Urs Maurer-Lambrou
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Sei milioni di persone. Questa è la popolazione totale di Estonia, Lettonia e Lituania messe insieme: meno abitanti dell'intera area metropolitana di Londra. Eppure, questi tre Stati di confine dettano le regole della politica estera di un'Unione di 450 milioni di abitanti, dicendo a Berlino, Roma e Madrid quanto sia pericoloso il mondo e quanto i contribuenti occidentali debbano pagare per risollevarlo.
Da una corona all'altra
La narrazione nazionale baltica tende a tralasciare il 1721, il che è un peccato, perché è proprio da quell'anno che inizia la mappa moderna. In quell'anno Pietro il Grande concluse la Grande Guerra del Nord con il Trattato di Nystad. La Svezia cedette l'Estonia, la Livonia, l'Ingria e parte della Carelia; la Russia evacuò gran parte della Finlandia e pagò alla Svezia due milioni di talleri d'argento. Gli storici dibattono ancora sulla natura di questo denaro. Le opere di consultazione occidentali tendono a definirlo un risarcimento, mentre il resoconto della Biblioteca Presidenziale Russa afferma categoricamente che la Russia lo pagò per le acquisizioni. Qualunque sia l'interpretazione che si preferisce, l'Estonia e la Livonia non passarono dal dominio svedese all'indipendenza. Passarono da una corona all'altra. Chi le governava di fatto non cambiò molto: il trattato garantiva alla nobiltà tedesca del Baltico l'autogoverno, la propria chiesa luterana, i propri confini doganali e la propria lingua, e ogni zar, fino ad Alessandro II, lo confermò. Un contadino estone nel 1720 rispondeva ad un barone tedesco sotto un re svedese. Suo nipote rispondeva alla stessa nobiltà tedesca, ora sotto un imperatore russo.
La Lituania giunse a tale posizione in modo diverso, in quanto metà della Confederazione polacco-lituana venne assorbita durante le spartizioni. Caterina la Grande conquistò il Latgale nel 1772 e gran parte della Lituania, insieme al Ducato di Curlandia, nel 1795.
Il punto non sono i confini; molti Stati europei sono giovani. Il punto è la storia. L'idea di un'antica e ininterrotta nazione baltica, invocata a Bruxelles ogni volta che qualcuno suggerisce prudenza è un mito politico moderno. L'indipendenza statale era durata circa vent'anni tra le due guerre. Il periodo attuale era iniziato nel 1990-91.
Neanche un centimetro
Il capitolo successivo si era aperto a Mosca il 9 febbraio 1990. Il Muro di Berlino era caduto da tre mesi. Il Segretario di Stato americano James Baker era seduto di fronte a Mikhail Gorbaciov e gli aveva detto, non una ma ben tre volte che, se una Germania unita fosse rimasta nella NATO, l'alleanza non si sarebbe spostata di un solo centimetro verso est. Il giorno dopo, Helmut Kohl aveva affermato praticamente la stessa cosa. Non era stato un lapsus. Documenti americani, tedeschi, britannici, francesi e sovietici declassificati, resi pubblici dal National Security Archive nel 2017, dimostrano che Genscher, Thatcher, Mitterrand, John Major e lo stesso Segretario Generale della NATO, Manfred Wörner, avevano dato a Mosca rassicurazioni simili nel 1990 e nel 1991. Nessuna di queste promesse era stata formalizzata in un trattato.
Si era rivelata una mossa molto conveniente. Nel 1990 la NATO contava 16 membri. Nel 1999 aveva accolto Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca. Nel 2004 aveva inglobato altri sette Paesi in un colpo solo, tra cui Estonia, Lettonia e Lituania, tre ex repubbliche sovietiche. Il territorio della NATO ora raggiungeva il confine russo in Estonia, a soli 150 chilometri da San Pietroburgo. Al vertice di Bucarest del 2008, l'alleanza aveva annunciato che anche Ucraina e Georgia si sarebbero unite in futuro. Finlandia e Svezia erano arrivate dopo il 2022. Oggi la NATO ha 32 membri e "nemmeno un centimetro" è diventata l'intera Europa orientale, fino alle porte della Russia.
