map”) imposto dagli Usa.

    Ma l’agenda della guerra infinita scatenata da Bush non conosce soste. Ora è la volta dell’Iran, deferito all’Onu in palese contrasto con le norme del diritto internazionale ed applicando ancora una volta – nella maniera più plateale – la politica dei “due pesi e due misure”, dato che (limitandoci al Medio Oriente) l’incredibile arsenale atomico detenuto da Israele non viene messo in discussione da nessuno.

    Se negli ultimi tre anni il bellicismo americano è stato frenato ciò è dovuto soltanto alla straordinaria resistenza opposta dal popolo iracheno agli invasori.

    Una ragione di più per unire idealmente e politicamente questa lotta con quella di chi si batte contro la guerra, contro chi la fa in nome del proprio “diritto” al dominio planetario, per affermare invece i diritti dei popoli alla libertà ed all’autodeterminazione.

    Roma – 18 marzo 2006

    Movimento contro la guerra e Resistenza irachena: due voci, un’unica battaglia

    Comitati IRAQ LIBERO

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    “KAMIKAZE CONTRO I MARINES, NON E’ TERRORISMO”

    Le motivazioni della sentenza di Milano

    «L’instradamento di volontari verso l’Iraq per combattere contro i soldati americani non può essere considerato sotto alcun aspetto un’attività terroristica». E questo nemmeno quando, come in questo caso, «appare chiaro il reclutamento di kamikaze».

    Le motivazioni della sentenza di appello dei giudici di Milano confermano l’ormai famosa “sentenza Forleo” che tanto scandalizzò un anno fa il “politicamente corretto” di centro, destra e sinistra. Ma, soprattutto, la chiarezza delle motivazioni mette ancor più in evidenza la gravità della campagna contro la Resistenza, che ha visto in campo nelle ultime settimane (caso Ferrando, polemiche sulla manifestazione del 18 febbraio sulla Palestina) un fronte bipartisan che va da Fini a Bertinotti. Questa campagna non solo mira a cancellare il diritto di resistenza dei popoli, essa è in tutta evidenza contro il diritto internazionale e contro le stesse leggi del nostro paese.

    Dal Corriere della Sera del 16 febbraio 2006

    LA GUERRA E IL TERRORISMO – LA SENTENZA DI MILANO

    «Kamikaze contro i marines, non è terrorismo»

    Caso Daki e guerra in Iraq, le motivazioni dell’appello rafforzano le assoluzioni decise dal giudice Forleo

    MILANO — «L’instradamento di volontari verso l’Iraq per combattere contro i soldati americani non può essere considerato sotto alcun aspetto un’attività terroristica». E questo nemmeno quando, come in questo caso, «appare chiaro il reclutamento di kamikaze».

    Le motivazioni del verdetto d’appello non solo confermano, ma addirittura scavalcano la sentenza del giudice Clementina Forleo, che il 24 gennaio 2005 fu pesantemente contestata per aver assolto tre integralisti islamici dall’accusa di terrorismo internazionale, pur ritenendo dimostrato che reclutavano mujaheddin per la guerra in Iraq.

    L’imputato diventato più famoso, il marocchino Mohammed Daki, è in realtà l’unico assolto da tutti i reati: per i giudici «condivideva le ragioni per le quali un musulmano doveva andare in Iraq a combattere» e le intercettazioni ne dimostrano «la disponibilità ad aiutare un aspirante combattente somalo» che gli chiedeva di «cedergli il suo passaporto», ma poi non l’ha fatto (anche perché si è accorto che la polizia stava per arrestarli), per cui «è stato solo occasionalmente coinvolto». Per gli altri due imputati, i tunisini Alì Toumi e Maher Bouyahia, la corte d’assise d’appello considera «provato che dal febbraio al marzo 2003 hanno collaborato con l’egiziano Merai e il mullah Fouad» (i due ex imam di Milano e Parma arrestati come capicellula) «aiutando i volontari musulmani a trasferirsi dall’Europa in Iraq per andare a combattere contro gli americani e munendoli di documenti d’identità falsi», ma neppure questo è terrorismo.

