La Grande Illusione Finanziaria, perché l' Occidente si è distaccato dalla realtà? L'evoluzione del modello capitalista che agisce psicologicamente!

La Grande Illusione Finanziaria, perché l' Occidente si è distaccato dalla realtà? L'evoluzione del modello capitalista che agisce psicologicamente!


Il Viandante sul mare di nebbia (titolo originale: Der Wanderer über dem Nebelmeer) di Caspar David Friedrich.



Di Nicola Bielli per ComeDonChisciotte.org


Se un osservatore avesse trascorso gli ultimi vent'anni studiando esclusivamente l'andamento delle Borse occidentali e delle principali attività finanziarie, probabilmente giungerebbe ad una conclusione tanto semplice quanto rassicurante: il mondo sviluppato starebbe vivendo una delle epoche più prospere della propria storia. I grafici mostrano infatti una crescita quasi ininterrotta degli indici azionari, le capitalizzazioni delle grandi società hanno raggiunto dimensioni impensabili fino a pochi decenni fa e la ricchezza patrimoniale complessiva detenuta sotto forma di attività finanziarie è aumentata in misura impressionante. Osservando esclusivamente questi numeri si potrebbe essere indotti a credere che le società occidentali siano oggi più forti, più stabili e più prospere di quanto non fossero all'inizio del secolo.

Eppure basta allontanarsi dagli schermi delle piattaforme di trading e osservare la realtà quotidiana per percepire una sensazione completamente diversa. Le giovani generazioni incontrano crescenti difficoltà nell'accedere alla proprietà della casa, il costo della vita aumenta più rapidamente dei redditi, la natalità continua a diminuire in quasi tutto l'Occidente, i sistemi sanitari pubblici mostrano segni evidenti di affaticamento e vaste aree produttive che per decenni avevano rappresentato il cuore industriale delle economie occidentali sono state progressivamente ridimensionate o delocalizzate. Ne deriva un paradosso che caratterizza gran parte del dibattito economico contemporaneo: mentre la finanza celebra continuamente nuovi record, una parte crescente della popolazione percepisce un peggioramento della propria condizione materiale.

Per comprendere questo apparente paradosso è necessario distinguere tra due concetti che per gran parte del Novecento erano stati considerati quasi sovrapponibili: l'economia reale e l'economia finanziaria. La prima è il mondo della produzione, dell'energia, delle infrastrutture, dell'agricoltura, dell'industria e del lavoro organizzato; è il luogo nel quale vengono creati i beni e i servizi che permettono ad una società di funzionare e prosperare. La seconda è invece il mondo delle valutazioni, delle aspettative, del credito, della fiducia e dei mercati, cioè quell'universo nel quale vengono attribuiti prezzi e valori alle attività economiche.

Per lungo tempo le due dimensioni hanno proceduto insieme. Quando aumentava la capacità produttiva di una nazione aumentavano anche i profitti delle imprese; quando aumentavano i profitti cresceva il valore delle azioni e, di conseguenza, la ricchezza finanziaria. Negli ultimi decenni, tuttavia, questo rapporto sembra essersi progressivamente allentato fino a generare una divergenza che oggi appare sempre più evidente. La finanza ha iniziato a sviluppare una propria dinamica autonoma, alimentata non soltanto dalla crescita economica ma anche dall'espansione della liquidità e dalla continua rivalutazione degli asset.

Per comprendere come sia stato possibile occorre tornare alla grande crisi finanziaria del 2008. Quando il sistema bancario internazionale rischiò il collasso, le principali banche centrali del pianeta intervennero con strumenti mai utilizzati su una scala tanto vasta. Migliaia di miliardi di dollari, euro, sterline e yen furono creati elettronicamente e immessi nel sistema finanziario con l'obiettivo di impedire una depressione economica di proporzioni storiche. Lo stesso schema sarebbe stato successivamente riproposto durante la crisi pandemica del 2020, quando l'arresto improvviso di gran parte dell'economia mondiale spinse nuovamente le autorità monetarie ad espandere in maniera eccezionale la quantità di moneta disponibile.

