Di Federico Cantore per ComeDonChisciotte.org
L'iper-connessione del XXI secolo sta spingendo la società sempre più verso un pericolosissimo baratro: il baratro dell'apatia; il baratro dove la noia (dalla quale nascono le idee) deve necessariamente essere sovrascritta dal continuo pulsare di tutta quella "spazzatura digitale" a spingere sempre più melma nel vuoto.
Siamo stati abituati a pensare che un qualsiasi elettrodomestico, un qualsiasi televisore, un qualsiasi computer fosse in grado di restare acceso fino al momento in cui qualcosa o qualcuno non arrivasse a staccare la spina. Ciò significa che, per rimanere operativi, questi strumenti hanno necessità di un collegamento costante alla rete (elettrica e Internet, nel caso dei computer).
L'essere umano, nella contemporaneità, ha, invece, bisogno del contrario: per "restare acceso", per recuperare la presenza mentale, la concentrazione profonda, la creatività spontanea e le relazioni reali, ha necessità di scollegarsi fisicamente da una rete che presenta, ormai, un grado di tossicità troppo elevato. Staccare la spina non è, dunque, un atto di regressione bensì un atto di auto-conservazione. Il cosiddetto low-tech (bassa tecnologia) diventa l'unica via per non esaurire la nostra "batteria" biologica e mentale, costantemente prosciugata da un ambiente che, più che nutrire, assorbe.
L'esempio migliore di questo stato di cose proviene dall'oggetto che più di ogni altro ha iniziato a far parte della nostra vita (o a possederla?) negli ultimi quindici anni circa: lo smartphone (smart= intelligente - phone= telefono - telefono intelligente). Un dispositivo il quale, più che venire usato, viene abusato.
Di conseguenza, esso abusa a propria volta delle nostre menti in maniera ancora maggiore del larghissimo (e perlopiù errato) impiego che ne facciamo. Più gli anni passano e più, senza nemmeno accorgercene, veniamo soggiogati da ciò che, compulsivamente, tiriamo fuori dalla tasca ogni tre secondi; da ciò che ci allontana dal contatto con i nostri simili, magari a meno di un metro di distanza da noi; da ciò che ci fa "scrollare" inutilmente tra un picco di dopamina (definito tecnicamente come doomscrolling o "scrolling maledetto") e l'altro; da ciò che illumina con una luce irreale i nostri occhi sbarrati nei quali quasi si riflettono dei subliminali impulsi (una sorta di "codice Morse") che influenzano, che "programmano" sempre più.
E noi agiamo sulla base di "comandi" che nemmeno sappiamo di aver mai ricevuto. Inutile dire che uno status simile richiederebbe un ripiego: ripiego che, seppur noto, seppur esistente, è costantemente ostracizzato: il telefono cellulare, definito volutamente come dumbphone (dumb= stupido - phone= telefono - telefono stupido) oppure come "telefono per anziani". Questa tipologia di mezzo comunicativo non è un passatempo (deleterio) bensì un vero e proprio strumento che, per tanti anni, aveva rappresentato il giusto mezzo tra la sua assenza e la successiva invasione degli smartphone. Questa sorta di "semantica della svalutazione" segue precisi dettami di tipo commerciale, generando uno stigma sociale: chi li usa viene dipinto come antiquato, incapace o tagliato fuori dal progresso. Il progresso, in parole povere, è diventato un dogma indiscutibile: chi lo mette in dubbio viene visto come un eretico o un luddista.
Così come la Chiesa del XVII secolo difendeva il sistema geocentrico per preservare il proprio potere (e illustri figure come Giordano Bruno e Galileo Galilei ne fecero le spese pur avendo ragione da vendere), così le Big Tech contemporanee difendono il modello, appunto, dell'iper-connessione. Dire che "si vive meglio con un telefono da una manciata di euro che fa solo chiamate" significherebbe mettere in luce una verità scomoda a far tremare un mercato da miliardi di dollari.
Chi sceglie il low-tech, compie, dunque, un micro-atto di eresia moderna e viene, di fatto, "messo al rogo" attraverso un vero e proprio isolamento. Eppure, se noi portassimo quotidianamente un dumbphone nelle nostre tasche al posto dello smartphone per almeno un mesetto, infischiandocene letteralmente di tutto e di tutti, finiremmo col notare una grande differenza.