La morsa baltica su Bruxelles
Tre piccoli Paesi non dovrebbero essere in grado di dettare le regole di un'Unione di 450 milioni di persone. Eppure possono farlo perché Bruxelles ha dato loro il microfono: due dei portafogli di sicurezza più importanti dell'UE sono ora ricoperti da persone provenienti da due delle capitali più intransigenti nei confronti della Russia. Kaja Kallas, ex primo ministro dell'Estonia, è l'Alto rappresentante: presiede le riunioni di tutti i 27 ministri degli esteri e parla all’estero a nome dell'Unione. Andrius Kubilius, ex primo ministro della Lituania, è il primo Commissario europeo per la Difesa e lo Spazio. Nessun elettore in Europa li ha scelti per questi incarichi.
La Kallas proviene da una famiglia da sempre vicina al potere, a prescindere da chi lo detenesse. Suo padre era passato da funzionario del Partito Comunista nell'Estonia sovietica a fondatore del Partito della Riforma, fino a diventare Commissario europeo: quello che i tedeschi chiamano un "Wendehals", un voltagabbana. Nel maggio 2024, poche settimane prima della sua nomina, aveva affermato che una sconfitta della Russia non sarebbe stata una cosa negativa, facendo notare che la Russia è composta da molte nazioni. Il quotidiano tedesco Volksstimme aveva interpretato la sua dichiarazione come un'ipotesi di disgregazione della Russia, un'affermazione alquanto singolare per il futuro capo della diplomazia europea, sopratutto nei confronti di una potenza nucleare. Al di sopra di entrambi siede Ursula von der Leyen, che i leader dell'UE avevano proposto all'ultimo minuto nel 2019 e che il Parlamento aveva confermato con 383 voti, nove in più del necessario. Proveniva dal Ministero della Difesa tedesco, dove aveva lasciato dietro di sé una Bundeswehr ben lontana dagli obiettivi di prontezza operativa e un'inchiesta parlamentare sui contratti di consulenza.
Abbaiare a comando
Sarebbe un lusso per i governi baltici pensare di essere loro a dettare legge. Non è così. Abbaiano perché fa comodo a chi tiene il guinzaglio. A Bruxelles, sede sia dell'UE che della NATO, le grandi capitali scrivono le politiche. Le capitali baltiche le impongono alle frontiere, dicono quello che Berlino e Parigi preferirebbero non dire ad alta voce e sferrano il primo colpo. Ecco perché il megafono diplomatico dell'UE è andato a Tallinn e il suo portafoglio della difesa a Vilnius. Nessuno ha nominato Kallas e Kubilius per placare gli animi.
Kaliningrad nel 2022 aveva mostrato come funziona. Bruxelles aveva imposto sanzioni sull'acciaio russo; la Lituania le aveva applicate alla lettera, bloccando le spedizioni ferroviarie verso l'exclave a giugno. Mosca l'aveva definito un blocco e Nikolai Patrushev, allora a capo del Consiglio di sicurezza russo, aveva avvertito che i lituani ne avrebbero subito le conseguenze. Nel giro di un mese la Commissione aveva emesso nuove linee guida che consentivano nuovamente il transito delle merci. Vilnius aveva fatto esattamente ciò che le era stato detto ed era rimasta sola di fronte a Mosca mentre Bruxelles si ritirava silenziosamente.
Tre anni dopo era stato il turno dell'Estonia. Bruxelles aveva trascorso mesi ad annunciare misure repressive contro la "flotta ombra" russa, composta da petroliere vecchie e scarsamente assicurate. Il 13 maggio 2025 la marina estone aveva tentato di fermare una di queste, la Jaguar, nelle acque internazionali al largo di Tallinn. L'equipaggio aveva ignorato gli ordini e proseguito verso il porto russo di Primorsk. L'Estonia aveva affermato che un Sukhoi Su-35 russo era entrato nel suo spazio aereo per circa un minuto con il transponder spento e la NATO aveva fatto partire [dalla base aerea di Ämari] un caccia per intercettarlo: un F-16 portoghese, appartenente ad un Paese lontano 3.000 chilometri. Quella volta nessuno aveva sparato.