Nell'immaginario collettivo si diffuse l'idea che quel denaro fosse stato immesso nell'economia reale. In realtà il percorso seguito dalla nuova liquidità fu assai più complesso. Le banche centrali acquistarono prevalentemente titoli finanziari detenuti da banche, fondi di investimento, assicurazioni e grandi operatori istituzionali, i quali si ritrovarono improvvisamente a gestire enormi quantità di capitale da reinvestire. Ma una banca che riceve miliardi di euro non costruisce automaticamente una centrale elettrica, così come un fondo di investimento non realizza necessariamente una nuova rete ferroviaria o una fabbrica. La destinazione più immediata e redditizia di quella liquidità fu spesso l'acquisto di altri asset finanziari, contribuendo così ad alimentarne ulteriormente il valore.

Si innescò così un meccanismo tanto semplice quanto potente. Una quantità crescente di denaro iniziò a rincorrere una quantità relativamente stabile di attività finanziarie. Il risultato fu l'aumento dei prezzi. Le azioni salirono. Le obbligazioni si rivalutarono. Gli immobili aumentarono di valore. I fondi registrarono performance sempre più elevate. La crescita delle quotazioni generò a sua volta nuove aspettative di guadagno, attirando ulteriori capitali e alimentando una spirale che sembrava autoalimentarsi.

Se la medesima massa monetaria fosse stata indirizzata prevalentemente verso la costruzione di infrastrutture energetiche, reti ferroviarie, edilizia residenziale, ricerca scientifica, capacità industriale e sviluppo tecnologico, oggi il volto dell'Occidente potrebbe essere molto diverso. Probabilmente disporrebbe di una base produttiva più robusta, di una maggiore autonomia energetica, di sistemi logistici più efficienti e di una capacità industriale meno dipendente dalle importazioni. Una parte significativa di quella liquidità, invece, è rimasta intrappolata all'interno del circuito finanziario, contribuendo soprattutto alla rivalutazione degli asset esistenti.

È qui che entra in gioco un elemento spesso sottovalutato nelle analisi economiche ma fondamentale per comprendere la portata del fenomeno: la psicologia umana.

La finanziarizzazione non si è affermata esclusivamente grazie alle politiche monetarie delle banche centrali, ma essa ha trovato terreno fertile in un momento storico favorevole dopo decenni di esaltazione del modello capitalista basato su individualismo e accumulo di beni , fino ad approdare alla sua versione virtuale:

Dalla produzione compulsiva di ricchezza da accumulare al feticcio di possederne la rappresentazione.

La promessa era straordinariamente seducente. Investire oggi per guadagnare domani. Lasciare che il denaro lavorasse al posto dell'uomo. Ottenere rendimenti crescenti senza necessariamente partecipare alla produzione di beni e servizi. La forza di questa narrazione è stata enorme perché ha trasformato milioni di cittadini in investitori permanenti. Professionisti, lavoratori dipendenti, piccoli imprenditori, pensionati e famiglie hanno progressivamente trasferito le proprie speranze di benessere dalla sfera produttiva a quella finanziaria.

È così che nasce quella che potremmo definire la grande illusione finanziaria, fondata su di una psicosi collettiva.

L'idea che la crescita delle valutazioni equivalga automaticamente alla crescita della ricchezza reale.

Ma una società non vive di valutazioni.

Una società vive di energia disponibile, di infrastrutture funzionanti, di capacità produttiva, di reti logistiche efficienti, di cibo, di materie prime e di lavoro organizzato. La finanza può attribuire un prezzo a tutte queste cose, può moltiplicare le aspettative e persino i diritti sulla ricchezza futura, ma non può sostituire la ricchezza materiale che sostiene una civiltà ed il suo equilibrio psicofisico.

È sufficiente osservare ciò che è accaduto nel medesimo periodo in altre regioni del mondo per comprendere meglio il problema. Mentre gran parte dell'Occidente sperimentava una crescente finanziarizzazione dell'economia, la Cina costruiva porti, acciaierie, ferrovie ad alta velocità, centrali elettriche, cantieri navali e intere filiere manifatturiere. Mentre una parte crescente del capitale occidentale veniva indirizzata verso la rivalutazione degli asset finanziari, Pechino investiva massicciamente nella costruzione di capacità produttiva reale.