Inizieremmo anzitutto a disintossicarci (la terapia del digital detox non è certo una delle tante "balle da osteria": è largamente praticata su scala globale ma risulta ben poco chiacchierata), respirando a pieni polmoni, sempre più distanti da tutte quelle pressanti (e per lo più futili, se ben ci si riflettesse sopra) notifiche abbinate alla subliminale "terapia del terrore" che usa ormai sempre più certi strumenti come fossero un vero e proprio megafono che fa tremare muri e psiche ogni secondo, ogni istante sino allo sfinimento. Menti sotto il peso di una struttura concepita proprio per calpestarle, schiacciandole senza mezze misure.
Poi, non è affatto vero che senza smartphone non si può più vivere: questo è solamente ciò che viene fatto credere (e i motivi sono facilmente deducibili). Basterebbe, infatti, attrezzarsi e abbinare al dumbphone un tablet da tenere da parte e da utilizzare solo in casi strettamente necessari per sfruttarne le app vitali (es. e-mail, banca e poche altre). E un caffè, diciamolo pure senza timore, lo si potrà sempre pagare con una monetina senza usare la fatidica frase che sovente fa prudere il naso a tanti commercianti: "Hai Sati?". Una soluzione esiste sempre. Esiste se si posseggono il coraggio, la volontà per adottarla e per metterla in pratica. E la tecnologia digitale diventa utile solo se sfruttata entro certi limiti; limiti che sono stati ormai ampiamente superati.
Senza smartphone riscopriremmo nuovamente, come già citato all'inizio, la presenza della noia: di quella noia che stimolava il cervello del grande Sherlock Holmes ad andare sempre più a fondo, studiando e riflettendo su dettagli che gli altri ignoravano e venendo a capo di casi a volte apparentemente impossibili da risolvere. La noia non è un qualcosa da eliminare, da cancellare: è un humus, un fertilizzante che agisce sul nostro cervello, mantenendolo sempre attento, accorto e vigile.
Senza smartphone ci renderemmo conto che qualcun altro, come i ragazzi della cosiddetta Gen Z che hanno creato il "Movimento Minimalista Digitale", si sta rendendo conto del bisogno di, come recita l'idioma francese "reculer pour mieux sauter", fare un passo indietro: fare un passo indietro, a difesa della nostra vita quotidiana, della nostra salute psicofisica, della nostra stessa natura, per poter ripartire "accesi" con maggiore lucidità, piena coscienza e consapevolezza.
Senza smartphone ritorneremmo a guardare in volto le persone che abbiamo attorno, a ridere, a scherzare con loro e ad abbracciarci senza bisogno, ogni volta, di "farci un selfie" con sorrisi quasi disegnati. Ritorneremmo ad "abbordare" avendo il coraggio di metterci la faccia senza passare attraverso Facebook, Instagram o a mezzo di quelle false e orripilanti app di dating.
Ritorneremmo a essere veri: a essere ciò che una mia conoscenza (persona di una grinta eccezionale) definiva, nella sua visione, "i veri uomini". Ritorneremmo a sentire quello squillo di pochi secondi a voler dire "io ci sono". Ritorneremmo a pensare con la nostra testa e non con quella di un motore di ricerca, di un sito sponsorizzato da chissà chi oppure di un elaboratore elettronico "guardone". Ritorneremmo a quelle serate in pizzeria dove sui tavoli c'era solo spazio per il buon cibo, per le barzellette e le battute.
Per quei momenti dove non avevi bisogno di fotografare e filmare freneticamente ogni cosa: ti bastava portarla nel cuore assieme al bel ricordo di attimi genuinamente, squisitamente autentici.
Un giorno, io lo so, questo accadrà nuovamente: accadrà perché, in fondo, si fa molto presto a tornare indietro (ma noi non lo sappiamo); e in quel giorno, forse, capiremo davvero tutti quanti cosa era davvero "intelligente" e cosa era davvero "stupido".
Di Federico Cantore per ComeDonChisciotte.org
10.10.2026
Federico Cantore. Tecnico IT, Laurea in Lettere Moderne e Contemporanee presso l’Università degli Studi di Torino.
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