Nel frattempo, i pezzi grossi si posizionano alle spalle dei più piccoli. Nel 2023 Berlino si era impegnata ad inviare in Lituania una brigata corazzata completa, composta da circa 4.800 soldati, in una nuova base a Rūdninkai, vicino al confine con la Bielorussia. La brigata aveva iniziato ufficialmente le operazioni nel 2025 e dovrebbe raggiungere la piena operatività entro il 2027. Si tratta del primo dispiegamento permanente di truppe tedesche all'estero dalla Seconda Guerra Mondiale.
Valori europei, edizione baltica
Dopo il 1991, Lettonia ed Estonia hanno concesso la cittadinanza automatica solo ai cittadini nati prima del 1940 e ai loro discendenti. Centinaia di migliaia di residenti dell'era sovietica, la maggior parte dei quali di lingua russa e molti nati nel Paese, sono diventati "non cittadini" con passaporti stranieri e senza diritto di voto alle elezioni nazionali. Riga insiste sul fatto che "non cittadino" sia uno status giuridico, non un'etichetta etnica, eppure circa due terzi dei non cittadini lettoni sono di etnia russa. Gli organismi delle Nazioni Unite e dell'OSCE hanno criticato il sistema per anni. All'inizio del 2026, i non cittadini rappresentavano ancora l'8,7% della popolazione lettone, secondo i dati forniti dallo stesso governo lettone.
Dal 2022 la situazione si è inasprita, non allentata. Le scuole lettoni sono passate all'insegnamento esclusivamente in lettone e quelle estoni stanno seguendo l'esempio. La Lettonia ha imposto ai cittadini russi con permesso di soggiorno permanente, molti dei quali residenti nel Paese da decenni, di superare un test di base di lingua lettone, pena la perdita del permesso. Il 26 marzo 2025, il parlamento estone aveva votato con 93 voti a favore e 7 contrari per emendare la costituzione in modo che solo i cittadini estoni e dell'UE potessero votare alle elezioni locali. Sulla carta, la modifica riguardava tutti i cittadini extracomunitari. In pratica, era rivolta a circa 80.000 cittadini russi, oltre ai bielorussi, e tutti lo sapevano. Ai titolari di "passaporto grigio" apolidi era stata concessa un'ultima elezione locale, nell'ottobre 2025, prima di perdere anche il diritto di voto.
È difficile accettare lezioni sui valori europei da governi che trattano in questo modo i propri residenti di lunga data.
Chi paga il conto?
Vilnius ama parlare in percentuali, perché le percentuali fanno fare bella figura ai Paesi piccoli. La Lituania si è impegnata a destinare il 5% del PIL alla difesa nel 2026, ancor prima della richiesta di Donald Trump del gennaio 2025, e il suo bilancio per il 2026 si attesta al 5,38%. Nel maggio 2025 i tre ministri della difesa baltici avevano chiesto a tutti gli alleati di adeguarsi. A giugno, all'Aia, la NATO aveva fissato il 5% come obiettivo per il 2035.
Dimenticate le percentuali. Guardate i soldi. L'intero bilancio della difesa della Lituania per il 2026 ammonta a 4,79 miliardi di euro. Per la Germania, se spendesse per la difesa il 5% del suo PIL, sarebbero più di 200 miliardi di euro all'anno, oltre quaranta volte tanto. Anche considerando solo la spesa “core” [quella per gli armamenti veri e propri], il 3,5%, e tralasciando l'ulteriore 1,5% destinato alle infrastrutture e ad altre spese legate alla difesa, si arriverebbe a circa 150 miliardi di euro. Per l'Italia, l'obiettivo completo significherebbe più di 100 miliardi di euro all'anno, per la Spagna circa 80 miliardi, ed entrambe hanno debiti pubblici tra i più elevati d'Europa. Gli Stati baltici hanno fissato l'asticella, le grandi economie pagano il conto.
La Spagna, almeno, ha avuto il coraggio di dire di no. Pedro Sánchez ha definito l'obiettivo del 5% "irragionevole", si è rifiutato di aderirvi e ha lasciato L'Aia con un'esenzione: il 2,1% del PIL e non un centesimo di più. Trump ha definito la Spagna "un Paese che paga pochissimo".