Non è un caso che molti dei prodotti fisici che utilizziamo quotidianamente provengano oggi dall'Asia. La produzione industriale non è scomparsa ma si è semplicemente spostata dove il capitale continuava ad essere impiegato principalmente per costruire capacità produttiva anziché per valorizzare attività finanziarie.

Questa divergenza ha prodotto conseguenze profonde anche sul piano sociale. Il grande protagonista della finanziarizzazione è stato infatti il ceto medio occidentale, in quanto i poveri non possiedono generalmente risorse sufficienti da investire nei mercati. A essere maggiormente coinvolti sono stati quindi professionisti, lavoratori qualificati, piccoli imprenditori e famiglie che avevano accumulato risparmi nel corso di una vita.

Si è così prodotta una sorta di doppia beffa.

Da una parte il ceto medio ha assistito al progressivo deterioramento di molti elementi della propria condizione materiale. Dall'altra è stato spinto a cercare compensazione proprio nei mercati finanziari, cioè nello stesso universo che beneficiava della liquidità creata dalle banche centrali. I risparmi costruiti attraverso anni di lavoro reale sono stati progressivamente assorbiti da un sistema sempre più dipendente dall'espansione monetaria e dalla rivalutazione degli asset.

La domanda fondamentale diventa allora inevitabile :

Quale controvalore reale sostiene questa enorme massa di ricchezza finanziaria?

La questione assume particolare rilevanza quando si immagina il verificarsi di uno shock materiale di grande portata. Una crisi bancaria può essere affrontata creando nuova liquidità. Una crisi finanziaria può essere temporaneamente tamponata attraverso l'intervento delle banche centrali. Una crisi energetica, invece, appartiene ad un ordine completamente diverso di problemi.

Nessuna banca centrale può creare petrolio digitando numeri su un computer.

Nessuna banca centrale può creare gas naturale.

Nessuna banca centrale può creare rame, acciaio, fertilizzanti o grano.

La possibilità che un grande shock materiale possa mettere in discussione le fondamenta dell'attuale sistema economico viene spesso liquidata come una previsione catastrofista. Eppure la storia economica insegna che le civiltà non entrano in crisi perché terminano i numeri stampati sulla carta o visualizzati sugli schermi dei computer. Entrano in crisi quando vengono meno energia, materie prime, infrastrutture e capacità produttiva. È sempre stato così e difficilmente potrà essere diverso in futuro. Se domani il valore complessivo dei mercati finanziari mondiali raddoppiasse, il pianeta non disporrebbe automaticamente del doppio delle centrali elettriche, del doppio delle reti ferroviarie, del doppio delle risorse energetiche o del doppio delle infrastrutture. Esisterebbe semplicemente una maggiore quantità di pretese economiche su una base materiale sostanzialmente invariata.

È proprio questa sproporzione che rappresenta il punto più fragile dell'attuale modello.

Per molti anni la continua espansione monetaria ha consentito di rinviare il confronto con tale realtà. Ogni crisi finanziaria è stata affrontata creando nuova liquidità. Ogni fase di turbolenza è stata attenuata dall'intervento delle banche centrali. Ogni rallentamento è stato compensato da nuovi programmi di sostegno monetario. Il sistema si è progressivamente abituato all'idea che qualunque problema potesse essere affrontato attraverso l'espansione del credito e della moneta.

Finché la fiducia rimane elevata, il sistema può continuare a funzionare anche in presenza di squilibri crescenti, ma quando un limite fisico si manifesta con sufficiente forza, la realtà tende inevitabilmente a riaffermarsi.

In quel momento potrebbe diventare evidente ciò che per anni è rimasto nascosto dietro la crescita dei mercati. Una parte significativa della ricchezza finanziaria accumulata negli ultimi decenni potrebbe rivelarsi molto più fragile di quanto oggi appaia. Non necessariamente perché sia falsa o inesistente, ma perché il suo valore dipende dalla convinzione collettiva che determinate aspettative future possano essere mantenute.

Qualora tali aspettative venissero meno, le valutazioni dovrebbero essere riviste.