    Il verdetto di primo grado aveva messo in dubbio l’intercettazione chiave sul reclutamento di kamikaze. La sentenza d’appello, firmata dal giudice Rosario Caiazzo, lo considera invece pienamente provato (tanto da fare i nomi di tre kamikaze: Habib Waddani, Morchidi Kamal e Habib Sekseka) ma irrilevante: «Un atto può essere definito terroristico, in tempo di pace, anche quando determina solo un pericolo indiretto per la popolazione civile. Ma in una situazione di conflitto armato» questo rischio «ricorre con grande frequenza», ad esempio «in occasione dei bombardamenti», per cui contano «solo gli atti esclusivamente diretti contro la popolazione civile». «Non può quindi condividersi la tesi dell’accusa», cioè l’obiezione del procuratore Spataro secondo cui «le azioni suicide costituirebbero sempre (e di per se) un pericolo per la popolazione civile».
    La sentenza non cita la strage di militari italiani nel novembre 2003 a Nassyria, ma indica due diverse date-spartiacque che lasciano il giudizio (forse volutamente) incerto: il giudice considera «fatto notorio» che «fino all’agosto 2003 in Iraq non si è verificato alcun attentato terroristico», perché solo da allora «le azioni suicide» hanno colpito «anche civili»; ma a metà sentenza sottolinea che «il periodo di occupazione militare» (parificabile a quello «stato di guerra» che legittimerebbe i kamikaze) «si è formalmente concluso solo il 30 giugno 2004 con il primo governo provvisorio iracheno». Per il giudice Caiazzo inoltre è provato che «i volontari dall’Europa venivano inviati in campi di addestramento militare gestiti da Al Ansar Al Islam», che era «una vera e propria organizzazione combattente islamica» con «frange favorevoli al terrorismo», ma questo «non basta» a provare l’accusa «individualmente per ciascuno» dei «reclutatori».

    Toumi e Bouyahia dunque meritano solo tre anni di carcere per i passaporti falsi e l’invio di clandestini in Iraq, mentre Daki va scarcerato con tante scuse.

    Paolo Biondani

    16 febbraio 2006

  • carlo

    Uscita senza strategia

    di Sami Ramadani

    The Guardian, 24 febbraio 2006

    La cupola d’oro distrutta di Samarra è ancora un’altra pietra miliare nella “lunga guerra” di George Bush – nella quale una guerra civile in Iraq mostra ogni segno di essere una caratteristica devastante. Ma che genere di guerra civile? Io sono convinto che non sia il tipo di guerra che i politici a Washington e a Londra, e gran parte dei media occidentali, avevano previsto.

    Gli eventi degli ultimi giorni hanno rafforzato questa convinzione. Non sono stati i simboli religiosi sunniti che centinaia di migliaia di manifestanti in collera che protestavano contro l’attentato al santuario hanno preso di mira, ma le bandiere Usa. Lo slogan che li unificava mercoledì era: “Kalla, kalla Amrica, kalla kalla lill-irhab” – no all’America, no al terrorismo.

    Gli esponenti religiosi sciiti più ascoltati dai giovani militanti hanno dato rapidamente la colpa dell’attentato all’occupazione. Fra questi c’erano Moqtada al-Sadr; Nasrallah, il leader degli Hezbollah in Libano; l’Ayatollah Khalisi, leader dell’Iraqi National Foundation Congress; e il Grande Ayatollah Khamenei, la Guida spirituale dell’Iran. Assieme al Grande Ayatollah Sistani, essi hanno inoltre dichiarato che attaccare i sunniti è un “peccato” grave – come hanno fatto tutti gli esponenti religiosi sunniti riguardo agli attacchi contro gli sciiti.

    La BBC ha riferito che Sadr aveva invitato alla vendetta contro i sunniti – in realtà, egli ha detto “nessun sunnita farebbe questo”, e ha invitato alla vendetta contro l’occupazione.

    Nessuno dei cortei di protesta in massima parte spontanei erano diretti contro moschee sunnite. Nei pressi dello stesso santuario attaccato, sunniti del posto si sono uniti alla minoranza sciita della città per denunciare l’occupazione e accusarla di condividere la responsabilità della profanazione. A Kut, un corteo guidato dall’Esercito del Mahdi di Sadr ha bruciato bandiere degli Usa e di Israele. A Sadr City, a Baghdad, il corteo contro l’occupazione è stato enorme.