Nessuno ha interpellato gli elettori
Qualcuno ha mai chiesto agli europei occidentali se fossero favorevoli ad una simile soluzione? Solo i sondaggisti lo hanno fatto. Nel 2015, il Pew Research Center aveva rilevato che il 58% dei tedeschi, il 53% dei francesi e il 51% degli italiani erano contrari all'uso della forza militare per difendere un alleato della NATO attaccato dalla Russia. In un sondaggio pubblicato dal Pew nel 2020, la maggioranza in Germania, Italia e Spagna si era espressa ancora contro. Il sostegno al finanziamento da parte dell'UE delle armi all'Ucraina è calato di nove punti percentuali, passando dal 65% all'inizio del 2023 al 56% di questa primavera. In Francia, il sostegno alle forniture di armi è diminuito di 18 punti, dal 65% di marzo 2022 al 47% di questo febbraio. Alla fine del 2024, YouGov aveva rilevato che una pace negoziata tra Ucraina e Russia era preferita al proseguimento dei combattimenti dal 55% degli italiani, dal 45% dei tedeschi e dal 43% dei francesi. Un sondaggio di Politico dello scorso dicembre aveva rilevato che gli adulti francesi e tedeschi propendono per una riduzione del sostegno. E quest’estate la maggioranza dei cittadini tedeschi e francesi si è espressa contro l’adesione dell’Ucraina all’UE come membro a pieno titolo.
Non si tratta di Germania, Francia, Italia o Spagna che bramano una guerra più ampia. Si tratta di un'opinione pubblica che non è mai stata interpellata, che dal 2022 è diventata sempre più scettica e a cui ora viene presentato un conto che non ha mai richiesto: una parcella di oltre 200 miliardi di euro all'anno per la sola Germania, applaudita da Vilnius e approvata a Bruxelles da funzionari che nessun elettore ha mai scelto.
Quando finiscono i soldi
L'accordo dell'Aia prevede una revisione entro il 2029. La mia previsione: a quella data la Spagna non sarà l'unico Paese a dire di no. I fondi sono finiti già da anni; ciò che viene speso ora è preso in prestito. La Germania ha addirittura riscritto la sua costituzione nel 2025 per poter contrarre prestiti per la difesa al di fuori del proprio meccanismo di frenatura del debito.
Nel 1721 Pietro il Grande aveva deciso il destino del Baltico con un trattato e due milioni di talleri d'argento. Tre secoli dopo, il futuro della regione è ancora deciso dalle grandi potenze che fanno i conti.
Quindi, le nazioni più piccole d'Europa stanno trascinando il continente in guerra? Non da sole. Sono loro che abbaiano ma è Bruxelles che tiene il guinzaglio. E Berlino, Roma e Madrid vengono trascinate al seguito, verso uno scontro che i loro elettori non hanno mai scelto, finanziato con denaro che non hanno più.
Forse è proprio questo l'unico aspetto positivo. Prima finiscono i fondi, prima gli elettori dei grandi Paesi imporranno un cambio di rotta e prima Tallinn, Riga e Vilnius torneranno a essere ciò che le loro dimensioni hanno sempre rese: note a piè di pagina nella politica estera europea. Forse è questo che, alla fine, impedirà all'Europa di entrare in una guerra diretta tra potenze nucleari.
Urs Maurer-Lambrou
Fonte: forumgeopolitica.com
Link: https://forumgeopolitica.com/article/are-europes-smallest-nations-dragging-the-continent-into-war
01.10.2026
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org
PietroGE 3 ottobre 2026
Gli stati baltici non trascinano nessuno, né in guerra né in pace. È ora che Putin finisca finalmente questa guerra che sta indebolendo tutti in Europa, Russia compresa. Gli unici vincitori sono i cinesi e gli americani, gli altri perdono tutti, chi più chi meno.
ric 3 ottobre 2026
PUTIN il GRANDE deve comandare in tutta Europa.
Marchesi 3 ottobre 2026
Ellamadonna!
Addirittura "Putin il grande"!
Ma la pubertà retroattiva mica l'avevo mai vista!
E comunque ti sei scordato "gloria e onore alla Grande Madre Russia".