E insieme alle enormi quantità di denaro create artificialmente potrebbero dissolversi anche quote consistenti dei risparmi accumulati da milioni di persone.

È questo l'aspetto forse più drammatico della vicenda.

Le grandi istituzioni finanziarie hanno partecipato al gioco utilizzando capitale creato attraverso il credito, la leva finanziaria e l'espansione monetaria. Il cittadino comune vi ha partecipato investendo risorse reali: stipendi, liquidazioni, pensioni integrative, eredità familiari, sacrifici accumulati nel corso di decenni.

È qui che la doppia beffa raggiunge la sua forma più evidente.

Il ceto medio occidentale ha visto deteriorarsi progressivamente molti degli elementi che tradizionalmente definivano la prosperità materiale: la sicurezza economica, la facilità di accesso alla casa, la qualità dei servizi pubblici, la stabilità lavorativa e la fiducia nel futuro. Allo stesso tempo è stato incoraggiato a cercare una compensazione attraverso la partecipazione ai mercati finanziari, cioè proprio all'interno di quel sistema che continuava a prosperare grazie alla continua rivalutazione degli asset.

La promessa implicita era semplice; se il lavoro non basta più, sarà il capitale a salvarti e se il reddito cresce lentamente, crescerà il valore del tuo portafoglio.

Se l'economia reale rallenta, la finanza continuerà a correre e per molti anni questa promessa è sembrata mantenuta.

Ma ogni promessa basata principalmente sulla crescita delle valutazioni contiene una fragilità intrinseca.

Prima o poi deve confrontarsi con la realtà che pretende di rappresentare.

È proprio da questa consapevolezza che può nascere una proposta alternativa.

Una proposta che non rifiuti il profitto, il capitale o l'investimento, ma che li riconduca nuovamente alla produzione di ricchezza reale.

Perché il problema non è l'esistenza del profitto, ma la sua progressiva separazione dalla produzione.

L'errore di molte critiche alla finanza consiste nel credere che gli esseri umani possano essere persuasi ad abbandonare il desiderio di migliorare la propria condizione economica. È una battaglia destinata al fallimento. L'ambizione, l'interesse personale e l' avidità sono caratteristiche delle società occidentali attuali e adesso la questione più urgente è di indirizzarle , così da creare i presupposti per un' evoluzione .

Negli ultimi decenni il sistema finanziario ha dimostrato una straordinaria capacità nel trasformare questi desideri in domanda di asset sempre più astratti. Le criptovalute rappresentano forse l'esempio più evidente di questo fenomeno. Milioni di persone non sono state attratte soltanto dalla tecnologia sottostante, ma soprattutto dalla promessa di partecipare ad una trasformazione epocale e di ottenere rendimenti straordinari.

Bitcoin è diventato un fenomeno sociale prima ancora che finanziario.

Ha offerto una narrazione ed un senso di appartenenza ; una missione con una promessa. La domanda allora diventa inevitabile:


È possibile utilizzare gli stessi meccanismi psicologici per finanziare l'economia reale?

È possibile prendere l'energia che oggi alimenta la speculazione e reindirizzarla verso la costruzione di infrastrutture produttive?


Immaginiamo una piattaforma chiamata Terra o Real Economy Network.

Una piattaforma nella quale ogni quota acquistata non rappresenta una promessa finanziaria astratta ma una porzione verificabile di economia reale.

Un impianto fotovoltaico, una centrale idroelettrica, una serra agricola, un impianto di accumulo energetico, un centro logistico, una scuola, un ospedale , un laboratorio .

L'investitore non acquisterebbe semplicemente un titolo, ma una parte della realtà.

Attraverso una semplice applicazione potrebbe osservare quanta energia viene prodotta dagli impianti di cui è comproprietario, quanti metri quadrati di serra finanzia, quali utili sono stati generati e quale quantità di beni o servizi viene effettivamente prodotta.

La tecnologia digitale verrebbe così utilizzata non per allontanare il capitale dalla realtà, ma per renderne visibile il legame con essa.