    C’è stata una catena di attacchi armati contro moschee sunnite successivamente all’attentato, ma nessuno di essi è stato compiuto dai manifestanti. I resoconti indicano che essi sono stati opera di uomini armati mascherati. Da allora c’è stata una escalation di omicidi ben organizzati, alcuni confessionali, altri che hanno preso di mira gruppi misti, come l’uccisione di 47 operai ieri nei pressi di Ba’quba.

    Ma, come hanno mostrato chiaramente le manifestazioni di mercoledì tramesse in diretta sulle TV satellitari irachene e arabe, il sentimento popolare era contro l’occupazione piuttosto che di tipo confessionale.

    L’Iraq è inondato di voci sulla collusione delle forze di occupazione e dei loro protetti iracheni con gli attacchi a carattere confessionale e gli squadroni della morte: l’opinione diffusa è che gli Usa stanno alimentando la divisione confessionale per impedire l’emergere di una resistenza nazionale unita. Prove del loro coinvolgimento nelle ritorsioni contro i sunniti sono state raccolte dal Times, che ha riferito che, dopo un attacco armato contro la moschea sunnita di al-Quds a Baghdad, uomini armati sono risaliti su sei automobili, mentre i soldati della Guardia Nazionale irachena controllata dagli Usa che gli avevano fatto strada per lasciare la zona li incitavano.

    Due anni fa sostenevo su queste pagine che l’obiettivo degli Stati Uniti di installare un regime vassallo filo-Usa a Baghdad rischiava di far precipitare il paese in una guerra civile – ma non una guerra di arabi contro kurdi o di sunniti contro sciiti, piuttosto una guerra fra una minoranza (di tutte le confessioni ed etnie) appoggiata dagli Usa contro la maggiornza degli iracheni. E’ questa la direzione in cui sta andando l’Iraq.

    Svolte politiche cruciali stanno passando inosservate, ma non all’ambasciatore Usa a Baghdad, Zalmay Khalilzad, che aveva organizzato l’opposizione filo-Usa prima dell’invasione ed è stato l’ideatore delle formule confessionali messe in pratica da lì in avanti.

    Nel periodo che ha preceduto le elezioni di dicembre, le forze di Sadr hanno vinto battaglie determinanti a Baghdad e nel sud contro lo Sciri, la fazione sciita più propensa a lavorare con gli Usa. La sconfitta delle forze dello Sciri ha dato all’Esercito del Madhi di Sadr una voce potente all’interno della coalizione che ha vinto le elezioni, e ha aiutato a candidare Ibrahim Ja’afari come primo ministro contro l’uomo dello Sciri appoggiato dagli Usa, Adel Abdel Mahdi.

    Khalilzad è inamovibile sul fatto che i sostenitori di Sadr non dovrebbero essere in grado di esercitare una tale influenza. Questa è la causa della crisi politica che avviluppa il regime della Green Zone.

    Per quasi due anni, siamo stati inondati di “exit strategy” Usa e britanniche. Dunque, perché c’è bisogno di una strategia per fare le valigie, porre fine all’occupazione e lasciare che gli iracheni decidano il loro futuro? La “minaccia di una guerra civile” naturalmente. Ma questo significa ignorare la guerra che è in corso in Iraq grazie al fatto che l’occupazione continua.

    Nessuna di queste “exit strategy” funzionerà, per la semplice ragione che esse sono basate su una ambizione irrealizzabile: avere la botte (irachena) piena e la moglie ubriaca. Tutte le strategie di Bush e di Blair sono basate sul mantenere un regime filo-Usa a Baghdad. Liberati da questa occupazione odiata, gli iracheni fieri e indipendenti non eleggeranno mai un insieme di pupilli appoggiati dagli Usa e dalla Gran Bretagna.

    Sami Ramadani, un esule politico del regime di Saddam Hussein, vive da molto tempo in Gran Bretagna, dove insegna alla Metropolitan University di Londra

    (Traduzione di Ornella Sangiovanni)

    http://www.osservatorioiraq.it/modules/wfsection/article.php?articleid=1980

    Articolo originale: http://www.guardian.co.uk/comment/story/0,,1716598,00.html