L'obiettivo non sarebbe abolire il profitto ma la differenza è che questo deriverebbe dalla produzione di energia, salute , istruzione, cibo, logistica, infrastrutture e servizi e non dalla semplice rivalutazione di aspettative.

Il possessore di una quota non detenerebbe soltanto una speranza ma una parte di un bene produttivo reale.

E forse è proprio qui che si trova il nucleo di una possibile alternativa alla finanziarizzazione contemporanea; non nel rifiuto del capitale o nella demonizzazione del profitto, ma nel ritorno della proprietà alla sua funzione originaria: finanziare la costruzione di capacità produttiva. Ogni investimento finanzia un'opera concreta. Quando questa entra in funzione e produce energia, beni o servizi, una parte dei ricavi viene distribuita ai cittadini che hanno contribuito a realizzarla. Il rendimento non deriva principalmente dal fatto che qualcun altro paghi di più la stessa quota, ma dalla ricchezza reale che quell'opera produce ogni giorno.

In realtà strumenti simili esistono già, come i fondi infrastrutturali o alcune piattaforme di investimento collettivo. La vera novità non sarebbe quindi tecnologica, ma culturale: trasformare questo modello da una piccola nicchia a uno dei principali modi con cui il risparmio finanzia l'economia. Esisterebbe anche un altro vantaggio. Un sistema di questo tipo riporterebbe progressivamente e silenziosamente la finanza entro i limiti della realtà fisica; rappresenterebbe un primo passo per il recupero della sintonia tra essere e possedere . Il valore degli investimenti rimarrebbe così ancorato alla capacità effettiva di produrre beni e servizi, anziché dipendere quasi esclusivamente dalle aspettative e dalla continua rivalutazione dei mercati.

Per i capitalisti più sfegatati l' avidità evolverebbe in brama di proprietà di produzione ! " Che è già qualcosa ! "

Forse per recuperare il filo della storia umana occidentale basterebbe utilizzare strumenti già disponibili e ricostruire il legame tra il capitale e la ricchezza reale. Perché una società non recupera la prosperità quando crescono i numeri sugli schermi, ma quando aumenta la sua capacità di produrre energia, cibo, conoscenza, infrastrutture e benessere della propria popolazione.


Di Nicola Bielli per ComeDonChisciotte.org

02.11.2026


Nicola Bielli nasce a Siena nel 1982 , laureato in Giurisprudenza e Master in Politics and Society in Europe presso la Facoltà di Scienze Politiche di Siena.


PER APPROFONDIRE



  • Technological Revolutions and Financial Capital (2002) Carlota Perez. Studio del rapporto tra innovazione tecnologica, capitale produttivo e capitale finanziario nei grandi cicli economici.

  • Capital in the Twenty-First Century (2013) Thomas Piketty. Ricerca sulla concentrazione della ricchezza, sulle rendite patrimoniali e sull'evoluzione delle disuguaglianze nel capitalismo contemporaneo.

  • Debt: The First 5,000 Years (2011) David Graeber. Storia antropologica del debito, del credito e delle relazioni economiche dalle civiltà antiche all'età contemporanea.

  • The Price of Time (2022) Edward Chancellor. Analisi degli effetti storici e contemporanei dei bassi tassi d'interesse, dell'espansione monetaria e delle bolle finanziarie.

  • The Fiat Standard (2021) Saifedean Ammous. Critica del sistema monetario fiat e riflessione sul rapporto tra moneta, debito e produzione reale.

  • Fuga dal Capitalismo (2026) Clara Mattei . Critica del modello capitalista e dei suoi meccanismi di egemonia Occidentale .

Commenti (1)

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    1. Dario Lampa 3 novembre 2026

      Perché l'Occidente si è distaccato dalla realtà?
      Perché in un sistema "fisicamente" finto come lo è quello Terrestre non si possono contemplare variabili che tendono all' infinito senza che questo "diverga". E le variabili sono i profitti, i consumi e la popolazione.
      In verità, la Terra è in effetti, anzi si comporta come un "organismo vivente" e se l'Homo Stultus Tecnologicus non ne inficiasse la sua biorinnovabilità potrebbe potenzialmente sostenere la Vita su di essa all' infinito.

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